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Fotografare persone, tra reportage e ritratto
Laura Salvinelli

Lavoro per un reportage non predatorio, fatto essenzialmente di ritratti, che mi piace chiamare reportrait, non perché faccia tendenza parlare in inglese (o in francese), ma perché non esiste in italiano una parola che unisca reportage e ritratto. Il ritratto è la mia chiave personale che mi apre il mondo del reportage, così come le piccole storie mi permettono di entrare in contatto con la storia e i contesti più ampi di cui sono parte. Amo la bellezza e la gioia. Le trovo sempre più spesso nel mondo dei semplici che in quello dei potenti. L'energia vitale, la forza di trasformazione, la passione di sentire la storia credo che appartengano ora ai cosiddetti paesi in via di sviluppo, per questo mi interessa lavorare il più possibile in luoghi come l'India. Rispetto all'«indicibile violenza» ed alla «disparità brutale della vita intorno a sé» di cui parla Arundhati Roy cerco di portare il massimo della mia attenzione, e di fare con cura quello che so fare. Difendo il bianco e nero d'autore e il reportage di approfondimento che si sta facendo di tutto per eliminare. Non solo credo nella dignità della differenza e nel rispetto della libertà di espressione, ma sono profondamente convinta che senza di essi l'informazione e lo sguardo di tutti sono senz'altro peggiori.


© Laura Salvinelli

Little Buddha, Bernardo Bertolucci. Kathmandu (Nepal), 1992
© Laura Salvinelli

Fotografo dal 1981. Ho cominciato nel mondo dello spettacolo con la discografia e il cinema. Ho amato immensamente lo studio, il lavoro con la luce nella sala da posa, e l'alchimia della camera oscura. La fotografia è fatta di tre momenti che sono strettamente legati in senso olistico: scatto, sviluppo e stampa. Mi sono sempre presa cura di tutti e tre le fasi con l'orgoglio dell'artigiano. Per una ventina di anni ho fatto ritratto. Lavoravo solo su commissione, prevalentemente per attori. A fine anni ottanta ho cominciato a viaggiare, alternando i miei primi reportage al lavoro di studio, ma lo studio era allora l'ombelico del mio mondo.


© Laura Salvinelli

Francesco De Gregori. Roma, 1988
© Laura Salvinelli

Questo equilibrio si è rotto nel 2001, quando ho deciso di mettere le mie capacità, possibilmente, a servizio della costruzione della pace. Sono entrata in rete con il mondo della cooperazione, sono andata in Afghanistan, e da quel momento il reportage è passato in primo piano, pur portandosi appresso molto del lavoro di studio. Ho cominciato a scrivere e a pubblicare le storie delle persone fotografate. Sono arrivata al fotogiornalismo, completo di testo, nel momento in cui per la stampa è morto o moribondo. I miei lavori vengono pubblicati come portfolio ed esposti in mostra.

   
© Laura Salvinelli
Mercante del bazar
Pul-I-Khumri (Afghanistan), 2003
© Laura Salvinelli
© Laura Salvinelli
Festival del Ladakh.
Leh (India), 2004
© Laura Salvinelli

Mi piace che questa rivista on line si chiama Sguardi perché condivido il valore centrale dello sguardo. E tuttavia, nel mio modo di fare fotografia, la tecnica anche conta molto, e proprio perché rafforza lo sguardo. La mia è fotografia artigianale che viene dalla storia che vi ho raccontato. Uso il digitale per dare parte del materiale ai clienti, ma le foto delle mie mostre (almeno finora) sono tutte analogiche, e in bianco e nero. Non ho nulla contro il digitale, ma non vedo uno sguardo nuovo insieme alla nuova tecnologia. In viaggio uso reflex 35mm e spesso preferisco gli zoom alle ottiche fisse per motivi di peso e di rapidità. Viaggio quasi sempre da sola, e il peso è un elemento non indifferente. Ma so che lo sviluppo del negativo è altrettanto importante della scelta dell'ottica, e quindi non mi preoccupo troppo del fatto che non sempre posso usare l'obiettivo migliore. Confido nella mia esperienza artigianale, e lavoro molto più a raffinare lo sguardo, nutrendo la mia sensibilità, e cercando di essere il più possibile attenta al soggetto.

