Interviste: il senso dei luoghi e delle genti

Henri Cartier-Bresson: Lezione continua di fotografia (da Sguardi 95)

Qual è per lei il soggetto più importante?

L’uomo. L’uomo e la sua vita, così breve, così fragile, così minacciata. Grandi artisti come il mio amico [Edward] Weston, o come Paul Strand o [Ansel] Adams, che hanno un enorme talento, si dedicano soprattutto all’elemento naturale, geologico, il paesaggio, i monumenti. Io, invece, mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo. I paesaggi sono eterni, io vado di fretta. Certo, ciò non vuol dire che separo in maniera arbitraria l’essere umano dal suo ambiente, che lo strappo dal suo habitat: sono un reporter e non un ritrattista di studio. Ma l’esterno (o “l’interno”) in cui quest’uomo, il mio soggetto, vive e agisce mi serve solo, diciamo così, come scenario significativo. Mi servo di questo scenario per collocarvi i miei attori, per dar loro risalto, trattarli con il rispetto che meritano. E il mio modo di agire è basato su questo rispetto, che è anche un rispetto della realtà: non fare rumore, evitare qualsiasi ostentazione personale, essere, per quanto mi riesce, invisibile, evitare di “predisporre” o “mettere in scena”, limitarsi a esserci, avvicinarsi pian piano, a passo felpato, per non smuovere le acque...  Dunque, niente flash! Ah, sì, questo è fondamentale. Non è quella l’illuminazione della vita. Non lo uso mai, non ho la minima voglia di usarlo. Atteniamoci al reale, atteniamoci all’autentico! L’autenticità è senza dubbio la più grande virtù della Fotografia. […].

Valéry diceva che bisognava scusarlo se parlava di pittura. Forse potremmo dire lo stesso della fotografia. È una cosa di cui bisognerebbe scusarsi di parlare. La cosa migliore è guardarla. Eppure non è così scontato.

Infatti, non c’è niente da dire. Bisogna guardare, e guardare è così difficile. Noi siamo abituati a pensare. Riflettiamo tutto il tempo, in modo più o meno felice, ma nessuno ci insegna a guardare. È un processo lungo. Richiede parecchio tempo, imparare a guardare. Uno sguardo che pesa, che interroga. […] 

Pensa che si possano considerare le sue fotografie, attraverso gli anni, come altrettante domande che ha rivolto al mondo, all’ambiente, agli esseri umani, alle cose?

Non ho spiegazioni da dare. Le mie foto sono lì, io non le commento, non ho niente da dire. Si parla fin troppo, si “pensa” troppo. Ci sono scuole per qualsiasi cosa, dove si impara di tutto e alla fine non si sa niente, non si sa niente di niente. Non esiste una scuola per la sensibilità. Non esiste, è impensabile. Ci vuole un certo bagaglio intellettuale. Non parlerei di “cultura”... ma di arricchirsi lo spirito e di vivere. La cosa meravigliosa nella fotografia intuitiva, la fotografia dal vero, è la reazione personale, questa reazione vitale, per cui sei fino in fondo te stesso e allo stesso tempo ti dimentichi di te stesso per interrogare la realtà o per cercare di comprendere.

 


Dietro la stazione Saint-Lazare, Parigi, 1932.
© Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB

 

William Albert Allard: All about light (da Sguardi 96)

Lei è uno dei pochi fotografi della sua generazione la cui intera produzione è a colori. È stato chiamato un pioniere della fotografia a colori. Lei ha detto «la fotografia è sostanzialmente luce. La fotografia a colori ha a che fare con la luce, il colore della luce. Nella mia fotografia colore e composizione sono inseparabili. Io vedo a colori».

Sostengo ancora questa affermazione che ho fatto, ma trovo sempre difficile parlarne. Io mi rapporto al colore, credo di sentire il colore. Penso che siamo tutti intuitivi riguardo alla nostra reazione ai colori. Quando guardo, quando faccio una foto, e molto spesso non c’è il tempo di sedersi a studiare, accade tutto lì, sul momento. Accade così, tu fai la tua selezione. Ogni volta che fai una foto, è come mettere insieme un puzzle con tutti i suoi pezzetti: si tratta di cercare di mettere i pezzi giusti al posto giusto così da completare il puzzle. E la cosa bella è che tu lo fai a modo tuo, io lo faccio a modo mio, altri ancora in un altro. E non c’è un modo migliore in assoluto. […]

Lei è sempre alla ricerca di «ciò che accade ai margini». Ha detto: «credo che le foto migliori siano spesso ai margini delle situazioni. Credo che fotografare le situazioni non sia neanche lontanamente interessante come fotografare i margini».

Sì, è proprio vero ed è vero con spettacoli di band, compagnie di ballo, partite di calcio. Mi piace essere ai margini dell’evento stesso. Pensa ai quadri di Degas: non si pone mai di fronte alla sala da ballo, forse solo una volta o due, ma in genere è ai bordi del palcoscenico, dove le ballerine si stanno preparando. Quando ho fatto un servizio sulla musica blues per National Geographic nel 1998, volevo sempre stare dietro, non in platea di fronte alla band, è noioso. Volevo stare dietro, dove succedono cose che sono secondarie rispetto allo spettacolo, ma molto importanti dal punto di vista visivo. […]

Le sue immagini sembrano a un tempo intime e senza tempo. Insieme al colore e alla composizione, qual è l’essenza della sua fotografia? La presenza di un sentimento? Un’intuizione emotiva nel ritrarre persone nel loro ambiente nativo?

È una domanda difficile e probabilmente potrei parlare troppo a lungo, quindi credo sia meglio dire che penso sia l’intimità. È questo ciò che voglio che le mie foto abbiano. Ritengo che se fai un ritratto bene, davvero bene, è possibile far conoscere la persona in quella foto a qualcuno che vive in un altro continente, o a qualcuno che non parla la sua stessa lingua ma che guarda la foto e sente di conoscere qualcosa di quella persona. È uno sforzo della fantasia. Ma a volte credo che ricordiamo le foto come ricordiamo una canzone, una musica, così per una ragione o per l’altra. E dato che amo così tanto la musica, anche questo è uno sforzo d’immaginazione. Ma mi piace pensare che sia così. Comunque, direi che è l’intimità.

 


© William Albert Allard, Stan Kendall, Nevada 1979
 

 

Paul Nicklen: Ai confini freddi del mondo (da Sguardi 57)

Hai mai avuto una qualche formazione da fotografo?

Ho passato un giorno con un fotografo, che mi ha insegnato le cose di base: come usare un esposimetro, sott'acqua, per esempio. Ricordo che alla fine di quella giornata, mi disse: “è impossibile fare il fotografo di mestiere, non ci sono soldi, non si guadagna, il lavoro è durissimo”. Non gli ho dato ascolto e ho fotografato per tutta l'estate, inventando bugie per l'università, un falso progetto di ricerche sottomarine. E ogni giorno mi sono immerso con la mia macchina fotografica, ho fatto forse 300 immersioni e 300 rullini. Ho selezionato le migliori foto e le ho mostrate alla mia famiglia. E mio padre mi ha detto: “devi trovarti un lavoro vero, fotografare è una perdita di tempo e di soldi”. E così sono tornato a fare il biologo. Facendo il mio lavoro vedevo cose incredibili: orsi polari camminare in mezzo al ghiaccio, con una luce splendida, e dovevo appuntare queste cose su un pezzo di carta senza poter usare la macchina fotografica. Così ho detto loro: fate quel che volete ma io devo fotografare. E allora mi hanno incaricato di fotografare per documentare alcune ricerche in corso. Hanno iniziato a vederne l'importanza e io ho iniziato a capire che potevo, non solo fare delle belle foto, ma raccontare storie con le mie foto. È stato duro per me da capire. Tutti i miei amici, tutte le persone che conoscevo facevano belle foto. Ma riuscire a creare una nuova storia, con le foto, era duro, era un concetto difficile. Flip Nicklin mi disse un giorno: “vai e racconta storie”, così è iniziata la mia carriera da fotografo. […]

Sopra e sotto il ghiaccio, ti sei mai trovato in situazioni di pericolo?

