Inviati

Tokyo, Roma, Barcellona
per Giulia Hepburn, Andrea Quercioli, Alberto Boscaini

Tre proposte arrivate in redazione di fotografi per diletto e passione/professione che diventano inviati di Sguardi in tre metropoli contemporanee: Giulia Hepburn negli stili di vita e nelle contraddizioni di Tokyo colte da straniera e occidentale, Andrea Quercioli nella sua Roma classica e in via di trasformazione, Alberto Boscaini nella Barcellona laterale ma piena di storie del mercato delle pulci.

 

Un'ombra proiettata ad oriente
di Giulia Hepburn

È come un richiamo tornare in questa città. Passano i giorni, i mesi, e la mente, il cuore, ti portano a pensarla. Si instaura un legame invisibile. Tokyo ti dona molto, ma pretende un dazio: ricordarla per sempre. Quando sono emersa dalle profondità della metropolitana, sono stata avvolta dall'odore tipico della tempura, subito dopo da quello dei ramen. Gente sulle enormi strisce pedonali, uomini che richiamavano l'attenzione a gran voce per attirare clientela nei loro negozi, bambini in divisa scolastica con cartelle troppo grandi per le loro spalle. Il vento che soffia all'uscita ovest di Ikebukuro Station ti fa danzare un ballo antico, mentre cerchi di coprirti con le vesti.


© Giulia Hepburn, Tokyo

Mi svegliavo con l'alba, iniziando la mia giornata, lungo le strade che non dormono. Ho incontrato un paio di host boy, ingellati e tiratissimi, con le loro scarpe a punta, che mi hanno invitata a bere con loro. Una preda occidentale, ho pensato. Straniera in un luogo che sentivo mio da molto tempo. Quello era il momento ideale per scattare fotografie. La luce rifletteva sulle superficie a specchio dei palazzi, si perdeva in fondo agli enormi viali, frammentati da semafori. Le persone non facevano caso a me, alla mia macchina fotografica, al mio spiarle da lontano, per non interrompere la loro routine: il corso stesso dell'esistenza. Ero un'ombra proiettata ad oriente. Un uomo anziano su un bus che sembrava vecchio di cent'anni, con un sorriso di un ventenne, mi ha raccontato la storia della sua vita. Mi ha donato il suo biglietto da visita, onorato di aver conosciuto un'italiana. Se ti senti perduto nei labirinti dei quartieri, qualcuno ti aiuterà, portandoti personalmente alla meta. Se torni più volte nello stesso ristorante, beneficerai di un dolce in omaggio, solo perché orgogliosi che tu abbia apprezzato la loro Terra.


© Giulia Hepburn, Tokyo

Tokyo è ricca di contraddizioni, che coesistono perfettamente. Sono passata da un matrimonio tradizionale al tempio di Meiji Shrine, all’affollata e colorata via di Harajuku, dai maid cafè ad un parco abitato da barboni. Tokyo pretende tutta la tua attenzione. Le enormi scritte al neon urlano affinchè tu le possa ascoltare, persone svaniscono veloci inghiottite nei condotti suburbani. Mi ero portata una guida dei quartieri, ma ho deciso di perdermi, di scendere in stazioni a caso della metro e del treno, e di camminare, lasciando che fosse l'istinto a guidarmi. Non mi sono mai sentita persa o impaurita, non esiste la microcriminalità. Perdersi vuol dire entrare in contatto con gli aspetti più veri di una città. Perdersi vuol dire vedere, con i propri occhi, nuovi e curiosi, la vita degli altri: ogni soggetto nascondeva, tra rughe del viso e ciglia finte, una storia scritta in kanji. Tutti perfettamente ordinati, in fila. Per un'istante così lenti e pacati, e poi in corsa come se non ci fosse un domani.


© Giulia Hepburn, Tokyo

Per un fotografo, Tokyo è un perfetto compendio per ogni tipo di situazione e soggetto. Annoiarsi è impossibile, forse perché tutto è talmente lontano dalla concezione e coscienza occidentale e tutto appare diverso, anche il quotidiano. In Oriente sembra tutto una cerimonia. La prima volta che ho comprato in un negozio, la commessa mi ha fatto cenno di accomodarmi fuori. Ha preparato il pacchetto con cura e, dopo, ha fatto un inchino profondo, porgendomi la borsa e ringraziandomi di aver scelto il loro shop per i miei acquisti. Un'educazione, o apparentemente tale, che lascia senza parole. Tokyo è una sferzata all'animo, un'oceano di creatività, un sisma d'emozioni. Il suo ricordo è negli occhi quando torni a casa. Vorresti prendere la Yamanote Line per andare fino ad Akihabara, o scendere a comprare stoffe a Nippori, o fuggire verso Kamakura, in cerca del Buddha gigante. Tokyo è una fuga da tutto ciò che crediamo di essere e invece non siamo: rompe i limiti, le barriere, gli ostacoli. Dall'altra parte del mondo, il sorgere del sole sembra donare nuova speranza. Ed i petali di ciliegio danzano mentre cadono. È subito hanami.


