Inviati: Afriche, Orienti, Americhe

Michael Nick Nichols: L'ultimo abisso verde (da Sguardi 46)

L'ultimo abisso verde, cronaca di una partnership durata dieci anni e reportage della spedizione Megatransect del fotografo Michael "Nick" Nichols del National Geographic e del naturalista Mike Fay della Wildlife Conservation Society, racconto dei 456 giorni della spedizione iniziata nell'ottobre 1999 e conclusa nel dicembre 2000, una estenuante traversata a piedi di più di 3.200 chilometri dalle più profonde foreste del Congo alle spiagge vergini del Gabon. I protagonisti dell'impresa sono tra i più originali e conosciuti inviati della National Geographic Society. Determinati a testimoniare le ricchezze ambientali delle località più remote e incontaminate dell'Africa centrale oggi a rischio estinzione, hanno studiato e documentato in modo sistematico la vegetazione, la vita animale e l'impatto dell'uomo sulla foresta. Il risultato è una serie di immagini di eccezionale bellezza e rarità, in cui la passione per il vero e per i forti contrasti non cede spazio alla tentazione di proporre una visione idilliaca e distorta dei luoghi esplorati, visione pura e a volte anche cruda di uno degli ultimi luoghi inesplorati del pianeta, documento incantato e al contempo realista dell'ambiente e della vita animale là dove nessuno si è mai spinto prima. Il reportage dell'impresa ha avuto un'incredibile eco internazionale, fino a spingere il presidente del Gabon, Omar Bongo, a creare nel suo paese 13 nuovi parchi nazionali, per un'estensione totale protetta di circa 26.000 chilometri quadrati.[…] Duro, focalizzato sui propri obiettivi, motivato. Nichols sarebbe il primo a dirvi di avere il più bel lavoro del mondo. Nato in Alabama nel 1952, Nichols è un attivista. Fa fotografie di cose che non possono parlare da sole e, nel fare ciò, dà loro una voce. È stato in passato membro della Magnum Photos e oggi è un fotografo ufficiale del National Geographic. Negli anni ha fotografato specie a rischio di estinzione, persone e cose, spingendosi fino al limite, con estrema tensione, dinamismo e movimento. Ha vinto quattro volte il primo premio per la foto naturalistica e ambientale nel concorso World Press Photo, oltre ad aver ricevuto numerosi altri riconoscimenti tra cui il Wildlife Photographer of the Year e il Pictures of the Year story and image award.
 


© Michael Nichols

 

Fausto Giaccone, Macondo (da Sguardi 91)

Ho letto Cent'anni di solitudine mentre facevo un ben poco guerresco servizio militare spostando carte da una scrivania all'altra in un ufficio a Roma. Per sfuggire alla noia di quei giorni leggevo di tutto, a ritmo frenetico. Eppure furono quelle pagine, quelle e non altre, che, svelandomi il mistero e il fascino di mondi sconosciuti, diventarono il salvagente che mi permise di restare a galla durante uno dei periodi più scoraggianti e problematici della mia esistenza. Ricordo che pensavo: "Questo libro mi sta salvando la vita". Era il 1971, e a malapena sapevo quale fosse la collocazione della Colombia sulla carta geografica. Fu solo 16 anni dopo, nel dicembre 1987, che vi misi piede per la prima volta, inviato dal settimanale Epoca per una serie di reportage. Poi, nel corso del tempo, sempre per testate diverse, sono tornato in Colombia numerose volte per servizi fotografici. In ognuno di questi lunghi viaggi il mio compagno è stato un romanzo o un libro di racconti di García Márquez: uno stimolo alla scoperta o una consolazione nei momenti di solitudine.Nel 2006, durante uno di questi soggiorni di lavoro, ho intuito improvvisamente che era ormai inevitabile che il mio sguardo su questo Paese uscisse dagli schemi preordinati del servizio fotografico su commissione e seguisse un proprio percorso addentrandosi nel mondo del grande scrittore, nei luoghi della sua vita e in quelli dei suoi romanzi; luoghi che, a mio avviso, si specchiano gli uni negli altri. Era arrivato il momento di raccontare per immagini il mio Caribe colombiano, di elaborare tutti gli appunti, gli stimoli, le riflessioni che la lettura dell'opera di García Márquez aveva suscitato e fonderli con quelli registrati nei tanti viaggi precedenti in Colombia. Sapevo bene ciò che volevo tentare: ritrarre quel microcosmo umile e minuto che mi circondava e nel quale tuttavia riconoscevo senza ombra di dubbio la grandiosa allegoria della storia universale che tanto mi aveva affascinato in Cent'anni di solitudine. Non ho mai parlato con Gabo, come il geniale scrittore è familiarmente chiamato nel suo Paese, non ho mai insistito per incontrarlo personalmente. Nell'atto di mettermi a narrare il suo mondo, ho preferito impregnarmi delle sue storie, leggere e rileggere le sue opere nell'originale spagnolo, e lasciare che la musicalità del linguaggio guidasse i miei passi sulla scia delle fantasie e delle nostalgie evocate dai suoi racconti. […] Dal 2006 ho compiuto tre viaggi in Colombia seguendo questo progetto, sempre col bagaglio ridotto al minimo, usando i mezzi di locomozione locali - autobus, lance a motore, moto-taxi - e dormendo in locande economiche. Anche per l'attrezzatura fotografica ho scelto di lavorare con un equipaggiamento essenziale, quasi sempre una macchina con ottica normale, rinunciando volutamente alla spettacolarizzazione tipica dell'estetica del fotogiornalismo.
 


© Fausto Giaccone. Colombia / Valledupar, dipartimento del Cesar. Academia de Vallenato del Turco Gil: la musica del vallenato è una passione molto diffusa nella Costa colombiana e molto amata da Gabriel García Márquez che è stato uno degli ispiratori di un famoso festival dedicato a questa musica, che si tiene nella città di Valledupar ogni anno. Uno dei più grandi musicisti di questo genere, Rafael Escalona, scomparso nel 2009, è stato tra i più grandi amici del Nobel. Al muro, il ritratto del musicista cieco Leandro Diaz, un mito per gli appassionati di questa musica.

