Consigli

A cura di: Antonio Politano

Fotografia in viaggio

Qualche tempo fa, sollecitato dall’editore di Sguardi, ho scritto un piccolo manuale online di fotografia in viaggio. Di seguito, alcuni estratti della prima parte, seguiti dai link alle sette situazioni tipo della seconda parte (Paesaggio e natura, Gente vita quotidiana, Eventi e riti, Monumenti e architetture, Prima e ultima luce, Acque, In movimento). [Antonio Politano]
 

Ogni viaggio è, nella sua essenza, un movimento da un punto a un altro. Geografico, di norma, ma anche interiore. Esistono modi di viaggiare innumerevoli, quanti i piedi che li portano in giro e gli occhi che osservano il mondo. Viaggiare è accostamento, ricerca, scoperta, approdo (più tappe che meta), vacanza, ozio, avventura. Fotografia, vuole l’etimologia, è disegnare con la luce. Un modo di riorganizzare e fermare - in un fotogramma - l’esperienza di un momento, una porzione del mondo che ci circonda, attraverso una combinazione di tempi e diaframmi, volumi e atmosfere. Documento, simbolo, immagine che si ferma nella memoria. Parte da un desiderio di conoscenza, diventa sforzo di interpretazione, possibilità di raccogliere sensazioni e riportare a casa un racconto per immagini di attimi di vita (l’istante decisivo caro a Henri Cartier-Bresson), dei ricordi forti di circostanze vissute da trasmettere eventualmente ad altri. È un mezzo di espressione e comunicazione di forza enorme, un linguaggio universale che supera barriere di lingua e cultura.
 


Henri Cartier Bresson, Dieppe, 1926

 

Per alcuni (Ferdinando Scianna, che esprime il punto di vista del fotografo) la condizione di chi viaggia è quasi equivalente alla condizione di chi fotografa perché appena si esce da casa si sta viaggiando; per altri (Eric Newby, punto di vista dello scrittore-viaggiatore) la fotografia e il viaggio possono essere nemici perché la prima toglierebbe il piacere del secondo che diventerebbe un pretesto per collezionare immagini. Quando accade, quando l’ossessione di riportare a casa il souvenir fotografico prevale, l’uno e l’altra perdono. Invece la fotografia e il viaggio possono coesistere, essere due forme di ricerca (ed espressione di sé) che corrono in parallelo, sebbene l’atto di fotografare dovrebbe seguire l‘esperienza non precederla. Il viaggio regala intensità, esposizioni all’insolito che possono aiutare l’occhio fotografico a esprimersi.

Per chi viaggia lo scenario, in questi anni, è cambiato. C’è stato l’11 settembre, l’acuirsi di molti conflitti, l’avanzamento della società globale, l’incremento delle mescolanze e contaminazioni tra culture, l’esplosione di Internet, il consolidamento del viaggio come valore e comportamento diffuso. Il mondo è vasto e multiforme, da scoprire di persona altro che web o tv. Appena fuori casa o lontano, dietro l’angolo o altrove. Quanto più possibile leggeri, lenti, indipendenti. Consapevoli di esportare modelli, produrre impatto. Rispettosi dell’ambiente, naturale e culturale, di cui si entra temporaneamente a far parte. Responsabili, permeabili. Aperti all’incontro, all’ascolto, alla sorpresa. Turisti-viaggiatori consci di essere visitatori occasionali, di passaggio, con valigie o zaini, alla ricerca di esperienze, orizzonti di bellezza, panorami di senso.

[…] Le regole esistono e non esistono, e in ogni caso vanno prese con beneficio d’inventario, registrate, frullate e poi seguite o meno, parzialmente o per intero, a seconda della propria sensibilità. Il dibattito è ampio, le scuole di pensiero diverse, legittimamente. Dalla fotografia che dà la «sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini» (Susan Sontag) al «porsi davanti al fotografare come problema» (Arturo Carlo Quintavalle) per superare l’iconografia tradizionale, i paesaggi pittoreschi, i virtuosismi tecnici a favore della normalità, della verità. Ogni scelta è rispettabile. Ogni posizione è lecita, l’importante è che funzioni espressivamente. A ciascuno il suo modo di fotografare (e viaggiare).
 


