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Paesaggi, natura: otto sguardi

La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio, diceva José Saramago. L'occhio sente la bellezza della natura, l'obiettivo ritaglia. «L'occhio che si dice finestra dell'anima, è la principale via donde il comune senso può più copiosa e magnificamente considerare le infinite opere di natura» scriveva Leonardo da Vinci. L'occhio fotografico prova a restituirne il respiro, la forza, attraverso la macchina fotografica che consente di individuare (in natura) una composizione di linee, volumi, luci, colori. Tra coloro che hanno proposto alla redazione di Sguardi i propri lavori, abbiamo selezionato otto contributi.

© Giacomo Ciangottini
© Giacomo Ciangottini, scogliere nel country Clare nei pressi di Doolin (Irlanda)

Giacomo Ciangottini, di cui pubblichiamo immagini dai suoi lavori Tutto scorre e Irlanda, è «sempre stato affascinato dalla fotografia e non so ancora se sia stato io a scegliere lei o se piuttosto sia stata la fotografia a rapirmi. Vivo la fotografia come la capacità di catturare quello che non si vede, cogliere un attimo, sottrarre allo scorrere del tempo un'emozione, un momento irripetibile: il profilo di una città, i colori e la potenza della natura, lo scorrere lento di un fiume su cui a lungo mi sono soffermato negli ultimi lavori. L'incerto, il movimento continuo dell'acqua, la sua dinamicità, non prevenire cosa accadrà l'istante successivo è terribilmente attraente. Questo è ciò che mi accade nell'osservare fiumi, scogliere, il mare, è l'impossibilità di programmare l'attimo seguente che mi ha spinto a cercare di vivere quella situazione e imprimerla sia in me sia sul sensore. La vita è una grande sorpresa di eventi irreali e toccare due volte lo stesso atomo d'acqua di un fiume è impossibile - o quasi - e con la fotografia soltanto riesco a rivivere quell'attimo che passa e che non torna più. E allora mi sono ritrovato in Irlanda a inseguire l'acqua rabbiosa che scavalca le rocce antiche. Il legame dell'Irlanda con l'acqua è indissolubile, è un amore (o un odio) inseparabile l'una per l'altra. In questo luogo, più che in altri, si ha la percezione che la natura sia imprevedibile, fredde piogge invernali svanivano in pochi secondi per lasciare spazio a sorprendenti cieli azzurri, avevo l'esatta consapevolezza che tutto scorre, tutto cambia nel tempo e nulla è inerte».
www.giacomociangottini.it

© Stefano Pesarelli
© Stefano Pesarelli, Africa through iPhone
Tanzania. 'Detribalizzazione'. Figure radicate in una scena cui non appartengono realmente
sono spinte verso l'abbandono delle forme di vita tradizionali per le nuove condizioni urbane.

Per Stefano Pesarelli, che presenta immagini realizzate con l'iPhone e che da qualche anno vive in Africa, «il fotografo è sempre stato associato a potenti reflex e lunghi obiettivi. Tutt'ora è ancora così, pochi programmerebbero un safari in Africa senza uno zoom professionale e una reflex digitale. Qualcosa però sta cambiando, la tecnologia è avanzata e i mezzi fotografici hanno raggiunto caratteristiche impensabili solo poco tempo fa. Africa through iPhone è un progetto fotografico ampio che si propone di far amalgamare la realtà e le storie di un continente con un nuovo linguaggio fotografico per creare delle immagini decisamente palpabili e comunicanti. Cartoline dall'Africa in tempo reale con un semplice fotocellulare, che prima ancora di essere pratica fotografica, è soprattutto un modo di approcciarsi ai luoghi e alle persone che li abitano; un modo discreto e rispettoso, quasi in punta di piedi, in sintonia con le dimensioni della fotocamera, così lontana dall'invasività dei teleobiettivi da caccia fotografica. Penso che nella fotografia degli albori c'era un rituale di posa e scatto, di esercizi di laboratorio e alchimie che conferivano un carattere unico all'immagine prodotta. Credo che le fotocamere digitali, per molti versi, abbiano fatto scomparire questa "sensazione di unicità". L'iPhoneography insieme alle nuove tecnologie ha probabilmente dato nuova linfa a questa sensazione di unicità. Forse è solo una modesta illusione, forse bisognerebbe indagare in profondità, ma è certo che sta nascendo un nuovo linguaggio fotografico che ha reso le cose così "comunicanti" nella fotografia contemporanea di oggi. Tutte le immagini sono state pensate e scattate con un iPhone e successivamente processate con le applicazioni per iPhone.
www.stefanopesarelli.com