 

L'altra Istanbul (da Sguardi 55)

Il Museo dell'Ara Pacis di Roma ospita "L'altra Istanbul", un omaggio al più grande fotografo turco vivente Ara Güler e le immagini di altri quattro importanti autori turchi che descrivono la Istanbul contemporanea tra tradizione e modernità. Per la prima volta in Italia saranno esposte 30 fotografie di Ara Güler, che da "cronista", come lui stesso ama definirsi, cattura nelle sue immagini in bianco e nero una Istanbul sofferente. Nato nel 1928, Güler inizia la sua carriera come giornalista nel 1950 e sei anni più tardi incontra due straordinari fotografi della Magnum come Marc Riboud e Henri Cartier-Bresson. A seguito di questo incontro, comincia a lavorare come fotografo per le più importanti riviste internazionali come Paris Match Life, puntando l'obiettivo della sua Leica in particolar modo sui volti della gente. Le sue immagini ci mostrano una Istanbul a cavallo tra gli anni 50 e 60, ancora legata alle sue tradizioni ma già in veloce sviluppo. Una città bella e malinconica come nei libri del Nobel per la letteratura Orhan Pamuk. Momenti da consegnare alle future generazioni: "Poiché non hanno mai conosciuto la città del passato e non possono immaginarla, le nuove generazioni pensano che questa di oggi sia Istanbul e che sia sempre stata così. Quando guardano una vecchia fotografia rimangono attoniti".Accanto ad esse, in un percorso artistico e generazionale, l'esposizione presenta le immagini di Ercan Arslan, Coskun Asar, Kutup Dalgakiran e Erdal Yazici, quattro autori che per età e per stile possiamo accomunare al maestro, in cui ritroviamo l'Istanbul moderna, esplosione di vita e di progetti. Una città che pur conservando le sue forti tradizioni guarda alla contemporaneità. Le minoranze etniche che esprimono, nei loro vivaci costumi, stralci gioiosi di vita quotidiana, si mescolano al malessere della gioventù, gli antichi mestieri che non devono essere dimenticati fanno da contraltare ai colori di una città che corre verso il futuro.
 


© Ara Güler

 

Alexandra Boulat: Modest, donne in Medio Oriente (da Sguardi 54)

La galleria Grazia Neri di Milano compie 10 anni di vita e l'agenzia Grazia Neri ne compie 40. Un doppio compleanno celebrato con le esposizioni di due reporter sensibili al tema della guerra, dei conflitti, della condizione dei più umili e sfavoriti: Alexandra Boulat e Andrew Lichtenstein. Così Alexandra Boulat presenta il suo lavoro sull'Iraq:
"Le immagini presentate sono un tributo alle donne irachene, i cui diritti sono del tutto svaniti quando è iniziata la guerra. Prima del marzo 2003 l'Iraq era un Paese laico. Né la cultura Mediorientale né la tradizione permettevano alle donne di comportarsi come le donne occidentali, ma almeno esse non dovevano preoccuparsi della propria sicurezza e dell'Islamismo. Fino alla caduta di Saddam Hussein, le donne irachene erano vincolate a una morale molto restrittiva, a costumi conservatori e a ruoli familiari di matrice araba, ma potevano andare in giro per strada, al mercato o nei ristoranti senza indossare abiti particolari. Posters di Britney Spears erano appesi nei suk, le ragazze la sera andavano in giro da sole mangiando gelati nei fast-food e le madri portavano i figli a scuola guidando le proprie auto. Oggi è tutto diverso. Le fotografie presentate in questa mostra sono state scattate agli incroci delle strade mentre le forze Americane bombardavano la periferia di Bagdad, durante l'invasione dell'Iraq nella primavera 2003 e successivamente quando Saddam scomparve lasciando le persone e il paese nel caos più totale".
 


© Alexandra Boulat. Rifugiate afghane a Quetta, in Pakistan, pregano per le vittime dei bombardamenti americani in Afghanistan. Pakistan, settembre 2001

 

Andrew Lichtenstein: Never Coming Home (da Sguardi 54)

La galleria Grazia Neri di Milano compie 10 anni di vita e l'agenzia Grazia Neri ne compie 40. Un doppio compleanno celebrato con le esposizioni di due reporter sensibili al tema della guerra, dei conflitti, della condizione dei più umili e sfavoriti: Alexandra Boulat e Andrew Lichtenstein. Andrew Lichtenstein racconta: "Ho assistito per la prima volta a un funerale militare nel novembre del 2003. Un giornale locale aveva scritto che Jacob Fletcher, un soldato ventottenne di Long Island, sarebbe stato seppellito con gli onori militari nel cimitero nazionale di Pine Lawn. Centinaia di soldati americani erano già morti in Iraq; ero profondamente convinto del fatto che il loro sacrificio fosse importante, che le loro morti non dovessero essere ignorate. La cerimonia in sé fu breve. Un trombettiere ha intonato il silenzio, una guardia d'onore di sette soldati ha sparato in aria tre scariche di fucile, ventun colpi di saluto, e la bandiera americana che copriva il feretro è stata ripiegata con cura e consegnata alla famiglia di Jacob. Un funerale militare dà l'impressione di essere stato pensato durante la guerra, sotto il fuoco, al cimitero tutto si svolge in circa otto minuti. Nonostante la tristezza e il dolore attorno a me, ho apprezzato la semplicità e la bellezza della cerimonia".
 


I Andrew Lichtenstein/Agenzia Grazia Neri. Cory Mracek, 26 anni. Ucciso a Iskandariyag, Iraq, il 27 Gennaio 2004.
Alcuni scolari guardano passare la processione funeraria, Hay springs, Nebraska, 4 Febbraio 2004.

 

Alessandro Gandolfi: Fotogiornalismo dal viaggio alla guerra (da Sguardi 76)