© Robb Kendrick. National Geographic

 

Preparare il viaggio

Prima di partire è ovviamente importante documentarsi, cercare informazioni (attraverso il web, le riviste, i libri, sia guide che saggi ma anche romanzi). Bisogna però, allo stesso tempo, non sovraccaricarsi di informazioni e, soprattutto, di immagini, per mantenere uno sguardo almeno parzialmente vergine. Non ingolfare l’immaginario per salvaguardare il piacere della scoperta, per non doversi limitare a “ri-conoscere” il già visto, l’originale della riproduzione che ha spinto a partire. Ma non si deve, certo, mancare l’essenziale. Perciò il suggerimento è leggere e guardare con anticipo, e poi tentare per quanto si può di dimenticare e disimparare («costruirsi dei pregiudizi e poi essere disposti a cancellarli», dice Roberto Koch), distillando e facendo salva la sostanza. Rimescolare le carte, aspettando magari l’imprevisto cha dà sapore e apre prospettive. […]
 


© Logan Mock-Bunting. THE SEA

 

L’attrezzatura

Una buona attrezzatura può permettere di dare maggiore espressione al proprio occhio fotografico. Prima di partire è necessario conoscerne a fondo i sofisticati sistemi di funzionamento e, esercitandosi, le potenzialità di prestazione, oltre che naturalmente controllarne lo stato di manutenzione.

«Bisogna viaggiar leggeri», diceva Ludwig Wittgenstein, precetto sempre valido. Ma le esigenze di chi fotografa in viaggio sono complesse; di seguito sono indicati alcuni potenziali elementi di una lista di cose da portare, da personalizzare secondo il proprio punto di vista:

  • fotocamera reflex (un corpo macchina o - se possibile e meglio - due, per avere pronte diverse focali montate e far fronte a eventuali guasti improvvisi);
  • fotocamera tascabile compatta con zoom e flash incorporati (per situazioni in cui occorre essere leggeri e discreti);
  • obiettivi (dalla focale differenziata per permettere di variare l’angolo e le tecniche di ripresa);
  • flash (per foto notturne, interni, riempimento di zone d’ombra in esterno);
  • provvista di schede di memoria per immagazzinare le immagini e batterie per flash (con caricabatterie per i corpi macchina);
  • cavalletto treppiede (robusto e leggero) e/o monopiede;
  • filtri per obiettivi (indispensabile lo skylight per proteggere la lente frontale, utile il polarizzatore per conferire maggiore saturazione ed eliminare i riflessi indesiderati);
  • pannelli riflettenti (per far rimbalzare la luce su una porzione non illuminata del soggetto o di una parte della scena ritratta);
  • borsa o zaino e marsupio, impermeabili, con possibilità di variare gli spazi interni, da trasporto (per le tappe di trasferimento) e da lavoro (i momenti in cui si fotografa, da preferire borse a tracolla ad apertura superiore per velocità);
  • sacchetti (in plastica) per proteggere il materiale vario da acqua e polvere; panni e liquidi per pulire l’apparecchiatura; sali di silicio per assorbire l’umidità;
  • disco rigido esterno o, se si può, computer dove scaricare e visionare le immagini; lettore di schede per caricare le foto con maggiore velocità e trasferire le immagini al computer attraverso il cavetto che trasporta il segnale digitale.
  • abbigliamento da viaggio a cipolla/carciofo, a strati; gilet o giubbotto multitasche per ospitare lenti e accessori, ma attenzione a non apparire troppo “fotografi” per maggiore discrezione e rispetto.
     


© Franco Fontana - Praga, 1967

 

Molta attrezzatura significa grande possibilità di scelta, ma poca mobilità. Anche tra i fotografi più celebrati (da James Nachtwey della VII a David Alan Harvey Jodi Cobb del National Geographic) c’è chi preferisce un approccio minimalista - pochi obiettivi, nessuna borsa ingombrante - per entrare di più nel cuore dell’azione, in contatto con il soggetto, risultare meno invasivi. A costo di perdere qualche foto perché non si ha lo strumento giusto, invece di perderne molte perché si è stanchi di trascinarsi dietro troppa attrezzatura.

Anche qui non ci sono regole, ciascuno determina le proprie. Non è facile trovare l’equilibrio giusto. Un corredo di base potrebbe essere composto, oltre che da due corpi macchina e un flash più treppiede, da un grandangolo spinto, una focale media e un tele lungo. Focali fisse assicurano leggerezza e luminosità; gli zoom (per esempio 17 o 20-35 mm,  14-24 o 35-70 mm, 80-200 mm), versatilità e velocità, grande libertà di inquadratura e composizione, possibilità di scegliere la lunghezza focale più adatta, per variare la prospettiva senza dover cambiare obiettivo.