Sai, in quelle condizioni è sempre pericoloso, ma forse non come guidare a Roma, parlo sul serio. Gli orsi polari sono pericolosi, le foche leopardo sono dei grandi predatori, ma c'è sempre un elemento di controllo, anche nell'acqua. All'inizio c'è paura. Ho avuto paura la prima volta con la foca leopardo, ma poi è andata bene. Questi animali sono abbastanza coerenti, generalmente hanno lo stesso comportamento, ripetono le stesse cose. Su un'autostrada, per esempio, puoi incontrare gente che guida male, arrabbiata, ubriaca, distratta. Puoi controllare te stesso, ma tutto il resto continua ad andare indipendentemente da te. Con l'orso polare, con la foca leopardo, se ti muovi lentamente, se osservi il loro comportamento, i rischi sono minimi. Certo, puoi essere attaccato, colpito; ma ci sono buone possibilità che, essendo andata bene una volta, andrà di nuovo bene. […]

So che hai avuto un incontro molto ravvicinato con una foca leopardo.

Una volta ero in Antartide per un reportage sulle foche leopardo. All'inizio l'animale era nervoso, abbiamo iniziato una specie di danza uno attorno all'altro; poi mi è sembrato che lei mi accettasse. Ha iniziato a darmi dei pinguini da mangiare, pinguini interi che sembrava cacciasse per me, cercando di mettermeli per forza sulla testa, spingendo per essere sicura che io mangiassi. Poi andava a cercarmi un altro pinguino, e questo per cinque giorni, ogni giorno mi dava un pinguino. Se si avvicinava un'altra foca, la scacciava, le prendeva il pinguino e me lo portava. Una cosa incredibile. All'inizio credo volesse comunicare con me, e io cercavo di starle sempre più vicino; lei non sapeva cosa volessi, continuava a cercare questa comunicazione, attraverso il pinguino. Alla fine il suo era come un gesto di amicizia; credo che abbia cominciato a preoccuparsi sul serio che io stessi morendo di fame, stando così a lungo nell'acqua, e cercava di farmi mangiare per forza. È stato qualcosa di molto speciale, non la dimenticherò mai e quando starò per morire mi ricorderò di questa cosa più di qualunque altra nella mia carriera.

 


© Paul Nicklen - Goran, assistente di Paul, di fronte ad una foca leopardo in Antartide

 

 

Amy Vitale: Storie, sotto la superficie (da Sguardi 63)

«La fotografia, ha scritto Kafka, concentra la nostra attenzione sulla superficie. Di conseguenza abbuia la vita nascosta che balugina attraverso i contorni delle cose come un gioco di luci e ombre. E questa non si può coglierla neanche con il più penetrante degli obiettivi. Si può solo cercarla a tastoni». Il tuo lavoro - il tuo restare a lungo nei luoghi per cercare il contatto con le persone prima di fotografare - sembra una specie di lotta contro questa affermazione. Come se volessi dimostrare che la fotografia può bucare la superficie e andare in profondità. Come se cercassi i punti in cui la superficie lascia intravedere quel che sta sotto. Cosa cerchi?

Sì, provo a raccontare una storia con le immagini, una sorta di "verità". Provo ad avvicinarmi a quello che tutti chiamiamo "condizione umana". Sento che l'affermazione di Kafka è realistica, specialmente quando guardo la maggior parte delle immagini e come sono utilizzate ogni giorno. Molto spesso sembra ci sia sensazionalismo, perché il mondo viene dipinto come un posto pericoloso; e non ce n'è ragione. In realtà credo sia vero l'opposto. La maggior parte della gente nel mondo si somiglia. Trovo che non ci sia differenza nei sentimenti, nelle emozioni e nei valori tra le persone, ovunque esse siano. Ovunque le persone vogliono mandare i propri figli a scuola, ovunque vogliono poter camminare senza paura per strada e al parco. Ovunque vogliono potersi guadagnare da vivere. Penso che creare paura e sensazionalismo permetta all'osservatore di disimpegnarsi e dire: «è senza speranza e non c'è niente che io possa fare per risolvere i problemi». Qualcuno potrebbe anche dire: «queste persone sono dei barbari e quindi non voglio guardare, aiutare, capire». Se si presentasse soltanto questo racconto del nostro mondo, la gente smetterebbe di guardare e di interessarsi. Io voglio creare comprensione e legami e dialogo. […]

Susan Sontag scriveva che «le macchine fotografiche trasformano la storia in spettacolo» e che «il loro realismo crea una confusione sul reale che è moralmente analgesica quanto sensonsorialmente stimolante». Quel che è certo è che l'impatto delle immagini, attraverso i media, è potente. Ne senti la responsabilità? Dove credi si trovi il confine tra documentazione e spettacolarizzazione?

Sento una responsabilità. Sono d'accordo e credo che questo avvenga ogni giorno. Come fotografi e giornalisti, credo che dovremmo tutti pensare a mantenere il controllo delle nostre immagini in modo da sapere come il nostro lavoro viene utilizzato. La mia sensazione è che le foto e le storie non rivelino la verità, ma piuttosto espongano delle "non verità". Con una moltitudine di narrative, si mantiene un equilibrio e la verità, che esista o no, è salvaguardata dal fatto di non essere limitata ad una singola visione. In assenza di una moltitudine di narrative, la ragione va in rovina. Io vedo la ragione fatta a pezzi ogni giorno sui giornali e nelle immagini in tv. Uno dei maggiori pericoli al mondo oggi è il pericoloso ritorno ad una narrazione singola - e carica di valore - di ciò che è bene e ciò che è male, assieme al velenoso rilascio di odio che ne consegue. Lingua e immagini vengono usate come un'arma e tutti i popoli sono rappresentati in maniera pericolosa.

 


© Ami Vitale Kolhapur, India - 19 marzo: ragazzi indiani si esercitano in uno sport vecchio di trecento anni conosciuto con il nome di "Kushti", una forma di lotta libera, all’interno del fight club Gangawesh a Kolhapur. In epoca feudale gli incontri di lotta erano spesso combattuti fino alla morte, ma durante i secoli la tradizione è stata gradualmente modificata fino a divenire uno degli sport più popolari della regione. I lottatori si esercitano con totale devozione e intensità, con esercizi, dieta, autocontrollo e celibato.
 

 

Fosco Maraini: A bagno in mondi diversi (da Sguardi 7)

Leggendo la sua biografia, ripercorrendo il molto che ha fatto e vissuto, la domanda che viene in mente è: lei come si definirebbe?

Non so, un essere umano. Ho sempre avuto una certa antipatia per le definizioni troppo limitate, sia etniche, sia geografiche, religiose, politiche. Scherzosamente mi definisco Citluvit, cittadino della Luna in visita di istruzione sul pianeta Terra. 
In visita di istruzione per cercar di capire. 
Mi pare che la cosa che più soddisfa, che più è importante per gli esseri umani, sia capirsi. È la molla che mi ha spinto fin dall'inizio, perché ho subito visto che andare in un altro paese è completamente diverso che leggere di quel paese. Si legge e si resta sempre imbevuti del posto dove si legge, dell'atmosfera in cui si legge. 
Invece, quando si va, si è a bagno in un mondo completamente diverso. Sono cittadino della Luna perché è abbastanza lontana e abbastanza vicina, Marte o Saturno sarebbero troppo lontani. 
La Luna invece è alla giusta distanza, si vede la Terra, si vedono i continenti. Guardo alla Terra con grande passione. […]

A proposito di sguardi per Eric Newby, uno scrittore-viaggiatore inglese, viaggio e fotografia sono nemici. Che cosa ne pensa, lei che ha tenuto gli occhi ben aperti dietro il mirino, per settanta anni, fin dalle sue prime escursioni in montagna?

