Intervista

A cura di: Antonio Politano

Bruno D'Amicis, Gianluca Panella, Alessandro Penso

World Press Photo 2014

Da 57 anni, ogni anno, una giuria indipendente formata da esperti internazionali si esprime su migliaia di domande di partecipazione provenienti da tutto il mondo, inviate alla World Press Photo Foundation di Amsterdam da fotogiornalisti, agenzie, quotidiani e riviste. Per questa edizione, le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo - il premio di fotogiornalismo più prestigioso al mondo - sono state 98.671, inviate da 5.754 fotografi professionisti di 132 nazionalità. Anche quest’anno la giuria ha diviso i lavori in nove categorie: Spot News, Notizie Generali, Storie d’attualità, Vita quotidiana, Volti (Ritratti in presa diretta e Ritratti in posa), Natura, Sport in azione e Sport in primo piano. Sono stati premiati 53 fotografi di 25 nazionalità: Argentina, Australia, Azerbaijan, Bangladesh, Bulgaria, Cina, Repubblica Ceca, El Salvador, Finlandia, Francia, Germania, Iran, Italia, Giordania, Messico, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Polonia, Russia, Serbia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti.
 


World Press Photo dell’anno 2013
© John Stanmeyer, USA, VII per National Geographic
 

La Foto dell’anno 2013 è dell’americano John Stanmeyer di VII Photo Agency. L’immagine mostra dei migranti africani con i cellulari sulla spiaggia di Gibuti nel tentativo di prendere un segnale telefonico gratuito dalla confinante Somalia, un collegamento con i parenti lontani. Gibuti è una tappa consueta per i migranti in transito da paesi come la Somalia, l’Etiopia e l’Eritrea, in cerca di una vita migliore in Europa e in Medio Oriente. La foto è anche vincitrice del Primo Premio nella categoria Storie di attualità ed è stata realizzata per il National Geographic. «È una foto collegata a tante altre storie - ha così commentato Jillian Edelstein, membro della giuria - apre la discussione sui temi della tecnologia, della globalizzazione, dell’emigrazione, della povertà, della disperazione, dell’alienazione e dell’umanità. Si tratta di un'immagine molto sofisticata, potentemente sfumata. È così sottilmente realizzata e in modo così poetico, sebbene sia piena di significato, da trasmettere questioni di grande gravità e preoccupazione nel mondo di oggi».
 


Primo Premio Spot News Foto Singole
© Phillipe Lopez, Francia, Agence France-Presse
 

Una selezione delle foto vincitrici fa ogni anno il giro del mondo (a Roma al Museo di Roma in Trastevere, a Milano alla Galleria Sozzani). La mostra World Press Photo non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione. Quest’anno sono tre i fotografi italiani premiati: Bruno D’Amicis, Alessandro Penso, Gianluca Panella. Sguardi li ha incontrati in occasione dell’inaugurazione, ponendo loro più o meno le stesse domande. Il risultato è l’intervista in parallelo che segue.
 


© Brent Stirton, Sud Africa, Reportage by Getty Images. 25 settembre 2013, West Bengal India - Primo Premio Ritratti in posa Foto singole
 

Gianluca Panella, cosa rappresenta per te questo riconoscimento?

Io ho una storia anche piuttosto romantica intorno al World Press Photo, perché sono cresciuto con le fotografie del World Press Photo. Ho iniziato a fotografare perché un amico mi spiegò semplicemente tempi e diaframma. Mi appassionai come tanti si appassionano. Mi fece provare la macchina reflex. Dovendo andare ad Amsterdam in vacanza, questo mio stesso amico mi prestò la macchina fotografica, dicendomi: “guarda, visto che stai imparando, fai pratica. Portatela ad Amsterdam e fai qualche rullino”. Amsterdam è la sede del World Press Photo ed era il 1999. Io vado là, con la mia ragazza di allora e c’era la mostra del World Press Photo. Quell’anno aveva vinto Jim Nachtwey con un lavoro sulla repressione anticristiana in Indonesia. Quando sono entrato, sono rimasto folgorato. E ho detto: io devo fare questo. E quindici anni dopo mi ritrovo qua. Ho lavorato tanto. Ho lavorato per i quotidiani, per i settimanali. Ho fatto la gavetta. Se vuoi sapere se per me era un grande traguardo, anche se non lo voglio chiamare traguardo perché l’ho sempre visto come un tramite. Cioè, per me, il WPP serve per poter fare altro dopo. Però, sicuramente, per me era un grosso raggiungimento.
 


Terzo Premio Notizie generali Reportage Gianluca Panella, Italia
10 dicembre 2013, Gaza City, Gaza
 

Racconti ai lettori di Sguardi il progetto con cui hai vinto?

