Mondi

Tra Milano e Venezia, l’Africa e l’Asia

Nicola Sacco & Simone Padovani

Due fotografi, necessariamente diversi. Uniti generazionalmente, anzi nati nello stesso anno (1981). Con il gusto del viaggio e dell’esplorazione, vicina e lontana, anche ambientale e sociale. Due sguardi e voci, che - di seguito, prima Nicola Sacco, poi Simone Padovani - presentano il proprio mondo, le proprie geografie.

Nicola Sacco: «I progetti fotografici che seguo sono dedicati a materie e a territori che conosco da vicino, non ho mai lavorato al di fuori delle aree di mio specifico interesse. Tengo a sottolineare questo aspetto perché lo trovo critico e decisivo nella formazione di ogni fotografo. Credo che per affrontare ogni situazione - o quasi - oltre che solide basi tecniche, siano fondamentali soprattutto quelle capacità maturate con l’esperienza umana. Ciononostante, non saprei dire quali siano le qualità umaneper essere un buon fotografo, non so se siano necessari requisiti etici e morali, senso di responsabilità sociale o altro ancora. Sicuramente la tecnica fotografica si impara strada facendo, ma alla base deve esistere una conoscenza più ampia che non può riguardare solo la fotografia. Ricordo quando Amedeo Novelli, caro amico fotografo e giornalista professionista, mi ricordava come la qualità dello scatto di per sé valesse circa il 25% del lavoro. Il resto è “altro”.
 


Un gruppo di skaters si ritrova sulla Nova Marginal, il lungo mare di Luanda simbolo della riqualificazione della baia della città angolana.
L'’opera fu inaugurata nel 2012 dal presidente José Eduardo dos Santos nel giorno del suo compleanno, a tre giorni dalle elezioni. © Nicola Sacco
 

Questa dimensione, che definisco culturale e umana, va oltre i tecnicismi e la fase di scatto. Personalmente è stata rappresentata dall’apprendimento sul campo, l’esperienza nelle periferie di alcune città italiane iniziata nel 2008, quando ho incontrato Giulio Di Meo per seguire un workshop che teneva nel quartiere Pilastro a Bologna. Ho iniziato a lavorare con un approccio più lento, fondato sulla voglia di conoscere un territorio e su un’apertura all’ascolto delle storie delle persone che lo abitano. Questo progetto è iniziato a Bologna e continua ancora oggi: è stato ed è ancora un banco di prova per aspetti legati all’approccio a situazioni dove la macchina fotografica inizialmente è vista come uno strumento indiscreto, e il fotografo è percepito molto spesso come un invasore di spazi non suoi.
 


Un incontro di pugilato in una palestra del quartiere San Donato, Pilastro (BO). La realtà di un quartiere di periferia è descritta prevalentemente da luoghi comuni ed etichette appiccicate, immigrazione, difficoltà di integrazione ed edilizia popolare. Ma è anche la realtà di un quartiere di persone che si impegnano in attività sportive, di centri sociali, di musica. © Nicola Sacco
 

Le persone che vivono le nostre città si sentono minacciate da questo approccio rapido e violento, utilizzato da chi ha bisogno della notizia o della foto che documenti un disagio, una scena utile a confermare quel che si ha in mente o che si aspettano i lettori o chi fruirà di quell’immagine.

Le periferie sono luoghi complessi e socialmente eterogenei: non basta passeggiare per coglierne lo spirito e comprendere le dinamiche di quartiere, quel che succede nelle piazze e per le strade. L’apparenza può ingannare l’occhio del fotografo. Per questa ragione, la pazienza e la discrezione sono alleati chiave per il fotografo che vuole instaurare un rapporto, che non sempre può trasformarsi in reale conoscenza di tutti i soggetti fotografati, ma che spesso si rivela sufficiente per avvicinarsi di qualche passo alle persone, a farle aprire facendo crescere in loro la fiducia, quella che dovrebbe essere la base dei rapporti umani. La macchina fotografica diventa utile per instaurare questo rapporto, da strumento invasivo a strumento di dialogo e di conoscenza.
 


