Inviati - Viaggio e memoria

Viaggi nella memoria

Roberto Salbitani, Storia di un viaggiatore
Francesco Amorosino, La memoria è un gioco del tempo

Due viaggiatori. Di lungo corso, Roberto Salbitani, il cui percorso espressivo quarantennale è per la prima volta in mostra con Storia di un viaggiatore (fino al 4 maggio, al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo). Di giovane esperienza, Francesco Amorosino, studente di fotografia e giornalista, che propone un suo viaggio nel tempo sul filo della memoria nei luoghi della sua infanzia in compagnia dei suoi giocattoli.


© Roberto Salbitani, Viaggio 1974-1982

Dopo gli esordi degli anni Settanta, Roberto Salbitani, che da sempre intreccia il suo lavoro fotografico con l’impegno come insegnante e l’approfondimento delle tecniche di stampa, ha scelto la strada - per coerenza di comportamento, aspirazione a una possibile purezza rispetto alle contaminazioni del mercato, senso di libertà personale - di una ricerca per molti aspetti solitaria. La sua fotografia, di tono esistenziale, profondamente introspettiva e talvolta visionaria, presenta forti accenti critici nei riguardi dei valori e dei comportamenti omologati e conformisti che guidano la società contemporanea. Il tema costante del suo lavoro è il rapporto difficile, anche drammatico, tra l’uomo contemporaneo e l’ambiente, distrutto e perduto, in cui vive.


© Roberto Salbitani, La città invasa, Parigi, 1976

Storia di un viaggiatore, a cura di Roberta Valtorta, comprende i sei più importanti lavori del fotografo, tutti caratterizzati da lunghe narrazioni protratte nel tempo: La città invasa, 1972-1984, dedicato alla presenza aggressiva delle immagini, pubblicitarie e non, nella città contemporanea; Viaggio, 1974-1982, sul treno come luogo degli incontri casuali e della sospensione esistenziale; Dalle mille e una notte (passate al cinema), 1973-1980, magico insieme di immagini tratte da film e fotografate al cinema; Viaggio in terre sospese, 1975, immagini del paesaggio dall’abitacolo dell’automobile; Il punto di vista del topo, 1990-1998, un percorso fuori dalle strade principali in cerca dei segni dell’invasione della campagna da parte della città; Autismi, 1997-2006, sull’automobile come simbolo del potere e sostituto del sesso, capace di creare nell’uomo gravi forme di dipendenza; Venezia. Circumnavigazioni e derive, 1971-2007, lungo “poema” dedicato alla sua città d’elezione composto di ricordi, sogni, visioni fuori dal tempo.


© Roberto Salbitani, Venezia circumnavigazioni e derive, 1971-2007

L’esposizione di Salbitani fornisce l’occasione per ricordare l’appello on line che l’Associazione Amici del Museo di Fotografia contemporanea (unico museo pubblico dedicato alla fotografia esistente in Italia, che conserva un patrimonio di 2 milioni di immagini, con 28 fondi fotografici, oltre 600 autori italiani e stranieri, una biblioteca di 20 mila volumi e riviste) ha indirizzato al Ministero dei Beni Culturali, alla Regione Lombardia e al Comune di Milano per chiedere che il Museo venga riconosciuto come museo nazionale e che venga messa a disposizione una sede milanese in vista di Expo 2015. Hanno sottoscritto l’appello di sostegno al museo in migliaia, da importanti esponenti del mondo della fotografia e della cultura, sia italiani che europei, a moltissimi cittadini comuni. L’appello può essere sottoscritto on line: www.vivamufoco.it


© Francesco Amorosino - I viaggi della fantasia portano lontano - Veliero, riproduzione del Cutty Sark
Oliveto paterno nei pressi di Barile

Passando a Francesco Amorosino, di seguito racconta ai lettori di Sguardi il suo progetto La memoria è un gioco del tempo che si dipana in Basilicata nella bolla temporale della natìa Rionero in Vulture: «Vecchie case sospese nel tempo; monumenti di eventi antichi che pochi ricordano; una montagna incombente, sempre protagonista, tanto un’amica, quanto un ostacolo alla visione di orizzonti più ampi; campi ricchi di vita, di piante secolari e di nutrimento che ha il sapore della terra buona. Un luogo che è come in una bolla temporale, dove i cambiamenti hanno il ritmo delle ere, un’oasi di lentezza, dove ritornare significa purificare la mente. Rionero in Vulture è un paese di una decina di migliaia di persone che si estende alle pendici del Monte Vulture, un vulcano spento, in Basilicata. Sulla cima nell’antico cratere si trovano i Laghi di Monticchio, immersi in un bosco variegato e profondo, che poi lascia spazio a campi coltivati e uliveti. È qui che sono cresciuto, confinato tra queste colline, con la mente sempre proiettata verso mondi lontani, sia fantastici che reali.