Che l'avrà detto come una boutade, per essere originale. Non credo sia così. Io ho viaggiato molto, soprattutto in Tibet, il primo amore, il primo contatto, e poi in Giappone. E ho fotografato molto. 
In Tibet fotografavo in bianco e nero; all'epoca non c'era ancora il colore, cominciava appena. In Giappone ho fotografato a colori. A me piacciono molto le belle immagini conoscitive, che rivelano qualcosa. Il linguaggio fotografico e il linguaggio della scrittura sono diversi, ma sono due modi complementari che si integrano per captare la realtà. Il fine è lo stesso: cercare di cogliere l'animo di un posto, di una persona, di una cerimonia, di un evento, tanto più e meglio se le immagini sono carpite nel momento di ciò che io chiamo empresente. 
L'empresente è il momento che viviamo, è il presente che emerge e che si srotola nel futuro, cioè proprio adesso. È una questione fisica, è l'attimo che fugge, diverso dal presente filosofico, ed è caratterizzato dal fatto che non sappiamo cosa succederà anche fra cinque minuti. Il futuro ci è totalmente sconosciuto, il giornale di domani non può esistere prima. […]

Dei suoi viaggi quale ricorda con più piacere?

Forse quello tibetano del '37. Nel Tibet di oggi, con tutto il male che si può pensare della situazione, ci sono strade, veicoli, negozi. Allora era veramente un tuffo nel medioevo. Quando si lasciava Gantok, ai confini dell'India, si diceva addio alla civiltà e al mondo per sei mesi. Potevano essere scoppiate dieci guerre, non l'avremmo saputo; era affascinante quel tuffo nel nulla. 

Anche per fotografare era diverso. A quei tempi non esisteva il lampo elettronico, il flash. Si usava la polvere di magnesio conservata in barattolo. Si versava su una specie di piastrina, che aveva una pietra focaia che si comandava con un dito, si accendeva e bruciando faceva luce al cospetto di lama e monaci tibetani. Il lampo di magnesio era un procedimento molto incerto, difficile. 
Stavo con il terrore di tornare in Italia dopo sei mesi con tutto il materiale sovraesposto o sottoesposto, perciò mi ero portato tutti gli acidi necessari per sviluppare sul posto le pellicole. E l'ho fatto rubando le ore al sonno, perché si viaggiava sempre e poi la sera dovevo cercare una stanza per sviluppare le pellicole. 
Certe volte le ho dovute rifare.

 


La principessa Pemà a 4000 metri nei pressi del passo Natu, tra Sikkim e Tibet, 1948, © Fosco Maraini.
 

 

Yann Arthus-Bertrand: Da La Terra vista dal cielo a 6 miliardi di Altri (da Sguardi 71)

Hai affermato che "La Terra vista dal cielo" ti ha trasformato, in che senso?

Il fotografo fa questo lavoro perché lo appassiona. Non puoi attraversare il mondo per anni, in più di cento paesi, sorvolare la Terra per dieci anni, senza accorgerti dell'immaterialità delle frontiere viste dal cielo. Non puoi parlare con scienziati e contadini, miliardi di persone che lavorano la terra con le proprie mani con il desiderio di nutrire i propri figli, e restare insensibile, indifferente. Ti rendi conto di essere un privilegiato, che non hai il diritto di essere infelice. Che la felicità è altro. Penso sinceramente di essere diventato, in questi anni, un po' migliore. All'inizio, sei giovane, hai molte ambizioni, ti occupi molto del tuo lavoro. Poi ti apri agli altri, hai la sensazione di esser diventato migliore nella vita quotidiana. Sono molto ottimista, vedo la bottiglia mezza piena. In ciascun uomo ci sono due lati, il diavolo e l'angelo, io vedo l'angelo. Mi piace poter mostrare che l'uomo è buono. E per me è un'ossessione capire la ragione per cui non riusciamo a comprenderci, a vivere bene insieme, a coesistere. In questo momento, per esempio, ho una troupe in Palestina e Israele, per chiedere perché l'odio, perché la guerra, c'è una soluzione? […]

È vero che ti ritieni un ambientalista più che un fotografo?

Sinceramente più un umanista. Nel mio lavoro di ecologista-ambientalista ho capito che la chiave di tutto è la coesistenza, cercare di vivere bene insieme. Attraverso le mie immagini, provo a comprendere il mondo e a farlo comprendere. La Terra visto dal cielo o 6 miliardi di Altri, in fondo sono la stessa cosa, sono molto vicini. Prima, parlavo dell'impatto dell'uomo sulla Terra, mostravo il pianeta nel suo fragile splendore, esortavo indirettamente a vivere in maniera sostenibile. Con 6 miliardi di Altri parlo sempre dell'uomo, do la parola agli altri. […]

Quanto sono importanti, per uno che lavora con le immagini, le parole?

In 6 miliardi di Altri la cosa più importante è la parola. Prima, quando fotografavo, non avevo risposte. Ora registro le parole degli altri. Il modo di esprimermi è cambiato, ma non molto. Ho fatto per esempio un film, Home, uscito l'anno scorso e visto da milioni di persone, che in Italia non ha ancora trovato una distribuzione. Trovo che la fotografia e il cinema siano un po' la stessa cosa, molto vicini per quanto riguarda l'immagine. Si tratta, in fondo, di lavorare con la luce, inquadrare, comporre. Non vedrai mai una mia foto senza persone e senza una didascalia che spieghi ciò che sta accadendo e la situazione che è dietro la foto. Mi considero e sono molto di più un giornalista, un testimone, che un artista. In 6 miliardi di Altri non c'è una vera e propria dimensione artistica, altri sono andati in giro a filmare; è un po' un progetto collettivo, l'idea è mia, ma la realizzazione l'ho affidata a una squadra coordinata da Sybille d'Orgeval Baptiste Rouget-Luchaire. Le stesse domande poste, le abbiamo decise assieme a quelli che hanno realizzato le interviste.

 


Mosaico © Yann Arthus-Bertrand
 

 

Michael Yamashita: Sulle tracce di Marco Polo (da Sguardi 9)

Qual era il tuo scopo principale?

Dare la sensazione di ciò che Marco aveva visto 700 anni fa, ricreare il passato, evocarlo attraverso un'atmosfera. Vorrei fare qualche esempio. In questa foto scattata in Mongolia, si vedono solo i cavalli e gli allevatori, non c'è niente del XX secolo; qui mi sono sentito molto vicino a Marco. Marco attraversò le grandi dune del deserto del Taklimakan, non lontano da Dunhuang, e descrivendole parla di Singing Sand, le "sabbie che cantano", per il suono curioso che il vento crea soffiandovi sopra. Questa area della Cina centro-occidentale è diventata oggi un'attrazione turistica. Quando sono arrivato là e ho visto tutti quei turisti ho pensato subito che non fosse interessante anche perché c’erano addirittura carovane di cammelli, ciascuno con un proprio numero, con turisti sopra. Io volevo un'immagine che sapesse di XIII secolo, senza le folle di questo secolo. Avevo bisogno di un angolo diverso, nuovo, e così sono andato oltre una gigantesca duna di sabbia, in attesa che la carovana di cammelli venisse verso di me. E ho fotografato, sottoesponendo per non far vedere troppi dettagli, come i numeri sui cammelli dei turisti, per creare delle silhouettes e restituire la sensazione di una carovana che si sposta all'epoca di Marco Polo. Quando spiego questo, la gente rimane in genere delusa, ma a volte si deve fare così per ricreare il senso di quello che si vuole raccontare. Quell'immagine è ora la copertina del mio libro su Marco. […]

Quando si cerca di restituire lo spirito del luogo, la trappola è il pittoresco, l'immagine déjà vu, lo stereotipo. Come evitarli?