La distanza dal soggetto principale della foto dipende da chi fotografa. È sempre valida l’affermazione leggendaria, attribuita a Robert Capa, secondo la quale se le foto non sono abbastanza buone è perché non si è abbastanza vicini. Conta la lunghezza focale degli obiettivi, d’accordo, ma soprattutto le proprie gambe («la distanza con le gambe conquista», diceva la poetessa russa Marina Cvetaeva), lo spirito di intraprendenza nell’infilarsi in situazioni potenzialmente interessanti, la possibilità e capacità di non risultare inopportuni.
 


Robert Capa - Spectators at the Longchamp racecourse - Paris. Crédit: Magnum

 

Per dare un diverso senso dello spazio e se si vuole stare vicini al soggetto - quando non si può o riesce ad avvicinarsi, e perciò a usare l’angolo di campo ampio, espanso, permesso dal grandangolare - si può ricorrere al teleobiettivo che assicura una maggiore discrezione e sceglie, ritaglia, delimita la porzione di campo visivo, valorizzandola e mettendone in risalto i particolari, con una conseguente - inevitabile ma a volte stimolante - compressione dei piani all’interno dell’inquadratura. Da non dimenticare l’eterno 50 mm, utile soluzione per molte occasioni, luminoso, leggero, che assicura una prospettiva naturale senza distorsioni (tranne se da molto vicino) e un medio tele (85 mm, per esempio) ideale per i ritratti.

Il grandangolare è ineguagliabile per portare dentro il cuore di ciò che accade, spettacolarizza le linee, coglie il respiro del paesaggio. Quando si usano grandangolari spinti, attenzione alle distorsioni prospettiche che a volte possono risultare eccessive, non tanto allo sguardo attraverso il mirino ma quando si osserva l’immagine realizzata. L’effetto linee cadenti (linee verticali convergenti verso l’alto) può essere a volte ricercato e accettabile a fini creativi, a volte è subito troppo; si può ridimensionare arretrando fino a recuperare una prospettiva più equilibrata, oppure optando per un piccolo tele o, ancora, ricorrendo a (costosi) obiettivi decentrabili che muovono solo i gruppi focali non la macchina.
 


Un accampamento di allevatori nella notte mentre sorge la luna piena Jonglei, Sudan del Sud 2012. © Kazuyoshi Nomachi

 

La luce

La luce è lo strumento espressivo più potente per chi fotografa. Di cui andare, sempre, alla ricerca. Da catturare, nei momenti migliori della giornata (primo mattino, tardo pomeriggio-sera). Da interpretare, quando (con pioggia, nuvole, nebbia, ecc.) non sembra ideale. Attraverso un’esposizione corretta, dettagliata, vicina a quel che vede l’occhio.

Il messaggio è: sfruttare il più possibile la luce naturale (ambiente). Alzarsi presto, tornare tardi. Sforzarsi di essere in giro fin dall’alba e oltre il tramonto. Quando l’atmosfera assorbe la luce bluastra e lascia passare quella rossastra dei raggi obliqui del sole, i colori sono più saturi, le ombre più morbide. Combinare luce naturale e luci artificiali, come nella luce a cavallo tra notte e giorno. Al crepuscolo, dopo che il sole è tramontato, fino alle prime ombre della sera; e all’alba, prima che sorga il sole e immediatamente dopo. È un momento in cui la luce solare e quella artificiale - lampioni, insegne, fari - si equivalgono. Dura pochi minuti, bisogna essere pronti a coglierlo. Usando il treppiede e ricorrendo per sicurezza (come in altre condizioni di luce difficile) al bracketing, l’esposizione a forchetta, scattando in sequenza più fotogrammi della stessa inquadratura con variazioni progressivamente più chiare o più scure, rispetto a quella centrale raccomandata dall’esposimetro, per assicurarsi almeno uno scatto buono.