A Gaza sono arrivato durante il conflitto del 2012, quello di sei giorni, l’operazione Pilastro di difesa. Lì mi sono appassionato alla questione israelo-palestinese, più che altro alla questione dei militanti e dei combattenti dei gruppi della resistenza di Gaza. Ci sono tornato, a novembre-dicembre e a marzo-aprile. Mi sono trasferito a Gerusalemme, ho fatto base fino a dicembre di quest’anno. Quindi entro ed esco da Gaza, per lavorare con i combattenti. Questo ha fatto sì che mi trovassi a dicembre, durante questo aggravamento del problema del blackout che in realtà non è neanche una notizia, perché il problema del blackout, il problema del sistema fognario devastato, completamente collassato, è più che risaputo. Si convive a Gaza con queste cose. Dall’acqua del rubinetto ci sono tracce di acqua fognaria, c’è acqua salata. In quel periodo il tempo è stato veramente inclemente, non trovava certo ostacolo nelle infrastrutture della Striscia. E c’è stata la più grave alluvione degli ultimi venticinque anni. I tunnel, nonostante siano famosi per far passare le armi di nascosto, in realtà servono per far passare ghiaia, sabbia da costruzione. I tunnel chiusi, l’alluvione, il sistema fognario in quel modo non hanno fatto altro che convergere tutti nel grave problema che è la crisi energetica a Gaza. La centrale elettrica sopperisce per un 45% circa il fabbisogno della Striscia, in condizioni ottimali siamo al 50%, in una situazione del genere secondo alcuni documenti delle Nazioni Unite eravamo a una resa del 20% della centrale elettrica. Quasi tutti lì hanno un generatore, se hai un negozietto fai corrente con un generatore. Però, con i tunnel chiusi, il prezzo del gasolio passa da 3 a 8 shekel al litro. Allora con il generatore di corrente ne fai poca, senza gasolio. Tutte queste cose sono sfociate in questo grande blackout, tantissimi quartieri non avevano neanche corrente per tutte le 24 ore. Era una storia secondo me da fare, anche perché è in relazione con uno dei posti più densamente popolati della Terra.
 


Terzo Premio Notizie generali Reportage Gianluca Panella, Italia
10 dicembre 2013, Gaza City, Gaza
 

Hai individuato una storia che andava al di là dell’attualità più risaputa, e all’interno di quelle vicende hai sviluppato uno sguardo specifico sul blackout.

È un po’ il mio modo di lavorare, nel senso che io sono molto attaccato alla news, vengo dalla news, dai quotidiani, quindi sicuramente il mio lavoro lo vedo più giornalistico che artistico. Comunque parto sempre dalla notizia. La notizia forte in quei giorni era questo tremendo blackout, stava uscendo su tutte le agenzie come puoi immaginare. Però, sinceramente, a livello fotografico e visivo erano foto di news. C’era la silhouette, il controluce, erano tutte controluce di Gaza e non del buio. Allora mi sono messo a riflettere su quale poteva essere il linguaggio fotografico da trovare per mettere un po’ a disagio il lettore della foto. Perché quello è veramente buio pesto. Addirittura ho fatto dei lavori dal mare con i pescatori e tu vedevi Israele, l’Egitto e in mezzo tutto nero. Volevo semplicemente cercare di restituire un minimo, se potevo, il disagio a chi guardava la foto. All’inizio l’idea, ti dico la verità, era di fare fotogrammi neri per fare una provocazione. Però ovviamente non poteva essere l’idea giusta. Iniziai a pensare di fare dei dittici con i ritratti di famiglie rimaste in quel tipo di disagio accanto a un fotogramma nero. Però non mi sembrava ancora l’idea vincente. E quindi ho iniziato a fare queste esposizioni soltanto sui punti luce, quindi ovviamente tutto il fotogramma veniva sottoesposto, e poi con una torcia di profondità, che mi porto dietro quando lavoro, spennellavo un po’ con la luce: che so, per cinque secondi l’angolo di un palazzo, tre secondi un’altra cosa, e così si formavano dei punti luce senza una vera direzione. Facevo una corsa là e illuminavo, una corsa là e illuminavo. Io non venivo nel fotogramma, ma venivano questi punti luce un po’ senza una direzione, non si capisce da dove arriva la luce in realtà. Potrebbe essere un lampione, però se guardi bene non può essere il lampione. Potrebbe essere una macchina che passa, ma in realtà nemmeno quella. Volevo creare un po’ un’atmosfera di città fantasma, però allo stesso tempo non dovevo dimenticare che il contrasto forte era la densità di popolazione. Quindi la presenza umana la volevo mantenere.

A volte i progetti fotografici sono complessissimi e lunghissimi. Nel tuo la cosa di certo fuori dall’ordinario è la sua durata cortissima, quanto hai impiegato per portarlo a termine?