Giovani donne vittime della marginalizzazione partecipano alle attività organizzate dall’'organizzazione non governativa ANGELS CENTER OF HOPE FOUNDATION associazione che ha sede a Wamunyu nell’'Eastern province in Kenia. L'associazione lavora per lo sviluppo e la responsabilizzazione delle donne e per i diritti delle ragazze in condizioni di vulnerabilità. © Nicola Sacco
 

Dal 2010 al 2014 ho visitato più volte l’Africa subsahariana documentando le attività di progetti sanitari e di sviluppo socio-economico locale in paesi ricchi di risorse naturali. Da qualche mese ho pubblicato il reportage che racconta la quotidianità in alcuni di questi paesi: Angola, Ghana e Kenya.

Le mie foto mostrano piccoli gesti e istantanee della vita quotidiana nelle quali si può leggere il duro lavoro che scuole eassociazioni e molti volontari svolgono al fine di migliorare i livelli d’istruzione, garantire pieni diritti a queste comunità, limitare gli impatti delle attività industriali e le disuguaglianze che colpiscono soprattutto i soggetti più vulnerabili come le donne e i giovani. Ho incontrato molte associazioni impegnate nel supporto delle comunità e che hanno sviluppato programmi per il sostegno alla popolazione locale per farmi guidare da loro in questo mio percorso di conoscenza.
 


I volontari di Manygro, un’organizzazione con sede nella baraccopoli di Mathare a Nairobi in Kenia, trasportano materiale per la ristrutturazione di un edificio. Manygro opera per la tutela ambientale, per l'’allevamento comunitario e per l'’inclusione sociale attraverso attività sportive. Obiettivo dell’'organizzazione è creare opportunità lavorative per i giovani e sradicare la povertà. © Nicola Sacco
 

Le difficoltà maggiori le ho incontrate in fase di editing quando ho dovuto rivedere migliaia di foto e trovare un legame fra queste e l’idea che avevo in mente, il taglio che ho cercato di dare alla mia storia. Sul campo sono stato agevolato da persone e amici che mi hanno guidato e mi hanno aiutato a capire meglio il significato delle cose che incontravo. Siamo abituati a vedere foto di Africa che parlano di conflitti e di povertà, anche se soprattutto negli ultimi anni c’è stata un’apertura verso un approccio diverso e tanti fotografi africani hanno avuto spazio di poter comunicare i loro paesi. È importante procedere in questa direzione, facendo parlare l’Africa senza i filtri e le distorsioni dettate dai retaggi culturali.
 


Un club di Dar es Salaam. La capitale della Tanzania ha avuto un ruolo importante nella storia della musica del paese. Il genere musicale più longevo originario di questa zona è il muziki wa dansi, la musica da ballo derivata dal soukous congolese, nata negli anni trenta e da allora in continua evoluzione. © Nicola Sacco
 

Da circa un anno sto lavorando sulla regione Piemonte, dove sono nato, e in particolare nelle zone di Langhe,Roero eMonferrato. Dopo molti anni trascorsi lontano da queste terre è un riavvicinamento importante, a livello personale e fotografico. Il riconoscimento che ha portato la regione - tra i sistemi collinari più visitati in Italia - a essere inserita fra le aree patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, è la conferma di un accresciuto interesse a livello internazionale. Molte iniziative legate al territorio, alla sua cultura e alle sue tradizioni esistono da tempo e un riconoscimento deve essere uno stimolo importante per proseguire il lavoro avviato e migliorare.
 


 Il paesaggio vinicolo delle colline nella zona di Serralunga d'Alba. Il paesaggio di Langhe, Roero e Monferrato è diventato Patrimonio dell’'umanità: il Paesaggio Culturale di questi vigneti è stato dichiarato come cinquantesima località italiana protetta dall’'UNESCO. © Nicola Sacco
 

La comunicazione del territorio è un aspetto critico per l’Italia e non sempre siamo capaci di raccontare e mostrare quel che esiste. Il lavoro fotografico che ho deciso di realizzare significa anche un ritorno alle terre avvicinandomi alle persone che le abitano, al lavoro nei campi e in vigna. Vorrei continuare a conoscere queste realtà che ho incontrato, farle conoscere ad altri, mettendo in primo piano le persone. Non è semplice, serve tempo, sono storie lente. Non fanno notizia.
 


