Inviati: Vicino e lontano, in strada, in cammino, nel sacro, nello sport

Francesco Zizola: Uno sguardo inadeguato (da Sguardi 87)

Uno sguardo inadeguato, un’inedita selezione di fotografie a colori di Francesco Zizola realizzate nel corso degli ultimi 10 anni in 20 paesi del mondo. Curata da Deanna Richardson e prodotta da 10b Photography, l’esposizione propone una rigorosa selezione della produzione a colori di Zizola concentrandosi su una riflessione che chiama in causa non soltanto il suo modo di essere fotogiornalista, ma la natura stessa del suo sguardo e, con essa, un’intera cultura del fare immagine nel contesto di una storia collettiva e globale in cui si avverte l’urgenza e la necessità di comprendere la propria responsabilità all’interno delle complesse dinamiche in cui ognuno è preso e chiamato in causa. […] Deanna Richardson ha scritto per l’occasione: «Dieci anni di viaggi e immagini, percorrendo mondi lontani come quello delle piantagioni di canna da zucchero in Brasile, passando sulle rive del fiume più antico del mondo dove giocano due bambini figli della nazione più giovane al mondo, per finire in un club per soli gentiluomini in via delle Coppelle nel centro di Roma. In queste immagini si snoda il commento personale di un fotografo che ci offre la sua visione del mondo - il nostro mondo - che lui ha attraversato in lungo e largo nel corso degli ultimi dieci anni. […] La fotografia di Francesco Zizola continua a rivelare l’anima dei luoghi in cui i suoi occhi hanno imparato e imparano a guardare. Le immagini raccolte in Uno sguardo inadeguato non documentano pessimisticamente il capolinea di una civiltà. Questa mostra infatti vuole essere sia una dichiarazione che una serie di punti interrogativi, di metafore, di aperture meta-filosofiche. Uno sguardo inadeguato è una sfida - allo status quo - e un invito ai visitatori a lasciarsi coinvolgere. È soprattutto una visione della condizione umana, come lo sono i due ragazzi che fissano l’immensità dell’onda che sta per infrangersi sulla spiaggia dell’Arpoador di Rio de Janeiro. Un’allegoria essenzialmente metafisica, come se fossimo tu ed io di fronte al mistero dell’universo. Qui ritroviamo il miglior esempio di fotografia documentaristica contemporanea. Una finestra è stata aperta e spetta a noi affacciarci per guardare fuori. E in questo gesto insiste ancora una traccia di speranza».
 


© Francesco Zizola/NOOR - Un ragazzo punta una pistola contro la testa di un altro per gioco. La violenza è estremamente diffusa in questa regione, a causa continui scontri armati tra la guerriglia e le forze governative. Rio San Juan, Colombia. Luglio 2007.

 

Massimo Sestini: News Pictures (da Sguardi 59)

Trent'anni di storia italiana, tra costume, politica, cronaca, ritratti, gossip. La Galleria Grazia Neri di Milano ospita dal 18 settembre al 24 ottobre la prima mostra (a cura di Tiziana Faraoni) di Massimo Sestini, un fotografo di successo, una presenza ricorrente nelle pagine dei giornali, una copertura versatile degli avvenimenti italiani grazie alla capacità di raccontare - da vicino, velocemente, senza limiti - gli eventi, «sapendo combinare in modo straordinario», come afferma Grazia Neri, «contenuto, tecnica e composizione». Così, in occasione della mostra, Michele Neri presenta il lavoro del fotografo toscano. «Massimo Sestini è il fotografo e l'uomo dell'exploit. Questa sua prima mostra è una breve sosta lungo la sua vita di corsa, dopo trent'anni di fotografie che raccontano spettacolarmente la grande Storia e migliaia di quelle piccole del nostro Paese e di tanto mondo. Se guardo le sue foto mi vengono in mente queste parole: giornalismo, prima mano, tecnologia, numeri, coraggio, tempo. Timidezza. Giornalismo, perché sono sue le immagini che raccontano gli eventi che hanno cambiato l'Italia: Rapido 904, Moby Prince, G8, Giubileo, attentati di Borsellino e Falcone. Prima mano. Ovvero l'articolata e onnipresente necessità di essere a tu per tu con quello che succede. Costi quello che costi. Denunce, attese su alberi, doppi giochi, finzioni, travestimenti, faccia tosta. È così che sono nate le famose paparazzate, da Lady D in bikini al matrimonio blindato di Eros Ramazzotti. Ma il concetto di paparazzata di Sestini è un concetto evoluto. Non si tratta di mettere a nudo il personaggio del gossip, ma di raccontare quello che non si dovrebbe vedere, soprattutto i retroscena del potere, della cultura, dell'economia. La foto rubata in Parlamento il primo giorno del governo Berlusconi, lo stesso, in compagnia di un Fede che inciampa rovinosamente nel giardino del Cavaliere. Muti che dirige la prima della Scala sorpreso dall'alto, in completo e rischioso silenzio. Tecnologia, perché siano computer, collegamenti volanti, sperimentazione digitale, luci, radiocomandi per fare scattare macchine nascoste in fioriere o sotto la sua famosa cravatta con il buco o l'indecente marsupio in vita, la sua carriera di testimone, fotogiornalista, collaboratore di decine di testate è sempre stata aiutata e ispirata da un costante aggiornamento tecnologico.
 