Sei notti. Il blackout effettivamente ha raggiunto le 21 ore nel suo momento più grave, però il giorno prima poteva essere stato 19 ore, il giorno prima ancora 17. Al progetto ho dovuto dare un nome, infatti non è scritto neanche benissimo perché io lo avevo scritto BlackOut tutto attaccato, con la ‘O’ di out maiuscola, perché comunque volevo il richiamo di out, di questa voglia di uscire dalla Striscia. Quindi non solo la Striscia è nera, ma è out da un sacco di cose: perché è out dal mondo, è out a livello sociale, la parola out mi piaceva perché io comunque vorrei venirne fuori da una cosa del genere e anche la popolazione del luogo. E quindi c’è stato uno studio abbastanza veloce, il processo creativo è stato di una nottata. Io sono uscito, ho provato a fare queste foto, perché comunque stavo facendo una ricerca, stavo cercando il linguaggio.
 


Terzo Premio Notizie generali Reportage Gianluca Panella, Italia
10 dicembre 2013, Gaza City, Gaza
 

Avevi già capito che poteva diventare un progetto interessante (a parte)?

Capito, non lo so. Io volevo raccontarlo il blackout, secondo me era da raccontare. Mi sarebbe dispiaciuto non averlo potuto raccontare e stava anche accadendo.

Qualcuno ha comprato il lavoro?

No, l’ho fatto a dicembre, poi a gennaio c’è stato il World Press Photo. Se pensi che sono lì a lavorare da oltre un anno sui combattenti e ancora il lavoro non è finito, non è uscito. L’ho presentato al Wolrd Press proprio così per dare un’anteprima, per far vedere alla gente che ero a fare quello.

Hai accennato al fatto che vieni dalle news. Oggi che tipo di fotografia fai?

Avendo lavorato sempre nelle news, ho avuto ben poco tempo per cercare un mio linguaggio fotografico. Lavoravo per i giornali, dopo quel viaggio ad Amsterdam mi sono messo a leggere, a studiare per imparare, anche a usare il mezzo fotografico. Poi feci un timidissimo portfolio per andare a una scuola di Milano - perché poi in base al portfolio ti mettevano a fare questo corso piuttosto che un altro- e mi misero in questo master di fotogiornalismo. Io volevo fare fotogiornalismo. Fu un anno esclusivamente teorico, non abbiamo mai fatto una foto tranne l’ultimo lavoro per diplomarsi. Quindi abbiamo studiato storia della fotografia, gli altri fotografi e più che altro si parlava dell’approccio alla notizia, la scelta del linguaggio fotografico. Abbiamo avuto un grande professore, Leonardo Brogioni, che tra l’altro è uno dei fondatori di Polifemo, uno dei centri di Milano. E devo dire che mi sono ricordato le parole di Brogioni anche quando lavoravo nei giornali. Finito il master, ho avuto la fortuna di trovare una piccola agenzia che aveva il contratto con Il Giornale della Toscana, che era la redazione fiorentina del Giornale di Milano. E da lì ho fatto qualche volta Panorama, mi sono iscritto all’ordine dei giornalisti. Poi sono andato da Massimo Sestini e lì è iniziato il lavoro vero. Perché con Sestini sono passato al Corriere della Sera. Mi dispiace chiamarlo lavoro vero, però devo dire che dal fare le foto agli incidenti e agli omicidi a livello nazionale abbiamo fatto tutto. Sono rimasto per cinque anni nella Massimo Sestini News Pictures, sono diversi i fotografi che lui invia in giro quando non copre direttamente lui. Ma evidentemente con il suo marchio. I pro? Ho imparato molto. I contro? Non tirerai mai fuori il tuo linguaggio fotografico. Il problema era proprio quello. Che dovevo fare la fotografia che il giornale avrebbe voluto, in quel caso la fotografia va fatta anche piuttosto simile alle foto di Massimo. Perché giustamente è la prima regola nel fotogiornalismo. Quando si vede una foto, si dice: questa l’ha fatta lui. Ma in questo modo non vai a fare la tua ricerca personale. Quindi dopo quattro anni e mezzo/cinque che ero da Massimo, ho deciso di mettermi completamente freelance - perché comunque siamo freelance anche da Sestini - e di fare un po’ una ricerca. Quindi sono due anni e mezzo che mi sono messo a fare la mia ricerca personale. Avevo creato tre-quattro progetti e ne sto portando avanti due.
 


Terzo Premio Notizie generali Reportage Gianluca Panella, Italia
10 dicembre 2013, Gaza City, Gaza
 

Quali sono i soggetti che ti interessano?

Sicuramente sociali, ho sempre fatto il sociale, ho sempre fatto il reportage e mi interessa sicuramente il conflitto, quantomeno la situazione di crisi, perché penso che in una situazione di crisi, specialmente di conflitto, si innescano dei meccanismi che non puoi trovare in altre situazioni. I sentimenti sono più marcati, l’amore è amore, l’odio è odio, l’odio diventa morte. Tu puoi salvare le persone che hanno messo al servizio la propria vita per salvare quella degli altri. Non so come dirti, ma saltano tutti i precetti della vita normale, della vita quotidiana. Secondo me diventa veramente più interessante.

