Perugia Social Photo Fest

 

È nato un nuovo festival, dedicato virtuosamente alla fotografia sociale. Tra la Toscana e l’Umbria, prima a Piombino, ora a Perugia. Perché un altro festival? «Perché», sostengono gli organizzatori, «crediamo che in una società come quella attuale, definita appunto società dell’immagine, ci sia una profonda esigenza di creare o forse ricreare una cultura dell’immagine. Viviamo circondati da immagini, ma spesso non sappiamo più distinguere genere e qualità; allo stesso modo oggi molti fotografano, ma pochi riescono davvero a raccontare e ad esprimersi attraverso le immagini. Perché crediamo che la fotografia sia un mezzo insostituibile per “fare memoria visiva”. Perché la fotografia è indispensabile per comunicare idee e culture di singoli e comunità. Perché la fotografia può ispirare un cambiamento sociale attraverso la presa di coscienza sullo straordinario, bello o brutto, che è sotto gli occhi di tutti ma che molto spesso viene ignorato. Perché la fotografia può essere uno strumento fondamentale di comunicazione, di riattivazione della percezione, di riattivazione di una spinta interiore personale soprattutto laddove c’è una difficoltà di comunicazione. Perché la fotografia può essere anche strumento di inclusione sociale soprattutto in quelle persone che “non hanno voce”».

 

© Benedetta Falugi - Ritorno al Cotone

 

Raccontare, denunciare, aprire le coscienze tramite un’immagine, un dettaglio: è questo che rende la fotografia sociale uno straordinario mezzo di comunicazione. Il Perugia Social Photo Fest fa propria la lezione dei grandi del passato e si apre agli stimoli della quotidianità proponendo - dal 10 al 18 novembre, a Perugia Villa Fidelia (Spello) - nove giorni di mostre fotografiche, workshop ed eventi. Due le declinazioni di fotografia sociale alla base della manifestazione: fotografia intesa come denuncia e riflessione e fotografia come terapia, come mezzo per dare voce a chi spesso viene dimenticato dalla nostra società. L’edizione di Perugia fa seguito alla prima edizione del Festival organizzata a Piombino dal 25 maggio al 3 giugno scorsi, che ha registrato più di 2000 visitatori, appassionati o semplici curiosi, mettendo in evidenza un bisogno di socialità e di condivisione che ha garantito il successo dell’edizione primaverile dimostrando che il mezzo fotografico non è puro esercizio estetico ma indispensabile strumento di narrazione in grado di aprire i cuori e le coscienze con la forza dell'immagine.
 

© Filippo Mutani - Believe


25 le mostre fotografiche programmate. La natura sociale del festival sarà rappresentata da mostre di fotografi che utilizzano la fotografia per raccontare storie (piccole o grandi che siano) che fanno riflettere, comunicare, comprendere, esplorare.  Storie normalmente non raccontate, ma che necessitino di essere portate alla luce. Sono storie che vale la pena raccontare e condividere in modo da poter ispirare, anche il semplice spettatore, a riflettere sulla necessità di un cambiamento sociale che parta dal basso.  In questa sezione, per citarne alcuni: il gruppo Shoot4change con i lavori dell’italoamericano Angelo Merendino (The battle we didn’t choose) e di Jenn Ackermman (Trapped) e con l’appassionata visione di Antonio Amendola (Fracture zone: Afghanistan). Ma anche il Collettivo TerraProject, il bianco e nero di Pino Bertelli, i giocattoli di Gabriele Galimberti o l’intenso lavoro “Generationen” della fotografa tedesca Gundula Friese.