Un giorno di fine febbraio è successo che il mio amico mi ha convinto a partire, io ho convinto lui e ci siamo ritrovati insieme all'aeroporto del Cairo, a smistare tassisti finché non è arrivato quello giusto. Faccia pulita, auto in buono stato, ottimo prezzo fino al confine, poi erano cavoli nostri. La Libia è iniziata così e alla fine è durata cinque settimane. Bengasi, Ajdabyia, Brega, Ajdabyia, Bengasi e poi Ajdabyia, Ras Lanuf, Brega, Ajdabyia, Bengasi, ecc. Dopo quaranta giorni rimangono nella mente immagini alla rinfusa, se ne escono random come in un blob televisivo: l'hotel Al Fadeel e la suite di Berlusconi, l'hotel Uzu che è meglio e si spende meno, il media center al tribunale nord, la piazza sempre piena di gente urlante e le donne con le foto dei loro uomini uccisi, i colleghi con i portatili in perenne cerca di prese della luce, le chiacchiere al ristorante turco che ha la macchina del caffè sempre rotta e offre solo Nescafé, i ribelli che sparano in aria dietro di te e ti spaccano i timpani, le bombe che scoppiano al fronte e via che si scappa indietro. Scappano tutti, i ribelli, i fotografi dalla barba lunga, il giornalista della CNN con i capelli bianchi e anche quell'altra che con l'elmetto e il corpetto antiproiettile sempre addosso se ne stava comunque sempre chiusa in macchina. È successo che mi ero perso la Tunisia e l'Egitto ma non potevo perdermi la Libia. C'ero stato due mesi prima in Libia, quando ancora Tripoli era serena e Gheddafi ospitava i grandi della terra. Però a dicembre per un pelo non ero andato in Cirenaica e così arrivarci ora, in piena rivolta, mi sembrava di chiudere un cerchio. A fine febbraio sono partito per la Libia senza un accordo con alcun giornale, senza un assignment come si dice in gergo. Volevo raccontare storie legate alla guerra ma standomene in disparte, osservando da altri punti di vista, narrare con immagini altre facce di quella realtà. Dopo due giorni la mia agenzia fotografica (Parallelozero) mi ha scritto che la testata tedesca Die Zeit era interessata ad avere un fotografo in Libia. Il giornalista scrivente era già a Bengasi, ci siamo incontrati al bar dell'Uzu Hotel, abbiamo discusso di idee e iniziato a lavorare insieme. Anche se a vederlo sembra un quotidiano, si sfoglia come un quotidiano e ha la stessa carta di un quotidiano, Die Zeit in realtà è un settimanale ed è ovviamente interessato a raccontare storie inedite, originali, di media durata. Insomma, quello che volevo fare io. Senza l'assillo della quotidianità, dell'appuntamento fisso con l'invio serale, dello stress per la mancanza di internet che a Bengasi in quei giorni andava e veniva.
 


Bengasi, piazza Mahkama. Libici sventolano un'enorme bandiera della Libia monarchica, diventata un simbolo della rivolta. © Alessandro Gandolfi

 

Stephen Shore: I luoghi insoliti dell'America anni ‘70 (da Sguardi 69)

America dell'Ovest anni Settanta, esterno giorno, a volte qualche interno. È questo il contesto delle immagini di Stephen Shore, in mostra fino al 25 aprile al Museo di Roma in Trastevere dopo un lungo tour che dagli Stati Uniti ha attraversato l'Europa. Biographical Landscape, 164 fotografie, realizzate tra il 1969 e il 1979, una metodica esplorazione dei "luoghi insoliti" dell'America di quegli anni. Un catalogo della normalità, influenzato dall'arte concettuale e dalla cultura pop: incroci stradali, parcheggi, esterni di cinema, interni di stanze e locali, l'assenza sostanziale di presenza umana. La lezione di Shore, se ce n'è una, è quella del minimalismo, dell'essenzialità dello sguardo, una poetica della sottrazione dell'istante il più possibile speciale (per combinazione di luce, volumi, soggetti, azione, segni, sensi), la scelta della registrazione-fissazione del presunto reale, quello che lo sguardo composto dell'autore sceglie di cogliere, con rigore, senza estetizzazioni. Come ha scritto Robert Venturi, per l'occasione, «Shore cattura l'essenza del panorama americano fotografando il particolare, gli elementi ordinari che si rivelano universali e straordinari. Il punto di vista del suo obiettivo non è mai speciale. È quello dei nostri occhi distratti, che vagano attraverso luoghi familiari facendo cose ordinarie - aspettando un autobus o concentrati su un incarico. Negli scatti di Shore, scopriamo immagini smarrite che abbiamo ignorato per la loro familiarità o rifiutato per la loro banalità. La nostra mente cosciente cerca scene più o meno interessanti: vette alpine o piazze italiane; nell'arte di Shore confrontiamo ciò che usualmente non notiamo, strade e facciate che ben conosciamo e vagamente, mediamente ricordiamo e mediamente dimentichiamo. Shore è l'arte dell'impassibile - rifiutando composizioni esotiche, abilmente artefatte o di facile interpretazione. Egli accetta la logora banalità dello scenario americano, fino agli stanchi talloni dei nostri panorami rurali e la rilassatezza spaziale delle nostre città, ricatturandone l'intimità, rendendola intensa, coerente, pressoché amabile».
 


© Stephen Shore

 

Giada Ripa di Meana: Fotografare persone, tra New York e l'Asia (da Sguardi 62)

Il bianco e nero permette di pensare al momento stesso, mentre scatti e poi i suoi contrasti e la neutralità del b/n creano  l'atmosfera. Il colore diventa un vero e proprio studio. Ogni elemento di una scena diventa importante. Come sono vestiti i soggetti, se i colori sono forti, contrastati, come la saturazione dei colori influenza l'immagine (diventa poi consuetudine conoscere le regole del cerchio dei colori, che il blu contrasta con il giallo, che il magenta sia agli antipodi del verde e cosi via). Com'è la luce della giornata, se cerchi una luce piatta in modo da potere controllare bene i tuoi soggetti e la luce naturale, o se cerchi il contrasto brutale del cielo turchese e le conseguenti ombre forti. Se fotografi in interni, osservi con attenzione i mobili, gli oggetti, i tappeti, tutto quello che può interferire earricchire la composizione e il significato del soggetto. L'utilizzo del colore nella fotografia consente lo sviluppo di una nuova forma di comunicazione visuale. Scattare a colore, per me, fu come mettermi a dipingere. […] La pellicola a colore, rimane per me fonte di costante soddisfazione. Sapere controllare i tempi, immaginarsi le varie sfumature, accentuare la saturazione in fase di scatto, per poi rimanere durante l'attesa e sorprendersi sempre di più, quando la pellicola è sviluppata e stampata. In fondo il digitale per chi usa la pellicola, sembra ancora rimanere lontano dai risultati sempre impeccabili della pellicola, quando il controllo te lo permette. Mi piace avere controllo nell'inquadratura, piazzare i miei soggetti, e relazionarmi, analizzare tutti gli elementi nell'inquadratura per rendere la foto unica, per me come per loro. Ma cerco di non pensare al ritocco all'infinito che mi distoglie dall'autenticità della fotografia iniziale. Ecco perché temo ed evito, quando possibile, il digitale. Con il digitale, la postproduzione di una foto diventa infinita. E infinite le possibilità di renderla diversa. Utilizzo il medio formato e il colore quando fotografo i miei soggetti perché il medio formato mi aiuta a vedere e ritrarre più in dettaglio la scena, come nei ritratti ambientati, il colore a dare il tagliopittorico e preciso allo stesso tempo di una scena. Il formato richiede maggiore concentrazione e meno margine di errori come invece nel mondo del digitale. So di avere poche immagini nel rullo e poco margine di errore, sono consapevole che si tratti di negativi grandi e che sia gli errori sia gli aspetti riusciti saranno poi messi in risalto in modo più appariscente. La macchina che scatta medio formato è più impegnativa, i rullini più cari, i colori più vari. Spinge la mente a fermarsi e prender un po' di distanza prima di buttarsi dentro una scena e ritrarre i soggetti. Quasi sempre cerco il consenso dei miei soggetti nello scattare. […] E con la loro collaborazione dirigo anche le loro posizioni, e tutta l'inquadratura.
 


