René Burri

Dalla Svizzera

 

Un libro, una mostra, un paese. Un celebre fotografo, membro della Magnum dal 1959, conosciuto soprattutto per i suoi ritratti in bianco e nero (tra gli altri di Che Guevara, Picasso, Le Corbusier) che presenta il suo lavoro a colori. Alla fine di aprile, Phaidon dà alle stampe una pubblicazione singolare: René Burri, Impossible Reminiscences (in inglese, 31,5 x 28 cm, 240 pp.,172 illustrazioni a colori, 85 euro). Fotografie a colori in gran parte inedite, accompagnate da ricordi personali dell’autore per far luce su ogni fotografia, di quello che alcuni considerano uno dei fotografi viventi più grandi al mondo, che spaziano attraverso la sua intera carriera, di oltre 50 anni fino ad oggi, e in molti luoghi raccontati, da Cuba al Brasile, dalla Cina all’Egitto.

    

Poi, una mostra. René Burri era legato a Jean Tinguely, entrambi svizzeri, entrambi artisti. La Fondazione Merz di Torino espone (fino al 5 maggio) 122 scatti in bianco e nero e a colori realizzati dal fotografo allo scultore, tra il 1967 e il 1991, oltre i confini dell’immagine ufficiale per catturare, con la disponibilità e complicità del soggetto fotografico, l’essenza, la personalità e la creatività dell’artista, a conferma del rapporto privilegiato che Burri ha sempre avuto con il mondo dell’arte visiva e in particolare con alcuni suoi esponenti di rilievo come Picasso, Le Corbusier, Giacometti. Come scrive Maria Centonze, curatrice dell’esposizione insieme a Lorenza Bravetta, «nel rapporto d’arte e d’amicizia che lega Burri a Tinguely, il fotografo si pone di fronte allo scultore e alle sue opere che “divengono”, creando una connessione che può essere raccontata con le immagini che cattura; Tinguely, dichiara di fare sculture in movimento perché mal sopporta l’idea che quando l’opera è compiuta, ad un tratto tutto si fermi. Burri fotografa questo movimento, l’agire; coglie l’istante che cammina, il pensiero che attraversa la mente, il colore prima che sia. Perché sta dentro ciò che fotografa, scrutando con attenzione, ma ascoltando insieme le proprie emozioni».


Italia. Venezia. La scultura "Grosse Meta Maxi-Maxi Utopia" (1987) dello scultore svizzero Jean Tinguely,
in occasione della retrospettiva a Palazzo Grassi, 1987 © René Burri/Magnum Photos

Infine, il paese, la Svizzera natia di Burri. Il reportage di Silvia Benedet e Annalisa Polli ci porta a Basilea, come vedremo legatissima a Tinguely (a cui ha dedicato anche un museo), e nella capitale Berna: “Occhi vispi e nasi all’insù. Mancano sei minuti alle quindici. Davanti alla farmacia si ferma una giovane coppia, pochi secondi, e al loro fianco c’è una bimba per mano alla mamma. Cinque minuti. Un ragazzino dagli occhi a mandorla estrae dallo zaino una macchina fotografica, gli sguardi di tutti puntati verso l’alto, su di loro, l’ombra di una torre appuntita. Quattro minuti. Il gallo canta, seguito da un meccanico ballo di orsetti che ipnotizza gli astanti fino allo scoccare dell’ora piena, tra click e smartphones. Sbirciando alle spalle del congegno danzante si entra nel cuore pulsante di Berna, simbolo della città, tanto quanto l’orso, suo animale totemico: la leggenda narra che fu la prima preda cacciata nelle foreste che circondavano la futura capitale svizzera, ai tempi della sua fondazione. Dentro la Zytglogge, torre con l’orologio meccanico più antico d’Europa, ticchettano e scricchiolano ruote dentate di varie forme, mentre un grosso pendolo metallico scandisce il ritmo della città. Inerpicandosi sugli scalini di legno si può gettare lo sguardo tra le inferriate delle piccole finestre: ai nostri piedi, Berna scorre quieta. Graffiata dai tram rossi, incorniciata dalle Alpi blu e bianche, infilzata da campanili appuntiti. È il panorama che si gode ogni giorno la famiglia che ha il prestigioso ma silente compito di caricare l’orologio. Panorama a cui probabilmente anelavano sospiranti anche le prime abitanti di questa torre: le prostitute rinchiuse con l’accusa di aver insidiato il clero, alle quali toccò l’orrenda sorte di bruciare vive quando la prigione si incendiò, appena prima di essere convertita in orologio.


Berna, mercato in piazza. © Silvia Benedet

Passeggiando tra i portici e le fontane rinascimentali, Ornella, cinquantaduenne italo-svizzera, indica quella che la impressiona di più: è Kronos, il dio greco del tempo, nell’atto di mangiare i suoi figli neonati. Ornella racconta con lontano accento piemontese come a Berna «si incontrano non solo tre lingue diverse, ma anche tre modi di vivere diversi. A casa mia a pranzo si mangia la pasta». Il luogo dove questi bagagli familiari si fondono e si confondono è la piazza. «Noi abbiamo la cultura della piazza, a Berna troverete sempre un caffè con i tavolini fuori dove sedersi e rilassarsi chiacchierando», conclude. Tra Bundesplatz e Bärensplaz, all’ombra di quella banca in cui è custodito metà dell’oro svizzero, il vociare delle bancarelle del mercato si confonde con gli strilli dei bimbi che pattinano sulla pista di ghiaccio, ma se si tende l’orecchio si riesce a cogliere, in fondo, il chiacchiericcio burbero, e qualche esclamazione di stizza, di un gruppo di anziani che giocano. Una scacchiera disegnata a terra, delle pedine extralarge, un paio di panchine sono la ricetta per coronare un pomeriggio di sole. David, Tobias, Hugo e i loro amici, mani in tasca e cappello in testa, sono sulla settantina. Si incontrano spesso qui per giocare, ma «niente appuntamenti fissi o cose del genere. Se uno ha tempo, viene e passa un’oretta in compagnia». Anna e Mathias, coppia di adolescenti alle prime uscite, per godere i pomeriggi in cui non piove preferiscono il Rosengarten, giardino delle rose «è come avere una terrazza sulla città, vista mozzafiato e tranquillità» e «se d’inverno di rose non ce n’è neanche l’ombra, non ce ne importa nulla».