Si può lavorare solo con luce ambiente e si può aggiungere una seconda esposizione complementare alla luce ambiente, quella del flash. E dunque usare il lampeggiatore non solo in interni e scarse o nulle condizioni di luce, ma anche di giorno in esterni per aiutare a riempire (fill-in), illuminare le ombre, aggiungere luce senza cambiare l’atmosfera, far risaltare dettagli, render brillanti i colori e nei controluce (tranne se non si cerca proprio un effetto silhouette) per attenuare i contrasti esasperati tra sfondo luminoso e soggetto scuro e avere un’esposizione corretta in entrambe le zone, senza che la luce del flash prevalga su quella ambiente. L’obiettivo è far notare il meno possibile la luce del flash (riducendone l’intensità e compensando l’esposizione), restituire un’illuminazione quasi naturale.

Si può usare il flash in esterni - montato sulla macchina o meglio separato (grazie a un cavetto di collegamento) perché per l’angolo diverso disegna con più forza il soggetto - anche per congelare il movimento del soggetto, mentre la luce ambiente determina un effetto mosso sul resto della composizione. Se si scatta a mano libera, non esagerare comunque con i tempi di posa.
 


© Steve McCurry. Geisha nella metropolitana, Tokyo, Giappone, 2008

 

Narrare per immagini

Cercare di raccontare. Fotografare sempre per raccontare qualcosa. In viaggio, pezzi di esistenza, brani di paesaggio, storie. Trovando un tema e un taglio preferenziali, individuando una chiave, un filo rosso, dei simboli. Dare la propria interpretazione visiva vale sia per il professionista sia per l’appassionato fotoamatore. Non collezionando soltanto “belle foto”, ma costruendo un racconto attorno alle specificità - per sé e/o in generale - dei luoghi attraversati e delle culture accostate. Indagando quello che alcuni definiscono lo “spirito del luogo”, facendo molta attenzione alle trappole dell’esotismo e del pittoresco (all’origine del pittoresco, diceva Jean-Paul Sartre, c’è il rifiuto di comprendere gli altri). Andando in ricognizione, facendo dei sopralluoghi per scegliere i momenti ideali per scattare, studiando la presenza della gente, le condizioni di luce su facciate e monumenti, il comportamento degli animali in boschi o savane. Ritraendo, infine, non quello che c’è da vedere, ma quello che è.

Immaginare l’immagine. Molti fotografi parlano di pre-visualizzazione dell’immagine. C’è chi disegna, chi progetta, chi aspetta o cerca di determinare la giusta combinazione di elementi corrispondente a ciò che ha in mente. C’è chi afferma di costruire l’immagine al momento, liberando la propria intuizione. Il fotografo, diceva Robert Doisneau (che eppure sembra abbia costruito il suo famoso “bacio” davanti a un café parigino), deve essere stupido mentre fotografa, nel senso di essere disponibile verso ciò che gli accade intorno. Ma, sottolinea Ferdinando Scianna, in base ai ragionamenti fatti e alle esperienze avute si finisce per trovare quello che più o meno inconsciamente si stava già cercando, poi «nel fotografare il meccanismo di scelta è formale: la luce, la struttura compositiva, la geometria, i volumi sono la scintilla determinante che fa scattare la molla».
 


Women prayed in front of the shrine built at the site of Iman Hussein's murder of the occasion of the 40th day of Muharram. Iraq 2003.
© James Nachtwey

 

Verità e parzialità. Secondo alcuni la fotografia è soprattutto evocazione, pone domande più che dare risposte; altri - pur consapevoli che l’azione di chi fotografa, come quella di ogni osservatore, è inevitabilmente parziale perché ripropone frammenti di realtà che partono da uno sguardo soggettivo - pensano che possa essere una descrizione, aperta, della realtà. Chi viaggia è un visitatore occasionale, che può però essere dotato di attenzione, rispetto e capacità di empatia, di entrare in relazione, di provare meraviglia, stupore. L’obiettivo è cercare di raccontare la (propria) verità delle situazioni che si vivono, delle attività quotidiane della gente incrociata, delle caratteristiche del territorio attraversato, tenendosi lontani da ciò che l’immaginario, ammalato di nostalgia, proietta sul soggetto e vuole ritrovare. Vicino e lontano, senza pensare che immagini realizzate in un qualche altrove siano migliori perché più preziose e rare. Dietro l’angolo, si può realizzare un racconto degnissimo, basta trovare un buon soggetto e il proprio modo di interpretarlo.

