Intervista a Ilaria Prili

A cura di: Antonio Politano

Sguardi femminili

 

Come guarda il mondo “l’altra metà del cielo”? È partita da questa domanda Ilaria Prili, per mettere assieme trenta fotografe, italiane e straniere, molte delle quali vincitrici di premi fotogiornalistici e di concorsi fotografici (da Visa pour l’Image a Picture of the Year), che danno vita alla seconda edizione di Shades of Women: cinque proiezioni-presentazioni, con accompagnamento di testi e musiche, consacrate allo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda (Teatro Due Roma, ogni due lunedì, fino al 17 dicembre). Di seguito, risponde alle nostre dieci domande sull’esistenza, e gli esiti, di una cosiddetta fotografia di genere.

 


© Anna Di Prospero

 

Fotografare vuol dire scegliere una porzione di mondo, un soggetto, un istante, un’urgenza. Naturalmente, da un punto di vista: fisico-geografico, ma anche di cultura, di sensibilità, di sentimenti. Tu hai scelto un genere, anzi “lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda” è il sottotitolo della rassegna che curi. Credi che esista un modo particolare di guardare il mondo da parte delle donne, una specificità di genere dietro un mirino che va oltre lapossibilità di accesso a situazioni e contesti per gli uomini off-limits?

Una delle occasioni più interessanti che questa rassegna mi ha offerto è la possibilità che mi ha dato, o forse mi sono creata, di formare poco a poco un'idea sempre più precisa su questo tema che all'inizio mi lasciava abbastanza interdetta. Non sono mai stata molto convinta dalle argomentazioni di chi propone con forza il tema della superiorità femminile, relativamente alla sensibilità, alla delicatezza ma anche alla forza d'animo delle donne rispetto agli uomini. Avevo sempre "visto" il mondo attorno a me fatto di persone dotate di maggiore o minor talento, coraggio, sensibilità appunto, senso etico o forza morale. Con il passare del tempo, però, ho avuto modo di vedere, sarebbe meglio dire studiare, un tale numero di lavori fotografici compiuti da donne da riuscire a individuare, forse, una diversità di fondo. Ecco, preferisco non parlare di migliori o peggiori, maggiori o minori qualità, ma di sensibilità differenti, forse sì. Forse il metro di quella differenza l'ho trovato grazie a uno dei complimenti più belli che ho sentito fare alla rassegna, quindi indirettamente alle fotografe, complimento che ho ricevuto alla fine della prima serata quando in molti mi hanno detto che la bellezza delle immagini non scavalcava, non sovrastava la drammaticità dei temi trattati, che erano particolarmente forti. E mi sono ritrovata a ragionare su una sensazione che andavo maturando da tempo e cioè che forse le donne fotografe abbiano meno bisogno di essere protagoniste della storia che raccontano, sappiano interpretare con delicatezza quello che vedono senza prevaricare la "scena". A mio avviso, questa sensazione, difficile ora da spiegare meglio, rende lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda estremamente pulito, empatico, diretto e forse particolarmente sincero.



© Anastasia Taylor-Lind

 

Con quali criteri hai selezionato le fotografe? Molte hanno vinto premi importanti, altre sono poco conosciute.

In certi casi conoscevo già da tempo il valore delle fotografe che ho coinvolto, altri nomi mi sono stati suggeriti da alcune colleghe (uso questa parola anche se l'ho sempre sentita inadatta al mondo degli artisti), altre ancora mi hanno mandato il loro portfolio da valutare e pur essendo meno note, ho ritenuto i loro lavori interessanti e utili per approfondire i temi che avevo in mente. Il criterio che seguo è vario e mi verrebbe da dire istintivo. In un primo tempo seleziono un certo numero di lavori che semplicemente trovo belli e significativi, le cui storie siano importanti e forti, di cui io avverta la compiutezza e la pienezza. Poi seleziono quelli che a mio avviso offrono uno sguardo diverso rispetto agli altri, in modo da dare al pubblico varietà di temi, di stili, di possibilità artistiche e anche di intensità. Una delle intenzioni che ho avuto fin dall'inizio è stata quella di poter far conoscere alle persone non soltanto il talento di alcune fotografe di fama internazionale, ma anche le molteplici possibilità della fotografia come Arte. Questo è il motivo per cui ogni volta scelgo opere tanto diverse tra loro.
 


© Ilvy Njiokiktjien e Elles Van Geleder

 

Qual è il format di Shades of Women? È un happening fotografico, un ciclo di proiezioni-presentazioni, con la presenza di alcune autrici, in ambiente teatrale. Come si sposano fotografia e teatro?

