Arturo Cocchi

A cura di:

Il gusto del particolare

Viaggiare per fotografare o fotografare per viaggiare. Il dilemma pesa quanto i 10 chili della cara, vecchia 6 x 6, con relativo corredo di obiettivi e accessori ed immancabile treppiede, attraverso paesi e continenti, città (poche) e terre disabitate (molte). Come quella volta in Australia, da Darwin a Adelaide, poi di nuovo su, sino a Sydney: 9.500 chilometri in auto; o quell'altra, 8 mila chilometri e passa nella Nuova Zelanda (non era piccola?) misconosciuta del pre-Luna Rossa: 1800 foto in 5 settimane nel primo caso, 1500 in 4 nel secondo, sembrano un'enormità, ma in fondo sono solo uno scatto ogni 5-6 chilometri. Niente, rispetto agli oltre cento partiti dall'otturatore in un pomeriggio di fine maggio trascorso davanti al duomo di Orvieto, a scrutare luci, ombre e colori, a cercare di cogliere l'essenza del capolavoro di Lorenzo Maitani e Andrea Pisano, "Finché notte non li ha separati".

Il peso dello zaino (un monumento, comunque, all'inventore di quello per reporter) non permette un'andatura da sprinter: ma proprio il ritmo forzatamente blando aiuta a riflettere, a guardare sia fuori che dentro l'obiettivo, a cercare ossessivamente il taglio, a immaginare orizzontale e verticale, quando davanti si ha una cornice quadrata, salvo poi scoprire che è proprio il quadro la forma migliore per riprodurre un ambiente - come il Geiranger Fjord - dove la grandiosità del tutto non riesce a prevalere sulla verticalità delle sue parti.

Vivere con un chip, incorporato nel sistema occhio-cervello e capace di riprodurre il punto di vista di un 600 F4, sarebbe il sogno di qualunque fotografo appena evoluto. Perché il gusto del particolare, dell'effetto grafico, del pattern è quello che ti salva il viaggio quando, dopo migliaia di chilometri, trovi piombo e pioggia a sovrastare il soggetto dei tuoi sogni. Magari non funzionerà sotto al monte McKinley o al Cervino, ma in quasi tutti gli altri casi è manna pura. Come nella piovosa e fuligginosa Bilbao di inizio maggio (sempre lui, il mese che preferisco per scattare), davanti allo scioccante Guggenheim, incorniciato da uno squallido soffitto lattiginoso e piatto: braccia in caduta libera dopo due anni di attesa trasognante, ma è solo una fugace concessione al pensiero in formato cartolina. Basta mettere un tele appena normale e alzare lo sguardo di 30 gradi per accorgersi che il cielo evolve sino a un bel tono tempesta. Poi ci si concentra sulle piastrelle di titanio, studiate sui libri, agognate per mesi e finalmente apparse il pomeriggio precedente, quando l'orizzonte era del miglior indaco possibile, ma pesavano le 12 ore al volante.

È la rivelazione: quel metallizzato grigio-bluastro, che sembrava il felicissimo frutto di un salto nel ventritreesimo secolo, ha ben poco a che vedere con il titanio che ricordi su orologi, attrezzatura sportiva e componentistica postmoderna varia, semmai simile ad acciaio appena imbrunito. Proprio in quella nuance si mostrano le curve disegnate da Gehry sotto un cielo neutro che non falsifica i colori: una pellicola onesta e il gioco è fatto, è un Guggenheim strano ma bellissimo e "in esclusiva", se è vero chi lo trova tra nuvole e diluvio di solito storce il naso e passa oltre. Ecco, chi fotografa per piacere puro ha il lusso di poter sperimentare: non devi piazzare il lavoro ad ogni costo, puoi selezionare i soggetti evitando quelli che non ti stimolano ma sarebbero comunque da raccontare per la completezza del servizio, addirittura partire per un viaggio, anche fossero i luoghi più remoti, dove più difficilmente si torna, con l'ultima pellicola nata, succeda quel che ha da succedere: tanto va quasi sempre bene, nella maggior parte dei casi porti a casa qualcosa di inusuale, che comunque a te piace molto... e questo basta.

