Intervista

A cura di: Alice Falco, Romina Marani

Maud Bernos

Blue Eyes

Blue Eyes è il progetto fotografico con cui Maud Bernos ha vinto l’ultima edizione del premio SFR Jeunes Talents. Il suo lavoro - in mostra fino al 2 novembre all’interno del festival Les Rencontres d’Arles 2014 assieme alle opere delle altre tre vincitrici: Delphine Schacher, Camille Szklorz, Serena de Sanctis - è dedicato agli «eroi» della Vendée Globe, skipper che in solitaria affrontano il giro del mondo in barca a vela, rischiando la vita. È dedicato ai loro occhi, al loro mare e al loro coraggio. Sono ritratti in bianco e nero, in medio formato.
 


© Romina Marani, Maud Bernos ad Arles

«Tutti i marinai hanno gli occhi blu», scrive Maylis de Kerangal introducendo la mostra con un breve testo ispirato alle fotografie e al titolo. «Possono avere iridi nere, verdi, grigio tempesta o caramello dorato, hanno gli occhi blu, è una legge della natura, una legge del genere umano – del genere marino. Si dice che i loro occhi abbiano preso il colore di ciò che attraversano, di ciò che sondano palpebre aggrottate o di ciò che scrutano con i bulbi spinti fuori dalle orbite: il cielo, l’alto mare, il mare sotto al cielo, il cielo nel mare. Si suppone che i loro occhi siano stati ossidati poco a poco al ciano, al cobalto, che siano diventati vetro, filtrando la paura dietro al cristallino, convogliando il piacere fin dentro la pupilla, e si ricorda che ottomila anni fa, una mutazione del gene OCA2, portato dal cromosoma 15, ha creato il colore blu degli occhi – senza dubbio per loro. Tutti i marinai hanno gli occhi blu. Questo blu è altro dal colore: uno spazio e un tempo, la materia della vertigine, la tramadi un sogno, il vento nella bocca, l’orizzonte come una cupola, la velocità che inebria e la solitudine che picchia per qualche settimana, la memoria di una traiettoria. L’oltremare e l’azzurro nello stesso sguardo».
 


© Maud Bernos

Colpisce molto il testo iniziale...

Il testo, il testo è molto importante. È della scrittrice Maylis de Kerangal. In Francia è molto conosciuta, ha anche vinto il Prix Mèdicis nel 2010. L’ho incontrata proprio in occasione di questo progetto, le è piaciuto molto e le ho chiesto di scrivere un testo per la presentazione della mostra. Io stessa ho appreso delle cose dal testo, è davvero importante. Non so nulla di biologia. Un giorno mi piacerebbe imparare di più a riguardo. Per me chi partecipa alla Vendée Globe - una lunga regata intorno al mondo, in solitaria, per tanti mesi, senza pause - è davvero un eroe.
 


© Maud Bernos

Come mai la Vendée Globe?

Mio fratello è uno skipper. Questa gara si svolge ogni quattro anni e la partenza è all’inizio di novembre, perciò ogni quattro anni, durante il periodo natalizio, seguirla è come una riunione di famiglia. È anche molto seguita a livello mediatico, ci sono sempre molte news. I partecipanti rischiano la vita. Quando è iniziata l’ultima regata, nel novembre 2012, ero a Berlino con mio fratello. Non lo skipper, un altro. Stavamo tutto il giorno a parlare della gara! Oggi poi, con le GoPro, loro stessi fanno filmati e foto, perciò si può vedere cosa succede. Dissi a mio fratello: devo fotografare queste persone. Le foto devono essere grandi e in bianco e nero. Non mi importava di far vedere gli sponsor o la barca. E in testa, non so perché, avevo in mente Blue Eyes. Volevo fare le foto in bianco e nero. Molti amici mi scoraggiavano. «Se poi le vuoi vendere... a colori forse è meglio per il premio». Ma per me non era un progetto per il premio, certo speravo di essere pubblicata. A livello inconscio sicuramente Blue Eyes era riferito a un colore, quello del mare. Non riesco a spiegarlo. Anche Maylis ha scritto il testo partendo naturalmente dalle foto ma è stata ispirata dal nome Blue Eyes.
 


© Maud Bernos

Quanto tempo è durato il progetto? Come hai contattato gli skipper?

