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A cura di:

Fotografare le forme
Gianni Galassi

Diversamente dalla pittura, la fotografia è un medium per il quale soggetto e oggetto sono la stessa cosa. È normale osservare una fotografia - sulle pareti di una galleria, in un libro, in un giornale - e mettere l'immagine in relazione con la didascalia che l'accompagna: Portico, Roma - 2007. Abbiamo infatti sotto gli occhi una descrizione visiva (e datata) di un manufatto architettonico che puntualmente soddisfa le attese generate dal titolo. Perché la fotografia è un efficacissimo medium documentario.

© Gianni Galassi
Municipio, Fiumicino - 2007 © Gianni Galassi

 

Ma se lo sguardo del fotografo ha letto in quel portico non tanto una struttura che permette ai cittadini di andare a spasso senza ombrello anche quando piove, ma piuttosto un susseguirsi di linee chiare e scure, oblique e parallele tra loro, organizzate secondo ritmi e schemi compositivi che scaturiscono dal provvisorio rapporto tra zone illuminate e zone in ombra, ecco che abbiamo a che fare con una forma. Tutt'a un tratto l'identità tra soggetto e oggetto, fondamento semantico del medium fotografico, viene meno. L'oggetto è il portico, ma il vero soggetto - la ragion d'essere - di quella fotografia consiste nella geometria effimera e involontaria del chiaroscuro.

E veniamo alla questione pratica: come si fa. Se la forma di un oggetto non coincide con l'oggetto stesso, ma è la risultante di un rapporto luce/ombra, il contorno della forma includerà necessariamente l'ombra - o le ombre - che l'oggetto proietta nello spazio circostante. Individuare lo spazio-forma è un'operazione fondamentale che richiede pochi semplici accorgimenti: non avere fretta, avanzare, tornare indietro, spostarsi un po', ricominciare, tenendo d'occhio le continue variazioni dello schema geometrico che ci si presenta davanti. Non avere fretta di scattare - abbiamo a che fare con oggetti che non si muovono - e, possibilmente, essere soli. Talvolta ci accorgeremo che è il caso di tornare quando la luce sarà più favorevole, cioè darà luogo a ombre più interessanti e fotogeniche. Poco male. Ci saremo evitati l'ennesimo carico di file inutili da archiviare nell'hard disk. Per fotografare le forme bisogna pensare molto e scattare pochissimo.



Le fotografie di Gianni Galassi
che accompagnano questo servizio sono tratte da SQUARE,
in mostra a Roma
dal 20 gennaio al 7 marzo 2009 presso la Galleria Luxardo
(Via di Tor di Nona 39,
dal martedì al sabato
ore 16-19.30, inaugurazione
lunedì 19 gennaio, ore 18.30).
Il catalogo è edito da SearchLight,
per info: www.blurb.com.

 

© Gianni Galassi
Facciata, Roma - 2007 © Gianni Galassi
© Gianni Galassi
Loggiato, Valencia - 2008 © Gianni Galassi

La luce migliore è quella che segue l'alba e precede il tramonto. Il sole è basso sull'orizzonte e illumina le superfici verticali frontalmente. Inoltre le ombre si allungano, generando ampie campiture scure. D'estate questo momento magico dura pochissimo e, per poterne approfittare, saremo costretti a svegliarci quando fa ancora buio. L'alternativa è il tardo pomeriggio, ma in quelle ore l'aria spesso è sporca a causa dell'evaporazione provocata dalla calura. D'inverno le cose vanno meglio. Le giornate ideali sono quelle in cui la tramontana rende l'aria tersa e si muore di freddo. Non si può avere tutto. Se l'angolo di incidenza della luce non ci soddisfa, è opportuno ricordare che nel nostro emisfero il sole gira sempre in senso orario, e che ciò che di prima mattina si presenta controluce sarà illuminato frontalmente a fine giornata. E viceversa.

L'attrezzatura ideale per fotografare le forme è semplicissima. Il treppiede non serve, dato che lavoreremo con una luce particolarmente intensa. Non occorre neppure un apparecchio molto prestante dal punto di vista della velocità: fotografiamo cose che non si muovono e la raffica non serve. Come non serve il flash e tantomeno uno zoom di grande estensione. Anzi, l'ideale sarebbe un'ottica fissa dalla focale equivalente - grossomodo - al 35 mm nel formato 24x36: non enfatizza troppo le prospettive, è pressoché esente da difetti ottici, costa poco, pesa poco e non dà nell'occhio. Il marketing della paura ci sta rendendo tutti un po' paranoici e molti, per esempio, non gradiscono che si fotografi la facciata del loro condominio.