Roland Barthes diceva: prima si fotografa il notevole, poi si cerca di rendere notevole ciò che si fotografa. Parole che ricordano un’altra affermazione illuminante, questa volta di Pablo Picasso: «Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole». Essere se stessi, coltivare l’intuizione e il talento con l’applicazione e lo studio, far emergere il proprio sguardo, costruirsi una linea interpretativa, uno stile espressivo, senza eccedere con gli esercizi tecnico-estetici che assorbono e distruggono il soggetto, senza che lo stile interferisca sui contenuti. L’immagine deve avere capacità di informazione e valore estetico ed essere legata da un filo conduttore visivo ad altre immagini. Anche quando si affrontano temi già molto indagati, eventuali stereotipi e icone. Ciò che conta è la capacità di evocazione e documentazione delle immagini, la forza, grazia ed equilibrio al loro interno, l’impatto visivo e la varietà e completezza di situazioni e soggetti, di cromatismi e tagli, di visioni d’insieme e particolari dell’ambiente ritratto e delle sue specificità.
 


© William Albert Allard, Three girls in Little Floyd Lake, northern Minnesota, 1995

 

Entrare in contatto

Uno dei maggiori problemi, in viaggio, e per il fotografo - doppio, perciò, per chi viaggia e fotografa - è quello dell’invasività di chi entra a far parte di un ambiente altro. Fatto inevitabile, questione irrisolvibile fino in fondo, da affrontare volta per volta. Se, da una parte, bisogna non essere aggressivi ma umili di fronte al soggetto, senza avere però troppo timidezze, dall’altra è importante mostrare più rispetto possibile, cercare di stabilire un contatto minimo (Francesco Cito racconta che, arrivando in Palestina, rinunciò a uno scatto importante che gli si offriva davanti agli occhi, perché - prima - sentiva di dover cominciare a creare una relazione di fiducia con i suoi interlocutori locali). Farsi addirittura scordare (quando si ha tempo), diventare in qualche misura invisibile.

Il problema - appunto - è il tempo a disposizione, quello che abbiamo nei nostri spostamenti (che scegliamo e ci diamo, facendo i conti con impegni professionali e privati) è in genere limitato. Tranne scelte radicali, siamo tutti turisti e viaggiatori allo stesso tempo, non illudiamoci e tiriamoci fuori. Ma troppo spesso si vedono legioni di turisti-viaggiatori che, appena arrivati sul bordo del Grand Canyon o nel cuore di una festa induista, si ingegnano a trovare freneticamente l’angolazione migliore, anziché vivere il momento. È naturale, per chi ama fotografare, farsi tentare dagli aspetti più emozionanti e spettacolari di ciò che progressivamente si vede e scopre viaggiando. Non bisogna però viaggiare costantemente con un mirino al posto degli occhi, «fermarsi, fare una fotografia e proseguire» come scriveva Susan Sontag.
 


Arizona, USA, 2010 © Sebastião Salgado/Amazonas Images

 

Un ragionevole suggerimento è quello di sforzarsi di guardare innanzitutto con gli occhi, percependo e riempiendosi - prima - dell’emozione che si sta vivendo e - solo dopo - iniziare a scattare, studiando soggetti, angolo di ripresa, luce e così via. Se si limita la tendenza a immortalare per portare a casa lo scalpo di un luogo, fotografare in viaggio, oltre che permettere immagazzinare ricordi dei posti visti e delle situazioni vissute, diventa un’occasione di espressione, creativa, del proprio sguardo, che - citando due grandi scrittori francesi ( «Il solo vero viaggio, la sola immersione nella giovinezza, si farebbe non con l'andare verso nuovi paesaggi, ma con l'avere occhi diversi», Marcel Proust; «L'importanza sia nel tuo sguardo non nella cosa guardata», André Gide) - rimane in fin dei conti la cosa più importante. Anche in un viaggio.

Consapevoli del nostro possibile impatto, si deve aumentare il rispetto davanti ai soggetti potenziali, mostrare attenzione, discrezione. A volte basta un sorriso, un gesto gentile, amichevole, magari scherzare, mostrare la propria buona fede, alzare leggermente la machina per chiedere il permesso di fotografare rapidamente; altre volte, se si vede che non provano fastidio, scattare discretamente e poi se è il caso sviluppare un rapporto.