Un anno. Avevo qualcosa come quattro moleskine con tutto il progetto! Ho iniziato a scriverlo a novembre e a mandarlo agli uffici stampa, perché quando sta per iniziare la Vendée Globe gli skipper sono persone come Michael Jackson, celebrità, li cercano tutti. Fortunatamente nell’ultima gara, su venti skipper, diciassette erano francesi. In genere partecipano da tutto il mondo. Molti non finiscono la gara. Il vincitore arriva, magari undici arrivano e nove abbandonano per problemi tecnici. Ma volevo anche loro nel progetto, per me sono tutti uguali, tutti importanti. Ho iniziato a fotografare prima chi aveva interrotto la gara e piano piano gli altri quando arrivavano. Perciò, più o meno, un anno. Ho fotografato il primo in novembre e l’ultimo a maggio, sei mesi. Però non ho finito, perché due ancora non li ho fotografati. Potevo essere più distaccata, perché non si tratta della mia vita personale, di cose che mi appartengono, il mio letto, il mio ragazzo. Ma non ci sono riuscita perché il progetto comunque mi tocca molto da vicino. Non avevo un lavoro, tutto era molto difficile, la mia vita era caotica. Questo progetto mi ha salvata. È stata come una Vendée Globe artistica. Ho messo tutte le mie energie, tutti i miei soldi, tutta la mia ispirazione, ci ho messo tutto. Ci sono tante emozioni in questo progetto. Poteva essere pericoloso, tornavo a casa piangendo. Ma credo che per tutti sia così, che sia una parte del percorso.
 


© Maud Bernos

Perché hai deciso di usare il medio formato?

Ho deciso molto velocemente, sapevo quello che volevo. Non amo fare foto con la macchina digitale. Lo faccio per lavoro, ma è molto difficile per me avere soddisfazione con questo mezzo. Ho ritenuto necessario, per me e per loro, che ci fosse la presenza della macchina. Non volevo iniziare a scattare cinquecento foto. La concentrazione non è la stessa, almeno per me. Perciò ho subito pensato di aver bisogno del medio formato, si possono fare dodici foto, un rullo. Perciò concentrazione massima, per me e per loro. Era necessario per questo progetto.
 


© Maud Bernos

Ti sei occupata anche dello sviluppo dei negativi e delle stampe?

Non ho sviluppato io i negativi. Il risultato è molto importante, ma io non sono interessata. La parte tecnica è molto importante, qualche anno fa volevo imparare la post-produzione. Poi ho cambiato idea. Volevo imparare come sviluppare, ma alla fine ho capito che il mio lavoro è fare foto. Amo farlo. Per tutto serve tempo e anche dedizione. Non voglio stare davanti al mio pc, non voglio fare il post-produttore. Sarebbe più facile la vita, ma non voglio. Voglio fare foto. Preferisco trovare un buon laboratorio, parlarci e avere una relazione umana, che è molto importante.
 


© Maud Bernos

Dove hai scattato le foto di Blue Eyes?

Tutti interni, senza luce naturale.

Lavori come fotografa a Parigi?

Sì. Non è un lavoro regolare, non ho clienti fissi. Ho lavorato due anni come fotografa di scena nei film. Un bel momento, con un grande team, una buona paga. Solitamente nella ritrattistica si è da soli, si guadagnano pochi soldi la preparazione di uno scatto può durare due ore. Perciò lavorare con i film è stato fantastico. Faccio anche ritratti e documentari, a volte ho qualche assignment. Ad esempio sono stata inviata dalla Fondazione Peace&Sport in Israele e Palestina, Burundi, Congo a fotografare ragazzi che praticano sport in zone di conflitto. Ho lavorato con loro molte volte. Vogliono portare la pace con lo sport. È difficile, ma ottimistico.
 


© Maud Bernos

Il tuo background?

Non ho fatto nessuna scuola di fotografia, ho studiato sui libri. In Spagna, a Barcellona, ho lavorato otto anni in una libreria. Poi ho iniziato a fare foto. A Parigi sono arrivata nel 2007. Ho viaggiato molto con la mia famiglia, sono cresciuta tra Francia e Senegal, a Dakar. Quando sono arrivata a Parigi non sapevo molto di fotografia, ma ho trovato lavoro come assistente fotografa per un grande ritrattista, ho imparato molto con lui. Dal 2008 per un periodo ho vissuto di fotografia, facendo contemporaneamente l’assistente e la freelance. Ho smesso di fare l’assistente con la Vendée Globe nel 2012. E ora sono qua.

Cosa ti aspetti dopo aver vinto questo premio? Cosa significa vincere questo premio?

Non lo so. Tutti mi dicono «Wow, è meraviglioso!». Io dico a me stessa che è fantastico essere qui ad Arles, ma non lo so. Ora siamo quattro donne, non c’è vincitore, è bello farne parte. Tutti mi dicono che avrò molti contatti qui, ma per adesso non così tanti. Ci sono molti cocktail, ma è difficile arrivare a presentarsi. Forse dopo, quando sarà finito, inizierò a realizzare. Lo spero.
 


© Maud Bernos

 

Chi è

Nata nel 1975, Maud Bernos studia fotografia da autodidatta. Muove i suoi primi passi nello studio Le Petit Oiseau Va Sortir e lavora come assistente per diversi fotografi, come Claud Gassian, Julien Oppenheim e Véronique Vial. Consolida la sua formazione partecipando a diversi workshop con personalità come Antoine D'Agata e Todd Hido. Lavora come fotografo freelance per testate giornalistiche, collabora con case discografiche, case di produzione cinematografica e aziende di moda. Nel 2014 vince il premio SFR Jeunes Talents con la serie Blue Eyes.

www.maudbernos.com