Inviati - La misura del paesaggio

Filippo Romano, Alessandro Grassani, Marco Rigamonti

È nato in Calabria un festival di fotografia che si vuole fuori dagli schemi perché non ha come obiettivo insegnare a creare delle belle cartoline paesaggistiche, ma far conoscere e analizzare società e culture del nostro tempo. Per otto giorni, tra fine ottobre e inizio di novembre, Pentedattilo, borgo arroccato sulla montagna di fronte allo Jonio, in provincia di Reggio Calabria, ha ospitato la prima edizione di La misura del paesaggio, questo il titolo del festival, a cura di Teodora Malavenda, Alessandro Mallamaci ed Elena Trunfio. Presentazioni di libri, seminari, workshop e tre mostre di qualità - che di seguito ricordiamo - di Filippo Romano, Alessandro Grassani e Marco Rigamonti.


© Filippo Romano, Bagno nel fiume Tara

106 Statale Jonica di Filippo Romano racconta il paesaggio naturale attorno alla statale che corre lungo la costa jonica, da Taranto a Reggio Calabria. 491 km, passando per Puglia, Basilicata e Calabria. In assenza di un’autostrada, 
è l’unico raccordo con l’A14 adriatica e con le numerose stradine di provincia. 
Con le sue due corsie a doppio senso e i passi privati che vi si immettono, è anche una delle strade più pericolose d’Italia. Il suo percorso taglia luoghi e paesaggi naturali bellissimi devastati dall’abusivismo edilizio. L’edilizia, infatti, rappresenta una delle principali attività lucrose della mafia che, costruendo senza rispettare le leggi, lascia segni evidenti della propria presenza sul territorio.


© Filippo Romano, Il castello di Nicola Flotta a Mandatoriccio (Cs)

La Jonica è come un fiume rumoroso che, se risalito, rivela tutte le contraddizioni di un territorio incustodito. Agli scheletri di case mai finite e ai centri devastati dalla spazzatura, si alternano scogliere mozzafiato, resti di templi greci e panorami incantevoli. Percorrendola si riesce a riassumere molte delle problematiche e dei conflitti del Meridione: dall’ex Italsider di Taranto agli sbarchi dei clandestini, dai cantieri sequestrati alla mafia alle opere incompiute. Nell’assenza di norme e di progetti unitari, la casualità si confonde con gli interessi individuali. Il risultato è un viaggio in cui la realtà spesso supera la fantasia.


© Marco Rigamonti

Le foto che compongono Stessa spiaggia, stesso mare di Marco Rigamonti sono state scattate sul litorale tra Nizza e Cannes. Due immagini e un solo luogo, dittici: la prima fotografia scattata in inverno, la seconda nell'estate dello stesso anno. Chi guarda ha la sensazione però di osservare due luoghi differenti. La diversità della luce, la presenza dell’uomo o il segno del suo intervento conferiscono un senso di spaesamento. Per anni l’autore ha vissuto la Costa Azzurra esclusivamente d’inverno. E l’ha fotografata vuota, senza persone ma con le nuvole e quelle evanescenti tonalità pastello che caratterizzano questo litorale.


© Marco Rigamonti

Poi, un anno, ha deciso
di tornare anche d’estate, fotografando gli stessi luoghi ripresi l’inverno precedente. Un lasso di tempo di soli otto mesi ma una sensazione completamente diversa. La luce così chiara e netta ha cambiato i colori, le cose e gli oggetti che prima svanivano nell’abbraccio del mare hanno cambiato identità. E le nuvole che si confondevano quasi con l’acqua? Non ci sono più, il cielo ora è azzurro, luminoso, terso e l’orizzonte netto. L’atto del fotografare si è trasformato da momento contemplativo ed estatico a testimonianza di un altro modo di essere dello stesso spazio. I luoghi sono gli stessi ma la loro anima è cambiata.


© Alessandro Grassani

Con Migranti ambientali: l’ultima illusione da qualche tempo Alessandro Grassani centra la sua attenzione su luoghi che stanno scomparendo a causa di disastri e inquinamento. Il 2008 ha segnato il punto di non ritorno: per la prima volta nella storia dell’uomo c’è più gente che vive nelle città che nelle campagne. Le metropoli crescono sempre più per l’arrivo dei profughi climatici, costretti a fuggire dalle zone colpite dai cambiamenti climatici e destinati a diventare - nel giro di pochi decenni - la nuova emergenza umanitaria del pianeta. Le Nazioni Unite stimano che nel 2050 la Terra dovrà affrontare il trauma rappresentato da 200 milioni di profughi climatici; tutte persone che, sempre secondo l’ONU, non “approderanno” nelle nazioni ricche, ma cercheranno nuove forme di sostentamento nelle aree urbane dei loro paesi d’origine, i cosiddetti slums, già sovraffollati e spesso poverissimi. Disastrose sono e saranno le conseguenze dal punto di vista sociale, economico e ambientale per queste città.


© Alessandro Grassani

Il 90% di questa migrazione avverrà nei Paesi meno sviluppati, cosi accadrà che i paesi che meno hanno contribuito ai cambiamenti climatici, saranno i più colpiti da questo fenomeno a causa della mancanza di fondi da investire in politiche alternative di sviluppo nelle zone non più abitabili. Il progetto include per ora tre capitoli: Ulan Bator-Mongolia, Dhaka-Bangladesh e infine Nairobi-Kenya. I primi due sono stati realizzati nel corso del 2011; il terzo è in corso d’opera. La scelta di questi tre luoghi è stata dettata dalla volontà di rappresentare le diverse tipologie di cambiamenti climatici che provocano le migrazioni ambientali, nelle aree geografiche più colpite da questo nuovo fenomeno: dall’estremo freddo della Mongolia, al processo di desertificazione in Kenya, passando per inondazioni, cicloni e innalzamento del livello del mare in Bangladesh.

Per saperne di più:
www.lamisuradelpaesaggio.it