Consigli di viaggio per gli appassionati di fotografia

A cura di: Diego Garzone con la collaborazione del gruppo Nikonista DOC: Daniele Rossi, Carlo Macinai, Alessand

per gli appassionati della fotografia.
a cura di DIEGO GARZONE
con la preziosa collaborazione del gruppo Nikonista DOC:
Daniele Rossi, Carlo Macinai, Alessandro Fais
coordinati da Mauro Minetti

Problemi alla dogana

Che cosa non si può fotografare

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Che cosa non si può fotografare


Ragazza di etnia Peul fotografata da Diego Garzone nel nord del Senegal

Distinguiamo: che cosa non si può per legge fotografare, e che cosa, per una serie di motivi, non è opportuno fotografare. Praticamente ovunque non si possono fotografare residenze presidenziali (fa eccezione il palazzo presidenziale di Dakar, dove le guardie d'onore in giubba rossa si fanno volentieri fotografare a fianco dei turisti, e soprattutto delle turiste), personale e mezzi militari e della polizia, caserme, antenne, ponti, depositi, stazioni, aeroporti, carceri

La lista è lunga e varia da zona a zona: in Kenya non si può fotografare la bandiera, in Gambia il traghetto che attraversa l'omonimo fiume e che costituisce praticamente (a meno di non compiere un giro di circa 700 km) l'unico mezzo per raggiungere la regione meridionale del Senegal, la Casamance, dal Nord del Paese. In Casamance potreste trovare, a causa della guerriglia indipendentista peraltro molto soft, una maggiore rigidezza nei confronti delle cose fotografabili rispetto al resto del tollerantissimo Senegal. Mai, comunque, puntare l'obiettivo contro un posto di blocco militare. Perché potrebbe capitarvi d'immortalare anche un baldo esponente della Legione Straniera, e questo fa imbufalire i militari senegalesi ma soprattutto i francesi che, a rigore, quel tipo di servizio non dovrebbero farlo.

È meglio non fotografare, in genere, la gente che dimostra chiaramente di non gradirlo, donne velate in zone musulmane, luoghi di culto chiusi ai non praticanti la religione. Una legge del Kenya proibisce di fotografare i Maasai, in pratica è un modo per lucrare copiose mance alle comitive di turisti. Che in genere vengono utilizzate dalla comunità per opere d'interesse comune, per esempio per mantenere la scuola del villaggio, quindi è un obolo che - vedete voi – si può anche versare a cuor leggero.

Aggiungo quanto ho scritto di recente a un utente del Forum che raccontava come, durante un viaggio in Mali, avesse trovato difficoltà notevoli nel fotografare persone. È un'esperienza comune con la quale chiunque abbia viaggiato in Africa si è trovato a fare i conti. Non mi avventuro in spiegazioni di carattere sociologico: certo, in quei Paesi la povertà è un dramma reale e quotidiano, "morire di fame" è tutto fuorché un modo di dire.


Fotografia di Carlo Macinai in Namibia

È anche vero che il turismo è visto come una delle poche occasioni per guadagnare quei pochi spiccioli che consentiranno, magari, di mettere qualcosa sotto i denti quel giorno. È verissimo che della "mole" di denaro spostato dall'industria delle vacanze solo poche briciole arrivano alle popolazioni locali. È vero che, se mi trovassi nel giardino di casa e una comitiva di turisti giapponesi di passaggio si mettesse a fotografarmi anch'io mi infastidirei.


Fotografia di Carlo Macinai in Namibia

Insomma, è vero un po' tutto. In quasi trenta viaggi in Africa sono certamente molte di più le foto alle quali ho rinunciato di quelle che ho scattato. All'inizio con un po' di malumore, lo ammetto, poi, col passare del tempo, senza che la rinuncia mi pesasse più di tanto. Ho imparato qualcosa: al di là di qualsiasi valutazione di carattere "etico", la foto "rubata" è qualcosa che, anche quando riesce, non lascia alcuna soddisfazione. Almeno a me.
Meglio una foto "guadagnata" dopo aver cercato di comunicare, dopo aver stabilito fra noi e il soggetto una relazione che non sia costituita solo dall'obiettivo della reflex, di dieci foto "carpite", magari con quello sguardo, fra l'offeso e il deluso, di chi si accorge d'esser stato ritratto a tradimento e che ti senti sulle spalle anche quando te nei vai, quasi ti dicesse "anche questo ci portate via...". Con gli anni ho scoperto che il tele (al di là del suo aspetto oggettivamente "aggressivo") trasmette al soggetto un messaggio del tipo "Non mi fido di te, voglio mantenere le distanze, tutto quello che m'interessa di te è la tua immagine da mostrare agli amici".... Sappiamo che molto spesso non è vero, ma innegabilmente il tele è, per definizione, l'ottica che ti consente di "avvicinare" artificialmente ciò che non puoi o non vuoi avvicinare di persona.
Dunque, il mio suggerimento è questo: avvicinarsi, presentarsi, stringere sempre la mano (molti europei danno la sensazione di rifuggire il contatto fisico, e per popolazioni che esprimono una forte fisicità nelle relazioni interpersonali è un messaggio negativo), cercare di comunicare: le cose che ti piacerebbe sapere della vita di un abitante di Bamako sono senz'altro molte, ma sempre meno di quelle che lui vorrebbe sapere da te. Spesso i turisti - i pochi che "perdono tempo" a parlare con i residenti locali - sono l'unico "ponte" fra di loro e un mondo lontano, sconosciuto e per questo affascinante.
Rotto questo muro, vedrai, il tele non ti servirà più: scattare la foto sarà un momento, non il più importante, di un'esperienza che ricorderete in due. E quando rivedrai la foto, a mesi di distanza, non sarà solo la foto di un pescatore o di un pastore, ma l'immagine di una persona che hai conosciuto, della quale conosci la storia, e che ti conosce. Ho parecchi ritratti di africani e africane, nei miei "plasticoni". Di molti di loro ho anche l'indirizzo, un numero di telefono, le lettere che ci scriviamo.


Fotografia di Carlo Macinai in Namibia

Come riferisce Alessandro Fais nel contributo che segue, la situazione è molto diversa se ci spostiamo di qualche migliaio di chilometri, in Giappone:
"I giapponesi sono persone cordiali e spesso sorridenti e disponibili (fin troppo se ci interessa coglierle nella loro naturalezza...) ma hanno delle regole piuttosto ferree che è consigliabile rispettare per evitare spiacevoli rimproveri da parte delle onnipresenti guardie. State molto attenti ai cartelli poiché è sempre ben specificato dove si può e non si può fotografare (come all'interno dei templi scintoisti...). Dove non è presente alcuna indicazione sentitevi pure liberi di usare il vostro buon senso ricordando di essere in un paese dalla cultura e dai modi di fare radicalmente diversi dai propri. Dopo una foto concessa ringraziare con un Doomo arigatoo ad uno o più inchini (a sguardo rigorosamente basso) è sempre benvisto e consigliato".


Fotografia di Alessandro Fais in Giappone

 
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