La correttezza formale della rappresentazione dell'architettura prevede il controllo delle variabili prospettiche. Esistono due strade possibili per ottenere questo risultato: una nella fase di ripresa, con gli obiettivi Tilt & Shift Nikkor PC-E; una durante la post-produzione. Come comportarsi nei due casi.


Che cos'è la prospettiva La scelta del punto di vista
La scelta della posizione del materiale sensibile/sensore Gli obiettivi Tilt & Shift Nikkor PC-E
Il controllo della prospettiva con Adobe Photoshop Il Filtro Correzione Lente
La correzione della prospettiva con Trasforma La Nikon D800 accresce il potenziale
Il termine "distorsione" e correzioni On-Camera DSLR Photogallery

 

   
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Ampio angolo di ripresa, punto di vista ravvicinato: prospettiva dinamica.
Ridotto angolo di ripresa, punto di vista distante: prospettiva statica.
   
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Prospettiva in senso orizzontale.
Prospettiva in senso verticale.

Che cos'è la prospettiva

La prospettiva è la variazione della scala alla quale soggetti posti a distanze diverse dall'osservatore vengono rappresentati in un'immagine.

In fotografia la variazione prospettica dipende dalla posizione dell'osservatore rispetto ai soggetti rappresentati, dalla lunghezza focale dell'obiettivo scelto che, associata al formato di ripresa, genera un angolo di visione, e dalla posizione nello spazio del materiale sensibile/sensore impiegato.

La prospettiva, che sia quella dinamica, caratteristica di una visione grandangolare, oppure quella statica delle lunghe focali, può piacere o non piacere, a seconda di chi guarda; meno soggettiva, però, è la valutazione su quale prospettiva appaia normale, senza sorprese e quale, invece, sia specifica del processo fotografico e non trovi immediati riscontri nelle nostre abitudini visive.

In realtà si tratta esattamente dello stesso fenomeno, ma la nostra visione bioculare tende a correggere la prospettiva verticale e non interviene in quella orizzontale.

La scelta del punto di vista

Quando voglio fotografare un qualunque soggetto, la prima cosa da stabilire è il punto di vista, cioè da dove lo voglio vedere e far vedere. Più mi avvicino ad esso e più corto e grandangolare dev'essere l'obiettivo che mi consente di inquadrarlo, più mi allontano e più lunga e selettiva sarà la focale che sceglierò per fotografarlo. Nel primo caso il soggetto in primo piano apparirà molto grande rispetto allo sfondo, mentre nel secondo caso il soggetto sarà più proporzionato rispetto al contesto. Due immagini dello stesso soggetto, una fatta da vicino con un grandangolo e una fatta da lontano con un teleobiettivo, saranno quindi prospetticamente diversissime.

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Punto di vista ravvicinato:
prospettiva dinamica.
Punto di vista distante:
prospettiva statica.
Il punto di vista, cioè, associato all'angolo di ripresa dell'obiettivo impiegato, determina la variazione della prospettiva nell'immagine che realizzo. Se non è possibile stabilire una regola per la scelta del punto di vista, perché ognuno è libero di decidere come vuole rappresentare ciò che vede, si può però segnalare l'importanza cruciale di questa scelta e invitare chi pratica la fotografia a dedicare il massimo del proprio talento a questi pensieri. A margine di quanto appena detto vorrei dedicare qualche riga al tema del tipo di obiettivo da usare, se a focale fissa (come dice la tradizione del reportage) o variabile (come dice, o come provo a dimostrare, il buon senso): posto che lo scopo sia quello di costruire insieme una composizione complessiva e una rappresentazione prospettica, io sostengo che gli zoom sarebbero gli obiettivi ideali (e non quei diavoli tentatori della nostra pigrizia visiva che vengono raccontati dai fotografi "puri", dalla scuola Magnum agli epigoni di ogni nazione, livello ed estrazione) perché capaci di determinare i margini dell'inquadratura intorno al soggetto con una flessibilità irraggiungibile dalle ottiche fisse, che invece obbligano al compromesso rispetto alla distanza dal soggetto e quindi alla prospettiva generata.
Ho scelto il condizionale "sarebbero" non perché ancora in dubbio rispetto a quanto appena detto, ma perché l'obiettivo per me davvero ideale sarebbe non solo zoom ma anche decentrabile e basculante, il che, purtroppo, temo sia infattibile. Solo così il controllo dell'inquadratura sarebbe completo.
So già che molti fervidi puristi scuoteranno la testa. Del resto, questi stessi disapprovanti colleghi non ammettono che si possa tagliare l'inquadratura e così negare la sacralità del "momento decisivo", come se la fotografia dovesse per forza guardare il mondo attraverso un intoccabile rapporto tra le dimensioni del formato, oppure maledicono il digitale perché foriero di truffe e poi vanno scattando in bianco e nero la colorata realtà.

La scelta della posizione del materiale sensibile/sensore

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Il sensore è inclinato verso l'alto: linee cadenti
Il sensore è verticale: controllo della prospettiva verticale

La posizione nello spazio del materiale sensibile interviene, insieme alla scelta del punto di vista, della focale e quindi dell'angolo di ripresa, nella creazione della prospettiva. Se il piano del sensore o della pellicola sono paralleli a un piano del soggetto, questo sarà rappresentato senza fughe prospettiche. Diversamente, la forma di quel soggetto sarà alterata dall'insorgere di una prospettiva con uno o due punti di fuga, a seconda di come il materiale sensibile è inclinato rispetto al soggetto stesso.