Questo è il lavoro del fotografo: cercare nuove angolazioni, una nuova luce, un nuovo approccio. È così anche nella musica o nella scrittura: le note, le parole sono quelle; sta a te mettere assieme gli elementi. Anche a Venezia, per esempio, uno dei luoghi più turistici e fotografati del mondo, non è stato facile. È stata una grande sfida per me. Avevo bisogno di fotografare gli unici elementi originali esistenti quando Marco lascia Venezia nel 1271, due colonne del X secolo di fronte al molo del Canal Grande. Il soggetto era questo, ma avevo bisogno di qualcosa di nuovo. Così ho pensato che una buona immagine sarebbe stata avere le colonne in primo piano e una grande nave nel Canal Grande sullo sfondo. Uno dei miei assistenti scoprì che il 6 settembre di quell'anno, alle 10 di mattina, la Grand Princess, all'epoca la più grande barca del mondo, sarebbe passata nel Canal Grande di fronte alle due colonne. Siamo partiti per realizzare apposta quella foto. Ho comprato una scala alta tre metri per montarci due macchine e avere una prospettiva dall'alto. Eravamo già a pochi minuti dalle 10, quando è arrivata la polizia a chiedere spiegazioni. La mia assistente ha iniziato a parlare con i poliziotti, per fortuna è anche carina, mentre la nave è entrata in campo, incredibilmente grande, con la sirena che suonava. Il gruppo di uccelli che era sulla piazza si è alzato in volo e io ho scaricato tutti i rullini che avevo e il risultato è questo. Volevo questo effetto e ho avuto esattamente quel che volevo.

 


Venezia 10 di mattina: la Grand Princess, passa nel Canal Grande di fronte alle due colonne. © Michael Yamashita
 

 

Stefano Unterthiner: Un artigiano sul National Geographic (da Sguardi 66)

Innanzitutto, complimenti vivissimi per esser riuscito a pubblicare sull'edizione madre del National Geographic. La prima domanda è quella che tutti gli appassionati di fotografia si pongono davanti a notizie come queste: come hai fatto? Come si fa? È stata una tua proposta? Un loro assignment?

Per me è un sogno che si realizza. Sono anni che lavoro con l'edizione italiana del NG, ma lavorare con gli americani era una mia grande ambizione (sin da quando ho fatto della fotografia una professione). Non ho però mai rincorso questo sogno, ma tutto è nato un po' per caso. Anni fa ho conosciuto Ken Kobersteen, allora direttore della fotografia del NG americano, ed è grazie a lui che ho cominciato la mia collaborazione con il Magazine. Inutile dire che la competizione è fortissima: tutti ambiscono a lavorare per il NGM; poi ci sono i fotografi che già collaborano da anni con il Magazine: "sei vuoi pubblicare, devi fare meglio di loro", mi aveva detto una volta un editor del NGM incontrato a  Perpignan, in Francia. Meglio di Lanting, Nichols e compagnia, mi dicevo, meglio restare con i piedi per terra! In questi anni, gli americani hanno però mostrato molto interesse per il mio lavoro: hanno seguito la mia produzione e mi avevano chiesto di visionare il materiale che avrei realizzato durante la mia spedizione Sub-Antartica nell'arcipelago di Crozet. Le mie immagini sul pinguino reale sono piaciute e così il mio lavoro è stato accettato. Tutto semplice, in apparenza, però questa pubblicazione è il lavoro di mesi. […]

Per quanto tempo sei stato sull'isola di Possession?

La spedizione è durata 5 mesi: assieme a mia moglie Stéphanie, abbiamo trascorso 4 mesi sull'isola di Possession, mentre abbiamo navigato quasi un mese (tra andata e ritorno) per raggiungere questo remoto arcipelago, perso nell'oceano Indiano meridionale tra l'Africa e l'Australia, a 1600 chilometri a Nord dell'Antartide. É stato senza dubbio il viaggio più intenso della mia vita. Mi piace lavorare in regioni remote e ancora selvagge (in quelle poche che ancora rimangono), che sia la foresta amazzonica o le montagne di casa mia, poco importa. Ho bisogno di sentirmi nella natura selvaggia, solo con i miei soggetti, per sentirmi davvero realizzato, felice direi. È vero però che sono particolarmente affascinato dai Poli; ora, dopo le Terre Australi, sogno di lavorare su qualche specie in Artico. […]

Cosa ci dev'essere in una tua immagine, cosa cerchi di catturare ed esprimere quando scatti?

Fotografo cercando un'immagine originale: per divertirmi ho bisogno di fare qualche cosa di nuovo, altrimenti mi annoio e le immagini diventano banali. Ambisco a realizzare una fotografia che riesca a trasmettere delle emozioni. Ed è una bella sfida! I miei soggetti sono soprattutto gli animali selvatici; con la fotografia cerco sempre di restituire loro un'identità, di trasmettere con l'immagine la loro essenza libera e selvaggia. Mi piace inserire i miei soggetti nel paesaggio, o lavorare a breve distanza con il grandangolare, che è diventato un po' il mio "marchio di fabbrica". Ma forse, tra qualche anno, il mio di fotografare sarà diverso, quasi me lo auguro.

 


© Stefano Unterthiner. Cigno selvatico, Svezi8
 

 

Cesare Gerolimetto: Prima di tutto, la luce (da Sguardi 6)

Come si è evoluto il tuo modo di fotografare? Che definizione daresti, oggi, del tuo stile?

Inizialmente paesaggista quasi integralista. Oggi molto più incline alle situazioni umane che però devono mostrare sempre l'ambiente che le circonda. Mi definirei un fotografo d'ambiente. […]

Cosa deve esserci, secondo te, in una buona foto di reportage?

Come detto sopra l'uomo e il luogo che lo circonda. E poi estremo rigore formale, senza troppe forzature dovute agli obiettivi. […]

Quali elementi privilegi nel comporre un'immagine?

Luci, persone con paesaggio, persone, volumi. Ma prima di tutto la luce, che è la base di qualunque grande fotografia. […]

Quali cautele ritieni che bisognerebbe avere quando si fotografa da vicino e, più in generale, quali tempi bisognerebbe darsi per catturare la giusta immagine?

Rispetto assoluto delle regole di buon comportamento. Sì alla foto rubata che non arreca disturbo. Tempi adeguati se il soggetto lo richiede, ma mai fotografie di regia e preparate (il cinema lo fa molto meglio). […]

Quando hai un incarico ti prepari in qualche modo o preferisci arrivare con uno sguardo vergine?

Preferisco arrivare vergine (salvo un minimo di preparazione logistica) e nei luoghi dove ci sono non tralascio mai di guardare le cartoline che sono fonte di preziosi suggerimenti. […]

Preferisci lavorare in b/n o a colori?

Solo e sempre a colori. Il b/n è un ripiego degli anni quando il colore non esisteva e insistere sul b/n vuol dire essere insicuri perché il b/n perdona molto di più le banalità che spesso produciamo. […]

Quali obiettivi prediligi? E quale attrezzatura suggeriresti?

Un tempo 18, 24, 35, 50, 100, 200 mm. Oggi con gli zoom 20/35, 35/70, 80/400 mm. A mio avviso più leggeri si viaggia meglio è, perché spesso troppa attrezzatura limita più che favorire. […]

Quale viaggio ricordi con più piacere? E qual è il prossimo viaggio che ti attende?

Il giro del mondo in camion. Viaggio durato quasi tre anni attraverso cinque continenti per un totale di 184.000 Km ancora iscritto al Guinness Book of Records come il primo e più lungo giro del mondo compiuto con un camion. Tra non molto riprenderò il "cammino italiano", cioè fotografare l'Italia in libertà e senza committenti.

 


© Cesare Gerolimetto
 

 

Wim Wenders: Immagini dal Pianeta Terra (da Sguardi 44)

Lei ha dichiarato di sentirsi un "fotografo di paesaggi". Perché i paesaggi la attirano così profondamente?