© Fabiano Parisi
© Fabiano Parisi, Il mondo che non vedo

Il mondo che non vedo è il titolo della serie fotografica che Fabiano Parisi porta avanti da qualche anno. Così viene presentata: «Recente vincitore con questo lavoro del Celeste Prize International a New York, il fotografo romano interpreta con il suo personalissimo stile luoghi abbandonati e dismessi. Si introduce all'interno di fabbriche trasformate in ruderi e ne coglie un'antica grandiosità nei piloni che ancora si innalzano a sostenere scheletri metallici di antiche volte, nelle facciate ora vuote che si sdoppiano in spettacolari riflessi creati dall'acqua che ristagna sul pavimento dei vecchi stabilimenti, in saloni un tempo rumorosi dominati dalla presenza di macchinari che sembrano mostri addormentati. Le composizioni sono così rigorosamente composte da creare in chi le osserva un senso di meraviglia perché Parisi sa trasformare la rovina e la desolazione in elementi dotati di una misteriosa bellezza. Così succede quando i soggetti non sono più vecchie fabbriche ma ville, piscine o cinema e teatri che sembrano accuratamente allestiti per rendere spettacolare l'abbandono. I luoghi, che fanno parte di una ricerca fotografica che parte in Italia e si estende in Europa ed America, non sono indicati nelle singole fotografie e identificati geograficamente, proprio perchè la mappatura del "dove" e "quando" perde di significato, il dove non è importante e il tempo sembra essersi fermato. Un'ampia selezione di queste fotografie sarà racchiusa in un libro monografico di grande formato, edito da Silvana Editoriale, in uscita per i primi mesi del 2012».
www.fabianoparisi.com

© Carmelo Provina
© Carmelo Provina, Sicilia, Il viaggio

Per Carmelo Provina «l'immagine è tutto quando parla, senza emettere alcun suono apparente, ma con una forza talmente dirompente da disturbare i timpani e costringere una testa a pensare, a sognare senza chiudere gli occhi, a riflettere, a piangere e a gioire. Più creiamo in noi il mondo che chiamiamo reale, più crediamo in noi come osservatori. Maturiamo l'abitudine di dare un senso alle cose e impariamo ad attribuirvi la qualità dell'ovvio. Ma se per un attimo, smettessimo di dare risposte attraverso l'esperienza, e tornassimo bambini, l'ovvio diventerebbe nuovamente diverso e inaspettato. Io sono un esploratore, e osservando lo scorrere della natura, non cerco necessariamente il grande evento, ma arrivo a cogliere il particolare, il contenuto da mettere a fuoco, l'illusione di un mondo fantastico che esiste davvero. Attraverso i sensi, attraverso lo sguardo catturo l'immagine, pardon, l'immagine mi cattura, e lascio che acquisti un significato simbolico e di sintesi del territorio reale. Il paesaggio assume valenza di immagine onirica, semplice macchia di colore, segno grafico. Fuggo dalla realtà conosciuta per accedere alla verità del nuovo e mi fermo dinnanzi all'attimo quotidiano, ne godo con pienezza, mi emoziono. Io sono solo un esploratore della realtà o, se volete, dell'inganno che esiste davvero.
www.carmeloprovina.com

© Enrico Carpanese
© Enrico Carpanese, New York

Per Enrico Carpanese il nostro pianeta è «una perla di inestimabile valore per le straordinarie bellezze che ci regala ogni giorno. Ho imparato ad osservalo in modo diverso da quando, qualche anno fa, comprai la mia prima macchina fotografica, una Nikon D80. Da allora ogni paesaggio, ogni particolare, ogni sguardo sul mondo ha per me significato più profondo. Tutto ciò che prima sembrava normale non lo era più. Dal mirino della macchina fotografica ho potuto raccontare molte esperienze che porterò con me per sempre. Dalle montagne della Valtellina, al deserto del Namib, passando per i grattacieli di New York, ho imparato a cogliere le emozioni in luoghi così diversi l'uno dall'altro ma così simili per le sensazioni che sanno trasmettere. I nostri occhi non si limitano solo a guardare ciò che ci circonda e la nostra reflex ci aiuta a ricordare ciò che abbiamo provato in quell'istante. Ho 28 anni e spero davvero di poter arricchire negli anni a venire il mio bagaglio di esperienze, di spingermi oltre i classici viaggi su misura, di entrare in contatto con nuovi luoghi e culture di popoli lontani e diversi dal nostro, perché, dal mio punto di vista, solo chi conosce e sa rispettare gli altri potrà ricevere rispetto e ammirazione. Grazie al mio lavoro di portalettere che mi permette di avere mezza giornata libera, e alla mia testardaggine, ho potuto muovere i primi passi con una reflex e carpire meglio qualche piccolo segreto di questa meravigliosa arte che adoro, perché riesce a trasmettere delle emozioni che tv e altri mezzi di comunicazione non riusciranno mai e poi mai a farci arrivare al cuore. La mia foto preferita è uno scatto di Steve Winter che ritrae un abitante di un villaggio del Parco Nazionale del Kaziranga che prega e onora un elefante defunto, una foto che ha spinto il fotografo pochi cm dall'azione che si stava compiendo. Ho ancora molto da imparare e da mettere in pratica e spero davvero di poter fare un giorno una foto come quella».

