Festival

Treviso, F4 un’idea di fotografia

Un percorso nella fotografia d’autore dalle origini fino ai grandi contemporanei, il nuovo ciclo di lavori su Venezia di Francesco Jodice, incontri, workshop. È la proposta della terza edizione di F4 / un’idea di Fotografia, il festival promosso da Fondazione Francesco Fabbri a Casa dei Carraresi a Treviso fino all’11 agosto. L’esposizione Sguardi sul tempo. Percorsi nella fotografia d’autore presenta oltre duecento lavori dalle origini del medium fotografico fino ai nostri giorni (provenienti dalla collezione privata di Dionisio Gavagnin), un percorso che raffigura i cambiamenti culturali e sociali della storia tramite l’occhio privilegiato della fotografia con opere, tra gli altri, di Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Candida Höfer, Robert Mapplethorpe, Félix Nadar, Man Ray, Thomas Ruff e Sebastião Salgado.


© Henri Cartier-Bresson - France, 1960, Collezione privata Dionisio Gavagnin

Ad aprire la prima esposizione, un intenso dialogo tra alcuni dei maestri della fotografia che in momenti differenti hanno raffigurato la condizione sociale dell’uomo: l’alta borghesia di Félix Nadar si confronta con la volontà classificatoria che emerge nei volti della gente comune del tedesco August Sander, ma anche con le immagini patinate uscite dalle riviste di moda di Robert Mapplethorpe e Irving Penn. Le visioni ideologiche dell’uomo sono incarnate dalle forme generose della donna italica vista da Elio Luxardo o dalle atlete ritratte dalla fotografa del Führer, Leni Riefenstahl alle Olimpiadi di Monaco nel 1936.


© Andrè Kertész - Distorsion, 1984, Collezione privata Dionisio Gavagnin

Il novecento si apre con la carica dirompente e sovversiva delle avanguardie storiche: l’inconscio surrealista è testimoniato dalle distorsioni di André Kertész, i graffiti di Brassaï, le bambole di Hans Bellmer o i celebri ritratti “solarizzati” di Man Ray; ma anche l’antiaccademismo del movimento Dada con i collage di Raoul Hausmann o le visioni razionali del Bauhaus. A continuare questo ideale percorso un’ampia sezione è dedicata alla fotografia sociale e documentaria con alcuni dei grandi maestri europei e americani. Autori che hanno lavorato in contesti al limite, dalle scene del Bronx a New York di Weegee ai vari fronti di guerra come lo sbarco dei tanks in Cina raccontato da Robert Capa negli anni Trenta, la Cipro descritta da Donald McCullin o l’invasione dell’Ungheria documentata da Mario De Biasi nel ‘69.


© Robert Mapplethorpe - Marisa Berenson, 1982-83

La fotografia è anche specchio del proprio tempo che narra eventi epocali: ecco apparire gli scatti realizzati dalla NASA l’11 luglio 1969 per celebrare lo sbarco sulla luna; ma anche fatti che hanno segnato le coscienze collettive come l’attentato al presidente Ronald Reagan colto da Sebastião Salgado e le scene di mafia della palermitana Letizia Battaglia. Un nucleo di lavori che sanno anche tracciare i tratti identitari dei luoghi e delle genti che li popolano, dall’America di Walker Evans, all’Italia di Mario Giacomelli fino alla Francia narrata da Henri Cartier-Bresson o Robert Doisneau attraverso le scene del quartiere Les Halles e il celebre ritratto dell’emarginato Coco, volto carico di umanità e sintomatico dell’amore per gli ultimi.


© Lucien Clergue - Bambini gitani, Anni Cinquanta, Collezione privata Dionisio Gavagnin

La fotografia italiana è documentata come un mosaico di varie esperienze, partendo da una delle immagini simbolo del dopoguerra, “Il Tuffatore” di Nino Migliori. Un’Italia dai tanti volti che alterna immagini rurali e nostalgiche di Gianni Berengo Gardin, Enzo Sellerio e Fulvio Roiter fino alla Dolce Vita colta da Tazio Secchiaroli. Il re dei fotografi “paparazzi” è presente con le sue immagini più note in cui ha colto furtivamente lo spogliarello dell’attrice Aichè Nanà nel locale “Il Rugantino” a Roma; sempre a documentare quegli anni, le fotografie di scena di Franco Pinna sui set dei film di Federico Fellini. Ma anche la stagione della mutata coscienza del paesaggio con Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Guido Guidi, Franco Fontana e Walter Niedermayr a testimoniare l’abbandono della visione cartolinistica che a lunga aveva accompagnato il Belpaese.