I paesaggi danno forma alle nostre vite, formano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana. E se sei attento a loro e acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare e che sono molto più che semplici 'luoghi'. Molti miei film sono stati influenzati dai paesaggi e dalle città in cui avevano luogo e alcuni in realtà sono partiti dai loro luoghi, come Il cielo sopra Berlino, Lisbon story o Million Dollar Hotel, per nominarne solo alcuni. Ma in un film i luoghi devono necessariamente giocare un ruolo secondario rispetto alla storia e ai personaggi. In fotografia posso dar loro il ruolo centrale. […]

Nelle sue immagini raramente vi sono persone, quando accade sono individui isolati. Non c'è espressione di contesto culturale, di vita o energia, piuttosto contemplazione di paesaggi naturali o urbani. Non le interessa il fattore umano nelle immagini?

Non è proprio così. Sebbene nella maggioranza dei casi io aspetti che le persone siano uscite dall'inquadratura, tuttavia esse giocano un ruolo importante nelle mie foto. Ma in realtà molto più attraverso la loro assenza che la loro presenza. Le persone lasciano sempre tracce dietro di loro. Mi interessano moltissimo i resti delle culture umane, i postumi di una civiltà, le rovine, gli avanzi. […]

Un regista è per definizione un creatore di immagini, un narratore per immagini. Quali sono, a suo avviso, le principali differenze tra cinema e fotografia?

I film sono indirizzati dalle storie, e sono il regista e gli scrittori che impongono queste storie. Dopo tutto narrare storie è la forma più antica di arte e cultura umana. Nel cinema usiamo la tecnologia moderna per trattare di miti antichi. Nella fotografia invece è il contrario, almeno per me: le storie vengono fuori dai luoghi, e la mia macchina fotografica è lo strumento per registrare questo. Inoltre, quando faccio foto posso starmene da solo, anzi la solitudine è quasi una condizione necessaria, mentre fare film significa essere circondati da molte altre persone e condividere l'atto creativo con gli altri, gli attori, i cameraman, il compositore, l'art director, l'editor, ecc. […]

I nomi di Edward Hopper e David Hockney sono stati evocati in relazione ai suoi lavori. Trova questi accostamenti appropriati?

La storia della pittura mi ha influenzato molto più della storia del cinema o della fotografia. Da bambino quello che volevo era diventare un pittore e inizialmente i film erano per me un'estensione della tela. Ho imparato tutto sull'inquadratura e la luce da Vermeer. David Hockney è un grande artista contemporaneo e vedo che alcune delle cose che ci interessano possono sovrapporsi o essere viste in un unico contesto. Ma non credo che ci siamo influenzati a vicenda. Molte persone lavorano sulle stesse idee, nello stesso campo. […]

Lei si definisce cosmopolita, piuttosto che tedesco o europeo. Ritiene che rivendicare una precisa identità nazionale, geografica o culturale, sia limitativo? Si sente appartenere a qualche luogo?

Ho sempre invidiato quelle persone che sentivano un legame con un certo luogo che lo rendeva la loro "casa", la loro vera terra, la loro "patria". Per quanto mi riguarda, fin da piccolo ero affascinato dall'idea che c'erano luoghi che non conoscevo. Il mio senso di identità non è mai venuto da un luogo che conoscevo, ma solo dal mio desiderio di continuare a cercare e ricercare. Questo mi dava il senso di chi fossi veramente. Non appena ero "a casa", questa certezza veniva meno.

 


Joshua and John (behind), Odessa, Texas 1983. 125 x 170 cm. Courtesy: Haunch of Venison, London. © Wim Wenders, 2006

 

 

Jesse Weinberg, Viaggiare attraverso un obiettivo locale (da Sguardi 84)

Che cosa ti ha portato alla creazione di Global Yodel? Qual è l'idea alla base, uno sguardo locale proveniente da diversi angoli del mondo?

La mia ispirazione per Global Yodel deriva dalla mia forte curiosità per il nostro pianeta e per tutti i frammenti di luoghi e culture interessanti. Non c’è niente al mondo che amo di più che viaggiare. Voglio andare dovunque. Mi piace vedere i luoghi per la prima volta. Così ho deciso di creare un forum dove le persone potessero vedere e conoscere le diverse parti del mondo, quando non potevano viaggiare. Lo scopo non è quello di sostituirsi al desiderio o al bisogno di viaggiare, ma di creare un modo con cui la gente possa conoscere il mondo ed esserne ispirata anche non potendo essere fisicamente sul luogo ad esplorare, incontrare, conoscere. Un modo per viaggiare ed esplorare quando non è possibile farlo fisicamente. Inoltre penso che sia un po’ strano il modo in cui l’industria del viaggio e i media usino spesso il punto di vista di un outsider che osserva un luogo. Uno scrittore di viaggio scrive reportage su città e cultura che sono estranee alle sue radici. Credo che questo sia un modo abusato per conoscere il mondo. A parte rare eccezioni, non ho voglia di sentire il racconto di un newyorkese sulla vita e la cultura di Milano. Voglio sapere delle culture e dei luoghi del mondo dalle persone che vivono in quel luogo. Ci vogliono anni per riuscire davvero a conoscere un’area, e chi conosce un luogo meglio di un locale? Voglio sapere di Milano (così come di New York) da una persona che ha vissuto lì per gli ultimi dieci anni. Queste persone hanno una conoscenza approfondita della cultura, dei luoghi segreti, degli avvenimenti. Credo che Global Yodel possa cambiare il modo di guardare i luoghi.

Come funziona esattamente? Immagini, da una parte, e qualche consiglio, dall’altra?

Noi diamo forma a uno strumento di comunicazione (foto, video, design, testi, audio) che riguarda il luogo stesso in cui vive l’autore. In più chiediamo qualche consiglio (in loco) e le risposte ad alcune domande. Tutti sono invitati a presentare dei contributi, l’indirizzo è questo: globalyodel.com/contribute.

Sei tu che selezioni il materiale in arrivo? Sono i fotografi a contattarti? Sono soprattutto professionisti o anche fotoamatori?

Si sono io che seleziono il materiale che verrà pubblicato sul sito. Cominciamo a ricevere sempre più contributi da tutto il mondo, quindi la concorrenza sta crescendo! È molto emozionante. Direi che i fotografi che ci sottopongono i loro lavori sono per il 50% professionisti e per il 50% amatori. Global Yodel è un ottimo modo per un fotografo per promuoversi e far vedere in tutto il mondo il proprio lavoro. Il nostro pubblico sta crescendo a un ritmo esponenziale.

 


Robert Moses State Park by Laina Briedis in Long Island, New York
 

 

Monika Bulaj: In cammino tra le fedi (da Sguardi 51)

Nell'introdurre il tuo ultimo lavoro hai scritto che non t'importa descrivere analogie coreografiche o gestuali tra ebrei, cristiani e musulmani, ma somiglianze atmosferiche, l'aura che spira dalle persone o dai luoghi che hai sperimentato tra la gente del dio unico. Cosa è "Aure"?

Ti citerò Ellemire Zolla. "In greco e in latino", scrisse, "si parla del fascino come di una brezza, un'aura spirante dalle persone o dai luoghi, che a volte cresce, diventa turbine, nembo, nube abbagliante, riverbero dorato, ingolfa e stordisce".

Un osservatore è prima di tutto un testimone e non si pone necessariamente un problema di partecipazione a ciò che vede e vive. Mi chiedo se, a livello personale, ti senti vicina a una qualche forma di spiritualità.