© Ripa di Meana Giada/Grazia Neri, Genti dell'Asia Centrale. Kazhakistan, Seleskia 2007

 

Susetta Bozzi: Màndala, viaggio in Asia (da Sguardi 67)

Susetta Bozzi ha scelto 28 immagini dal suo vasto archivio fotografico per raccontare un attraversamento di un territorio immenso, di un continente come l'Asia, dove vive da decenni. Carlo Buldrini, giornalista-scrittore che ha vissuto in India per più di trent'anni, l'ha aiutata nella scelta e ha scritto queste parole che Sguardi di seguito riporta. «Màndala significa cerchio, circonferenza. Per le grandi religioni dell'Asia - buddhismo e hinduismo - il màndala è un diagramma circolare a cui vengono attribuiti sia un significato spirituale sia una dimensione rituale. Il devoto tibetano che gira attorno a un edificio sacro in senso orario disegna, idealmente, un màndala. La stessa cosa fa Susetta Bozzi con la sua mostra fotografica "In Asia". Con le immagini, viene percorso - circolarmente e in senso orario - l'intero continente asiatico.Il "cerchio" parte da Pechino dove Susetta vive ormai da più di sei anni. Le prime immagini di questo màndala asiatico mostrano l'inarrestabile processo di urbanizzazione in corso nella capitale cinese. È il risultato di un impetuoso sviluppo capitalistico promosso nel paese da un regime autoritario che dopo il massacro di studenti su piazza Tiananmen è stato costretto ad allargare gli spazi nei quali i cittadini, avendo tacitamente accettato il monopolio sulla politica del partito unico, possono esprimersi im modo relativamente libero. Le immagini documentano alcune opere di autori cinesi di avanguardia esposte nel Distretto artistico 798 di Pechino.Si passa poi a un altro regime comunista asiatico: quello della Corea del Nord. A simboleggiare questo paese sono state scelte due fotografie del Maternity Hospital di Munchon, nella provincia di Kongwon. Alla solitudine e alla miseria che caratterizzano la vita del paese di Kim Jong-il - il figlio dell'"eterno" presidente Kim Il-sung - si contrappone Seul, la capitale della Corea del Sud. Qui, le insegne luminose, la folla e uno sfrenato consumismo caratterizzano quella che è invece una società a capitalismo avanzato. Segue il ricordo di altri due regimi che hanno segnato il recente passato di due paesi del Sud-est asiatico. Quello autoritario, dispotico e corrotto delle Filippine di Ferdinand Marcos e di sua moglie Imelda e quello delirante e sanguinario di Pol Pot che fece del 1975 l'"Anno Zero" della storia della Cambogia provocando due milioni e mezzo di morti tra i suoi abitanti. Le immagini successive mostrano la fatica del vivere quotidiano in due paesi dell'Asia meridionale: la Thailandia e il Bangladesh.
 


© Susetta Bozzi - Thailandia. Bangkok. Novembre 2007. Nana Plaza: un ladyboy esce da uno dei club di questo distretto del divertimento.

 

Laura Salvinelli: Fotografare persone, tra reportage e ritratto (da Sguardi 62)

Lavoro per un reportage non predatorio, fatto essenzialmente di ritratti, che mi piace chiamare reportrait, non perché faccia tendenza parlare in inglese (o in francese), ma perché non esiste in italiano una parola che unisca reportage e ritratto. Il ritratto è la mia chiave personale che mi apre il mondo del reportage, così come le piccole storie mi permettono di entrare in contatto con la storia e i contesti più ampi di cui sono parte. Amo la bellezza e la gioia. Le trovo sempre più spesso nel mondo dei semplici che in quello dei potenti. L'energia vitale, la forza di trasformazione, la passione di sentire la storia credo che appartengano ora ai cosiddetti paesi in via di sviluppo, per questo mi interessa lavorare il più possibile in luoghi come l'India. Rispetto all'«indicibile violenza» ed alla «disparità brutale della vita intorno a sé» di cui parla Arundhati Roy cerco di portare il massimo della mia attenzione, e di fare con cura quello che so fare. Difendo il bianco e nero d'autore e il reportage di approfondimento che si sta facendo di tutto per eliminare. Non solo credo nella dignità della differenza e nel rispetto della libertà di espressione, ma sono profondamente convinta che senza di essi l'informazione e lo sguardo di tutti sono senz'altro peggiori. […] Mi piace che questa rivista on line si chiama Sguardi perché condivido il valore centrale dello sguardo. E tuttavia, nel mio modo di fare fotografia, la tecnica anche conta molto, e proprio perché rafforza lo sguardo. La mia è fotografia artigianale che viene dalla storia che vi ho raccontato. Uso il digitale per dare parte del materiale ai clienti, ma le foto delle mie mostre (almeno finora) sono tutte analogiche, e in bianco e nero. Non ho nulla contro il digitale, ma non vedo uno sguardo nuovo insieme alla nuova tecnologia. In viaggio uso reflex 35mm e spesso preferisco gli zoom alle ottiche fisse per motivi di peso e di rapidità. Viaggio quasi sempre da sola, e il peso è un elemento non indifferente. Ma so che lo sviluppo del negativo è altrettanto importante della scelta dell'ottica, e quindi non mi preoccupo troppo del fatto che non sempre posso usare l'obiettivo migliore. Confido nella mia esperienza artigianale, e lavoro molto più a raffinare lo sguardo, nutrendo la mia sensibilità, e cercando di essere il più possibile attenta al soggetto. Il ritratto, la chiave con cui entro nel reportage, è, per come lavoro io, un incontro. È fatto da chi è fotografato, da chi fotografa, e anche da chi guarda la foto. Sono attratta dal ritratto assoluto, cioè da quello che racconta una storia senza alcuna ambientazione. Però nei reportraits l'ambientazione, se c'è, è importante. Le mie foto sono sempre posate nel senso che nei soggetti c'è la consapevolezza di essere fotografati, e gli sguardi sono incontri. Studio molto la luce, fotografia vuol dire scrittura con la luce, e mi porto appresso molto del lavoro di studio.
 