© Mario Cresci - Ritratto in tempo reale n°5, 1970, Collezione privata Dionisio Gavagnin

Una parte cospicua della mostra racconta delle ricerche degli anni Settanta, con un rinnovato impegno linguistico che per alcuni si traduce attraverso l’uso delle immagini di archivio come per Franco Vaccari e Mario Cresci con i celebri “Ritratti reali”. Ma anche l’uso del corpo come forma di emancipazione e scardinamento degli assetti sociali con Vito Acconci, gli azionisti viennesi Hermann Nitsch, Gunter Brus e Arnulf Rainer, l’intimità di Gina Pane, fino ai lavori di Cindy Sherman con uno dei celebri camuffamenti della serie “Murder Mystery”. Le tensioni delle contemporaneità appaiono sotto una pluralità di declinazioni come le analisi rigorose degli autori della scuola di Düsseldorf con i lavori di Thomas Ruff e Candida Höfer. Un percorso che vede le tensioni grottesche di Joel Peter Witkin, la forza simbolica di Andres Serrano e le variegate umanità raccontate da Nan Goldin o Wolfgang Tillmans. A concludere, le prospettive più attuali sull’arte italiana, specchio di un’ibridazione culturale e sociale, da Vanessa Beecroft ad Alessandra Tesi.


© Nan Goldin - Joey in my mirror. Hornstr., Berlin, 1992, Collezione privata Dionisio Gavagnin

A completare la proposta espositiva di Casa dei Carraresi, sempre a cura di Carlo Sala, è la mostra personale di Francesco Jodice, intitolata Venezia / L’eredità dei precursori, che presenta un corpus di lavori inediti legati al quarto film del ciclo Citytellers che l’autore sta realizzando sulla città lagunare. I tre film precedenti del progetto Citytellers - Sao Paulo_Citytellers (2006), Aral_Citytellers, Dubai_Citytellers (2010) - costituiscono un ciclo di indagine sulle città del presente sotto una lente geopolitica: i fenomeni di autorganizzazione in una città-regione da 18 milioni di abitanti quale quella paulista; la sopravvivenza della specie in condizioni da post-umanesimo nelle regioni kazake e utzbeke della steppa mongola che una volta ospitavano il quarto mare interno del pianeta, il Lago di Aral; la strategia per la costruzione di nuove forme di schiavismo nella città di Dubai.


© Francesco Jodice - Venezia, the precursors' legacy, 2013

A Venezia Jodice ha portato avanti la sua indagine muovendo da un interrogativo: perché oltre mille anni fa è stata edificata una città proprio in un luogo così ostile? Come sottolinea lo stesso autore, «questi abitanti, i Primi Veneziani, sono i precursori di una eredità unica e irripetibile: nell’arco di pochi secoli sarebbero diventati una gilda di mercanti a capo di una città-impero in grado di ridefinire i rapporti tra politica ed economia, stato e religione, diritti privati e doveri collettivi».


© Francesco Jodice - Venezia, the precursors' legacy, 2013

Le sue immagini ricercano l’essenza attuale della città attraverso i suoi caratteri archetipali. Come la fotografia sospesa tra realtà e finzione che mostra la facciata di un palazzo veneziano. È il ritratto di un modellino trovato al Museo Fortuny che diviene imponente e nella sua “pesante” monumentalità esalta la perizia di averlo costruito sopra una serie di palafitte in legno. Un atto di ingegno, ma anche una dimostrazione di potere e forza per un’impresa che appare quasi impossibile: riuscire dal nulla a edificare una città che in alcuni secoli diverrà una delle più popolose d’Europa e uno dei centri culturali ed economici più floridi del continente.


© Francesco Jodice - Venezia, the precursors' legacy, 2013