© Giulia Hepburn, Tokyo

 

Smettere di guardare per vedere
di Andrea Quercioli

Credo di aver iniziato ad appassionarmi di fotografia ancora prima di aver scattato la mia prima foto, quando, con il naso schiacciato sul vetro della libreria di mio padre, rimanevo incantato a fissare le sue due Nikon F, una nera e una cromata. Prenderle in mano, e sentire quei click così densi e pesanti, mi emozionava. Conservo ancora oggi quelle macchinette, non potrei separarmene, ma negli anni ho sempre cercato di stare dietro alla tecnologia, cambiando spesso macchina fotografica e tenendomi costantemente informato sulle novità del settore.


© Andrea Quercioli, Metro Roma

La tecnologia ha anche cambiato il mio modo di fotografare. Non utilizzo più ottiche fisse, ma esclusivamente tre zoom della Nikon, che vanno dal super grandangolare al teleobiettivo. La praticità di utilizzo di questi obiettivi mi consente una maggiore concentrazione sulla fotografia da realizzare. Con il super grandangolare entro nell’immagine e poi con il teleobiettivo vado alla ricerca del particolare, qualcosa di rappresentativo, che anche da solo può narrare una storia. Il mio approccio con la fotografia è da autodidatta; divoro da sempre libri e riviste di fotografia, studio con grande attenzione le immagini dei grandi maestri del National Geographic, Steve Mc Curry e Michel Yamashita.

 


© Andrea Quercioli, Metro Roma

Quando decido di uscire per fotografare ho già un’idea precisa di ciò che voglio realizzare; mi studio il posto, la luce, gli orari. Preparo accuratamente il mio zaino, rigorosamente monospalla, l’unico che mi consente l’acceso al materiale senza doverlo togliere, ma semplicemente facendolo ruotare in avanti. In queste uscite porto sempre con me il cavalletto, non può mancare, trovo che sia fondamentale poiché mi obbliga a fermarmi, a concentrarmi, a meditare a lungo prima di arrivare allo scatto. Nonostante la fotografia digitale offra la possibilità di rielaborare le immagini per ottimizzarle, mi impegno affinché la fotografia, che scatto sempre in formato RAW, richieda una post-produzione minima, ridotta all’essenziale.


© Andrea Quercioli, Papa Francesco 13.03.2013 Roma Italy

Il mio ultimo progetto fotografico riguarda Roma, la città in cui vivo. Dopo averne fotografato per anni le magnifiche opere d’arte, i palazzi monumentali, le piazze, le fontane e i vicoli, provando sempre l’emozione della prima volta, ho voluto dedicare alcuni scatti all’incredibile trasformazione di questa metropoli e ai molteplici eventi che in essa si tengono e per i quali i romani mostrano grande partecipazione. Ho voluto quindi immortalare i colori dei writers dipinti sui negozi dei quartieri di periferia, che come per magia compaiono solo al momento della loro chiusura e la domenica; la pagoda del tempio buddhista più grande d’Europa che si distingue tra i tetti dei capannoni industriali di Via dell’Omo, le nuove moderne fermate delle stazioni metropolitane con le grandi strisce colorate dei percorsi attraversate dai pendolari, ma anche la paziente attesa sotto la pioggia della fumata bianca che ha annunciato l’elezione del nuovo Papa Francesco e i vivacissimi e allegri carri del Gay Pride.

La fotografia è il mio occhio per scrutare il mondo e mantenere la mente in silenzio, solo così posso chiudere gli occhi e smettere di guardare per vedere.


