Vetrina

Nel mondo da fotografo-sociologo-viaggiatore, Fulvio Pellegrini

Nelle non numerosissime uscite pubbliche nelle quali mi è stato chiesto non solo di mostrare i miei lavori ma anche di definire in qualche modo me stesso e il mio modo di fotografare, ho sempre amato definirmi fotografo, sociologo e viaggiatore. Ho unito la passione per la bellezza della natura a quella per i manufatti dell’uomo, soprattutto le architetture caratterizzate da complesse ma leggibilissime linee geometriche, alla curiosità per quello che cambia nel modo nostro di essere, di percepire e di agire. Il mio mentore, a dispetto della necessità di trovare gli archetipi del proprio stile fotografico, il mio professore di disegno delle scuole medie, un mite servitore dello stato che mi ha insegnato a guardare e a riprodurre. Uno che la sapeva lunga e che ci faceva gareggiare tra noi a lezione, sul miglior uso dei colori o sul miglior modo di raccontare con pochissime linee quello che avevamo davanti. La sociologia economica e la valutazione delle politiche pubbliche (sociali e del lavoro) rivolte alle persone fragili e in difficoltà che insegno all’università e sulle quali scrivo libri, a volte noiosi per addetti ai lavori, mi danno da mangiare. La fotografia e i viaggi mi danno da vivere.


© Fulvio Pellegrini, Traffico a Chinatown (Kuala Lumpur)

Forse è questa la modalità più efficace di esprimere il mio approccio alla fotografia che è al centro di un percorso che potrei definire di rielaborazione esistenziale, nel quale cerco di trovare differenti forme e tecniche di espressione di pensieri, di sensazioni, di emozioni  ma anche, nei limiti della mia condizione, cerco di esprimere giudizi, catturare le esperienze altrui, documentare quello che cambia e stupisce ogni giorno il mio occhio di viaggiatore. Per questo dovrei dire che mi considero fotografo-sociologo-viaggiatore scritto così, cioè senza l’effettiva capacità di scindere le esperienze racchiuse in questo bizzarro neologismo.


© Fulvio Pellegrini, L’impeto della cascata Dettifoss (Islanda)

Va da sé che quando vado in giro, come succede a molti altri fotografi, mi capita di guardare il mondo per fotogrammi sempre unici e sempre diversi. Come sociologo mi accade la stessa cosa. Sono, cioè, ogni giorno interessato, e obbligato per ragioni professionali, a raccontare cosa c’è di meglio e di buono nelle cose che la amministrazioni fanno per i cittadini. E questo è il mio modo di fissare i miei fotogrammi di un album di fotografia sociale che posso chiamare politica pubblica. Allora se cammino in una strada o entro in una moschea di Amman o di Damasco, cosi come in un sobborgo di New York o di Kuala Lumpur, cerco di rappresentare la condizione delle persone, i cambiamenti annunciati della società ma anche quelli impercettibili, magari legati al colore dell’unghia della mano di una giovane donna velata e al brand di un cellulare di un giovane nel mercato di Marrakech. Frammenti di vita e di cambiamento che incessantemente mi raccontano quello che siamo e quello che stiamo diventando. E io a lì a cercare di rubare, di catturare, di rappresentare ma anche a cercare di drammatizzare, nel senso anglosassone della parola drama, cioè a costruire minuziosamente la tessitura di un racconto che ha un inizio e una fine. Forse è questo ciò che, più di recente, cerco nei miei scatti.


© Fulvio Pellegrini, Bambino annoiato dalla lettura dei testi volta le spalle al Muro del Pianto (Gerusalemme)

Parlando di obiettivi, il 70-200 mm è uno strumento per “spiare”, avvicinare dettagli lontani, per raccontare cose con una intimità simulata dalla distanza apparentemente ravvicinata del soggetto. Si impara la cura e la scoperta dei particolari, si imparano anche tanti trucchi del mestiere ma si impara, soprattutto, ad apprezzare la versatilità piena di significato tecnico, stilistico ed emotivo della scelta della propria visuale, della propria prospettiva, della propria distanza dalle cose da rappresentare. Mi sono talmente avvicinato al soggetto che sono arrivato alla fotografia macro con lo stupendo 105 mm macro che mi ha dato grandi soddisfazioni. Di questo tentativo di avvicinarmi molto al soggetto in natura, chi mi legge qui, trova traccia nella foto della lucertola e della scimmia fotografate in libertà nella foresta del Borneo malaysiano. Ma questo stesso avvicinamento ha trovato piena giustizia solo  in un periodo nel quale mi sono dedicato alla ritrattistica di strada, attraverso la quale ho imparato a trovare la mia distanza dal soggetto.  Certo, ci vuole anche fortuna e senso della circostanza. Comunque con una di queste foto sono stato finalista (una short list di 10 autori tra cui scegliere il vincitore) al Sony Award del 2012, dove sono stato finalista anche con una foto del Museo Maxxi di Roma nella sezione Architetture.