Little Buddha, Bernardo Bertolucci. Kathmandu (Nepal), 1992. © Laura Salvinelli

 

Giovanni Porzio: Del reporter globale (da Sguardi 56)

I colleghi più anziani ambivano al posto di corrispondente da Parigi o da New York. Io preferivo di gran lunga arrampicarmi con i guerriglieri sulle montagne dell'Eritrea e dell'Afghanistan, raccontare il bombardamento di Beirut, attraversare i campi minati in Mozambico, intervistare i prigionieri iraniani nelle paludi di Bassora. Forse perché ero il più giovane e non ho mai rifiutato un incarico a rischio, ho finito per diventare un "inviato di guerra". Definizione ambigua, nella quale fatico a riconoscermi. Continuo a considerare il mio lavoro una testimonianza contro la guerra. […] La guerra riduce tutto all'essenziale: la sottile linea rossa che separa la vita dalla morte. Ti costringe a sprofondare negli abissi del male, a porti interrogativi che non hanno risposte. L'avvento di internet, della fotografia digitale, dei sistemi di trasmissione dati via satellite hanno infine concorso a plasmare il profilo di un nuovo genere di giornalista di guerra: il reporter globale, in grado di scrivere articoli, filmare, scattare e trasmettere foto in tempo reale, inviare corrispondenze radiofoniche ed effettuare collegamenti televisivi da ogni angolo del pianeta. È una sfida, vantaggiosissima per i bilanci degli editori, che ho accettato volentieri perché mi consente di esplorare tutte le forme e i linguaggi delle news. Ma è al tempo stesso irta di insidie, perché rischia di alimentare il dilettantismo e la superficialità già dilaganti nel mondo dell'informazione. Scattare delle buone foto, soprattutto in zone di guerra e alle latitudini medio-orientali, richiede un'infinita serie di sforzi e di accorgimenti. Devi alzarti prima dell'alba per sfruttare la luce prima che il sole salga troppo in alto e devi trovarti al posto giusto poco prima del tramonto. Devi sempre mantenere un livello elevatissimo di concentrazione, muoverti con cautela tenendo spalancati occhi e orecchie, fidandoti dell'istinto e della conoscenza del terreno, calcolando le possibili vie di fuga, imparando a riconoscere la differenza tra il frastuono di un proiettile in partenza e quello di una granata in arrivo. Devi gestire la tua paura masticando adrenalina e valutando i rischi, perché non puoi permetterti di sbagliare. Devi essere fulmineo senza perdere la calma e la capacità di osservare. Devi essere lucido e fisicamente in forma, giorno dopo giorno. E di notte, quando un improvviso avvenimento non ti costringe a correre in strada, passi ore al computer a visionare, selezionare, editare, comprimere, trasmettere le immagini. Il giornalista ha esigenze diverse. Deve capire, ascoltare, leggere, approfondire, trovare nuove storie, nuovi personaggi da intervistare. Come il fotografo, va a caccia di notizie, di immagini, di sensazioni e di atmosfere. […] Compendiare le diverse esigenze è difficile, spesso impossibile. Ma altre volte il tentativo non è vano. Come forse queste foto stanno a dimostrare. Non vogliono essere un cinico catalogo di sofferenze e crudeltà. Sono state scattate con la convinzione che sia un dovere morale far conoscere ciò che accade nelle guerre e con la speranza che possano scalfire le barriere dell'assuefazione e dell'indifferenza. Perché anche nella più cupa disperazione ho sempre visto balenare un tenue lampo di fiducia nell'uomo: la caparbia certezza che l'orrore non sia inevitabile.
 


© Giovanni Porzio. Nigeria, 2007: guerriglieri nel Delta del Niger

 

Antonella Monzoni: Lalibela (da Sguardi 23)

È un luogo che non dà spiegazioni, prende e affascina, è un luogo dell'anima. 
Ho raggiunto Lalibela, la città santa cristiana-ortodossa dell'Etiopia chiamata la Gerusalemme del Corno d'Africa, nell'aprile del 2003, durante la notte dell'Asika (resurrezione), la veglia pasquale del sabato santo. Nel buio più avvolgente, dentro e fuori le chiese monolitiche che nascono e prendono forma direttamente dalla roccia, ho incontrato pellegrini avvolti nei loro teli bianchi, donne e uomini, deboli del digiuno totale previsto dalla religione, sdraiati o appoggiati al bastone della preghiera, che partecipavano alle cerimonie sacre recitando onde sonore, accompagnate dal ritmo di tamburi e sistri, e da danze rituali.
Tutto si svolgeva nelle tenebre, con la sola luce delle candele accese, e si respirava un'atmosfera di profonda religiosità e di estrema suggestione. Lalibela fa parte della mia ricerca personale sulle religioni e le loro liturgie, un viaggio con coloro che credono, che cerca di mostrare immagini di emozione a volte assenti dalle rappresentazioni religiose istituzionali. 
Ho al mio attivo anche un reportage sulle preghiere liturgiche in gregoriano e un racconto fotografico del Kumbha Mela, l'evento induista più importante.
 


© Antonella Monzoni

 

Massimo Branca e Riccardo Bononi: In Madagascar (da Sguardi 82)

Il tema che ci ha spinti fino a lì è quello del particolare rapporto che quel popolo intrattiene con la morte, e la nostra prima tappa - in apparenza un punto di partenza obbligato e coerente con i nostri interessi - è stato il cimitero di Antananarivo, uno degli unici del Madagascar. In contrasto con quella che è la nostra quotidianità occidentale, il cimitero malgascio è un luogo lontanissimo dalla "sacralità" e dal silenzio che ci si potrebbe aspettare: dalle tombe entrano ed escono in continuazione, tra le risa, dei ragazzini, le donne cucinano tra le lapidi e altre ancora stendono i panni ed i giocattoli dei bambini sulle croci dei sepolcri. I nomi sulle tombe sono soprattutto francesi (ex funzionari coloniali) e cinesi (arrivati in massa durante la costruzione dell'unica ferrovia del Paese, oggi inutilizzata). Una domanda è sorta spontanea: se nei cimiteri ci vivono quotidianamente i vivi, dove riposa l'oltre milione e mezzo di abitanti della capitale quando muore? Questa domanda ci ha condotti in un viaggio verso il cuore rurale del Paese, fino alla costa ovest dell'isola sull'Oceano Indiano, ricercando le differenze e somiglianze nei costumi delle tre maggiori etnie (Merina, Betsileo e Betsimisaraka). L'aspetto culturale forse più rilevante del Madagascar è infatti la percezione unica che questo popolo ha della morte, considerata come una semplice tappa dello sviluppo umano, simile al passaggio tra due differenti età della vita. Nella morte, mai considerata come "una fine", le funzioni dell'essere umano sono ridotte, ma l'immobilità del cadavere rappresenta solo un'impossibilità fisica di muoversi, non l'assenza del bisogno di movimento e di compagnia, che invece continuano ad essere ben presenti. Gli antenati sono sepolti insieme in grandi tombe familiari nelle campagne, per tenersi compagnia, e dalle tombe continuano ad influenzare la quotidianità dei viventi. Questa particolare concezione della morte è in Madagascar molto più che simbolica: gli antenati continuano a provare bisogni fisici ed emozioni, la fame, la sete, la curiosità, la noia. Nel rituale del "Famadihana" ogni tre anni circa le famiglie si riuniscono attorno alle tombe, riesumano gli antenati e per tre giorni e tre notti ballano con loro, bevono insieme rum artigianale, mangiano a sazietà, parlano con loro e li aggiornano su quanto è successo al villaggio dopo la loro dipartita.
 