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Condominio, Roma - 2007 © Gianni Galassi

Per sfruttare al meglio le qualità del sensore imposteremo la sensibilità minima. Il rischio del mosso non c'è. A 100 ISO, nelle condizioni di luce descritte prima, utilizzeremo comunque tempi di posa dell'ordine di 1/500 di secondo. Anche perché, lavorando per esempio in semiautomatismo a priorità di diaframmi - selettore su “A” negli apparecchi Nikon - sceglieremo un'apertura tra 5,6 e 8. Non al di sotto, per evitare vignettatura e perdita di nitidezza ai bordi. Né al di sopra, per ridurre aberrazione cromatica e - soprattutto - diffrazione. Quanto al bilanciamento del bianco, selezionare luce diurna può dare risultati cromaticamente interessanti: quando il sole è basso sull'orizzonte, la luce attraversa una maggiore quantità di atmosfera ed assume una dominante calda.

I filtri dinamici - come il D-Lighting presente negli apparecchi Nikon - vanno assolutamente disattivati. Non ci interessa scavare nelle basse luci. Al contrario, ci proponiamo di ottenere delle ombre chiuse ed uniformi. L'esposizione va calcolata sulle alte luci, optando per la misurazione spot in un'area illuminata del campo inquadrato. Oppure affidandosi all'esposizione matrix con una compensazione, in sottoesposizione, di due terzi di diaframma. O di un valore intero nel caso, per esempio, di edifici bianchi. Comunque, dopo il primo scatto, un'occhiata all'istogramma non guasta mai. È indispensabile che il grafico non presenti tagli a destra. Nel dubbio, è meglio una lieve sottoesposizione che non il contrario: le alte luci bruciate toglierebbero materia alle superfici, interrompendo la continuità delle campiture chiare. Inutile sottolineare che, soprattutto con gli apparecchi meno recenti, è più opportuno salvare in raw che in jpg. E salvare a colori anche quando intendiamo realizzare una foto in bianco e nero.

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Facciata, Antibes - 2006 © Gianni Galassi
© Gianni Galassi
Teca dell'Ara Pacis, Roma - 2006 © Gianni Galassi

Al momento di inquadrare è bene concentrarsi sulle linee principali che marcano il confine tra luce e ombra, mettendole in relazione tra loro quando sono reiterate - come nel caso del portico -, o quando tagliano i piani reali dando luogo a superfici virtuali. E utilizzare il rettangolo - o il quadrato - del fotogramma come ancoraggio delle linee stesse, sfruttando gli angoli, le diagonali e la sezione aurea dei lati come punti di forza. Se il mirino - o il display - offrono la possibilità di un reticolo-guida, meglio attivarlo.

La post-produzione impone due operazioni preliminari. Innanzitutto, una volta sviluppato il file raw, è necessario correggere la distorsione geometrica - se c'è - utilizzando il filtro di correzione presente in Photoshop o un plug-in dedicato a questo scopo: PTLens costa pochissimo e lo fa automaticamente. Quindi si raddrizza l'orizzonte - se serve - e si corregge la prospettiva dell'immagine rendendo parallele le linee verticali, sempre con l'ausilio dell'apposito filtro di Photoshop. A questo punto l'immagine è pronta per essere riquadrata. Fotografare le forme impone un grande rigore formale, ed è estremamente difficile ottenere a mano libera una composizione perfetta. Niente di male, quindi, se per conseguire il nostro scopo facciamo ricorso alla taglierina digitale.

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Condominio, Roma - 2007 © Gianni Galassi

Per finire, interveniamo su densità e contrasto. Ogni fotografo ha il proprio metodo: c'è chi lavora sulle curve e chi preferisce farlo sui livelli. In ogni caso, lo scopo è quello di ridurre le ombre a campiture nere omogenee, mettendo contemporaneamente in risalto la texture delle aree illuminate. È consigliabile tagliare senza troppi complimenti la parte sinistra dell'istogramma, e cercare di far coincidere l'estremità destra col valore massimo (255). Schiarire o scurire le luci medie determinerà invece il tono complessivo dell'immagine, rendendola più brillante o, viceversa, più cupa. Se si vuole ottenere un'immagine in bianco e nero, questo è il momento di desaturare il file con l'ausilio del miscelatore canali: per scurire i cieli e schiarire gli edifici è buona norma partire da un 100% di rosso.

Ovviamente il supporto finale avrà, in queste scelte, una parte rilevante. La visualizzazione su monitor è diversissima dalla stampa su carta. E tra le carte - e gli inchiostri - c'è una varietà di resa pressoché infinita. Tutte le opzioni sono possibili, ma l'esperienza suggerisce di dare la preferenza ai supporti opachi, che se da un lato penalizzano il microcontrasto - che in questo genere di fotografia serve a poco -, offrono in cambio neri profondi e vellutati che danno grande enfasi alle ombre. E sono proprio le ombre, come abbiamo visto, la materia prima che ci permette di fotografare le forme.

Chi è
Gianni Galassi nasce a Milano nel 1954 e si avvicina alla fotografia giovanissimo partendo dallo still-life e acquisendo una formazione prettamente fotochimica, che ha lasciato un'impronta importante nella sua cifra stilistica. Oggi si occupa anche di post-produzione cinetelevisiva. Ha esposto a Roma, nel 2007, al Festival della Fotografia e al Museo Nazionale di Palazzo Venezia. In precedenza a Milano, Viterbo ed Atene.

www.giannigalassi.com