C’è un progetto a cui tieni adesso particolarmente?

Sono due i progetti cui tengo molto. Quello che ho portato ad Amsterdam, quello che sto facendo a Gaza, è sui gruppi principali della resistenza. Un progetto che si chiama Behind the lath meh, cioè dietro il passamontagna. Mi ha sempre incuriosito, quella specie di maschera. Durante il conflitto ho coperto il funerale del comandante Al-Jabari, quello ucciso dai droni israeliani, da lì è poi cominciata la guerra. Durante il funerale vedo questo combattente, tutto mascherato con i proiettili attorno al collo, che aveva la fede. Vedendo la fede, ho pensato che questo doveva essere un padre, un marito, un fratello. C’è una vita dietro. Soprattutto in Israele si parla di terrorismo, in America si parla tanto di terrorismo. Io, ovviamente, non li chiamo terroristi perché non lo sono, sono combattenti, assolutamente. Poi c’è anche il terrorista, quello che si fa saltare nello scuola bus ma non è quello che mi interessa. Questi combattenti, alle volte chiamati terroristi, saranno mica mostri a sei zampe e a sei braccia. Sono uomini e allora mi sono messo a cercare il lato umano del combattente, che c’era dietro questo passamontagna. Ovviamente la situazione è difficilissima, perché per un accesso del genere - e devo dire sono contento dell’accesso che ho avuto - si fa fatica, è una società estremamente chiusa. Sia per motivi religiosi, che per motivi politici, perché hanno paura di essere scoperti.

E il secondo progetto?

Il secondo progetto è il mio progetto di vita. Tra le due agenzie, smisi di fare questo lavoro. Per due anni e mezzo ho restaurato una barca a vela. Si chiama Tanit, prende il nome dalla dea punica della fecondità e dell’abbondanza, nonché protettrice dei marinai. Sarà lungo le antiche rotte dei Fenici, sto creando una fondazione e cercando i fondi.
 


Primo Premio Notizie Generali Foto Singole Alessandro Penso, Italia, OnOff Picture 21 novembre 2013, Sofia, Bulgaria


 

Alessandro Penso, cosa hai provato rispetto alla notizia del premio?

Quest’anno sono cambiate le regole, lo puoi intuire leggermente prima. Mi hanno contattato quattro giorni prima chiedendomi il raw. Che io ho mandato subito senza fare domande, perché immaginavo che fosse il procedimento. Capisci, ma non ti viene dichiarato. Dicono, “guarda la giuria vuole vedere il tuo bell’originale” e io tra l’altro in quel momento ero a casa, perché la mail è arrivata verso le sette sette e mezza di sera, mi trovavo a Roma e l’ho mandato nel giro di mezz’ora. Ancora senza fare domande. Poi ti ricontattano e ti dicono “abbiamo ricevuto il file” e a te viene da chiedere almeno “posso sapere che cosa sta succedendo?”. Perché comunque era una procedura nuova. Io sapevo che negli anni passati era successo che avevano chiesto il raw, ma non a tutti, quando avevano vinto. “Che è successo? C’è qualche problema nel file inviato?”, ti vengono mille domande. Allora, ho scritto “E’ tutto a posto, c’è qualche problema?”. Nessuna risposta. Poi succede che alle due del pomeriggio escono i risultati, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio, e il telefono impazzisce. Perché probabilmente c’è gente che aspetta il risultato, io ovviamente lo aspettavo perché dicevo “il raw, sarà in finale”. Perché quest’anno c’erano state dichiarazioni della giuria ‘Siamo arrivati a questo punto, abbiamo sei lavori che stiamo esaminando, ok oggi abbiamo deciso il vincitore del World Press Photo”. Quest’anno hanno cominciato a sfruttare anche i social network, si è creata un’attesa. Quindi poi alle due, per quattro ore il mio telefono è impazzito. Neanche ho ragionato, probabilmente non avevo visto neanche le foto dei vincitori. Ho ricevuto telefonate, alcune bellissime, di colleghi in Grecia, colleghi in Bulgaria, che comunque avevano visto il mio approccio al lavoro, le mie condizioni lavorative. Perché comunque questa tematica che io affronto sulle migrazioni non è mai finanziata da nessuno, non ho commissioni dietro. Ho preso un grant, ma negli ultimi cinque anni sono io che ci ho voluto lavorare su.
 


Alessandro Penso
 

Ci racconti il progetto, che c’è dietro questa foto che ha vinto il primo premio della categoria Notizie Generali Foto Singole?