Nella fotografia di architettura, per esempio, ci si trova spesso nella condizione per cui non è possibile inquadrare il soggetto se non inclinando la macchina fotografica verso l'alto. Il fatto che il materiale sensibile si trovi in una posizione non verticale, e quindi non parallela alle linee verticali del soggetto, fa sì che queste vengano rappresentate convergenti (le cosiddette linee cadenti). Per evitare che questo accada occorre mantenere paralleli i piani del soggetto e del materiale sensibile.


La stessa cosa succede, ovviamente, anche con i piani non verticali del soggetto, ma alla fuga prospettica delle sue linee orizzontali siamo abituati. Quanto appena detto per la fotografia di architettura vale per ogni tipo di soggetto, anche se le geometrie degli edifici rendono l'insorgere di prospettive non controllate particolarmente evidente: se, per esempio, fotografo una persona dall'alto, inclinando l'apparecchio fotografico verso il basso, otterrò una rappresentazione in cui la testa risulterà decisamente più grande dei piedi e, a seconda di quanto avrò inclinato il materiale sensibile, il corpo sarà più o meno diagonale e convergente verso un punto di fuga posto in basso. Nella pratica fotografica, quindi, e in particolare in quella dell'architettura, nella quale il fotografo è piccolo e basso rispetto ai soggetti rappresentati, è prassi abituale il controllo delle linee cadenti o, laddove impossibile in fase di ripresa, la correzione prospettica per mezzo dei software di post-produzione.

Gli obiettivi Tilt & Shift Nikkor PC-E

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I tre obiettivi Tilt/Shift: dall'altro in basso, le focali 24, 45 4 85 mm.

 

Gli obiettivi Tilt/Shift principalmente utilizzati del sistema Nikon sono tre: il PC-E NIKKOR 24mm f/3.5D ED, il PC-E Micro NIKKOR 45mm f/2.8D ED e il PC-E Micro NIKKOR 85mm f/2.8D.
Si tratta di obiettivi dotati di un sistema a ingranaggi capace di spostare - Shift = decentrare - o di far ruotare - Tilt = basculare - le lenti rispetto al materiale sensibile.

I loro schemi ottici sono caratterizzati da angoli di campo estremamente abbondanti, in grado di illuminare sensori o pellicole ben più grandi dei formati Nikon FX 24x36mm o DX 16x24mm, ovvero di consentire al materiale sensibile adottato di ricevere immagini anche quando le lenti vengono decentrate di molti millimetri o basculate di parecchi gradi. Definisco l'angolo di campo come l'angolo al vertice del cono composto da tutta la luce che un obiettivo proietta dalla realtà dentro un apparecchio fotografico. Definisco angolo di ripresa l'angolo al vertice del cono composto dalla luce che un obiettivo proietta dentro un apparecchio fotografico e che ha per base il cerchio in cui è inscritto il materiale sensibile nella specifica condizione di ripresa.

 

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Gli angoli di campo e di ripresa.

L'angolo di campo non varia, è caratteristico dello schema ottico dell'obiettivo. L'angolo di ripresa cambia ogni volta che cambio la distanza dal soggetto e, di conseguenza, la distanza tra l'obiettivo e il materiale sensibile necessaria alla messa a fuoco; cambia anche nel passaggio da un sensore a un altro di differenti dimensioni.

Per dare con degli esempi un'idea delle potenzialità di questi obiettivi, il PC-E 24mm, che sul formato di 24x36mm offre un angolo di ripresa di circa 84°, è in realtà dotato di un angolo di campo di oltre 102° e produce quindi, nella messa a fuoco dell'infinito, un cerchio di illuminazione con un diametro di oltre 60 millimetri! In questo grande cerchio di illuminazione potrebbe trovare facilmente posto un sensore di 36x48mm (per approfondimenti rimandiamo all’eXperience "Jumbo MBS nella fotografia di architettura").
 

Lo scopo principale del movimento di basculaggio (di cui offriamo qui solo un accenno) è quello di orientare il piano di messa a fuoco in modo da ottenere il soggetto nitido con un'esigenza minore del normale di profondità di campo oppure raggiungere una messa a fuoco selettiva di una parte e l'enfatizzazione della sfuocatura del resto di esso (sono consigliati approfondimenti sul principio di Scheimpflug e le metodiche per applicarlo).Inrandisci l'immagine


Il basculaggio per ottenere nitidezza su un piano diagonale rispetto alla macchina fotografica.

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Il basculaggio per ottenere una nitidezza selettiva.

Lo scopo del decentramento, invece, è quello di inquadrare porzioni di realtà che, con obiettivi non decentrabili, sono raggiungibili solo inclinando l'apparecchio fotografico rispetto al soggetto e, quindi, generando una fuga prospettica in più rispetto alla normale visione sperimentata con gli occhi.

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Inquadratura senza decentramento.
Inquadratura con decentramento verticale.

Gli obiettivi Tilt/Shift mettono a disposizione del fotografo due direzioni di decentramento con circa 11.5mm di spostamento ognuna, e la possibilità di ruotare le parti mobili, liberando un meccanismo di blocco, in tutte le direzioni: in questo modo si fanno decentramenti verticali, verso l'alto o verso il basso, decentramenti orizzontali, verso destra o verso sinistra, e decentramenti diagonali. Grazie al decentramento è quindi possibile ottenere l'inquadratura desiderata senza ruotare l'apparecchio, e con esso il sensore o la pellicola, evitando così di generare nuovi punti di fuga per ulteriori prospettive.