La serie di scatti che amo di più nasce proprio dalla voglia di sperimentare, di cercare soluzioni, tagli, colori personali, diversi. L'Antelope Canyon è uno dei meravigliosi figli naturali del Colorado River, a Nord-Est del Grand Canyon, vicino al Lake Powell. È il più famoso e visitato tra gli slot canyon, cioè "a fessura": lungo non più di duecento metri e alto 30-40, quasi mai raggiunge il metro di larghezza. La luce arriva e no, disegnando geometrie, giochi di ombre e colori in eterno divenire, il tutto per il sollazzo di chiunque ami guardare attraverso una reflex. La sabbia, poi… basta un passante a generare un piccolo tornado, rimescolando di continuo le carte: e se fuori c'è vento lo spettacolo è al cubo. Non a caso, tra le varie opzioni di visita è previsto, con un costo extra di pochi dollari, il "Photographers' tour": ci si trattiene più del doppio rispetto agli altri ospiti, accompagnati da una guida Navajo, che, all'inizio, fornisce consigli su tempi, diaframmi, punti di vista e obiettivi, tutto di livello assolutamente professionale. Suggeritori o meno, da 10 mila chilometri di distanza si parte ad handicap, rispetto a chi gioca in casa.

Armato dell'indispensabile cavalletto (e quasi non basta, perché sei sulle sabbie mobili) e della 100 VS, trovi la quantità di luce e l'ambiente rosso-arancio che più o meno aspettavi. Mentre le pareti rosate scorrono attraverso la classica cornice formata dal pollice e dall'indice chiusi, i giochi luce-ombra, complice il riaffacciarsi del sole all'esterno, si fanno entusiasmanti. Con un colpo di mano, il 100 millimetri sostituisce il 60 che la guida, prima di entrare nel cunicolo, aveva indicato, a chi stava usando una medio formato, come lente ottimale per quell'ambiente (soprattutto, raccomandando: "Mettete pure il vetro che volete, ma andateci avanti fino alla fine, perché se lo cambiate qui sotto la polvere vi bloccherà la macchina…").

Per un'ora il feeling è assoluto, sembra di essere un tutt'uno con l'ambiente: la luce è da sogno e le inquadrature arrivano da sé. Persino i disturbatori sembrano dissolti nel nulla. Ma poi l'Hassel si insabbia (tornerà a funzionare molte ore dopo) e il finale è da tragicommedia: sedicente fotografo a girare i pollici per venti minuti, maledicendo se stesso, la sabbia, il turismo di massa e la guida Navajo che avrebbe dovuto rivolgersi solo a lui e in dialetto genovese stretto… Seguono due settimane a rimuginare sulla grande occasione perduta, prima che dal fotolab arrivi la sorpresa: i colori più saturi mai riusciti; (det)tagli che suscitano la curiosità e l'apprezzamento di amici, curiosi, viaggiatori ed esperti (l'ultimo è proprio Antonio Politano, che pretende la serie); mesi trascorsi a stabilire quale tra le inquadrature dell'Antelope Canyon abbia diritto d'accesso al "portfolio".

È l'ora del brusco risveglio: per un attimo, avere avuto libero accesso a "Sguardi" ha fatto sentire l'ultimo fotografo della domenica una sorta di reincarnazione di Ansel Adams. Meglio tornare sulla terra. E, a proposito del dubbio scespiriano, in realtà è dall'età di cinque anni che visito saloni dell'auto e vedo gare di Formula 1 dal vivo: forse sarebbe meglio riconoscere che il viaggio e la fotografia altro non sono che due scuse per sedere su un ammasso di ferraglia con cilindri e pistoni.

Chi sono
Genovese, quarant'anni. Giornalista professionista, ho iniziato a scrivere sul "Lavoro" di Genova occupandomi di sport, cronaca e spettacoli. Passato alla sede romana della "Repubblica", lavoro nel supplemento "Salute", dove mi occupo di alimentazione e dieta (ho in preparazione un libro sul corretto stile alimentare). Amo viaggiare da sempre e, fotograficamente, ho ripreso una passione brevemente coltivata nell'adolescenza. Quando posso, esploro i grandi spazi fuori dal vecchio continente, dove invece preferisco l'architettura, in particolare quella medievale-gotica, ma non sono insensibile a icone contemporanee come il Guggenheim di Bilbao o l'Opera House di Sydney. Ho sporadicamente pubblicato fotoservizi di accompagnamento ai miei articoli di cronaca sul "Lavoro" e collaborato con "i Viaggi di Repubblica" e il "Venerdì".