La foto è estratta da un lavoro che ho inviato al World Press, che parla dei rifugiati siriani. C’è da dire che io, almeno da cinque anni, lavoro sulla tematica delle migrazioni in Europa, specialmente nei paesi del Mediterraneo. Io mi trovavo in Grecia nel 2013, perché stavo facendo un lavoro che stavo concludendo (che poi ancora non so se è concluso, perché poi un lavoro non finisce mai), però mi trovavo per fare una parte fondamentale che in qualche modo dovevo chiudere, il lavoro sui giovani non accompagnati in Grecia. Nel frattempo ovviamente continuo a studiare tutto quello che succede in Europa sulle migrazioni, perché ho lavorato in Spagna, ho lavorato in Italia, ho lavorato in Marocco. Ma cominciavo a vedere che c’era questa emergenza della Bulgaria, che addirittura cominciavano a chiamare la “nuova Grecia”. Il numero dei rifugiati era arrivato a circa 10.000 e non aveva mai toccato numeri del genere. Credo che 3.700 sia stato negli anni passati il numero più alto. Comunque si aggiravano tra i mille e i duemila i richiedenti asilo o status da rifugiato. Quindi decido di partire direttamente dalla Grecia e andare a vedere. Comincio a muovermi in Bulgaria cercando i punti significativi, dove c’erano i rifugiati per capire e parlare anche con loro. In realtà, proprio con l’idea di iniziare un progetto e prendere delle informazioni. Scatto anche qualche foto, devo dire che l’ho fatto in maniera molto rilassata proprio perché non c’era l’idea di andare lì per dover fare il lavoro per un determinato giornale. Entravo e in alcuni posti, in realtà, non facevo neanche foto. Mi limitavo a parlare con le persone, quindi è stato molto riflessivo. E quella foto nasce perché vedi che c’è questa emergenza, sai che prima o poi sarebbe arrivato il problema per l’Europa di porsi di fronte a queste persone, perché la guerra in Siria sono già due-tre anni che c’è. Un’intera popolazione è uscita fuori dal paese e si era fermata in Turchia, si era fermata in Giordania, alcuni cominciavano ad arrivare. Ok arrivano, sono 11.000 e cosa gli offriamo? Una vecchia scuola abbandonata, viene aperta e diventa un centro di accoglienza. In quella scuola vivono 800 persone, tra i quali 390 bambini, e il governo non provvede al cibo, non ci sono cure sanitarie, i bagni sono fatiscenti perché fanno parte di una scuola abbandonata. Vedi tutte quelle persone e dici “questo è il nostro senso di accoglienza?”, “e i politici che vanno a fare propaganda dicendo che i migranti, ci prendono, tolgono, eccetera”. E quindi mi sono concentrato su queste sensazioni proprio con l’intento non tanto di dichiarare che c’è una persona che chiede accoglienza, ma di mostrare quella che è l’accoglienza, quella che è l’Europa, l’ipocrisia europea. E questo è anche dietro al mio lavoro. Il regolamento Dublino II ha creato dei grandi paradossi. Perché dice che il paese che trova un migrante sul proprio suolo sarà il paese che si farà carico del migrante, quindi avrà il compito di decidere se ha diritto allo status di rifugiato e in tal caso provvedere. Come dire, i paesi del Mediterraneo, i paesi che sono le porte d’Oriente, dell’Africa, sono i paesi che si fanno carico di questa cosa. E anche la persona che scappa da una guerra sa che probabilmente in alcuni casi il modo più veloce è arrivare, fare un viaggio disperato. Non è che le persone si mettono su un barcone perché sono completamente pazze, hanno perso la bussola, ma perché sanno che è uno dei pochi modi per arrivare. Cosa che molti non sanno è che alcune persone vanno direttamente in un posto che è adibito per fare la domanda. Cioè un rifugiato siriano, quando arriva in territorio europeo, la prima cosa che cerca è la questura e dice “io sono un rifugiato, io sto scappando dalla guerra, voi dite che accogliete le persone, dite che se io arrivo posso fare questa domanda, che succede adesso?”. E in questa mia foto quello che cerco di dimostrare è quello che succede.
 


Alessandro Penso
 

Perché quella foto ti convince, ha convinto la giuria? Qual è la sintesi che tu hai individuato e loro letto?

Io sono molto contento che abbiano scelto quella foto, anche se so che ad alcuni fotografi può far storcere il naso. Perché come dire è una foto abbastanza di quiete. Non ha una grande azione, non c’è sensazionalismo. Sono contento perché ho pensato molto se mettere quella foto, perché devo dire che avevo sottovalutato forse la capacità di poterla leggere. Perché comunque so che il World Press vede migliaia di foto, so che si deve parlare anche degli eventi più significativi. Era un po’ una sfida. Ci ho pensato molto, mi ero confrontato su questo anche con una mia amica, Annalisa D’Angelo, “a me piace, mettiamola perché è importante”. E devo dire che poi la giuria ha colto quello che ti raccontavo prima, il fatto dell’accoglienza. Quello che non c’è. La foto vuole parlare di quello che non c’è. Non tanto del fatto che ci sono 11.000 rifugiati. La temporary accomodation è un posto temporaneo che però nella foto si vede come è con queste famiglie. Cercano di renderlo in qualche modo accogliente, anche se il rifugiato non si vede, si vede la sua dignità. Si vede che in una scuola invece di buttarsi a terra e piangere e strapparsi i capelli, ha creato un proprio angolo, tutto molto ordinato e tutto molto pulito. Cose che hanno fatto tutte loro. Sono loro che hanno creato questa dimensione. Addirittura a me ha colpito tantissimo la sedia come se si fossero creati un piccolo borgo, come nei paesi del Sud d’Italia. Viviamo tutti in piccole case di dieci metri quadrati, dove non ci sono magari i bagni e poi mettiamo delle sedie fuori dove c’è comunità.
 