Non sono d'accordo. Per me testimoniare è sempre partecipare. Sentire dolori, vibrazioni, slanci, suppliche. Vedere la luce cui aspirano gli uomini e avvertire la loro paura. Provare stupore o orrore, sempre senza giudicare. Viaggiare in solitudine, trovarsi con tutto questo addosso da soli. Negli occhi delle persone che incontri devi trovare te stesso. Diverso, ma accettato. Sento un sottile ma forte diaframma che mi protegge. Non so definirlo. Ci deve essere, perché l'esperienza talvolta è troppo forte. Spesso ricevo le proposte di conversione, per il bene della mia anima che, a sentir i miei interlocutori, già si trova sulla strada giusta. Parlo degli ebrei, sì, persino gli ebrei che normalmente non fanno proselitismo, e poi dei cristiani ortodossi e dell'Islam. "Sei una di noi", dicono i musulmani. "Hai la nostra anima", dicono gli ebrei, usando in più una parola ebraica che significa l'incessante viaggio delle anime, di un corpo nell'altro. "Gilgul", una bella parola. Nonostante questo, non ho mai avuto problemi di identità. Talvolta il rischio è acustico. I tamburi e i pifferi nei riti di possessione, nelle danze rituali. Talvolta il ritmo è più forte della volontà. Ti segue, ti manipola, ti tradisce. Viaggiando, vedendo talvolta cose straordinarie, non ho mai provato nessun desiderio di conversione e nemmeno di appartenenza, anche se, così a naso, le preghiere dei chassidim e quelle dei sufi, ma anche quelle degli etiopi e quelle dei siriaci, le trovavo efficaci. Anche l'approccio buddista non mi dispiace. Ma sai quanto è bello il Padre Nostro in greco? E nelle Beatitudini sulla Montagna trovo già tutto.

Danze estatiche, masse che si spostano, gesti della preghiera, feste, vesti, figure, ombre. Nelle tue immagini c'è spesso (sempre?) la presenza di "genti di Dio" - come li definisci – di corpi manifestazione di fede, testimoni di devozione.

Il corpo non mente. Il sacro passa attraverso il corpo, lo trafigge. Nell'arcaicità dei gesti non leggi niente della storia orrenda delle conversioni forzate «in articulo mortis» o di quelle estorte a fil di spada sotto l'ombra della Mezzaluna, ma leggi la saggezza arcana del popolo, la ricerca della liberazione attraverso l'uso sapiente dei sensi. M'interessa il mistero della devozione passionale bollata dalla cultura "ufficiale" come "devotio stulta": cioè popolare, folcloristica o esaltata. La manifestazione di fede espressa da "illiterati et idiotae", mistici e poeti, santi e analfabeti.

 


© Monika Bulaj - Etiopia
 

 

Sergio Ramazzotti: Storie con l'anima (da Sguardi 38)

Come si è evoluta la tua idea (e pratica) di fotografia? Se non sbaglio nasci come giornalista e fotografo specializzato in reportage di viaggio, ma da qualche tempo ti dedichi anche ad altro. C'è un cosiddetto genere, o più di uno, in cui ti riconosci?

In realtà ho cominciato con il reportage di attualità, lavorando per le testate della Rizzoli intorno alla fine degli anni 80. Ai viaggi mi sono dedicato in seguito e per lungo tempo (sono stato per otto anni inviato di Gulliver, esperienza notevolmente formativa), ma anche in quel periodo non ho mai abbandonato l'attualità, e a essa sono ritornato quasi a tempo pieno da qualche anno a questa parte. Le classificazioni e il conseguente, quasi automatico incasellamento in categorie, in genere, mi trovano piuttosto diffidente. Mi reputo un fotografo che scatta fotografie, tutto qui.

Luoghi, paesaggi, culture, gente. Contemplazione ed energia. Natura, architetture e vita. Quanto è presente il fattore umano nelle tue foto? E il movimento? Nel comporre un'immagine cosa cerchi di catturare? Quali ritieni siano i principali elementi del tuo stile?

Il fattore umano è fondamentale. Non amo scattare fotografie in cui non vi siano persone. L'uomo è la chiave per capire il mondo. Un paese si comprende parlando con la sua gente, non ammirandone i monumenti. Una guerra si comprende parlando con chi la combatte o ne è vittima, non leggendo i bollettini militari. Un oggetto si comprende parlando con chi lo ha fabbricato, non comprandolo. Il viaggio più formativo che si possa intraprendere è quello attraverso l'uomo. Nelle fotografie cerco sempre, per quanto possibile, di lasciare spazio a occhi, mani, corpi, una presenza umana. Un solo sguardo vale mille paesaggi. Penso all'eccezionale sguardo della giovane profuga afgana colto da Steve McCurry e apparso sulla copertina del National Geographic. 
Il movimento è un'altra cosa che mi affascina in fotografia. Le foto mosse sono energia cinetica cristallizzata, imprigionano un concentrato di forza che sembra sempre sul punto di esplodere, trasmettono le stesse sensazioni travolgenti dei dipinti futuristi. Ho passato parecchi anni a cercare di perfezionare l'arte della foto mossa, spesso sorprendendomi a usare la macchina fotografica come se fosse una telecamera. 
Riguardo alla composizione e allo stile, se possiamo chiamarlo tale, sono ossessionato in modo patologico dalla pulizia e dal parallelismo delle linee, dalla purezza cromatica dell'insieme, dalla ricerca di immagini che siano il più possibile semplici e prive di fronzoli: il modello che ho sempre in testa, e che mi perseguita come un fantasma, sono i quadri di Edward Hopper. Sono anche alla continua ricerca di situazioni e accostamenti che risultino ironici o sarcastici o, se necessario, cinici, e che stimolino dunque un sorriso più o meno amaro in chi guarda la fotografia.

Hai qualche maestro, qualche modello di riferimento che stimola la tua ricerca, il tuo stile?

Potrei citarne molti, per i quali nutro un'ammirazione sconfinata e un'invidia tale da provocarmi il mal di stomaco. Cosciente della mia inferiorità, per non complicarmi la vita mi sono scelto un modello in un campo non concorrenziale: Caravaggio. Se riuscissi a usare la luce come lui, sarei un uomo felice.

 


© Sergio Ramazzotti. Benin City (Nigeria), una donna in trance danza durante una cerimonia voodoo
 

 

Marco Barbon: Asmara Dream (da Sguardi 68)

Come è nato il tuo progetto eritreo?

Per quanto tempo sei stato ad Asmara?
Il progetto di un lavoro su Asmara è nato durante un mio viaggio in Etiopia nel 2005, sulle tracce della presenza italiana nel Corno d'Africa. Un amico mi consigliò di visitare l'Eritrea e in particolare la sua straordinaria capitale.

È stato facile muoversi lì con la macchina fotografica?

Non è stato facile, le autorità non gradiscono molto la presenza dell'obiettivo fotografico nei luoghi pubblici. In compenso, gli eritrei sono molto aperti e accoglienti, raramente ho avuto problemi nel fotografare gli interni e le persone.

Perché hai intitolato Asmara Dream il tuo lavoro?

Come ho scritto nella prefazione del libro, ho scelto questo titolo perché Asmara mi sembra vivere un triplice sogno. Innanzitutto il sogno dei coloni italiani che giunsero qui alla fine dell'Ottocento con l'intenzione di costruire, in Africa, una seconda Roma. Poi il sogno dell'indipendenza dall'Etiopia: un sogno diventato realtà nel 1991, dopo anni di coraggiosi combattimenti e innumerevoli sacrifici umani. Infine il sogno di chi, nella difficile situazione attuale, vuole fuggire a tutti costi da questo paese, immaginandosi un futuro migliore oltre la frontiera. Questi tre sogni, intrecciandosi, hanno tessuto e continuano a tessere il destino di questa città, ne hanno nutrito e continuano a nutrirne l'anima.

Quale/i storia/e hai cercato di raccontare attraverso i tuoi scatti?

La storia di questa città, sospesa tra un passato coloniale che ha lasciato delle tracce profonde sul suo volto e un presente che pare immobilizzato in un'attesa senza fine.

Cosa ti sembra sia rimasto del sogno dei coloni italiani arrivati alla fine dell'Ottocento? Dove e in cosa hai ritrovato tracce del passato coloniale?

È rimasto ben poco di quel sogno: un'incredibile linea ferroviaria in disuso, fontane orfane d'acqua, molti edifici in rovina, alcuni semafori agli incroci principali, qualche marciapiede sgangherato lungo le vie della città.

