Maestri 1

A cura di:

Francesco Cito
Intervista

Nei workshop, occasione in cui Sguardi lo ha incontrato (sul reportage, presso Officine Fotografiche nell'ambito di Fotoleggendo a Roma), Francesco Cito è presentato come "maestro". Perché, come ha scritto Ferdinando Scianna, «è forse oggi il miglior fotogiornalista italiano. Ha l'istinto del fatto, la passione del racconto, la capacità di far passare attraverso le immagini, con forza di sintesi e rigore visivo, l'essenziale delle cose».


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Napoli 1994 - La sposa e la sorella
© Francesco Cito

Nato a Napoli nel 1949, Francesco Cito è arrivato relativamente tardi alla fotografia, iniziando a fotografare professionalmente dal 1975. Un interesse però venuto da lontano, da quando - ragazzo - sfogliava Epoca e si appassionava alle avventure di Walter Bonatti. Erano i tempi d'oro del fotogiornalismo in Italia. Attraverso quelle foto, quelle storie sognava l'avventura. Un fotografo eclettico, come si definisce, testimone degli eventi in molti luoghi caldi, come Afghanistan, Libano, Palestina, Arabia Saudita, Iran, Bosnia, Kossovo. Ha fotografato Napoli, il Palio, la Sardegna, il Trentino, realizzato lavori sulla mafia e sulla camorra, come sulla pesca dei tonni e sui matrimoni. Nel 1995 si è aggiudicato il terzo premio per il reportage del World Press Photo con "Matrimoni napoletani" e nel 1996 il primo premio per il reportage con "Siena, il Palio". Sue immagini sono apparse su Epoca, Il Venerdì di Repubblica, Panorama, Sette, Corriere della Sera, Specchio della Stampa, Sunday Times Magazine, Observer Magazine, Stern, Bunte, Zeit Magazine, Figaro Magazine, Paris Match, Life.

Il desiderio di avventura è stato la prima molla?
Sì, la fotografia era il mio sogno da piccolo perché leggendo e guardando Epoca, attraverso le storie di Bonatti immaginavo che la fotografia sarebbe stato il mezzo per l'avventura. Quando sono cresciuto ho capito che l'esplorazione era tutt'altra cosa e che la fotografia sarebbe stata comunque il mezzo per conoscere un po' le realtà quotidiane della vita che mi girava intorno, vicino o lontano. Questo è stato l'input iniziale per il quale ho iniziato a fotografare.

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Hebron, Palestina-West Bank 1997
Aspettando l'arrivo di Yasser Arafat
© Francesco Cito

E hai cominciato a girare il mondo.
Mi sono allontanato da Napoli perché mi ero accorto che stando nella realtà in cui ero cresciuto non sarei riuscito a conoscere qualcosa di nuovo, oltre il circondario, la frontiera. Ho girato l'Europa, come molti giovani di allora, e sono approdato in Inghilterra. La fotografia non era ancora contemplata in termini professionali. La decisione di dedicarmi alla fotografia l'ho maturata molto tardi. Ho preso la prima macchina fotografica in mano, una Nikon F2, a 23-24 anni. Anche il cinema ha contribuito alla mia formazione visiva. Più che la trama, il soggetto, gli attori, il regista, mi interessava il modo di riprendere, la zoomata, il campo lungo o stretto, le luci, tutte cose che mi davano la possibilità di cominciare a valutare l'inquadratura. Anche leggendo una foto ho sempre cercato di immaginare come fosse stata realizzata. Poi, quando ho iniziato a capire che il mio indirizzo poteva essere quello, ho creduto che per arrivare a farlo bisognava frequentare una scuola e così ho deciso di andare in Inghilterra per seguire i corsi del Royal Art College. L'obiettivo era di diventare capace, un giorno, di pubblicare su Epoca. Ma mi sono subito reso conto che era tutto troppo difficile: troppo caro il college e troppo duro, perché era tutto in inglese. E, così, ho cominciato da solo.

Allora sei un autodidatta?
Sì. Per me la tecnica è sempre stata tutto sommato un problema relativo. Una volta che hai acquisito la cognizione che la fotografia si fa in base alla sensibilità della pellicola, ai tempi di esposizione e all'apertura del diaframma, poi le cose maturano. Anche nella scelta del materiale: quando ho comprato la mia prima Nikon sono partito direttamente con un 24 millimetri, forse perché avevo imparato a guardare il cinema in cinemascope e avevo bisogno di un orizzonte più largo.


