Vetrina 2

A cura di:

Storie visive (e qualche testo)
Enrico Martino

Mi interessa raccontare storie, dall'altra parte del mondo o dietro casa perché anche documentare i cambiamenti sociali significa viaggiare, dentro mondi diversi. In questo vedo una continuità con le mie precedenti esperienze, dal reportage politico e sociale a Epoca e alla lunga collaborazione con Meridiani, oltre 150 servizi, ormai ho perso il conto. Da freelance naturalmente collaboro con molte altre riviste, Meridiani però ha un'anima particolare perché un monografico permette un maggiore approfondimento ma implica anche un modo di lavorare spesso diverso.

Significa costruire un reportage evitando immagini che si sovrappongano a quelle di altri servizi ed essere in grado di realizzare un servizio anche in condizioni sfavorevoli, perché spesso i tempi di realizzazione non coincidono con il momento o la stagione migliore. Ogni numero è una sorta di puzzle in cui tutto, almeno in teoria, deve incastrarsi bene per funzionare. Occorre una flessibilità multitasking per lavorare contemporaneamente su differenti servizi, quelli di cui scrivo anche i testi e quelli in cui realizzo solo la storia visiva.

In questo probabilmente mi ha aiutato una lunga esperienza in America Latina dove l'imprevedibilità è una scuola di vita. «Chi ha respirato la polvere delle strade del Messico, non troverà più pace in nessun altro paese» ha scritto Malcom Lowry, autore di Sotto il Vulcano e Il Tesoro della Sierra Madre. È stato vero anche per me e per oltre quindici anni ho passato lunghi periodi in questo paese-faglia di confine fra mondi diversi, capace di rielaborare le influenze esterne in inimmaginabili sincretismi, religiosi, artistici e culturali.

Il Messico nel bene e nel male, è uno di quei luoghi al mondo, pochi, capace di sorprenderti dietro ogni angolo di strada anche quando pensi di conoscere già tutto. La mia avventura messicana è iniziata in Chiapas alcuni anni prima dell'insurrezione zapatista quando, grazie a una serie di contatti, sono riuscito a superare la barriera, apparentemente impenetrabile, delle comunità maya. Ho scoperto un mondo altro che ho affrontato cercando di tenermi lontano dalla trappola dell'esotismo indigeno. Mi interessava una cultura sincretica generata dallo spaventoso conflitto di civiltà iniziato con l'arrivo dei conquistadores.

Dopo il 1994, quando per i media il Chiapas è diventato una sorta di Disneyland maya-zapatista, ho preferito esplorare altre realtà, messicane e latinoamericane, memore delle parole di Depardon che, cito a memoria, diceva «se ci sono più di tre fotogiornalisti nei dintorni preferisco cercarmi un'altra storia». Ne ho trovate tante, perché in Messico una storia tira l'altra in una sorta di ossessione a capire, da quella sulla migrazione indigena a Città del Messico che ho realizzato su incarico della Caritas messicana a un reportage piuttosto difficile da realizzare sulla Settimana Santa del popolo Cora, ci sono voluti cinque anni di preparazione perché la violenza rituale spesso si trasforma in esplosioni di violenza fisica quasi incontrollabili.

Proprio un fotografo messicano, Manuel Alvarez Bravo, ha detto, parafrasando il Talmud, «se vuoi vedere l'invisibile osserva con attenzione quello che vedi». Per riuscirci è fondamentale nutrirsi di fotografie ma anche di film e buoni libri in grado di trasmetterti stimoli e atmosfere, che ti aiutino a interpretare l'anima di un luogo evitando facili stereotipi. Bisogna investire tempo ed emozioni interagendo con le persone, perché spesso i tuoi contatti in loco ti segnalano situazioni che ti sarebbero sfuggite o ti aiutano a evitare situazioni potenzialmente pericolose.

Questo modo di lavorare mi porta a utilizzare prevalentemente ottiche grandangolari, preferisco essere “dentro” una situazione che “osservarla” da lontano. Per lo stesso motivo spesso preferisco la D700 alla D3, favolosa ma che in certe situazioni può essere invasiva. Stesso discorso per gli zoom, praticamente indispensabili quando ho poco tempo, mentre per i miei progetti prediligo le ottiche fisse. Nella mia borsa non mancano mai il vecchio, e robustissimo, 20-35 e il 14-24 che trovo assolutamente eccezionale e il mio ultimo innamoramento, il 24 1.4 che trovo fantastico per chi come me utilizza molto la luce ambiente.

Per lo stesso motivo ultimamente tendo a preferire l'85 1.4 e il classico 180 2.8 al 80-200, che preferisco al 70-200 per le dimensioni più ridotte. Oggi per me, come per molti colleghi, l'attrezzatura è molto influenzata dalle norme di sicurezza sempre più restrittive delle linee aeree. Con il passaggio al digitale invece il mio modo di lavorare non è cambiato molto, spesso in manuale e rigorosamente con lo scatto singolo. Evito anche di guardare ossessivamente lo schermo LCD, rischiando di perdere una buona fotografia e soprattutto la concentrazione, che per me è una sorta di immersione totale nella situazione.

Oggi è decisamente più complicato di un tempo raccontare in maniera personale storie originali. Si parla sempre più spesso di viaggi sostenibili, ma quanto è sostenibile la fotografia in un mondo dove l'avvento del digitale e l'aumento esponenziale della possibilità di viaggiare hanno creato un vero e proprio tsunami di immagini? Io credo che il fotogiornalista di viaggio debba seguire l'esempio di giornalisti-scrittori come Naipaul, Kapuściński o Dalrymple smantellando le visioni semplificatrici con cui spesso i grandi media raccontano il mondo. Superando le visioni separate di chi si occupa di politica, e considera il reportage di viaggio superficiale, e di chi cerca di rievocare un esotismo ormai ridotto a zombie dal turismo di massa. Ascoltando nella strada le pulsioni magari ancora quasi impercettibili di una società che cambia.


Chi sono

Per molti anni ho realizzato soprattutto reportages politici e sociali per newsmagazines italiani e stranieri, Epoca, L'Espresso, Sette e Panorama fra gli altri. Successivamente mi sono specializzato in reportages di viaggio soprattutto in America Latina, dove sono miembro distinguido del portale di fotogiornalisti latinoamericani Nuestra Mirada, pubblicando moltissimi reportages su D-Repubblica, Marie Claire, Elle, Meridiani, Airone, Panorama Travel, Traveller, In Viaggio, Gente Viaggi, Tuttoturismo, Altair, Rutas del Mundo e Courier International. Sul Messico ho pubblicato due libri, Messico (Idea Libri) e L'anima degli indios (EGA Libri), che si aggiungono a Gente chiamata Torino (EGA libri), Borgogna di pietra (Idea Libri) e Italie (coautore, Vilo), alcuni calendari con Amnesty International italiana e campagne in collaborazione con la Caritas di Città del Messico. Oltre alle numerose mostre mie fotografie sono conservate presso il British Museum e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di Ginevra.

www.enricomartino.com

http://vimeo.com/enricomartino