Come definiresti il paesaggio asmarino, l'altopiano, le architetture?

L'altopiano eritreo è magnifico; ilcielo ad Asmara è spesso terso, l'aria fresca (la città si trova a più di 2000 metri di quota), la luce intensa e a volte perfino accecante. Le architetture moderniste sono straordinarie, delle vere e proprie opere d'arte a cielo aperto.

 


© Marco Barbon - Bowling, 2006
 

 

Gianluca Panella: Blackout a Gaza (da Sguardi 94)

Cosa rappresenta per te questo riconoscimento?

Io ho una storia anche piuttosto romantica intorno al World Press Photo, perché sono cresciuto con le fotografie del World Press Photo. Ho iniziato a fotografare perché un amico mi spiegò semplicemente tempi e diaframma. Mi appassionai come tanti si appassionano. Mi fece provare la macchina reflex. Dovendo andare ad Amsterdam in vacanza, questo mio stesso amico mi prestò la macchina fotografica, dicendomi: “guarda, visto che stai imparando, fai pratica. Portatela ad Amsterdam e fai qualche rullino”. Amsterdam è la sede del World Press Photo ed era il 1999. Io vado là, con la mia ragazza di allora e c’era la mostra del World Press Photo. Quell’anno aveva vinto Jim Nachtwey con un lavoro sulla repressione anticristiana in Indonesia. Quando sono entrato, sono rimasto folgorato. E ho detto: io devo fare questo. E quindici anni dopo mi ritrovo qua. Ho lavorato tanto. Ho lavorato per i quotidiani, per i settimanali. Ho fatto la gavetta. Se vuoi sapere se per me era un grande traguardo, anche se non lo voglio chiamare traguardo perché l’ho sempre visto come un tramite. Cioè, per me, il WPP serve per poter fare altro dopo. Però, sicuramente, per me era un grosso raggiungimento. […]

A volte i progetti fotografici sono complessissimi e lunghissimi. Nel tuo la cosa di certo fuori dall’ordinario è la sua durata cortissima, quanto hai impiegato per portarlo a termine?

Sei notti. Il blackout effettivamente ha raggiunto le 21 ore nel suo momento più grave, però il giorno prima poteva essere stato 19 ore, il giorno prima ancora 17. Al progetto ho dovuto dare un nome, infatti non è scritto neanche benissimo perché io lo avevo scritto BlackOut tutto attaccato, con la ‘O’ di out maiuscola, perché comunque volevo il richiamo di out, di questa voglia di uscire dalla Striscia. Quindi non solo la Striscia è nera, ma è out da un sacco di cose: perché è out dal mondo, è out a livello sociale, la parola out mi piaceva perché io comunque vorrei venirne fuori da una cosa del genere e anche la popolazione del luogo. E quindi c’è stato uno studio abbastanza veloce, il processo creativo è stato di una nottata. Io sono uscito, ho provato a fare queste foto, perché comunque stavo facendo una ricerca, stavo cercando il linguaggio.

 


Terzo Premio Notizie generali Reportage Gianluca Panella, Italia
10 dicembre 2013, Gaza City, Gaza
 

 

Bruno D’Amicis: Animali clandestini (da Sguardi 94)

Cosa rappresenta questo premio per te?

Per come sono cresciuto io dire che vincere il World Press è un onore sarebbe un understatement, visto che nell’ambito del fotogiornalismo è il premio più importante al mondo. La cosa divertente è che la notifica mi è arrivata a casa, alle due di quel fatidico giorno, il 14 febbraio San Valentino. Stavo facendo altro, avevo completamente dimenticato che c’era la comunicazione dei vincitori e stavo pulendo la sabbietta del gatto. Per farti capire quanto sia glamour la vita di un fotografo. Allora subito dopo ho chiamato mio fratello e ho chiamato mia mamma. La quale ha iniziato a urlare di gioia, mio padre ha alzato la cornetta dall’altra parte e mi ha chiesto se la mia ragazza era incinta. Al che io ho fatto "no, ho solo vinto un premio fotografico", "vabbè, congratulazioni". Questo è un aneddoto per far capire che comunque rimani te stesso. Qualsiasi premio vinci, la tua vita non cambia. Quello che però è importante è che il mio soggetto, "la volpe del deserto", il fennec, la volpe più piccola del mondo, un animale totalmente negligibile che grazie forse a uno dei premi più importanti può salire alla ribalta perché c’è una storia dietro piuttosto interessante.

Puoi raccontarci la foto, il progetto che ha vinto?

La foto in realtà è stata estratta da un portfolio, quindi è stata una scelta della giuria. Da una parte, sono chiaramente onoratissimo di aver vinto. Dall’altra dico "porca miseria, è un po’ decontestualizzata". È la prima storia che sto facendo per il National Geographic in America, c’è la volontà di farla nel modo più completo possibile, sono quattro mesi di lavoro sul campo in due anni. Cercando di documentare la vita di questa specie in natura, poi tutto il discorso che c’è dietro il commercio clandestino perché è un animale molto richiesto come animale da compagnia, quindi la cattura, la detenzione, l’esposizione nei mercati. E adesso sto continuando a seguirla anche in Europa, il traffico che c’è attraverso il Mediterraneo, quando arriva negli zoo, quando entra nelle case dei privati. È paradossalmente un animale talmente piccolo su cui però c’è tanto da dire. Io ho inviato al Wpp un portfolio di 12 immagini e loro hanno scelto questa, che è diventata poi il primo premio. Ho dovuto abituarmi all’idea che questa sia ora un’icona del mio lavoro, pur non essendo una delle immagini mie più tipiche. Fotografo da vent’anni e sono professionista da dieci. Sono un biologo e nasco come fotografo prettamente naturalista. Ultimamente mi sto dedicando molto alle questioni ambientali come fotogiornalista.

 


Primo Premio Natura Foto SingoleBruno D’Amicis, Italia per National Geographic 22 aprile 2013, Kebili, Tunisia
 

 

Christian Cristoforetti: Gli ultimi transumanti (da Sguardi 64)

Qual è l'interesse che ti ha portato a scegliere il soggetto di questo lavoro?

Da fotografo specializzato nel reportage sociale, mi interesso soprattutto di realtà minori. 
Il mio spazio di indagine è la normalità, d'altra parte nessuno può (senza correre il rischio di essere rapidamente smentito) affermare con certezza cosa sia normale e cosa non lo è. Viaggiatore del quotidiano, osservo l'uomo con rispettosa attenzione e sincera curiosità per portarne alla luce gli aspetti meno sondabili del vivere. Interpreto la fotografia come un gesto estetico, distante dai formalismi della ragione. Ritengo che il fotogramma non sia l'immagine, ma l'emozione.

Da questo punto di vista, cosa rappresenta per te la vita dei pastori?

Una fonte continua di riflessione e interesse. Questi nomadi mi appaiono eroi senza tempo: vivono come vivevano i loro padri e, prima di loro, vivevano i padri dei padri. Una carovana errante che si sposta sulle tracce di un pascolo vagante, seguendo itinerari la cui origine ha radici quasi epiche, addirittura tracciati dagli antenati del neolitico. […]

Cosa ti resta di questo reportage?

La sensazione viva del non tempo e del non spazio, la passione dei pastori per il loro lavoro, l'immagine del gregge come un'ondapulsante simbolo della resistenza di un mondo ormai quasi scomparso, certamente un diverso punto di vista. Come dice Tiziano Terzani in Un altro giro di giostra: «La cura di tutte le cure è quella di cambiare punto di vista, di cambiare se stessi e con questa rivoluzione interiore dare il proprio contributo alla speranza in un mondo migliore». Accanto alle fotografie di questi nuovi pastori, vi sono poi quelle delle nuove generazioni, i bambini figli dei pastori. Osservandoli, ho compreso che il loro gioco imita il lavoro dei padri e mi sono chiesto quale sarà il futuro di questi cuccioli. Forse domani, come oggi, saranno uniti nell'eterno rito della transumanza.