© Andrea Quercioli, Gay pride Roma 2013

 

Il mercato delle pulci che presto cambierà volto (di nuovo)
di Alberto Boscaini

“Vendilo Ramon!”. Una voce si leva alle spalle del banditore, il prezzo è salito in fretta, nessun altro è interessato. Ramon conta fino a due, poi con un colpo di martello pone fine all’asta dell’intero lotto di cianfrusaglia. Nel mercato Els Encants Vells (I Vecchi Incanti) di Barcellona la scena si ripete uguale da tempi immemorabili. Questo è di fatto uno dei mercati delle pulci più antichi d’Europa, le cui prime testimonianze risalgono al quattordicesimo secolo, e l’ultimo in cui si svolge regolarmente l’asta mattutina. Quando ancora la città è assopita nelle prime luci dell’alba, il mercato è già un brulicare di uomini. Ognuno è intento ad accomodare nel migliore dei modi gli oggetti che spera di vendere in giornata: dal vasellame ai libri, dai vestiti ai mobili, ma anche elettrodomestici, vinili, occhiali, orologi, oggetti da ogni parte del mondo. Molti di questi non hanno alcun valore, alcuni sono dei veri e propri tesori. Lo sanno bene i collezionisti e gli amanti di antichità che scelgono proprio queste ore per andare a caccia di affari, quando i prezzi sono ancora bassi e facilmente trattabili. Lo sa bene Pedro, che rovista in un mucchio di orologi in cerca di vecchi Lotus da rimettere in funzione: “Vedi? Girando la rotellina, la lancetta dei secondi si muove, impercettibilmente, però si muove. Funzionerà.”


© Alberto Boscaini, Barcellona

Poco più in là un gruppo di marocchini segue Ramon, ormai l’unico bianco del gruppo, nella lenta processione tra i vari settori del mercato. Il parlottare alle sue spalle dev’essere per lui incomprensibile, ma il banditore continua il suo antico lavoro senza battere ciglio. Inizia urlando “Cuanto vale el lote?” I numeri si susseguono rapidi, arrivando in fretta a cifre alte, ma solo in apparenza. “L’asta si esegue ancora in pesetas” confessa Youssef, “poi si fa una rapida conversione in euro e si paga in contanti. Solo dopo si può iniziare a vendere al pubblico, ma le cose non vanno così bene. C’è la crisi, la gente compra solo se svendi tutto a uno o due euro.” E il surplus? “Quello lo si invia in Marocco via nave, là si riesce a vendere tutto ciò che qui si rifiuta”.


© Alberto Boscaini, Barcellona

Più che un viaggio nello spazio, Encants Vells è un viaggio nel tempo. Nel recinto comunale il tempo sembra essersi fermato in un remoto passato. Lo dimostrano gli edifici fatiscenti e le contrattazioni in una moneta scomparsa da più di dieci anni. Anche la cartellina in legno di Ramon ne risente: gli innumerevoli colpi di martello l’hanno consumata fino a rendere visibili sul lato opposto i fogli bianchi delle compravendite. Il passaggio del tempo lo si deduce in ogni singolo oggetto: ciascuno ha una storia alle spalle, una storia che qui può venire riscattata, godere di una seconda possibilità. In questi giorni anche l’intero mercato sta per iniziare una nuova fase della sua esistenza: a breve si trasferirà in un nuovo spazio di Piazza Glòries, a pochi metri da quello attuale, ma sotto un modernissimo tetto di specchi. Un’installazione moderna, in netto contrasto con l’antichità della merce scambiata, con tanto di bar e ristoranti. Questo che fu un rifugio commerciale in tempi difficili, l’Ikea del dopoguerra, dei migranti, e in tempi recenti degli Erasmus di ogni paese, dovrà adattarsi in fretta al piccolo commercio di gente armata di reflex, a caccia di strani souvenir.


© Alberto Boscaini, Barcellona

Tutt’intorno nessuno sembra accorgersi dell’imminente cambiamento, per attirare gli sguardi i venditori gridano “A euro, a euro!”. Qualcuno per rilanciare la contrattazione con una signora indecisa azzarda il sempre classico “Guapa, te lo regalo!”. Nel trasloco qualcuno di essi rimarrà per strada: nel nuovo mercato non c’è posto per tutti. Ma questo pare riguardare il futuro, anche se prossimo. Al momento vincono ancora la spontaneità e la felicità che da sempre il gioco delle trattative e il senso degli affari impongono. Incurante dell’energico vociare, il sole raggiunge il punto più alto, il calore si fa insopportabile e alcune donne con il velo si spostano in coppia cercando le occasioni della giornata. Il Marocco vero non dev’essere poi molto diverso, ma la Torre Agbar, che troneggia sullo sfondo, ricorda che questa è la Barcellona del ventunesimo secolo.


© Alberto Boscaini, Barcellona