Le persone che diventano potenziali soggetti delle immagini - nella propria città come ai confini del mondo - possono essere indifferenti e amichevoli o infastiditi se non ostili e aggressivi. Se si capisce che si crea disagio, ritirarsi in buon ordine, non offendere la sensibilità altrui. Le sensibilità sono diverse, in particolare davanti a una macchina fotografica. Alcuni, soprattutto nel sud del mondo, non desiderano legittimamente vedere obiettivi puntati su di loro (pare che il capo indiano Cavallo Pazzo, per esempio, a differenza di Toro Seduto Geronimo, rifiutò sempre di essere fotografato per non far catturare mai il proprio spirito). Altri chiedono soldi: voi prendete una cosa a noi - l’anima, un’immagine - lasciateci qualcosa in cambio. Il concetto di privacy muta a seconda dei contesti, delle culture, e sfiora la questione della liberatoria del soggetto (“Il sottoscritto … autorizza la stampa e la pubblicazione della fotografia scattata da … in qualsiasi forma, tempo e luogo”) che a volte, specialmente per i ritratti, sarebbe utile far firmare.
 


Minab woman in her jab. Iran. © Michael Yamashita

 

La composizione dell’immagine

Le sofisticate fotocamere di oggi permettono di concentrarsi sugli elementi del quadro. E dunque, attraverso il mirino, sulla composizione. Di luci e toni, forme, volumi, piani, che creano equilibrio e contrasto, punti di attenzione e dissonanza, che restituiscono verità e suggestione. Lavorare sull’inquadratura, variando lunghezza focale, distanza, angolo di scatto; se il risultato non è immediatamente convincente, continuare a fotografare man mano che la situazione si sviluppa.

La posizione di ripresa è fondamentale. Sceglierne una e poi osservare il soggetto da più punti di vista, sperimentare angolazioni inusuali, girargli attorno per cercare il punto più adatto a interpretare la scena, arrampicarsi per una prospettiva dall’alto, chinarsi o sdraiarsi a terra per una ripresa dal basso. A volte lo scatto buono è il primo, che corrisponde all’intuizione iniziale; a volte è l’ultimo, che arriva dopo molte prove. Gli scatti non sono mai abbastanza, inoltre il digitale, con le dovute scorte di schede di memoria, consente di fotografare quanto si vuole, senza preoccupazioni di sprecare pellicola e c’è la possibilità di verificare immediatamente ciò che si è fatto e decidere eventualmente di scattare ancora.
 


Henry Agudelo, Colombia, El Colombiano. Bullfighter, Medellín. Sports Features: 1st prize singles

 

Quando si presenta l’occasione, cercare di ritrarre soggetti disposti su più piani in profondità. Porre elementi forti in primo piano, altri a media distanza (secondo piano) e/o sullo sfondo (ultimo piano), cercando di creare linee di fuga e diversi livelli di informazioni e lettura. Introdurre elementi che si prestano a fare da linee guida per indirizzare l’occhio di chi guarda, una strada, delle tracce, delle ombre, trame, profili, oggetti che possono anche far da cornice al soggetto principale. Tenere a mente l’importanza dei particolari, per conferire sapore alle immagini e articolare il racconto.

Esistono poi delle regole codificate, come la cosiddetta regola dei terzi. Anche qui se seguirle o no dipende da ciascuno. Servono da specchio, per confrontarle con le proprie idee che possono anche aiutare a venir fuori. È bene conoscerle e poi usarle se sono coerenti con il proprio stile. Quella dei terzi (mutuata dalla pittura) mira a evitare di realizzare immagini statiche, con il soggetto principale o la linea dell’orizzonte al centro dell’inquadratura. Si suddivide in tre parti uguali lo schermo, sia in orizzontale sia in verticale, e si piazza il soggetto principale in corrispondenza di uno dei punti in cui si incontrano le linee della griglia immaginaria creta dalle linee divisorie orizzontali e verticali. È del tutto legittima anche una composizione di grande simmetria formale, comunque bilanciata, con forti elementi di richiamo. Si possono sperimentare diverse possibilità e combinazioni di effetti, per cercare la propria impronta, variando immagini di forte simmetria e immagini in cui la posizione del soggetto principale è decentrata. L’importante, quando si compone nel mirino, è bloccare la messa a fuoco e l’esposizione sul soggetto principale e assicurare una buona profondità di campo, se le condizioni lo permettono e sempre se si sceglie di far risultare nitidi i vari soggetti inseriti nella composiz

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