 


© Christian Cristoforetti – Italia 2007
 

 

Moreno Maggi: Fotografare architetture (da Sguardi 99)

Da cosa nasce la tua passione per la fotografia di architettura?

Dal fatto che l’architettura parla con un linguaggio che usa una grammatica fatta di forme, colori, rapporti tra vuoto e pieno, contrasti di luce e volumi in un assoluto silenzio. E che tutto questo necessita di essere interpretato (quasi tradotto) in immagini per potergli dare voce. In questo processo, che presuppone umiltà per comprendere, studio per conoscere, tempo per ascoltare e tecnica per realizzare, sta il fascino del mio lavoro. […]

Come sei arrivato a questa specializzazione/vocazione?

Quasi senza accorgermene, nel senso che fin dall’inizio è stato per me molto più naturale scattare architettura che qualsiasi altro soggetto. Mi ha aiutato anche una genuina passione per l’architettura in sé che ho cercato di coltivare in tutti i modi possibili: studiando, confrontandomi e soprattutto ascoltando umilmente chi l’architettura l’ha fatta davvero e che ringrazio di aver condiviso con me. L’aver vissuto a New York per circa dieci anni, lavorando con grandi fotografi di architettura, non ha fatto che confermare ancora di più la mia intenzione di proseguire. […]

Uno dei tuoi progetti più significativi è stato ispirato dalla letteratura, dalle Città invisibili di Italo Calvino?

Si tratta di un progetto di ricerca personale - uno dei tanti che normalmente porto avanti parallelamente al mio lavoro commerciale - che nasce dal mio amore per l’opera di Calvino coniugato con l’architettura contemporanea. Nato quasi per gioco, si prefiggeva di tradurre in immagini le visioni poetiche e irreali di Calvino usando immagini da progetti di architettura contemporanea da me scattati. Ne sono uscite 18 tavole che - montate video con voce narrante - sono state usate per le celebrazioni per la nascita di Calvino presso la Casa dell’Architettura di Roma e per una mostra al MAXXI-Base di Roma.

 


Mab Zeill. Francoforte. Arch. Massimiliano Fuksas © Moreno Maggi
 

 

Natalino Russo: SpeleoFotografia (da Sguardi 81)

Perché un fotografo decide di infilarsi sottoterra e fotografare le grotte?

In realtà è piuttosto difficile che un fotografo decida di dedicarsi alle grotte; è molto più frequente il contrario, che cioè chi va in grotta senta il bisogno di scattare fotografie. Conosco molti speleologi che hanno imparato a fotografare, pochissimi fotografi invece che si sono dedicati alla speleologia. In altre parole, quello di fotografare le grotte è un bisogno dello speleologo, non del fotografo; un bisogno che scaturisce dalla voglia di documentare l'ambiente frequentato, ma anche di produrre una narrazione della propria esperienza speleologica, trasportandola nel mondo esterno per raccontarla agli altri e a se stesso. Il buio è una dimensione complessa. Sappiamo che il bianco è l'insieme di tutti i colori dello spettro, mentre il nero è l'opposto, cioè l'assenza di colore. Le grotte, per loro natura, sono buie e nere, ma non prive di colore. Si tratta solo di illuminarle. Allora il nero si ammansisce, si fa dapprima ombra, poi scappa via. Sotto il mantello dell'ombra fa capolino un mondo sterminato, tridimensionale, colorato.

Cosa c'è di speciale nelle grotte?

Sono pezzi di mondo sconosciuti, estensioni della superficie terrestre non ancora svelate, almeno fin quando lo speleologo ci mette piede. Contengono tesori? In un certo senso sì. Alcune grotte sono belle o bellissime, ospitano concrezioni spettacolari, laghi di acqua cristallina, pozzi e meandri levigati da cascate, sale enormi, scorci suggestivi. In rari casi possono essere davvero meravigliose. Molto più spesso, però, sono decisamente brutte: fredde, bagnate, fangose, scomode; esplorarle, o anche solo percorrerle, richiede molto tempo e grandi fatiche. Gli speleologi hanno una forte motivazione estetica. Ma questa non basta. Dentro il loro buio, le grotte celano diramazioni e prosecuzioni. Anche una grotta ben esplorata può riservare sorprese. Entrare in questi posti è un'esperienza entusiasmante. Ma la parte migliore del gioco è che lo si fa insieme ad altri speleologi. Nel mio caso, se sono stato stregato dalla speleologia è soprattutto per il variegato universo di quanti si dedicano all'esplorazione, documentazione e salvaguardia del mondo sotterraneo. Sono persone comuni, che durante la settimana si dedicano ai lavori più disparati e ordinari, e nel fine settimana si trasformano in esploratori. Molti speleofotografi si concentrano sulle grotte, ritraendole in inquadrature statiche, con speleologi in pose ingessate. Per me la sfida è produrre immagini che possano comporre una narrazione delle grotte e di chi le esplora. Sono molto stimolato dalla fotografia di reportage, anche se sottoterra non è facile. È impossibile che un fotografo riesca, da solo, a fare un buon lavoro: la grotta lo costringe a chiedere aiuto ai propri compagni, fosse anche solo per illuminare la scena. Insomma, se l'ombra è fugace, lo sono anche i colori del buio. Catturarli non è per niente facile.

 


Messico. Chihuahua. La cueva de los Cristales nella miniera di Naica. © Paolo Petrignani / La Venta
 

 

Alessandro Bee: Natura in movimento (da Sguardi 43)

La natura è il tuo campo sconfinato, che richiede un grande investimento in termine di tempo e strumenti. Tu come ti regoli?

L'anno scorso ho passato una decina di giorni nel parco del Masai Mara, in Kenya, per fotografare la migrazione degli gnu. Uno dei momenti più emozionanti, e sicuramente utili come documentazione, è quello in cui i coccodrilli attaccano gli gnu durante la traversata del fiume. Queste sono foto che devono essere fatte anche perché utili per corredare un reportage. Ho aspettato sulle sponde del fiume alcune giorni per poterle realizzare. Ma le foto che ho sentito più mie, quelle a cui sono più affezionato, sono state invece proprio quelle in cui ho fotografato gli gnu in momenti più normali, dove ho cercato di cogliere il senso di energia e movimento degli gnu in foto astratte. […]

Cosa cerchi, in fondo, nelle tue immagini?

Di mostrare la bellezza della natura. Credo che le immagini abbiano in questo senso un grande potere. Possono catturare immediatamente l'attenzione e far riflettere chi osserva, suscitare considerazioni sulla fragilità del nostro pianeta così come evocare sentimenti di bellezza ed emozioni personali. Possono aiutare a comprendere l'importanza della salvaguardia di ecosistemi minacciati così come invitare a scoprire il fascino di culture lontane. Viviamo in un mondo in cui il potere delle immagini è ogni giorno maggiore. Lavorare come fotografo significa quindi avere anche una grande responsabilità ed essere consapevoli del potere delle immagini nel loro impatto sul pubblico. […]

La tua formazione scientifica ti aiuta?

La conoscenza delle abitudini e dei comportamenti degli animali è un aspetto determinante nella fotografia naturalistica e in questo senso la mia formazione scientifica è un aiuto. Per esempio, nel Masai Mara, ho seguito per tre giorni un branco di leoni con i cuccioli per realizzare la foto di una leonessa con la cucciolata che veniva direttamente verso di me. Sapevo infatti che spesso durante gli spostamenti i leoni, soprattutto se hanno i cuccioli, camminano sulla strada sterrata, in quanto meno faticoso proprio per i cuccioli rispetto all'erba alta della savana intorno. Ora ho scelto questa foto per il manifesto di una mia mostra fotografica in un museo di scienze naturali.

 


© Alessandro Bee - Fenicotteri (Nakuru - Kenya)