Berna, giochi tra amici. © Silvia Benedet

La città di Einstein e Paul Klee vista da quassù è immobile e rosata, non c’è Kronos a ricordare il tempo che passa e i rintocchi dell’orologio non si odono. L’atmosfera è sospesa, come quell’orso equilibrista tra i fili del tram che si staglia come sagoma sul tramonto. Abbandonati i fili dei tram, per abbracciare le rotaie che serpeggiano tra le colline della Svizzera, si arriva, a bordo di un treno veloce che sfida il tempo, a un’altra cittadina che nulla ha da invidiare alla capitale. Tra schiocchi, cigolii e spruzzi d’acqua. La pacatezza sorniona di Basilea inizia a venir smentita qui, dalla fontana di Tinguely, nella piazza del Teatro. Baffi all’insù e stereotipo di genio e sregolatezza, l’artista Jean Tinguely e questa città sono legati a doppia mandata da amore reciproco. La fontana, capolavoro di ingranaggi, è dedicata alla manifestazione più sentita di Basilea, il Carnevale. A raccontarlo è Silvan, suonatore di fisarmonica che ogni sabato siede su uno sgabellino sotto la rossa loggia del municipio e allieta la piccola folla che accorre per il mercato settimanale. «Vedete lì», ammicca con il mento «quella è la bancarella delle spillette del Carnevale, ormai è quasi ora. Le vendono d’oro, d’argento o di rame. Per uno di Basilea non sfoggiarle in questo periodo fa brutto, vuol dire che non sostieni la città».


Ciclista sfreccia nel centro di Basilea. © Annalisa Polli

Il Carnevale sveglia la città con il buio, tra urla e fuoco: è proprio come se si risvegliasse un basilisco, il mostro harrypotteriano da cui prende nome e simbolo. Inizia alle quattro di mattina, il lunedì dopo le Ceneri, con una fiaccolata di lanterne e musiche tradizionali, per poi continuare tra carri mascherati e satira feroce, «di quelle che alla tv svizzera non si sentono» conclude Silvan. Negli anni Cinquanta, anche Tinguely e la sua cricca vi partecipavano, ma solo per creare ancora più scompiglio e baraonda tra i vicoli stretti della città che oggi celebra l’eclettismo del suo provocatore in un museo a lui interamente dedicato. Un universo di ingranaggi danzanti, tra sipari teatrali, ruote colorate, campanelli e meccanismi ticchettanti. Uno dei tanti, in effetti. In 37 chilometri quadrati di superficie, Basilea ospita 40 musei. Ascension, guida turistica spagnola cresciuta in Francia e sposata con un italiano, ha deciso trent’anni fa di mettere radici qui. «È per la cultura», dice. «Qui si respira cultura, c’è fermento, ci sono architetti di tutto il mondo che accorrono e arricchiscono il panorama di angoli sempre all’avanguardia». Panorama nel quale non possono sfuggire le grigie sagome degli stabilimenti chimici e farmaceutici, la pentola d’oro sotto l’arcobaleno dell’arte.


La citta è movimento, Piazza del Mercato, Berna. © Annalisa Polli

Calli di sampietrini ricamano il raffinato centro, giovani coppie fanno jogging in completi pendant, i ragazzi entrano ed escono dai negozi, ma non c’è ressa, da nessuna parte. Inerpicandosi per le viuzze, si scoprono angoli dal fascino misterioso e a tratti rétro, l’atmosfera è silenziosa, la città sembra esser in costante attesa. «Basilea è così, a tratti sembra vuota», commenta Lucas, biondo trentenne che gestisce Choco Loco, boutique di cioccolato e vino, «ma si vive bene. I giovani non mancano, la nostra università è la più antica della Svizzera». E ci mancherebbe, dopotutto il patrono degli studenti riposa qui. E non ci stiamo riferendo a San Giuseppe da Copertino, come vorrebbe la liturgia, ma al patrono delle nuove generazioni, degli universitari d’Europa, degli esaminandi 2.0, Erasmo da Rotterdam. Qualche decina di metri più in là, una di queste facce giovani è rivolta verso il cielo, gli occhi a seguire delle palline colorate, le mani svelte. Un gioco di equilibri che sembra voler riflettere lo spirito e l’anima più pura della città. Un cartello ai suoi piedi, in fianco a una ciotola dove luccicano i franchi, lo identifica come «Winnie the Poor». Più per vezzo, che per necessità. Poco più in là, lasciando alle spalle muri colorati e casette fiabesche, scivolando giù per dei viottoli si sbuca sulle rive del Reno. La passeggiata che costeggia gli argini del fiume è degna di quelle che si trovano nelle grandi capitali europee. Sportivi, coppiette, cani a passeggio, c’è posto per tutti lungo la via. L’anima duplice della città si schiude qui”.


Passeggiare lungo il Reno, Basilea. © Annalisa Poll