© Massimo Branca

 

Bruno Tamiozzo: In India (da Sguardi 97)

Con l'acquisto di una moto, iniziai a viaggiare in lungo in largo, fermandomi in luoghi in cui il mio occhio e il mio cuore chiedevano di fermarsi per documentare attimi di vita quotidiana. Così nasce Colors of India, un insieme di scatti e di appunti che documentano in modo molto semplice e diretto il viaggio intrapreso e l'aspetto socio-culturale di quel vasto territorio. Colors of India rappresenta non solo i colori, intesi come variazione tonale della luce su un determinato oggetto, ma piuttosto quella gradazione di realtà umane in ambienti simili ma distanti tra loro. Questo reportage, o storia fotografica, prese piede pian piano, mentre insieme alla moto percorrevo circa 200 km al giorno. Il primo anno in cui comprai un mezzo per spostarmi, 2012, attraversai l'India in linea "retta", il modo più veloce per raggiungere Nuova Delhi, luogo in cui mi aspettava il photoeditor di un'importante agenzia fotografica internazionale. Durante questo percorso ho potuto osservare e fotografare cose e situazioni di vita completamente differenti da quelle a cui oramai ero abituato ad assistere nel piccolo paesino del Kerala in cui risiedevo, come tramonti e albe, ritratti di lavoratori che ricordavano ancora, nonostante gli anni passati, i personaggi nelle foto di Henri Cartier-Bresson. Ho avuto la possibilità di costatare l'esistenza e la difficoltà delle caste più povere nel portare avanti la propria esistenza, ho incontrato persone di una cultura che mi ha lasciato spiazzato con domande a cui non sarei mai stato in grado di rispondere, persone a cui il mondo ha tolto tutto, ma ciò nonostante, ha dato anche un'esistenza serena e consapevole. Il lungo viaggio verso Delhi, però, non è stato l'unico. Questo aveva un valore più lavorativo, il mio intento, infatti, era quello di poter trovare una dimensione professionale più stabile, cosa che poi in realtà non si è realizzata. L'anno seguente, nel 2013, comprai un'altra moto, in quanto la prima oramai era stata venduta per i diversi problemi tecnici riportati durante il viaggio. Questa volta però, mi organizzai diversamente, allestendo il veicolo con soluzioni e migliorie che mi avrebbero assistito durante un percorso molto più lungo. Il nuovo viaggio lo feci espressamente per una ricerca fotografica e forse anche interiore; partito sempre dallo stato in cui risiedevo, passai per Tamil Nadu (lo stato opposto al Kerala, che si affaccia sul Golfo del Bengala) e man mano risalii l'India lungo tutta la costa fino a raggiungere Calcutta. Una città ricca, ma nello stesso tempo estremamente povera, in cui milioni e milioni di anime, appartenenti a società diverse, si intrecciano ogni giorno. Una città di scambi e brulicante di vita come mai ho visto se non nella megalopoli di Mumbai. Da qui percorsi la via verso Agra, nello stato dell'Uttar Pradesh, passando per Varanasi, un posto incredibile, un luogo in cui, anche se come me non si è credenti e non si passano le domeniche in chiesa, percepisci un qualcosa di esoterico, di trascendentale, di magico, un qualcosa che ti lascia per ore, come è successo anche a me, seduto su un Ghat, la scalinata che prosegue fino al sacro Gange seduto in attesa di non saprei dire cosa. In alcuni momenti era difficile scattare, perché avevo paura di perdere delle sensazioni uniche per impegnarmi a osservare quel momento attraverso l'oculare della mia macchina fotografica.
 


Un gruppo di Aghori, sulle sponde del fiume Gange, nella città di Varanasi,
si prepara per un rito Sadhu. © Bruno Tamiozzo

 

Marco Vacca: Darfur, Sudan (da Sguardi 37)

Darfur, regione occidentale del Sudan, grande due volte l'Italia con circa sei milioni di abitanti (un quinto dell'intera popolazione del Sudan), descritta da Kofi Annan come "l'inferno della terra", perché scenario dal 2003 di una guerra che coinvolge pesantemente la popolazione civile. Un conflitto che ha, da una parte, cause naturali (l'impoverimento delle risorse naturali dovuto alle ricorrenti grandi siccità), dall'altra origini etnico-religiose ed economiche (la convivenza tra "arabi-pastori-nomadi" e "africani-agricoltori-sedentari", le alleanze o i conflitti tra tribù, la ribellione di fronte alle carenze governative, l'azione di milizie armate filogovernative i famigerati Janjaweed, la presenza di giacimenti di petrolio). […] A causa della carenza di infrastrutture stradali nelle regioni orientali del Ciad, solo attraverso il ponte aereo è stato possibile trasferire in tempi brevi tonnellate di aiuti indispensabili alla costruzione e gestione dei campi profughi. Nello sforzo di offrire alla popolazione colpita migliori condizioni di vita hanno partecipato molti Organismi non governativi (Ong) tra cui Intersos, Cesvi, Coopi e Cosv che in vari ambiti, e con grande dedizione e professionalità, operano nella gestione dei campi in Ciad. Le foto di Marco Vacca - fotografo di lunga esperienza e di spiccata sensibilità per le tematiche umanitarie - descrivono il dramma della gente del Darfur in maniera incisiva ma senza trascendere nell'orrore. L'obiettivo di Vacca legge la dignità nei volti assorti delle madri che tentano di salvare i figli denutriti. Legge lo sfinimento di chi resiste alle privazioni ma anche la forza di chi ha perso tutto e stenta a vedere un futuro migliore. Immagini profonde e piene d'amore.
 