© Fulvio Pellegrini, Papaveri e Maxxi (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma)

La diatriba tra “vicino o lontano dal soggetto” mi ha coinvolto e appassionato per molto tempo. Di essa c’è ampia traccia nei miei lavori. Spesso è un’espressione di un viso a significare, spesso un riflesso nell’acqua, ma, perché no, spesso è un’intera piazza animata a raccontare l’essenza esperienziale delle persone. È il caso di un improvvisato show natalizio catturato nella Piazza centrale di Marrakech Jāmiʿ el-Fnā جامع الفنا‎, che avrebbe avuto bisogno di un obiettivo a tutto tondo per essere adeguatamente rappresentato. Così come, usando altre distanze, ho tentato di trovare la mia distanza “narrativa” in una foto in cui, usando i cavi di sostegno del ponte di Brooklyn, ho simulato la pesca di una oscura Manatthan al calar della sera. Non c’è dubbio che la diatriba in sé, devo ammettere candidamente, è sparita nel mio immaginario personale per dare spazio a un nuovo approccio più tecnico, del caso per caso, grazie al quale, con il crescere del gusto e della curiosità, mi sono dotato di attrezzature per ogni esperienza, passando rapidamente al full frame con una D3 e ora con una D4, comprando un Lensbaby di cui si trova traccia qui nelle foto del Kumbh Mela del 2013 e altri obiettivi, quali il meraviglioso 14-24 mm e il morbido ed efficientissimo 16 mm Nikon, acquistato al suo esordio di mercato rinunciando a qualche giorno di permanenza in più nell’amata Grande Mela.


© Fulvio Pellegrini, Artisti di strada intrattengono la folla a Marrakech

Una diatriba, invece, che non mi ha mai appassionato più di tanto è la scelta tra b&n e colore. Il B&N, si sa, passa per una selezione a monte, per i provini a contatto alla Weston, per la camera oscura, tutte esperienze che non ho e che, nel confronto con gli altri fotografi, sono sempre state e sono il mio incancellabile peccato originale che nessun battesimo fotografico, ahimè, potrà mai cancellare. Dico oggi semplicemente ogni foto ha il suo colore, ogni b&n ha il suo soggetto, ogni emozione ha il suo obiettivo e la sua distanza, ogni contesto ha una tua posizione. Questa scoraggiante ode al pragmatismo e immanentismo fotografico è il mio punto di arrivo che spiega perché fotografo tantissimo grazie all’attrezzatura digitale, lo faccio con obiettivi diversissimi, tornando più volte nello stesso posto e cercando nelle ore del giorno di cogliere aspetti cangianti dell’esperienza dei luoghi che ho scelto.


© Fulvio Pellegrini, È notte fonda al Kumbh Mela in attesa di un nuovo giorno (Allahabad, Uttar Pradesh, India)

Se dovessi stringere ancora di più la lente di osservazione sulle mie inclinazioni di fotografo, direi che sento di essere un fotografo urbano, in senso lato. Ancora una volta una parola inglese, urbanism, spiega più di altre l’insieme delle connotazioni che caratterizzano le relazioni tra le persone in ambiente urbano che amo rappresentare. Icone che spiegano che senso hanno le relazioni urbane per la vita sociale dell’uomo. Come non osservare che l’area rurale sotto il ponte che attraversava gli accampamenti del Kumbh Mela in febbraio, dove nonostante non ci fosse traccia di città così come la pensiamo generalmente, si coglievano chiare tracce di una potente urbanità, di una nuova e provvisoria città dei pellegrini. Un urbanesimo che, spesso, cerco anche negli specchi e nei riflessi, nell’acqua che, come un caleidoscopio, riflette a suo modo, quello che è un frammento nel frammento della mutante realtà.


© Fulvio Pellegrini, Tipici murales dei sobborghi londinesi

In questa rassegna ci sono alcuni dei miei lavori, in questo senso, maggiormente rappresentativi. Se c’è una cosa che non ho ancora risolto, ed è per me una spina nel fianco del mio fotografare il mondo, è la delusione da fotogramma. Io chiamo così la delusione che mi prende quando passo da quello che i miei occhi vedono in natura e quello che il mio mirino riesce a bloccare. Qui il tema della distanza, del tipo di obiettivo, della luce scelta riprende forma dando alla natura il ruolo di protagonista e a te il ruolo di imbarazzato e inesperto narratore. Alle volte va bene. È il caso del tramonto quasi innaturale catturato nella spiaggia malese di Kinarut, che ha impressionato, come per magia, il mio sensore che mai avrebbe saputo quale momento scegliere. È stata la forza di quell’evento naturale e guidare il mio occhio meccanico al quale io mi sono semplicemente arreso. Tra una cosa e l’altra ho letto molto, ho fatto corsi, ho pubblicato anche cose “tecniche” su riviste, partecipato a qualche evento a dimostrazione della convinzione che l’essere fotografo è anche un punto di arrivo mai troppo stabile. Così come, parafrasando Cartier-Bresson è uno straordinario punto di partenza per le nostre avventure degli occhi, della mente e del cuore.


© Fulvio Pellegrini, Tramonto in riva al mare a Kinarut (Sabah, Malaysia)

Chi sono

Ho 56 anni e due figli grandi. Nel 2009 Ho partecipato al Festival Internazionale della Fotografia di Roma. Nel 2012 sono stato finalista open nella Categorie People e Architecture al Sony World Photography Award e in mostra alla Somerset House di Londra. Nel 2012-13 ho preso parte alla mostra itinerante Living in lift al Palazzo Ducale di Genova e Castel dell’Ovo a Napoli. Pubblico foto e tutorial di tecnica fotografica su riviste italiane e internazionali.