 Michele Placido al lavoro alla Fattoria didattica delle emozioni, Costigliole d'Asti (AT). Le Langhe e il Monferrato sono zone dalla terra dura, fatta di lavoro duro e sacrifici, povertà ed emigrazione, resistenza e fatalismo così ben raccontate da Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, che crebbero su queste colline. © Nicola Sacco


La zona di Langhe-Roero eMonferrato è stata oggetto di un lavoro collettivo che ho realizzato insieme con altri quattordici fotografi italiani - grazie al bando indetto da Regione Piemonte in collaborazione con Camera-Centro Italiano per la Fotografia, Leica Akademie Italy, Ente Turismo Alba Bra Langhe Roero, AstiTurismo e Alexala - a fianco di Alex Webb (Magnum Photos) e Rebecca Norris Webb. Per dieci giorni abbiamo fotografato il lavoro, castelli storici e chiese, cantine vinicole, infernot, trattorie storiche e ristoranti stellati, stalle, allevamenti di api. Prima di ogni uscita Alex e Rebecca ci aiutavano a individuare alcuni filoni di ricerca, chiedendoci di lavorare in condizioni di luce vantaggiose, la mattina presto e all’imbrunire. Ogni giorno si selezionavano quattro o cinque foto, arrivando ad avere un portfolio finale di dodici foto per ogni fotografo. È stato un lavoro che mi ha messo alla prova e che mi ha permesso di collaborare con fotografi di talento capaci di consegnare selezioni di alta qualità in tempi stretti.
 


Una gallina sgambetta di fronte alla chiesa di piazza Alberto Gramaglia a Serralunga d'Alba (CN). L'etimo del nome langa è incerto. Secondo alcuni un'’origine potrebbe essere nel dialetto ligure e si riferirebbe alla posizione del castello rispetto al centro abitato. Secondo un’a'ltra versione, il termine starebbe per "conca, avvallamento". © Nicola Sacco

Come dicevo all’inizio, cerco di lavorare sulle realtà che mi sono più vicine. Vivo in zona Brenta a Milano, un quartiere di dimensioni ridotte dove la piazza della chiesa, la panetteria, la sartoria egiziana, il negozio di vino sfuso, laboratori di artisti locali e importati, associazioni a sostegno della famiglia, sembrano ancora un punto di riferimento per gli abitanti. Da qualche mese ho iniziato una mappatura del quartiere, a prendere contatti grazie a chi vi abita da molti anni e ne conosce la storia. Vorrei fotografare, arrivando anche a condividere ciò che sto incontrando nelle sue vie, magari organizzando un workshop per il 2016.
 


Un allenamento di golf nel quartiere Mirafiori sud a Torino. Mirafiori è un quartiere della periferia sud di Torino, conosciuto per la presenza del principale impianto di produzione della Fiat. È la zona con più alta densità di edilizia popolare della città. © Nicola Sacco
 

Un’ultima esperienza che vorrei ricordare è quella all’interno di una casa famiglia in provincia di Pavia che conosco da circa vent’anni grazie ad una cara amica. Sono stato introdotto all’interno di questa realtà prima come amico e molto tempo dopo come fotografo. L’ho fatto scherzando, chiacchierando e giocando con la macchina fotografica. Per un periodo ci siamo anche divertiti con le vecchie macchine usa e getta e a rivedere le stampe con le ragazze e i ragazzi che abitano la casa.

È stimolante e forse utile a dimostrare che la conoscenza tecnica non è l’elemento decisivo per realizzare una buona foto. Servono volontà e impegno per esprimere ogni cosa».

 

 


© Simone Padovani
 

Simone Padovani: «Quando nel 2007 iniziai a considerare la fotografia come un mio linguaggio, cominciai a fagocitare una serie di autori. Tra i primi ci fu Olivier Follmi, fotografo reportagista francese, autore di numerose pubblicazioni editoriali con la moglie, Isabelle Follmi. Nel suo sito vi erano dei consigli per chi volesse intraprendere la strada della fotografia, e cominciai a leggere attentamente. Uno dei consigli dati era di non limitarsi a fare fotografia, ma cercare di avere un proprio stile. Iniziai a riflettere. La prima difficoltà fu trovare una definizione chiara per me di stile. In quel periodo stavo anche ultimando i miei studi di Psicologia di comunità, percorso di studi che mi ha influenzato tantissimo e che tuttora continua a farlo.
 


© Simone Padovani
 

Oltre a darmi la possibilità di utilizzare una tecnica che portai in Italia con il Prof. Massimo Santinello, chiamata Photovoice e che attualmente continuo a insegnare nella facoltà di psicologia di Padova, il mio percorso formativo mi aiutò a trovare quella definizione che mi serviva di stile fotografico: “personalità fotografica”. Nel momento in cui riuscii a dare un nome per me tangibile allo stile fotografico, fui in grado di definirmi. Il primo passaggio che feci fu un rapido brainstorming: persone, sguardi, emozioni, acqua, profondità, lavoro, azione, grafica, città, intensità, poesia, riflessione, messaggio. Ora si trattava di dare forma all’istinto. Cominciai pertanto a riflettere su quelle parole, e più procedevo più sentivo che mi appartenevano.
 