Sudan, regione del Darfur. Maggio/Giugno 2005. © Marco Vacca 2005

 

Mauro Querci: La mia storia con l'Africa (da Sguardi 69)

La mia storia con l'Africa è cominciata una quindicina d'anni fa. All'inizio un approccio timido, con un viaggio in auto attraverso il Marocco. Eppure quell'alba vista sulle dune rosse di Merzouga - solo un accenno di deserto, ma sufficiente - ripensandoci ha agito eccome. Da allora, ci sono stati il richiamo e la scoperta, il ritorno e la nostalgia per tutta l'Africa. L'incontro con i grandideserti, dalla Tunisia alla Libia, dalla Mauritania all'Algeria. Poi, la discesa verso il sud, con i grandi parchi della Tanzania e dello Zambia, e le popolazioni nella valle del fiume Omo. Fino alla navigazione sul fiume Congo: una delle esperienze più intense della mia vita, dove ho sperimentato come certi stereotipi letterari, il Cuore di tenebra conradiano, si possano trasformare in una realtà molto più ricca e affascinante di qualunque narrazione. Mi rendo conto, mentre scrivo, di compilare un elenco geografico; quando invece il viaggiare in questa terra ha a che fare con le storie. Sono storie di gente e di luoghi in cui ci si imbatte per strada e che in genere aiutano a comprendere la propria; chiariscono la ragione del perché nasce e cresce l'amore per delle realtà apparentemente difficili, ostili. L'Africa a me parla, in modo generoso. Ecco la ragione di tanti ritorni. Quando ci vado, si manifesta e innesca un processo di straordinaria accumulazione che, al rientro in Italia, rilascia effetti beneficamente vitali. Anche nelle mie foto scattate in Africa c'è stata un' "evoluzione emotiva". All'inizio sono state poco più che cartoline. Con il passare degli anni, con il riuscire a fissare alcuni "momenti decisivi", credo che oggi gli scatti raccontino una storia. Certi paesaggi esprimono l'intensità che ho provato, quando li ho guardati. Così, non potrò mai scordare gli occhi di un giovane leopardo sorpreso mentre nuotava attraverso una laguna, nel parco Loango, in Gabon. L'essere indifeso in quel momento, in balia degli uomini che si avvicinavano in barca, sta tutto nello sguardo tra lo sbalordito, lo spaventato, ma anche l'incuriosito. Ho avuto la fortuna di coglierlo e mi piace pensare che sia un po' lo sguardo con cui si guarda l'Africa e con cui l'Africa guarda noi.
 


Mauro Querci - Mauritania, verso Nema

 

Gianni Iorio: In Asia (da Sguardi 56)

Thailandia 1989. È stato questo il mio esordio in Asia. Fin da allora lo sentivo come un posto speciale: non che ci fosse un motivo specifico per questo sentimento, era un moto spontaneo venuto chissà da dove. Non so se siano state le suggestioni dei libri di fotografia che ho ricevuto in regalo per i miei diciotto anni, fatto sta che almeno una volta l'anno dovevo tornarci, e ancora oggi mentre preparo l'attrezzatura fotografica prima di partire con mia moglie Norma per un nuovo viaggio provo le stesse sensazioni, direi quasi un richiamo della foresta. Già dai primi paesi che ho visitato, il solo fatto di poter camminare con al collo le mie Nikon cariche e una sacca di tela stretta alla vita piena di pellicole mi faceva sentire libero. Libero di raccontare con le fotografie qualcosa che non sarei riuscito a comunicare altrimenti. Le modelle sulle passerelle, gli still-life e la pubblicità erano alle mie spalle, erano il lavoro: ora, finalmente, avevo davanti a me quel mondo che desideravo raccontare. Le strade sterrate di Phnom Penh invase da una moltitudine di persone e da carretti sgangherati che alzano una nube tanto polverosa da rendere l'aria irrespirabile e la vista impenetrabile, i vecchi malati e i giovani mutilati accovacciati tra gli stracci che chiedono l'elemosina per i marciapiedi di New Delhi, i bambini abbandonati in cerca di cibo che vagano e giocano tra i liquami per le vie di Vrindavan, ad ovest del Gange. A tutto questo facevano da contrappunto le fiabesche marce degli elefanti carichi di legna che avanzano maestosi per le strade di Pinnawela, in Sri Lanka; i sari delle donne di Kathmandu dai colori iperrealistici; la mistica dei sadhu di Hampi in India e dei monaci buddhisti del Myanmar; i paesaggi metafisici del vulcano Bromo a Giava, fino alle preghiere colorate che dondolano sospese nel vento gelido all'entrata dei templi in Ladakh. Col passare del tempo, intorno alla fine degli anni ‘90, ho iniziato ad avvertire i primi segnali di cambiamento in quello che mi era sembrata una terra dai cicli immutabili. Un cambiamento dapprima impercettibile, come un fiume carsico, poi sempre più prorompente: l'ho incontrato sulle strade di Singapore lustrate a lucido, sulle spiagge di Phuket invase dal turismo di massa e infine l'ho visto straripare, contagiando tutto ciò che incontra: l'innalzarsi furtivo delle Petronas Tower, lo show pirotecnico per esibire lo skyline notturno di Hong Kong, le minigonne mozzafiato delle ragazze cinesi che passeggiano lungo i viali di Guilin, il lavorio incessante, giorno e notte, di migliaia di operai per la trasformazione fulminea di Shanghai in una megalopoli futuristica, un nuovo mondo tecnologico e ultramoderno che coesiste accanto a quello arcaico e rurale che avevo conosciuto, con i suoi drammi, le sue magie, le sofferenze indicibili seppur dignitose.
 


© Gianni Iorio - Hong Kong, Cina

 

Cristina Francesconi: La scuola dell'uomo 
(da Sguardi 21)