Alessandro Penso
 

Che tipo di fotografia ti interessa? Quali soggetti e storie?

La fotografia documentativa è quella che ultimamente mi attrae di più. Diciamo che ho fatto un po’ di tutto nella mia carriera e penso che ci sia bisogno di tutti i tipi di fotografia. Semplicemente è quella che io sento, che mi permette di esprimermi in maniera migliore. Non mi piace soltanto il mostrare anche se poi in alcuni casi c’è bisogno, quando alcune cose sono nude e crude approvo anche che vengano mostrate come sono. Ad esempio, la foto premiata quest’anno al World Press dell’ultimo abbraccio sotto il palazzo crollato a Bombay è una foto così forte per la realtà struggente da non richiedere nessun tocco particolare, è brutto sentirlo dire ma i soggetti rendono la foto evocativa. Cioè ti emozionano, la storia è terribile di per sé, perché è una fabbrica che crolla e muoiono 800 persone e quindi racconti anche quello che trovi davanti, senza neanche estetismi. Mentre nella mia fotografia, dove a volte c’è anche bisogno di quello, se vedi anche il mio lavoro dei vari migranti che ho fatto in Europa per esempio, c’è un attacco razzista di una macchina che investe un ragazzo. È una foto che si racconta da sé perché è un evento. Io so che sto facendo un lavoro, che sto lavorando a un tema che è un progetto a lungo termine. E, in questo, sento la responsabilità di dovermi fare delle domande e di dover muovere delle domande. Da lì nasce l’idea di come faccio a raccontare anche quello che non c’è, come faccio a raccontare anche quello che non si vede. Come faccio a svincolarmi dal contesto dell’immigrazione, da temi molto forti come il barcone che arriva. Se poi io rimango legato soltanto a dei fatti molto forti che accadono, come faccio a evolvere la mia ricerca?
 


Alessandro Penso
 

Il progetto a cui stai lavorando e a cui tieni maggiormente adesso?

Il tema della migrazione, non specialmente in Bulgaria, il tema della migrazione in Europa. E poi ci sto lavorando perché adesso sono stato fortunato e Magnum Foundation mi ha dato la possibilità di tornare in Bulgaria e continuare a lavorare sul tema. Per me è una grande soddisfazione perché questo grant nasce dal fatto che ho scritto un progetto che da qualcuno è stato ritenuto valido. Diciamo che in realtà io a loro avevo inviato delle foto in generale su quello che avevo fatto fino a oggi in Europa. Per me, finalmente, significa poter lavorare a qualcosa di personale, pagato. Ma forse pagato con Magnum non è neanche il termine giusto, perché loro ti sostengono, dicono “ok, di che spese hai bisogno? Te le copriamo”. C’è anche una paga, perché ti dicono “comunque tu dovrai lavorare venti giorni su questa cosa e noi ti riconosciamo i soldi per poter sopravvivere”. Per me è un’opportunità, poi è ovvio che da una parte mentre dicevo “lo faccio per me, mi prendo il mio tempo”, dall’altra parte c’è la responsabilità di dire “oddio, adesso che cosa…”. Io finanzio i progetti con il mio lavoro. Lavorando metto da parte i soldi e poi decido di farlo. Però lo faccio anche con l’ottica che può essere un lavoro che posso vendere. Nell’ultimo periodo sono stato fortunato, perché poi con i lavori ho preso dei premi che mi hanno fatto tornare indietro, qualcuno poi ha voluto comprare il lavoro. Un aspetto del fotografare, da cui non puoi prescindere. Cioè sapere che purtroppo le grandi commissioni dei grandi giornali come National Geographic stanno finendo o perlomeno sono sempre di meno, in Europa pochissime. Non c’è quasi più nessuno che ti commissiona dei lavori corposi, ci sono degli assegnati ma non corposi. Quindi si trovano altri modi. Non so, io ho scritto il grant e mi è stato finanziato. Forse quello che pesa di più è l’aspetto mentale, perché poi quando fallisci - perché può capitare che alle volte dei viaggi sono vuoti - hai bisogno poi di rimetterti in sesto economicamente. Magari vorresti avere più tempo e più soldi e non li hai. Per stare per esempio in questo periodo a Melilla o a Lampedusa, ma non sono potuto andare. Forse l’aspetto psicologico è quello che un po’ ti frena di più. Però io sento che sono ancora giovane in questo lavoro, sia come esperienza sia proprio come materialmente lavoro, quindi spero che negli anni prossimi capirò anche qual è la formula giusta per far fronte a queste cose.
 