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Nei pressi di Maiwand, Afghanistan 1989
© Francesco Cito

Come hai iniziato a fotografare?
A Londra per mantenermi ho fatto molti lavori, da Harrod's ai night club privati. Un giorno conobbi per caso il direttore di un settimanale di musica pop-rock e così ho passato un anno a fotografare concerti e complementi. Ma volevo conoscere il mondo attraverso altre vie. Avevo capito di avere una certa capacità di lettura, di cronaca, di stare sui fatti. Sfogliando i settimanali inglesi, Epoca divenne presto provinciale, superata. L'obiettivo era pubblicare sul Sunday Times Magazine. Feci vedere al suo photo-editor degli scatti su una festa religiosa in Italia e parlammo di un possibile servizio sul contrabbando a Napoli. Mostrò interesse, ma non mi diede garanzie. Ci provai da solo. L'ambiente dei contrabbandieri si rivelò molto più difficile di quel che pensavo. Per un mese gravitai nell'area di Santa Lucia, nel frattempo le Nikon erano arrivate a due. Seguivo la polizia, facevo le irruzioni con loro, facevo le foto al momento dell'arresto. Riuscii a salire su uno dei motoscafi dei contrabbandieri. Portai a termine il lavoro, il mio primo reportage sul Sunday Times. A Epoca venni presentato come quello che aveva pubblicato sul Sunday Times. C'è un detto secondo il quale i grandi giornali fanno i grandi fotografi.

Poi sei tornato in Italia.
Da Londra ero già tornato spesso, come free-lance, per esempio per un lavoro sulla camorra napoletana durato tre mesi che poi è stato pubblicato in mezzo mondo. A furia di seguire le squadre della polizia, ero quasi diventato uno di loro. Credo sia fondamentale introdursi in una certa realtà e cercare di viverla dall'interno, da quella dei contrabbandieri a Napoli a quella dei minatori in Inghilterra. Sono io, come fotografo, che mi devo calare nella loro mentalità. Ci vuole la più grande umiltà per diventare uno di loro.

Bisogna, prima di tutto, instaurare un rapporto.
Farsi accettare, conquistare la fiducia e il rispetto. Io non scatto subito, preferisco perdere una foto magari bellissima per non pregiudicare il lavoro. Una bella foto non significa niente rispetto alla costruzione di un percorso. Alla fine, la bella foto è la parte più facile. Il problema è arrivare a comporre un racconto. Penso di non essere mai tornato senza il lavoro; se la storia non c'era ho sempre trovato qualcosa da portare indietro. Uno dei complimenti più belli me lo ha fatto Carlo Rognoni, direttore di "Epoca", per un lavoro su Lorenteggio, il Bronx di Milano "Cito è uno che riesce a trovare la merda anche quando non c'è". Un buon reporter è uno che riesce a scavare.


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Molfetta, 08/09/06
Il ritorno alla chiesa da una processione sul mare, della Madonna del Martirio, protettrice dei pescatori
© Francesco Cito

Come è il tuo rapporto con i giornali?
Ho sempre lavorato quasi esclusivamente con i settimanali. Il mestiere l'ho imparato lavorando con le redazioni, per capire. È con Michael Rent, il photo editor del Sunday Times Magazine, che ho imparato se una storia, un racconto funziona o no; a valutare se ho la foto di apertura, quella che ti deve portare direttamente nel racconto, attraverso cui capisci l'argomento di cui si sta parlando, e hai il 50% del racconto. Bisogna sempre avere l'idea di quale dovrebbe essere l'apertura di un lavoro, una foto di impatto che apre il racconto.

Ma l'editoria è cambiata molto.
Sì, certe storie non interessano più, il reportage non interessa più. La tendenza è al bello, all'effimero, da molti anni. Mi ricordo che già in Inghilterra lo stesso Rent mi confessava di essere in grandi difficoltà quando in una doppia pagina si ritrovava il bambino che muore per fame in Africa accanto alla pubblicità dello champagne, con l'inserzionista che non voleva più associare il suo prodotto a una storia di miseria. Per alcuni è colpa della tv, perché arriva prima nelle case; ma la tv non ti dà la possibilità di analizzare ciò di cui parla perché è una serie di immagini in movimento. La fotografia ti permette di tornarci sopra, se sei interessato te la vai a riguardare. Il problema è se i giornali ti propongono cose buone. Se sì, le leggi, le guardi. Ma i giornali italiani hanno cecità assoluta su quello che accade nel mondo, non vogliono più questo tipo di argomenti: mafia, camorra, ospedali danno fastidio.

Sei sempre stato free-lance?
Sì, eccetto la rara eccezione sotto contratto per la musica. Perché probabilmente sono di indole anarchica, preferisco sentirmi libero, senza legami. Ci sono i pro e i contro. La libertà la paghi, ma i pochi amici rimasti legati o facenti parti di una struttura di una redazione si lamentano che non li fanno lavorare. Io, ogni tanto, ho la possibilità di allontanarmi per andare a fare la mia storia.