 

© Antonio Amendola (gruppo Shoot4Change) - Fracture Zone


Molte le presenze anche in ambito della fototerapia. Judy Weiser, psicologa di fama internazionale, fondatrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver (Canada) e uno dei massimi esponenti mondiale di fototerapia; Cristina Nunez, artista e fotografa spagnola che ha elaborato il metodo The Self-Portrait Experience®; PhotoVoice, gruppo britannico che utilizza innovative tecniche di fotografia partecipativa all’interno di comunità svantaggiate ed emarginate allo scopo di promuovere un cambiamento sociale attraverso la possibilità di rappresentare se stessi e di comunicare con la propria “voce”; PSYForte Center, gruppo russo composto da foto terapeuti, psicologi, artisti che usano metodi innovativi basati su tecniche di fototerapia, fotografia terapeutica, videoterapia, digital storytelling; Sabine Korth, fotografa, artista, specializzata nel fotomontaggio. Con il suo metodo “FreeTransform” rielabora gli album di famiglia; Anna Fabroni, giovane artista italiana che, partendo da una esperienza personale, ha strutturato un metodo che utilizza l’autoritratto come modalità di indagine introspettiva.

 

© Sabine Korth - Family Album


Durante l’arco della manifestazione è prevista la realizzazione di quattro workshop aperti alla partecipazione pubblica e di una giornata di studio che sarà l’occasione per fare il punto della situazione su una disciplina, quale la fototerapia, in costante espansione e in continua evoluzione. Di seguito, riportiamo l’interessante articolo che Fabio Piccini, medico e psicoanalista junghiano,ha dedicato all’argomento: «Con il termine di Foto-Terapia si intendono tutti quegli interventi terapeutici nel corso dei quali uno psicoterapeuta, o un arteterapeuta, utilizzano la fotografia per aiutare un paziente a risolvere un proprio problema. Con il termine Fotografia Terapeutica, si intendono invece tutti quegli interventi, più spesso messi in atto da persone che non sono terapeuti, miranti ad utilizzare la fotografia a scopi esplorativi, di auto-indagine, o di auto-consapevolezza. Risultano pertanto evidenti le principali differenze tra questi due ambiti di utilizzo della fotografia. Nel primo caso essa viene utilizzata come strumento terapeutico vero e proprio all’interno di un setting clinico (ad esempio in centri riabilitativi psichiatrici, o nella terapia di disturbi psicologici). Nel secondo caso viene invece impiegata come uno strumento ‘facilitatore’ all’interno di contesti non clinici (scuole, corsi di formazione, centri sociali, etc), allo scopo di aiutare le persone a diventare maggiormente consapevoli di alcuni aspetti della propria personalità e dei propri modi di essere.

 

© Terraproject - Fuoco Amico Ritorno nei Balcani © Pino Bertelli - I giorni del vino e delle rose


Con queste modalità, da qualche anno, la fotografia si è conquistata un posto di tutto rispetto nell’ambito dell’arte terapia, caratterizzandosi come un mezzo espressivo potente e di facile utilizzo, che si sta rapidamente diffondendo anche in Italia. Tale diffusione dipende proprio dalle peculiari caratteristiche dello strumento fotografico che lo rendono particolarmente adatto a questo tipo d’uso; basti pensare che, mentre la maggior parte delle persone manifesta notevoli resistenze di fronte all’idea di utilizzare strumenti come la scrittura, la pittura, o la scultura, una fotocamera suscita molta meno soggezione e certo ispira tanta familiarità in più. Senza contare che da quando esistono i telefonini dotati di fotocamera, ormai chiunque ne possiede una sempre a portata di mano e, a giudicare dal proliferare delle foto presenti sui social networks, la usa fin troppo…

 

© Gundula Friese - Generationen © Matteo Cesari - Via Carlo Marx


Del resto, se ci pensiamo, una fotocamera ha davvero delle potenzialità incredibili. È capace di vedere cose che nemmeno un occhio umano è in grado di cogliere (perché troppo piccole, o troppo fugaci). È capace di rivelare aspetti istantanei di realtà ai quali non prestiamo più caso (perché rientrano ormai nell’abitudine di ogni giorno). Ci permette di imparare a vedere le cose in modo diverso (da altri punti di vista, da distanze differenti, in bianco e nero, etc.). Non è selettiva (a differenza dell’occhio umano) ed è quindi molto più oggettiva nel ritrarre ciò che vede (non usa cioè lenti percettive, come invece fa la nostra mente). Per tutti questi motivi la fotografia può essere la terapia ideale per tutti quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre meno».
 

© Paola Fiorini - Have A Nice Holiday

Per approfondimenti:

www.socialphotofest.org  |  www.lucegrigia.org