Primo Premio Natura Foto Singole Bruno D’Amicis, Italia per National Geographic 22 aprile 2013, Kebili, Tunisia
 

Bruno D’Amicis, cosa rappresenta questo premio per te?

Per come sono cresciuto io dire che vincere il World Press è un onore sarebbe un understatement, visto che nell’ambito del fotogiornalismo è il premio più importante al mondo. La cosa divertente è che la notifica mi è arrivata a casa, alle due di quel fatidico giorno, il 14 febbraio San Valentino. Stavo facendo altro, avevo completamente dimenticato che c’era la comunicazione dei vincitori e stavo pulendo la sabbietta del gatto. Per farti capire quanto sia glamour la vita di un fotografo. Allora subito dopo ho chiamato mio fratello e ho chiamato mia mamma. La quale ha iniziato a urlare di gioia, mio padre ha alzato la cornetta dall’altra parte e mi ha chiesto se la mia ragazza era incinta. Al che io ho fatto "no, ho solo vinto un premio fotografico", "vabbè, congratulazioni". Questo è un aneddoto per far capire che comunque rimani te stesso. Qualsiasi premio vinci, la tua vita non cambia. Quello che però è importante è che il mio soggetto, "la volpe del deserto", il fennec, la volpe più piccola del mondo, un animale totalmente negligibile che grazie forse a uno dei premi più importanti può salire alla ribalta perché c’è una storia dietro piuttosto interessante.
 


Primo Premio Natura Foto SingoleBruno D’Amicis, Italia per National Geographic 22 aprile 2013, Kebili, Tunisia
 

Puoi raccontarci la foto, il progetto che ha vinto?

La foto in realtà è stata estratta da un portfolio, quindi è stata una scelta della giuria. Da una parte, sono chiaramente onoratissimo di aver vinto. Dall’altra dico "porca miseria, è un po’ decontestualizzata". È la prima storia che sto facendo per il National Geographic in America, c’è la volontà di farla nel modo più completo possibile, sono quattro mesi di lavoro sul campo in due anni. Cercando di documentare la vita di questa specie in natura, poi tutto il discorso che c’è dietro il commercio clandestino perché è un animale molto richiesto come animale da compagnia, quindi la cattura, la detenzione, l’esposizione nei mercati. E adesso sto continuando a seguirla anche in Europa, il traffico che c’è attraverso il Mediterraneo, quando arriva negli zoo, quando entra nelle case dei privati. È paradossalmente un animale talmente piccolo su cui però c’è tanto da dire. Io ho inviato al Wpp un portfolio di 12 immagini e loro hanno scelto questa, che è diventata poi il primo premio. Ho dovuto abituarmi all’idea che questa sia ora un’icona del mio lavoro, pur non essendo una delle immagini mie più tipiche. Fotografo da vent’anni e sono professionista da dieci. Sono un biologo e nasco come fotografo prettamente naturalista. Ultimamente mi sto dedicando molto alle questioni ambientali come fotogiornalista. Questa immagine mi ha esposto a dei giudizi molto superficiali dovuti alla finta democrazia in cui viviamo, di libertà di parola di persone che mi hanno chiesto perché avessi legato questo animale per fare la foto, pensando che io avessi creato l’immagine. La cosa che a livello intellettuale mi fa riflettere è che molte persone si soffermano sul singolo individuo, la povera volpetta lì. Non cercano di leggere che è una metafora di un discorso più ampio. Che cosa abbiamo lì? Abbiamo una situazione illegale in Tunisia, favorita molto dal clima anti-stabile che si è creato dalla primavera araba. Tutte le leggi create per la protezione dell’ambiente sono saltate nel momento in cui il regime è crollato e il bracconaggio, la detenzione di animali selvatici, il commercio clandestino sono proliferati alla luce del giorno. La regione è Kebili nel sud della Tunisia, al confine con l’Algeria.
 


Bruno D’Amicis per National Geographic
 

Come si è sviluppato il progetto con il National Geographic?

Siccome sono diversi anni che ci rimbalziamo un po’ di immagini con la redazione centrale di Washington, soprattutto con il dipartimento di Storia naturale, ho avuto alcune immagini pubblicate. È difficilissimo ottenere un incarico, specialmente per un giovane fotografo italiano, ho chiesto se una storia del genere potesse interessare. Mi aspettavo una risposta netta, del tipo "no guarda, lascia perdere, non ne vale la pena" oppure "sì, è un’ottima idea" e la risposta è stata netta. Il primo viaggio è stato a spese mie. Sono tornato, ho fatto vedere il materiale, è piaciuto molto e quindi c’è stata una sponsorizzazione. E l’assignment è stato pagato. Adesso c’è la volontà di ampliare la storia su altre specie per parlare in generale di questo fenomeno nel nord dell’Africa. Il reportage è legato al tipo di sfruttamento della fauna sahariana. Anche perché di Libia, Niger e Mali ormai non si sa più niente.
 