Nasco come fotografa di scena e per anni mi sono trovata a lavorare nei teatri, fotografando la magia di certi momenti e cercando di cogliere le atmosfere che si creano in quel mondo. Ho sempre sentito fortissima la capacità catartica delle rappresentazioni teatrali e cinematografiche e ne ho sempre avvertito l'universalità. La fotografia, in particolare raccontata attraverso le proiezioni, ha per me lo stesso valore universale e catartico. Mi preme moltissimo sottolineare come ogni opera valga, presa singolarmente e direttamente ricondotta alla storia narrata, ma anche e soprattutto possa rappresentare un simbolo che la riconduca alla molteplicità delle situazioni che attraversano il tempo e il mondo. Con Shades of Women ho voluto provare a sottolineare questo aspetto, aggiungendo alle immagini anche testi e musiche che bene si accompagnino al loro significato. Per la verità l'occasione e la proposta di portare la fotografia in teatro è stata di Marco Lucchesi, direttore del Teatro Due Roma, un teatro che svolge una funzione sociale e culturale di ospitalità, produzione e promozione della drammaturgia contemporanea, spesso di nicchia, ma caratterizzate da un alto profilo qualitativo. Marco Lucchesi, mi ha proposto di proiettare il mio lavoro fotografico nel suo teatro. Ho immaginato immediatamente la possibilità delle proiezioni di più fotografi e ho proposto la mia idea che è piaciuta ed è stata accolta e sostenuta con entusiasmo.

 


© Simona Ghizzoni

 

Shades of Women è alla sua seconda edizione. È cambiato qualcosa rispetto alla prima?

Sono cambiate molte cose, ho cercato di arricchirne qualitativamente i contenuti a partire dalla partecipazione di fotografe internazionali di altissimo valore, ne ho raddoppiato le presenze, così come per la partecipazione di attori e musicisti che sottolineano il significato dei temi delle singole serate. Ho avuto la sensazione di crescere con la rassegna, che mi è sbocciata tra le mani, assumendo e consolidando una caratterizzazione decisamente particolare. Soprattutto credo di aver trovato la misura giusta riguardo ai tempi: la seconda edizione dura un'ora circa, proprio come quella dell'anno passato, ma le proiezioni sono raddoppiate.

 


© Chiara Goia

 

Ciascuna serata è dedicata a un tema diverso. Ci puoi spiegare i singoli temi e citare alcune autrici e lavori per te particolarmente significativi? Partiamo dalla prima serata, che aveva come titolo “Bleeding blossoms - Germogli spezzati”.

Bleeding blossoms è stato scelto come simbolo del tema che era quello della violenza nel mondo, nelle sue purtroppo molteplici espressioni, da quelle private a quelle economico-politiche. Mi è difficile citare un lavoro preferito rispetto a un altro perché, davvero, penso che tutti avessero pari valore e importanza. Perfino il pubblico, parte del quale ha assistito in piedi, in silenzio a tutta la proiezione, ha approvato con uguale esplicito consenso tutte le opere presentate. Se proprio mi dovessi sbilanciare, direi che l'opera di Lana Slezic è stata una delle mie preferite, per la sensibilità, la bellezza delle immagini, la forza della storia. Ho scelto di riproiettarla nuovamente anche il 17 dicembre, a conclusione di tutta la seconda edizione, nella versione con i sottotitoli in italiano che non avevo fatto in tempo a tradurre per la serata inaugurale, chiudendo quindi con il suo reportage sulle donne afghane e in particolare con una sua fotografia che mi resta nel cuore.

 


© Lana Slezic

 

La seconda serata ha avuto come tema “Minds in path - I luoghi e i volti”, il «viaggio inteso come esplorazione e conoscenza delle realtà più vere e intime di luoghi davvero poco conosciuti».

Dall’Odissea alla Divina Commedia, il viaggio, come metafora della vita, ha costituito da sempre uno degli argomenti chiave nella filosofia, nella letteratura narrativa e poetica, e oggi, vorrei dire con particolare insistenza nella fotografia d’arte. Ecco perché ho scelto di dedicare una delle serate a questo tema così affascinante, riservandogli lo spazio che merita. Il pubblico ha potuto così muoversi dalle principali capitali europee riconoscendole attraverso i principali monumenti di architettura contemporanea ritratti nella singolare e a mio avviso splendida serie di autoscatti di una delle fotografe di maggior talento e più giovane, Anna di Prospero; poi ha potuto scoprire la bellezza delle Maldive, terra considerata paradisiaca ma che vive contraddizioni profonde; ha viaggiato lungo l'intero corso del Danubio ed è arrivato fino in Benin, culla del culto rituale del Voodoo.