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Siena 1998
La vittoria della contrada del Nicchio al Palio del 16 Agosto
© Francesco Cito

A proposito di storie, su quale stai lavorando in questo momento?
Le mie storie sono sempre infinite, storie iniziate e che non finiranno mai. Ci stanno storie che segui di più e di meno. La Palestina è una di quelle che seguo sempre, mi capita di riuscire ad andarci anche due o tre volte in un anno o di non andarci per un anno. Anche il Palio fa parte delle mie storie ricorrenti, solo che col tempo sono diventato anche contradaiolo - della contrada del Nicchio - e sono talmente preso emozionalmente che non riesco più a guardarlo con lo spirito di chi osserva; ma fotografo solo il Nicchio, non tutto il Palio. Il lavoro a cui mi sono più dedicato negli ultimi tempi è una ricerca sul coma, su quel che significa questo stato vegetativo all'interno di una società opulenta, sull'inconsapevolezza della sofferenza, sulla sofferenza che è attorno all'ammalato, nel nucleo familiare, sull'infermo in un limbo di solitudine. Anche lì ti devi rapportare con la gente, entrare sempre in punta di piedi. Sono attratto dalla vita degli altri, del padre, di una sorella, di un cane, entità assenti, nascoste, perdute. Ci lavoro da 15 anni, ho già pubblicato due cose. Quello che faccio non lo faccio tanto per me stesso. Se il mio mestiere fosse solo un esercizio finanziario, andrei a fare la moda. Mi illudo che possa servire a qualcosa, a far pensare la gente. Racconto la storia per dare informazioni. Non per niente i miei soggetti, tranne alcuni fatti anche per respirare, sono tutti di denuncia: Palestina, Libano camorra, coma.

Il tuo nome è associato anche alla guerra, tanto da essere stato definito uno dei migliori fotogiornalisti di guerra. Avevi, hai una particolare sensibilità verso situazioni estreme?
Il mio percorso fotografico è stato un po' strano. All'inizio fotografavo senza sapere bene cosa volevo fotografare, fotografavo di tutto, di certo non la guerra. Sono passato per puro caso a fare il fotografo di musica e poi a fotografare minatori, pescatori, fantini. Poi ho sentito la necessità di dovermi misurare con me stesso, vedere fino a che punto potevano spingersi le mie capacità. È scattata la famosa molla dell'avventura, non più andare a scoprire il Borneo. Allora ho cercato l'elemento estremo, complicato e difficile, le situazioni di conflitto anche armato.


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Napoli 1983
Lotta alla camorra. La squadra antiscippo arresta due scippatori.
© Francesco Cito

Come fai i conti con la paura?
Non c'è niente di eroico nel nostro mestiere, sai quante volte mi è capitato di scendere dalla scaletta dell'aereo e di chiedermi dove diavolo stessi andando. Il primo giorno che ho attraversato l'Afghanistan smadonnavo di continuo. Poi la paura la metti da parte, ti dici "andiamo avanti", "vediamo che succede". Il discorso della paura è relativo, ci poniamo il dilemma quando ci confrontiamo con realtà a noi ignote. Io ti dico che a volte ho più paura quando salgo in macchina per affrontare un viaggio in autostrada e mi chiedo se riuscirò ad arrivare a destinazione.

Insomma, trovare un proprio modo di entrare nell'ambiente, anche estremo, in cui si lavora e starci. Trovato questo modo, ti senti in qualche modo a tuo agio.
Ti posso dire che mi sento anche protetto, una volta che tra me e il mio soggetto si stabilisce un certo rapporto, mi sento accettato, anche più libero, e le paure le metto da parte.

Riconosci degli elementi principali nel tuo stile?
Credo di cercare sempre una certa pulizia dell'immagine. Sono per una fotografia in un certo senso asettica, per eliminare dal campo visivo tutti gli orpelli, per far rientrare nell'immagine soltanto gli elementi necessari e indispensabili. Certo poi devi inserire le cose che ti raccontano il fatto che vuoi raccontare. Non amo la tendenza alle foto sbilenche; sono della vecchia scuola, quella delle linee ben definite. Il mosso non è detto che sia da dimenticare, però poi la gente lo deve capire. Mi ricordo che una volta, a Panorama, mi chiesero una cosa sul Palio, perché si era battuto il record di velocità nel percorrerlo, allora ho pensato a un panning per dare tutta la dinamicità del cavallo che corre col cavaliere. Mi raccontarono che il giorno dopo il direttore era infuriato: "ma che cos'è questa foto tutta mossa?", urlava. Gli ho mandato a dire che la stessa foto l'aveva pubblicata Life.