Il ritratto, la chiave con cui entro nel reportage, è, per come lavoro io, un incontro. È fatto da chi è fotografato, da chi fotografa, e anche da chi guarda la foto. Sono attratta dal ritratto assoluto, cioè da quello che racconta una storia senza alcuna ambientazione. Però nei reportraits l'ambientazione, se c'è, è importante. Le mie foto sono sempre posate nel senso che nei soggetti c'è la consapevolezza di essere fotografati, e gli sguardi sono incontri. Studio molto la luce, fotografia vuol dire scrittura con la luce, e mi porto appresso molto del lavoro di studio.

A volte vedo l'immagine, mi preparo, e aspetto che avvenga l'incontro, come nel caso della foto della visita di Chanchalma, la levatrice, alla sua paziente. Ho seguito la levatrice per due giorni, vivendo con lei e conoscendo le sue pazienti. La foto che racconta una delle visite, scelta da una sequenza, è posata perché tutti sanno della mia presenza, ma nello stesso tempo ognuno continua a fare il suo lavoro. In altri casi, invece, il processo è molto veloce, e lo scatto è unico, come nel caso del mercante afghano, o di Hansaben delle ferriere.


© Laura Salvinelli

Chanchalma, dai (levatrice), iscritta a Sewa, visita una delle sue pazienti nel villaggio di Pasunj.
Distretto di Ahmedabad, Gujarat (India), 2007
© Laura Salvinelli

Ho un rapporto forte con le persone che fotografo. Cerco di conoscerle il più possibile perché ne sono attratta, e il lavoro è sia con loro che dentro di me, con le mie immagini interiori. La fotografia è la sintesi di un processo molto complesso. L'attenzione, l'apertura, il tempo a disposizione possono aiutare a sopportare l'immensa differenza che separa persone che vivono in mondi distanti. Bisogna restare sempre consapevoli della differenza, come di quanto si interferisce sui soggetti.

Nel mio ultimo reportage, a proposito di nutrimento dello sguardo, una nuova proposta si è rivelata un grandissimo regalo:  lavorare a quattro mani con Mariella Gramaglia (giornalista ed ex assessore alle pari opportunità del Comune di Roma) sul sindacato e movimento di donne Sewa (Self-Employed Women's Association) ad Ahmedabad, nel Gujarat indiano. Sewa è un fenomeno importantissimo, conosciuto in tutto il mondo ma finora non in Italia, che conta più di un milione di iscritte, cioè milioni di vite rese più decenti, e una storia straordinaria che comprende anche, tanto per fare un esempio, la fondazione della prima banca di microcredito due anni prima della Grameen Bank di Muhammad Yunus, e lo dico senza togliere nulla al genio di Yunus. Da questo lavoro sono nati il libro di Mariella Gramaglia Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo (Donzelli, 2008), che comprende un mio inserto fotografico, e la mia mostra Indiana. Reportage dal più grande sindacato di lavoratrici autonome indiane con testi dell'autrice del libro (a Roma, Palazzo Incontro, fino al 18 gennaio e a Siena, Magazzini del Sale - Palazzo Pubblico, Piazza del Campo, dal 2 febbraio all'1 marzo). È andata molto bene: abbiamo intenzione di continuare insieme.


© Laura Salvinelli

Maman Chantal con la figlia Merveille. Centro per ciechi di Kimbanseke.
Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo), 2006
© Laura Salvinelli

Chi è
Laura Salvinelli lavora come ritrattista dal 1981. Dal 1989 si reca regolarmente in Asia e Africa realizzando reportage per l'editoria e negli ultimi anni ha iniziato una stretta collaborazione con alcune associazioni umanitarie, raccogliendo e pubblicando le storie delle persone da lei ritratte. Tra le mostre più recenti, oltre a Indiana: La cura (2004) sulla ricostruzione dell’Afghanistan; Sulla Prima Nobile Verità. Ritratti di guerra, esilio e rinuncia (2005) realizzata nel continente asiatico; Congo Reportraits (2007) realizzata nella Repubblica Democratica del Congo. E' l'unica presenza europea nella mostra collettiva In the Eyes of a Woman organizzata dall'Art Program della World Bank a Washington DC (marzo 2007-gennaio 2009).

www.laurasalvinelli.com

   
© Laura Salvinelli
Bambini stregoni nella scuola del centro Mobikisi, sostenuto dalla Fondazione Pangea. Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo), 2006
© Laura Salvinelli
© Laura Salvinelli
Hanshaben, iscritta a Sewa, setacciatrice di ferro
nelle ferriere di Rakhial. Ahmedabad,
Gujarat (India), 2007
© Laura Salvinelli