 


© Ann-Christine Woehrl

 

La terza serata sviluppa il tema “Nasty Circles - Circoli viziosi”.

"Nasty circles" è a mio avviso una delle serate più interessanti, rappresenta il frutto di una mia ricorrente riflessione sui circoli viziosi, su quei tanti meccanismi di varia natura (ambientali, sociali, politici, economici, affettivi) che coinvolgono l'essere umano e dai quali non sempre riusciamo a liberarci. Selezionare e costruire questa serata è stato particolarmente affascinante e coinvolgente, il tema mi è sempre stato particolarmente caro: a partire da quello della carcerazione come sistema quasi sempre inutile di riabilitazione, all'idea della odierna sussistenza del carcere psichiatrico, cosa che considero un abominio in assoluto. Altro aspetto cui volevo dare spazio è il meccanismo di violenza cieca e barbara che nasce nell'ignoranza e nella povertà, che si ripete all'infinito senza trovare soluzione, a Caracas, che è una delle città più violente al mondo, luogo in cui si svolge il reportage di una delle fotografe ma che rappresenta anche un paradigma di tutte le situazioni simili che purtroppo infestano il mondo, toccando anche le realtà italiane raccontate da autori come Saviano.

 


© Lurdes R. Basolì

 

La quarta serata il tema è “Binding ways - Le molteplici vie di un legame”.

La molteplicità dei legami che gli uomini stabiliscono tra loro nel corso della vita è oggetto della quarta serata e riguarda argomenti di stringente attualità, non privi anche di aspetti inconsueti: dall'amicizia all'amore, alla famiglia alle forme di solidarietà sociali e politiche. E così, il 3 dicembre, si declina il tema legato all'amore di coppia, alle famiglie numerose e allargate, alle famiglie omosessuali e al loro desiderio di avere una famiglia vera, alla bellezza e al mistero della maternità; le storie che formano "Binding Ways" testimoniano questa ricchezza di situazioni in un caleidoscopio di realtà sociali e nuove unioni.



© Stephanie Gengotti

 

La quinta e ultima serata il tema è “Thin ice - Storie di donne”.

Chiude la serata dal titolo "Thin ice", che è lo strato di ghiaccio su cui si può camminare, apparentemente fragile ma sostanzialmente solido. Sono per lo più storie di donne in fondo molto forti, ma che hanno vissuto un percorso, o lo percorreranno, legato alla speranza di conquista di una vita diversa. Sono percorsi profondamente differenti tra loro: dai ritratti delle donne afghane, a volto scoperto, bellissime e fortissime nella loro drammatica difficoltà quotidiana, alle giovanissime ragazze siberiane che cercano la strada nel successo attraverso la moda, passando per la storia di una Drag Queen divenuta simbolo di libertà sessuale a Brooklyn e concludendo con poetici e splendidi autoritratti.



© Alisa Resnik

 

Svestendo i panni della curatrice e passando al tuo essere fotografa, quale tipo di fotografia ti interessa, quali sono i lavori che stai portando avanti in questo periodo?

Come dicevo prima, ho iniziato come fotografa di scena, quindi ho ripreso spessissimo spettacoli di teatro e di danza, ricercando uno stile personale nella fotografia. Poi mi sono dedicata al ritratto, ho fatto diversi lavori più commerciali, e ho seguito le sfilate per AltaRoma, la manifestazione di alta moda a Roma. Ne è conseguito un mio lavoro dal titolo The invisible touch, una ricerca sulla grazia femminile, sugli aspetti belli che ho colto nel backstage, nel dietro le quinte o durante le sfilate, nei momenti di attesa, miei e delle modelle, ma anche nella confusione più assoluta che volevo non far percepire. Credo di aver cercato di rappresentare il mio modo di vedere le cose attorno a me, quando guardo attraverso la macchina fotografica e non solo. Tra i miei molti propositi futuri vorrei innanzitutto continuare quest'ultimo sull’alta moda, con lo stesso sguardo, ma andando sulle passerelle dei paesi in via di sviluppo. Poi ho un progetto da portare a termine nei prossimi mesi, sull'estetica nei nostri giorni e sulla dispercezione visiva, in particolare tra coloro che abusano della chirurgia estetica. La vedo come una sorta di piaga sociale che si abbatte in particolare sulle donne, ma anche sulle loro famiglie, sul nostro gusto e sul senso del bello che stiamo perdendo. Insomma, ho tantissime idee e devo solo trovare il tempo di portarle tutte a compimento. 


 

www.shadesofwomen.it