Per molti anni ho viaggiato e fotografato con una macchinetta subacquea priva anche di zoom. Sicuramente invalidante per molti aspetti ma che mi costringeva a tuffarmi dentro il soggetto. Per fotografare certi particolari delle tribù di Papua-Nuova Guinea ho dovuto necessariamente esserne parte, muovermi con loro, finché la confidenza non mi ha reso invisibile agli occhi del soggetto. Mi sono così ritrovata proiettata in una caleidoscopica esplosione di colori, capace di stordirmi nell'incredula ammirazione di ciò che avevo intorno, fino a commuovermi. Facce scure dipinte con i gialli e i rossi della terra e profili evidenziati da toni blu cobalto, ricordavano tele di Matisse, di Mirò, di Kandinskij, moderne ed esasperate opere futuriste. In certi momenti non puoi permetterti di cercare la luce giusta e i tempi perfetti, intuisci da una serie di emozioni che quello è l'istante che cerchi e devi scattare. Ho scattato moltissimo, spesso in corsa, o acquattata tra le gambe scultoree di guerrieri seminudi, ricoperta dal mio e dal loro sudore e dal colore che colava ovunque al ritmico scandire delle percussioni. La maggior parte degli scatti era da buttare. Ma qualcosa si è salvato. Quasi tutti i miei viaggi prevedono lunghi tragitti a piedi e in condizioni spesso disagiate, per questo preferisco un'attrezzatura limitata che non mi impedisca nei movimenti. Credo che solo camminando si possano fare le foto migliori perché si ha maggiore possibilità di osservare e ho anche appurato che l'essere donna agevola nei rapporti col soggetto che spesso si sente meno minacciato e più propenso alla naturalezza. Durante alcune esperienze forti, come quella in unospedale africano per madri e bambini affetti da Aids (il St. Albert's Hospital in Zimbabwe) mi sono resa conto di quanto possa essere difficilissimo fotografare, ma non per ostacoli tecnici, bensì per l'orrore e il dolore che ti trovi di fronte e devi chiederti fin dove puoispingertiinterpretando condelicatezza il volere del soggetto che stai inquadrando. Il rispettodella dignità umana è alla base del mio modo di raccontare, anche nel mostrare la miseria, la sofferenza, il degrado e la malattia. E spero rimanga tale per sempre.
 


© Cristina Francesconi. Papua Nuova Guinea

 

Edoardo Agresti: Afriasia (da Sguardi 56)

Almeno nelle mie intenzioni, la fotografia deve rivelare qualcosa: scoprire, oppure ricoprire, rimettere il velo, un'azione e il suo opposto. Strano, ma molto adatto a descrivere certe immagini. Forse perché sia l'Oriente sia l'Africa sono molto legati agli opposti. In Asia lo yin e lo yang, l'atavica lotta tra il bene e il male del Ramayana, l'estrema ricchezza dei Maharaja che si contrappone alla misera condizione degli "intoccabili". In Africa il Bianco e il Nero, il leone e la gazzella, il padrone e lo schiavo, un retaggio razziale che ancora si respira in Mozambico e in altri paesi dal recente passato coloniale.In alcune foto si legge la parte più intima, nascosta della persona ritratta (è curioso pensare come alcune tribù si rifiutino di essere fotografate per paura che gli venga rubata l'anima). In altre, invece, aleggia una patina misteriosa, una sorta di bruma mattutina che racchiude e ricopre come un velo protettivo, sentimenti ed emozioni troppo personali per essere condivisi e rivelati all'esterno. Con il passare degli anni, mi sono accorto che niente nello scatto è lasciato al caso anche se è il caso a fare lo scatto. In ogni singola foto ricerco un equilibrio cromatico; un controllo degli sfondi e della luce quasi si fosse in studio coadiuvati da potenti flash e fondali; un bilanciamento delle masse che può sembrare costruito. Invece è tutto naturale e assolutamente reale. Niente di creato, né elaborato o «tagliato» in post produzione. Ogni momento è ripreso nell'attimo stesso in cui accade, nell'ambiente e con i giochi di luce e ombre reali. Amo il colore nel giusto rapporto, talvolta leggermente accennato, quasi desaturato; mi affascinano i chiaroscuri delle prime luci dell'alba o dell'ultime ore del giorno. Se tutto questo non accade, se manca questa atmosfera quasi mistica, se la magica fusione della luce con il soggetto non dà equilibrio, rinuncio allo scatto. Sì, non mi interessa documentare.
 


© Edoardo Agresti. Il barbiere e altre scene di vita quotidiane per le strade di Taiz, Yemen

 

Matteo Bertolino: In Bolivia, da fotografo e cooperante (da Sguardi 74)

Utilizzo grandangolari, più o meno spinti, lenti che permettono, e piacevolmente forzano, un contatto vero e diretto con il soggetto; la vicinanza, l'intimità, il lento scorrere del tempo in una data situazione, il saper leggere e osservare con calma, saper cogliere e scherzare, così come il saper rubare l'attimo, credo siano aspetti fondamentali e da ricercare costantemente. Non amo passare ore in post-produzione, che cerco di limitare, preferisco certamente di più passare il tempo all'aria aperta, nella costante scoperta e nel rapporto tra me e "l'altro". Nella maggior parte delle mie immagini appaiono persone; mi piace, infatti, raccontare la vita dell'uomo nel suo contesto, o meglio nei suoi contesti, perché molteplici sono quelli di ciascuno. Paesaggi a parte - straordinari appunto là, dove l'umano non interagisce, meritando la solitudine che offrono, la contemplazione e il silenzio - prediligo raccontare frammenti di vita e di culture, la cui diffusione aggiunge conoscenza sociale e denuncia. Da questo punto di vista quest'ultimo anno trascorso in Bolivia mi ha permesso di misurarmi con un contesto la cui intrinseca e incredibile diversità ha rappresentato una fonte inesauribile di stimoli fotografici (e non). Sotto la guida del primo presidente indigeno eletto nella storia della Bolivia, Evo Morales Ayma, il paese sta vivendo, dal 2006, una radicale e imprevedibile fase di cambiamento politico, sociale, economico e culturale, che ha costituito e costituisce un'esperienza unica e appassionante da vivere quotidianamente. […] Vivere e scoprire frammenti delle molteplici "Bolivie" rappresenta un'esperienza affascinante e una sfida allo stesso tempo; se al suo intrinseco fascino si aggiunge l'attuale fase politica iniziata nel 2006, "rivoluzionaria" rispetto al passato recente e non, l'amalgama complessivo diventa uno stimolo incessante alla sua documentazione, nella consapevolezza di non poter che proporne, in termini fotografici, solo alcuni frammenti. Esistono paesi che per una serie di circostanze storiche e cosmiche raggiungono livelli di ricchezza interna straordinari, e tra questi credo possa rientrare, a pieno titolo, la Bolivia. Ed è un peccato che l'immagine della Bolivia all'estero, in quelle poche occasioni in cui se ne sente parlare, si riduca all'immagine stereotipata della "povera" contadina indigena sull'altipiano con una gonna colorata; o, peggio ancora, come un paese schiavo del narcotraffico e della cocaina (che certamente rappresenta un problema). Durante il 2011 continuerò nel percorso di scoperta del paese, continuerà la mia collaborazione con alcune ONG locali e internazionali, riviste e agenzie, nell'augurio di poter contribuire, attraverso le mie narrazioni fotografiche e non, alla divulgazione di informazioni e conoscenze sulla Bolivia.
 


Salare di Tunupa, Dipartimento di Potosì, il più grande del mondo, 3.650 metri sul livello del mare.
Alcune donne di etnia Aymara prendono parte alle celebrazioni in occasione del capodanno Aymara.
21 Giugno 2010 © Matteo Bertolino