Bruno D’Amicis per National Geographic
 

Nasci biologo diventi fotogiornalista.

Sono fotografo a tempo pieno da circa dieci anni. Campo letteralmente solo grazie all’estero. Per avere un minimo di riscontro per i servizi che prendono così tanto tempo, ho un’agenzia in Inghilterra, però mi muovo spesso come freelance, lavoro con la Francia, la Germania, Geo in Germania e Terre Sauvage in Francia riviste che mi danno un minimo di libertà, anche di movimento. Però mi adatto anche con materiale stock, libri, proiezioni, tutto quello che fa mestiere. Quello che mi porta a questo tipo di attività è una forte passione per la conservazione. Per me la fotografia è uno strumento. Non mi piace vedere la fotografia ridotta a mera estetica. L’estetica fotografica secondo me è un linguaggio che serve a consegnare un messaggio da qualche parte, una sorta di packaging. Quindi io parlo con il linguaggio estetico della composizione, della luce, delle tecniche della lunghezza focale, in realtà sto utilizzando delle sillabe e un interlocutore mi capisce. Però io voglio poter dire qualcosa con queste immagini, altrimenti non farei il fotografo. Io sono membro dell’International League of Conservation Photographers, un’associazione che nasce da fotografi National Geographic e poi si è irradiata (in Italia conta solo due rappresentanti) e che ha però un nucleo piuttosto ristretto perché bisogna dimostrare ogni due anni che si porta avanti un lavoro concreto. Quello che faccio io è mettere su una linea retta la ricerca scientifica, un problema di conservazione diciamo contingente e la testimonianza fotografica per raggiungere un pubblico più vasto. Aiutare i biologi e i ricercatori o quelli che si occupano esclusivamente di conservazione per raggiungere un pubblico più vasto, perché le immagini sono la cosa più semplice per parlare a tutti. Mi piace anche portare avanti o lanciare dei progetti al di là della sfera meramente fotografica. In Tunisia, un discorso di sensibilizzazione dei bambini nelle scuole dei paesi satelliti del deserto. In Etiopia, in cui sono stato recentemente per un altro incarico, interagire per la creazione della riserva della biosfera Unesco. È chiaro che il fotografo fa già fatica a campare e quindi non può essere quello che studia, fotografa e trova la soluzione. Ma è quello che ti spiattella davanti il problema e che magari ti aiuta a battere cassa (se serve) o comunque a sollevare un po’ la questione. Questa immagine è arrivata al ministro dell’Ambiente in Tunisia e grazie a un’associazione che si occupa di conservazione, e che ha capito che cosa c’era dietro, sono stato invitato a collaborare con loro per creare una giornata di sensibilizzazione della natura del deserto, una volta l’anno, nelle varie città dove vorremmo organizzare proiezioni, mostre. Mi piacerebbe portare macchinari fotografici inutilizzati per invogliare i ragazzi dei villaggi a fotografare. La storia è stata in ballo per mesi, appena ha vinto il premio, lo stesso materiale e la stessa persona adesso andavano benissimo.
 


Bruno D’Amicis per National Geographic
 

Il progetto a cui stai lavorando adesso?

Io ho deciso di vivere in Abruzzo, perché lavoro 50% del mio tempo lì e trovo tante storie da raccontare anche lì, nella Marsica, tra le montagne dell’Abruzzo, dove si è formata la mia visione naturalistica. Sto lavorando da tantissimo tempo sul lupo per un libro, fotografandolo esclusivamente in condizioni naturali. Una sorta di supplizio di Tantalo che non finisce mai, perché è difficilissimo. Poi mi piace molto seguire le storie di pastori in tutto il bacino Mediterraneo, e questa è un’altra cosa che sto seguendo, anche in Georgia, nel Caucaso, ultimamente. E poi c’è un altro progetto legato ai boschi dell’Appennino con le loro storie, perché c’è una possibile nomina dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. E quindi mi piacerebbe raccontare tutta una serie di storie sia umane che naturali legate all’Appennino centrale, parlo di Abruzzo, Lazio, Marche e Molise. E comunque io lavoro per storie. E poi partecipo a un progetto sul paesaggio italiano, cercando di reinventare il paesaggio italiano facendo vedere non le icone classiche ma luoghi poco noti e che sono minacciati e da sviluppo industriale o da sviluppo eolico, fotovoltaico. È un progetto, appena iniziato, che ho creato insieme ad altri due fotografi professionisti nel settore della fotografia di paesaggio, Luciano Gaudenzio e Maurizio Biancarelli, e si chiama L’altro versante.