Fotografare in viaggio

A cura di: Antonio Politano

L'attrezzatura

Una buona attrezzatura può permettere di dare maggiore espressione al proprio occhio fotografico. Prima di partire è necessario conoscerne a fondo i sofisticati sistemi di funzionamento e, esercitandosi, le potenzialità di prestazione, oltre che naturalmente controllarne lo stato di manutenzione.

«Bisogna viaggiar leggeri», diceva Ludwig Wittgenstein, precetto sempre valido. Ma le esigenze di chi fotografa in viaggio sono complesse; di seguito sono indicati alcuni potenziali elementi di una lista di cose da portare, da personalizzare secondo il proprio punto di vista.
 


- fotocamera reflex (un corpo macchina o - se possibile e meglio - due, per avere pronte diverse focali montate e far fronte a eventuali guasti improvvisi);
- fotocamera tascabile compatta con zoom e flash incorporati (per situazioni in cui occorre essere leggeri e discreti);
- obiettivi (dalla focale differenziata per permettere di variare l'angolo e le tecniche di ripresa);
- flash (per foto notturne, interni, riempimento di zone d'ombra in esterno);
- provvista di schede di memoria per immagazzinare le immagini e batterie per flash (con caricabatterie per i corpi macchina);
- cavalletto treppiede (robusto e leggero) e/o monopiede;
- filtri per obiettivi (indispensabile lo skylight per proteggere la lente frontale, utile il polarizzatore per conferire maggiore saturazione ed eliminare i riflessi indesiderati);
- pannelli riflettenti (per far rimbalzare la luce su una porzione non illuminata del soggetto o di una parte della scena ritratta);
- borsa o zaino e marsupio, impermeabili, con possibilità di variare gli spazi interni, da trasporto (per le tappe di trasferimento) e da lavoro (i momenti in cui si fotografa, da preferire borse a tracolla ad apertura superiore per velocità);
- sacchetti (in plastica) per proteggere il materiale vario da acqua e polvere; panni e liquidi per pulire l'apparecchiatura; sali di silicio per assorbire l'umidità;
- disco rigido esterno o, se si può, computer dove scaricare e visionare le immagini; lettore di schede per caricare le foto con maggiore velocità e trasferire le immagini al computer attraverso il cavetto che trasporta il segnale digitale.
- abbigliamento da viaggio a cipolla/carciofo, a strati; gilet o giubbotto multitasche per ospitare lenti e accessori, ma attenzione a non apparire troppo “fotografi” per maggiore discrezione e rispetto.

© Antonio Politano
© Antonio Politano
Australia, Alice Springs: cartello nella vetrina di un negozio: “usa macchine fotografiche, non armi”
Molta attrezzatura significa grande possibilità di scelta, ma poca mobilità. Anche tra i fotografi più celebrati (da James Nachtwey della VII a David Allan Harvey e Jodi Cobb del National Geographic) c'è chi preferisce un approccio minimalista - pochi obiettivi, nessuna borsa ingombrante - per entrare di più nel cuore dell'azione, in contatto con il soggetto, risultare meno invasivi. A costo di perdere qualche foto perché non si ha lo strumento giusto, invece di perderne molte perché si è stanchi di trascinarsi dietro troppa attrezzatura.

Anche qui non ci sono regole, ciascuno determina le proprie. Non è facile trovare l'equilibrio giusto. Un corredo di base potrebbe essere composto, oltre che da due corpi macchina e un flash più treppiede, da un grandangolo spinto, una focale media e un tele lungo. Focali fisse assicurano leggerezza e luminosità; gli zoom (per esempio 17 o 20-35 mm, 14-24 o 35-70 mm, 80-200 mm), versatilità e velocità, grande libertà di inquadratura e composizione, possibilità di scegliere la lunghezza focale più adatta, per variare la prospettiva senza dover cambiare obiettivo.

La distanza dal soggetto principale della foto dipende da chi fotografa. È sempre valida l'affermazione leggendaria, attribuita a Robert Capa, secondo la quale se le foto non sono abbastanza buone è perché non si è abbastanza vicini. Conta la lunghezza focale degli obiettivi, d'accordo, ma soprattutto le proprie gambe («la distanza con le gambe conquista», diceva la poetessa russa Marina Cvetaeva), lo spirito di intraprendenza nell'infilarsi in situazioni potenzialmente interessanti, la possibilità e capacità di non risultare inopportuni.
 

© Antonio Politano
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Argentina, Tierra del fuego: in battello verso Capo Horn

Per dare un diverso senso dello spazio e se si vuole stare vicini al soggetto - quando non si può o riesce ad avvicinarsi, e perciò a usare l'angolo di campo ampio, espanso, permesso dal grandangolare - si può ricorrere al teleobiettivo che assicura una maggiore discrezione e sceglie, ritaglia, delimita la porzione di campo visivo, valorizzandola e mettendone in risalto i particolari, con una conseguente - inevitabile ma a volte stimolante - compressione dei piani all'interno dell'inquadratura. Da non dimenticare l'eterno 50 mm, utile soluzione per molte occasioni, luminoso, leggero, che assicura una prospettiva naturale senza distorsioni (tranne se da molto vicino) e un medio tele (85 mm, per esempio) ideale per i ritratti.
 

© Antonio Politano
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Giappone, Tokyo: il mercato del tonno

Il grandangolare è ineguagliabile per portare dentro il cuore di ciò che accade, spettacolarizza le linee, coglie il respiro del paesaggio. Quando si usano grandangolari spinti, attenzione alle distorsioni prospettiche che a volte possono risultare eccessive, non tanto allo sguardo attraverso il mirino ma quando si osserva l'immagine realizzata. L'effetto linee cadenti (linee verticali convergenti verso l'alto) può essere a volte ricercato e accettabile a fini creativi, a volte è subito troppo; si può ridimensionare arretrando fino a recuperare una prospettiva più equilibrata, oppure optando per un piccolo tele o, ancora, ricorrendo a (costosi) obiettivi decentrabili che muovono solo i gruppi focali non la macchina.