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Caccia bombardieri F-15 americani nei cieli della ex Jugoslavia per far rispettare
gli accordi di Dayton con il cessate il fuoco in Bosnia 1996
© Francesco Cito

Quali soggetti ti attirano in particolare?
Mi attrae soprattutto l'uomo in tutte le sue forme, difficilmente ho delle fotografie dove non ci sia la presenza dell'uomo. Il paesaggio fine a se stesso, la cosiddetta natura morta piuttosto che l'oggetto qualsiasi in sé, mi interessano fino a un certo punto se nel contesto non c'è l'uomo oppure una presenza vivente. Mi interessa che ci sia vita, pulsazione, movimento.

Sempre bianco e nero o anche colore?
Non ho sempre fotografato in bianco e nero, anzi io stranamente ho iniziato a fotografare a colori. Il bianco e nero è qualcosa che è scattato dieci anni fa. Prima facevo tutti e due. Credo che il colore falsi un po' le regole, perché tu sei attratto, colpito dal colore più che dal soggetto. Credo che con il colore il messaggio non sia immediato. Il bianco e nero è più difficile. Con il colore puoi permetterti anche il lusso di non comporre nella misura giusta perché sai che il colore influenza chi guarda. Mentre con il bianco e nero devi creare una costruzione, perchè si basa su questo.

Hai delle focali che privilegi?
Quelle estreme. Ho cominciato, come dicevo, con il 24, e ho finito con l'utilizzare quasi come ottica fissa il 18. Credo sia una mia necessità entrare quanto più possibile nel contesto, avvicinarmi, quasi come se cercassi un contatto fisico. Diciamo che se devo andare in una zona di guerra mi porto il 18 e il 300, il 300 per ovviare lì dove non riesco ad arrivare. Ma l'obiettivo, come sai, è relativo. L'importante è cercare, scegliere un buon punto di vista. Ciascuno è libero di utilizzare l'ottica che più esprime se stesso. La macchina è uno strumento, la foto la fai tu con la tua immaginazione, il tuo talento. L'importante è quello che trasmetti nelle foto.


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Corleone, Sicilia 1989 © Francesco Cito

Come organizzi i tuoi workshop, cosa cerchi di trasmettere?
Trasmettere qualcosa nei workshop è molto difficile. Certamente non cerco di trasmettere il mio modo di fotografare. Sono incontri, in cui io racconto. Non cose tecniche, semmai emozioni; forse più una metodologia di lavoro, più che altro una riflessione su composizione, forme, volumi, grafie, costruzione, scelta dei tempi, concentrazione, intuizione, prontezza di riflessi, reattività. Soprattutto alle nuove generazioni, che magari hanno questa immensa capacità di conoscere tutto sulle nuove tecnologie, ma che a volte non riflettono più su ciò che fanno. Invece dietro la fotografia c'è comunque pensiero, racconto. Nei workshop portare in giro chi partecipa è difficile, si costruisce molto di più stando in un'aula a discutere, guardare, analizzare le foto e poi, caso mai, uscire e fotografare e ritornare a guardare. Perché spesso non si riflette abbastanza sui contenuti. Devi farti un'idea prima di quello che devi fotografare: ritratti, paesaggi. La foto la devi vedere prima e poi deve apparire sul fotogramma. L'analisi delle immagini dei partecipanti è un momento cruciale: se una foto è nitida, incisa, se racconta poco o abbastanza, se c'è o no un'evidenza che attrae, se in una c'è troppa confusione, una deformazione troppo evidente, se c'è intensità, se questa è una foto semplice, dinamica.

Ultima curiosità: quali sono i fotografi di reportage che preferisci?
Il mio fotografo preferito di reportage è Eugene Smith, sia per soggetti sia per le composizioni che ha creato. Se c'è stato un innovatore nella fotografia è stato lui. Cartier-Bresson no, è troppo distaccato per i miei gusti; nelle sue foto non ci trovo sensibilità, sofferenza trasmessa. Come ritrattista io indicherei Arnold Newman. Tra i moderni e contemporanei, all'estero mi viene in mente Eugene Richards e il suo "American Way"; tra gli italiani, le cose che fanno Alex Majoli e Paolo Pellegrin.


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Jalazoon, Palestina- West Bank 1988
Prigionieri palestinesi attivi nell'Intifada, catturati dall'esercito israeliano
© Francesco Cito

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Sarajevo 2001
Cartelloni pubblicitari
© Francesco Cito