© Francesco Amorosino - Nasco dalla terra e scopro l'orizzonte - Modellino dei muscoli umani
Campo arato tra Atella e Rionero in Vulture

Andare via è diventata una necessità dopo il liceo, e Roma mi ha offerto molte delle cose che cercavo, senza riuscire, tuttavia, a colmare il desiderio di spingermi sempre oltre. Allontanarsi, però, non significa perdere le proprie radici. I ricordi, gli affetti, le persone sono ancora tutti là, e tornare diventa un vero viaggio nel tempo, in un luogo in apparenza sganciato dal fluire accelerato della modernità, ma proprio per questo capace di offrire ristoro e una sensazione di pace. Tutti quei limiti, quei difetti che mi spingevano a fuggire, col tempo sono stati sorpassati dal calore dei momenti felici e da quella sensazione di abbraccio materno e sicurezza che quegli scenari sempre uguali comunicano. “La memoria è un gioco del tempo” offre uno sguardo sui luoghi della mia infanzia mostrandoli come sospesi in un’atmosfera immobile. Non c’è presenza umana, ma i miei ricordi legati a ogni posto sono rappresentati da un giocattolo, eroico sopravvissuto di quando ero bambino. Oggetto e paesaggio diventano come una rima di una filastrocca che racconta la storia di una crescita e del desiderio di andare lontano, ma anche l’eterna fantasia di tornare bambino e il rimpianto per un passato che sarebbe potuto essere diverso, ma rimane forse il migliore dei mondi possibili.


© Francesco Amorosino - Forse ho ancora un po' di paura - Teschio di mostro - Castelletto alla periferia di Rionero in Vulture

Anche se queste foto parlano molto di me e della mia storia, l’auspicio è che chiunque le guardi possa trovare parte del proprio vissuto, di quei giochi che non si possono dimenticare, e di quelle avventure che ci fanno diventare grandi. Raccontano anche, però, della continua sensazione di lacerazione che pervade chi deve abbandonare il luogo dove è cresciuto per studiare o cercare un lavoro. Quando la terra è tanto importante da diventare una parte fondante di ciò che sei, privarsene può essere difficile. È soprattutto il ciclo di abbandoni e ritorni che provoca uno sfasamento e la percezione di quei luoghi non diviene più così chiara. La diversa velocità della vita, dei pensieri, la differenza nel numero di stimoli possono risultare insopportabili. A volte vivere due mondi non è possibile. Ecco dunque che il vecchio diviene una fantasia, e il nuovo un trampolino verso l’immaginare qualcosa di ancora più incredibile».


© Roberto Salbitani, Viaggio 1974-1982

Chi sono

Roberto Salbitani nasce a Padova nel 1945. Inizia a fotografare nei primi anni Settanta durante i molti viaggi che compie in Italia, Europa, America come giornalista di fotografia e di cinema. La dimensione del viaggio, degli incontri e delle esplorazioni fuori programma, diventa da quel momento una costante del suo modo di porsi in rapporto con il mondo, che sia rappresentato dalle città in crescita, dalle periferie devastate, dai territori snaturati dal violento processo di urbanizzazione contemporaneo, da lui definiti “terre perse”, o da luoghi elettivi nei quali cercare di recuperare un rapporto liberatorio con la natura. Nel 1980 fonda insieme a Franco Paolini il Centro Fotografia Giudecca, attivo fino al 1985 nell’isola veneziana con corsi, workshop, dibattiti, iniziative di coinvolgimento dei cittadini. Nel 1986 in una fattoria di Mogginano (Arezzo) dà vita alla Scuola di Fotografia nella Natura, con corsi e attività fotografiche sul territorio fino al 1996. Successivamente la scuola viene spostata a Tredozio (Faenza) e a Sovicille (Siena). Negli anni Novanta iniziano i suoi “corsi in viaggio”, esplorazioni fotografiche di gruppo in luoghi segnati dalla presenza di antiche civiltà, come i siti etruschi e le antiche terme della Toscana e dell’Alta Tuscia, o caratterizzati da una natura forte e coinvolgente, come i vulcani Stromboli ed Etna. Dalla fine degli anni Novanta vive a Roma.


© Francesco Amorosino - La guerra è un gioco da ragazzi - Soldatini di plastica
Monumento ai Caduti della II Guerra Mondiale, Rionero in Vulture

Francesco Amorosino, giornalista professionista dal 2009, è studente al terzo e ultimo anno della Scuola Romana di Fotografia. A settembre di quest’anno ha vinto il premio ‘Open Your Books’ al Sifest di Savignano sul Rubicone con un libro dal titolo ‘The Rome Guide for Terrorists’. Tra le sue passioni, il disegno e la scrittura creativa.