© Domenico Aronica
© Domenico Aronica, Jardin de Tuileries, Parigi 2006

Domenico Aronica prende spunto «dalla realtà per esprimere la mia visione del mondo, non c'è traccia nelle mie foto di rielaborazioni digitali. Ho passato questi anni perdendomi tra le strade delle grandi metropoli del mondo, cercando di cogliere contesti urbani e volti che parlassero del mio profondo essere e delle mie ansie verso la società moderna. Il mio sguardo non è fotogiornalistico, ma cerco di cogliere momenti sospesi fuori dal tempo e dai luoghi. Credo sia importante avere tante passioni, al fine di avere tanti stimoli per creare le proprie immagini. Sono molto affascinato dalla musica jazz, dai film del cinema italiano d'autore degli anni '50, '60 (ho una collezione di oltre 500 film originali), dalla letteratura e dalla pittura. Sicuramente un'esperienza che ha cambiato la mia visione della fotografia è stata quella presso l'agenzia Magnum a Parigi. Sono rimasto lì qualche mese collaborando ad alcuni progetti, ed è stato fantastico poter attraversare l'archivio con gli scatoli pieni di immagini di fotografi che hanno cambiato la concezione dell'arte fotografica, come Herbert List, Cartier Bresson, Sergio Larrain, Josef Koudelka, Elliott Erwitt e tanti altri. Per me la fotografia è un'arte al pari delle altre arti più conosciute. Io non posso fare a meno di esprimere i miei pensieri attraverso l'obiettivo, ed è una cosa molto naturale. La mia quindi, è stata una folgorazione, un istinto che era dentro di me, e che è venuto fuori in maniera spontanea. Io sono un autodidatta. La fotografia mi affascina perché è arte e documento di vita reale allo stesso tempo. Bisogna però fare attenzione affinché la fotografia non diventi una mania. Bisogna infatti concentrarsi e studiare molto ciò che si vuole esprimere, perché altrimenti come scrisse Calvino ne Gli amori difficili, fotografando ogni cosa, si rischia di impazzire. Io non sono spinto da nessuna ansia di registrare gli eventi, perché non lavoro con nessun giornale, le mie immagini nascono apparentemente per caso, passeggiando per la città. Ma rivedendo certe mie immagini ho capito che nessuna immagine è creata per caso, ma il fatto di trovarsi in un luogo in un determinato momento dà al fotografo quasi una dimensione magica».
www.domenicoaronica.com

© Matteo Damiani
© Matteo Damiani, White Tigers
Due giovani esemplari di tigre bianca intenti al gioco in un parco ecologico in Cina Meridionale

Per Matteo Damiani «in Cina, dove ho vissuto negli ultimi sei anni, le occasioni per provare un contatto profondo con la natura sono rare, soprattutto se si vive nelle zone più' urbanizzate. La natura attorno alle grandi città', non solo il più delle volte è addomesticata, ma anche troppo spesso umiliata e sfruttata oltre ogni aspettativa. Il più delle volte, le passeggiate nelle campagne inevitabilmente finiscono in una grande cava, in una miniera, in un vicolo cieco dentro una fornace di mattoni. I fiumi, i laghi e i corsi d'acqua che scorrono vicino ai centri urbani sono avvelenati. L'aria il più delle volte è irrespirabile. Ma in Cina, allo stesso tempo, vi sono intere regioni ancora semi disabitate, dove si estendono per centinaia di chilometri foreste impenetrabili, montagne invalicabili o deserti infuocati. Per cui, che lo si voglia o no, il contatto con la natura è necessariamente estremo. Senza compromessi. O tutto o niente. Così, le rare volte in cui si riesce a trovare angoli naturali ritagliati nei grandi agglomerati, al di là dei parchi cittadini frequentati da innumerevoli turisti, si rimane piacevolmente sorpresi e ci si lascia finalmente abbandonare a quella comunione con la natura così ricercata e quasi mai raggiunta».
www.cinaoggi.it

© Matteo Damiani
© Simone Tramonte, Lisbona

Per Simone Tramonte «quando ho iniziato ad appassionarmi di fotografia è stato subito chiaro che a catturare la mia attenzione fosse soprattutto il racconto dell'uomo. Ho sempre pensato alla fotografia come uno strumento per testimoniare, per raccontare storie. In quest'ottica il fotogramma diviene un mezzo interpretativo dei flussi di vita che scorrono davanti ai nostri occhi, un modo per focalizzare cose e persone con maggiore attenzione. Per raccontare un luogo, per rendere le mille sfumature di una metropoli, così come di un villaggio sperduto, si deve necessariamente fare i conti con gli esseri umani, le anime della gente che da quel luogo viene influenzata e che quel luogo a sua volta plasma a sua immagine e somiglianza. Sono le persone che meritano la nostra sosta. Lo scambio di uno sguardo o di un sorriso con i soggetti, dopo averli inseriti nell'inquadratura rappresenta una forma di gratitudine e rispetto. Bisogna saper cogliere il momento giusto senza ansia, ma soprattutto senza interferire o alterare la situazione circostante. L'obiettivo non è fare buone fotografie a tutti i costi, ma fare fotografie che riescano simultaneamente a documentare, ma soprattutto a toccare le corde emotive. Un reportage deve portare impressa le percezioni del fotografo, la sua testa, e raccontare una storia che appartiene solo a lui».
www.simonetramonte.it