© Simone Padovani
 

Ora un breve balzo indietro. Mi hanno chiesto più volte perché la scelta della fotografia. La fotografia per me è un vestito da indossare, in quanto coniuga istinto erazionalità in un modo che mi rappresenta. Ho un istinto prepotente nel voler immortalare un’emozione che mi ha scosso, e si utilizzo la tecnica, ovvero un mezzo o strumento, per dare forma a quell’istinto ancora grezzo. Compiuto questo ciclo riparto con un ciclo completamente nuovo, una nuova fotografia. Questi cicli hanno poi durate diverse, possono essere una singola fotografia, come ad esempio la fotografia dell’uomo ebreo, che si chiude con un unico scatto, o un progetto, che può avere una durata di un anno, come le immagini dell’arte remiera veneziana, fino addirittura ad arrivare a progetti di molti anni, che sono in realtà una serie di cicli più piccoli legati a un unico ciclo più ampio, come le foto delle tribù dello stato indiano dell’Orissa, che sono un ciclo che fanno parte di un progetto molto più ampio.
 


© Simone Padovani
 

A quel punto mi resi conto che per capire e sviluppare il proprio stile è fondamentale anche fare un lavoro di conoscenza di se stessi. E così lentamente presero forma le parole del brainstorming. Ho sempre amato l’essere umano, le tradizioni che è riuscito a creare nel corso dei secoli, e per questo ho sempre avuto una predilezione per le persone, per l’acqua, per il minimalismo grafico.
 


© Simone Padovani
 

Ho sempre avuto una predilezione per quella fotografia che secondo me è molto simile agli haiku, componimenti poetici giapponesi. Ho sempre creduto che quello che ognuno di noi fa può e deve essere utile anche agli altri. Ecco perché mi piace fotografare popoli che mantengono la loro identità, paesaggi profondi e solenni o minimalisti e grafici, aggregazione di persone e deserto umano. Il mio sguardo è la mia visione del mondo. Il mio sguardo è il rapporto con il mondo, il mio approccio psicologico-antropologico. Il mio sguardo è a colori e in bianco e nero. Il mio sguardo è mandare un messaggio. Il mio sguardo sono io.
 


© Simone Padovani

 

Chi sono

Nicola Sacco. Sono nato ad Alessandria nel 1981. Mi sono avvicinato alla fotografia grazie ai viaggi, iniziando a prenderne maggiore coscienza durante gli anni di studio dell’università in Italia e all’estero. Da allora è diventata soprattutto un modo per raccontare le storie che incontro. Mi laureo in scienze economiche nel 2007 e da allora collaboro con l’agenzia fotografica FotoUp. Faccio parte della redazione di Witness Journal, la prima rivista di fotogiornalismo online in Italia. Vivo a Milano e lavoro per il gruppo Eni. Mi occupo di progetti legati alla sostenibilità (ambientale e sociale) e di relazioni fra impresa e comunità locali in molti paesi, soprattutto in Africa. Un punto di vista, anche contradditorio e paradossale come le nostre vite, che mi ha permesso di conoscere in prima persona le attività sul campo e specifiche realtà territoriali. Collaboro con associazioni che lavorano per lo sviluppo locale per la realizzazione di progetti legati alla fotografia e alla comunicazione di attività di sviluppo socio-economico con l’obiettivo di darne visibilità e creare una consapevolezza più diffusa. Da alcuni anni accompagno Giulio Di Meo in progetti didattici e di documentazione sul territorio.

Per saperne di più:
www.nicolasacco.com

 


© Simone Padovani
 

Simone Padovani. Sono nato nel 1981. Dopo la laurea in Psicologia, con la quale ho portato in Italia una tecnica che fonde fotografia e psicologia di Comunità, tuttora lavoro con l’Università di Padova. Ho vinto due award Fiof, sono certificato Google e Nikon. Lavoro come reportagista con il collettivo Awakening come contributor di Getty Images e Corbis. Vivo a Venezia.

Per saperne di più:
www.simonepadovani.it.