© Massimo Sestini. Genova, G8, polizia contro i dimostranti, 21 luglio 2001

 

Kazuyoshi Nomachi: Le vie del sacro (da Sguardi 92)

Per oltre quarant’anni, fin dal suo primo viaggio nel Sahara, Kazuyoshi Nomachi ha rivolto la sua attenzione alle più diverse culture tradizionali, intorno al tema della preghiera, della ricerca del sacro. Da fotografo documentario ha colto in immagini - apparse poi su riviste come National GeographicSternGeo - frammenti della spiritualità che percorre quei paesaggi di bellezza fuori dal comune, dove i ritratti e le figure umane assumono dignità e si fondono con il contesto in composizioni dominate da una luce abbagliante. La Pelanda di Roma ospita (fino al 4 maggio) una grande antologica del fotografo giapponese: circa 200 scatti, un viaggio nella sacralità dell’esistenza quotidiana di genti che vivono in terre tra loro lontanissime, un viaggio iniziato da lontano. Nomachi racconta che a venticinque anni, nel corso del suo primo viaggio nel Sahara, rimase così colpito dalla durezza delle condizioni di vita degli abitanti in quell’ambiente, che decise di abbandonare i progetti da fotografo pubblicitario fino allora portati avanti e di dedicarsi invece al fotogiornalismo. Inizio di un percorso da fotografo-viaggiatore che poi, quasi a fare da contrappunto alla lunga esperienza nel deserto, lo portò lungo il Nilo Bianco, dal delta fino alla fonte in un ghiacciaio dell’Uganda, poi lungo il Nilo Blu fino alla sorgente negli altopiani dell’Etiopia. Poi, dal 1988, è la volta dell'Asia. Delle aree occidentali della Cina, delle popolazioni che vivono nelle estreme altitudini del Tibet e del buddhismo, dell’intera area di cultura tibetana, delle terre del sacro Gange dove nacque l’Induismo. Dal 1995 al 2000 Nomachi accede alle più sacre città dell'Islam e viaggia in Arabia Saudita, avendo l’opportunità di fotografare il grande pellegrinaggio annuale alla Mecca e a Medina, divenendo il primo a documentare in modo ampio e approfondito il pellegrinaggio di oltre due milioni di musulmani verso le città sante. Dal 2002 visita anche gli altopiani delle Ande, il Perù e la Bolivia, per indagare l’intreccio fra cattolicesimo e civiltà Inca, ricerca che prosegue a tutt’oggi.
 


Una ragazza nomade con il volto cosparso di una sostanza protettiva durante un pellegrinaggio. Tibet, Cina 1990. © Kazuyoshi Nomachi.

 

Luca Campigotto, Nightscapes (da Sguardi 91)

Scrive Renata Ferri, curatrice di Nightscapes: «Immaginate un moderno vedutista capace di fondere tecnica esentimento. È Luca Campigotto, fotografo, veneziano, interprete dello spazio, sia esso urbano o selvaggio. Un viaggiatore instancabile, innamorato del mondo, capace di restituire alla fotografia una potenza evocativa che consente l’esperienza della percezione. Straordinariamente belle, queste immagini osano la magia del cinema: scenografie perfette in cui la luce disegna le architetture care all’autore. La narrazione si affida alla perfezione delle linee stagliate nello spazio. Avvolto nelle oscurità, Campigotto è uno spirito errante che cerca la luce come testimonianza di vita. Quella che espande i paesaggi inanimati e quella di piccole finestre accese o lampioni che vegliano sugli affollati deserti urbani. Tracce di esistenze che conservano misteri, possibili solo da immaginare. La fotografia di Luca Campigotto evolve in continue alternanze. Tra il colore, protagonista deciso di molte esplorazioni, perfetto e raffinato nella definizione di ogni minimo dettaglio, e il bianco e nero intenso e sublime che induce l’ombra a disegnare paesaggi di ricerche più oniriche; tra le peregrinazioni metropolitane e gli immensi scenari deserti; tra ciò che resta del passato e il futuribile. Nulla accade nelle immagini di Campigotto: la realtà è la potente occasione creativa, pretesto per un canovaccio narrativo in cui l’autore genera un racconto visivo lucido, mai freddo, capace di letture emozionali differenti che aprono la visione a un livello più profondo, liberando un’energia intrisa di sentimento dove l’altrove è pervaso di malinconica bellezza».
 


New York 2011 © Luca Campigotto

 

Alessandro Grassani: Migranti ambientali (da Sguardi 91)

Con Migranti ambientali: l’ultima illusione da qualche tempo Alessandro Grassani centra la sua attenzione su luoghi che stanno scomparendo a causa di disastri e inquinamento. Il 2008 ha segnato il punto di non ritorno: per la prima volta nella storia dell’uomo c’è più gente che vive nelle città che nelle campagne. Le metropoli crescono sempre più per l’arrivo dei profughi climatici, costretti a fuggire dalle zone colpite dai cambiamenti climatici e destinati a diventare - nel giro di pochi decenni - la nuova emergenza umanitaria del pianeta. Le Nazioni Unite stimano che nel 2050 la Terra dovrà affrontare il trauma rappresentato da 200 milioni di profughi climatici; tutte persone che, sempre secondo l’ONU, non "approderanno" nelle nazioni ricche, ma cercheranno nuove forme di sostentamento nelle aree urbane dei loro paesi d’origine, i cosiddetti slums, già sovraffollati e spesso poverissimi. Disastrose sono e saranno le conseguenze dal punto di vista sociale, economico e ambientale per queste città. Il 90% di questa migrazione avverrà nei Paesi meno sviluppati, cosi accadrà che i paesi che meno hanno contribuito ai cambiamenti climatici, saranno i più colpiti da questo fenomeno a causa della mancanza di fondi da investire in politiche alternative di sviluppo nelle zone non più abitabili. Il progetto include per ora tre capitoli: Ulan Bator-Mongolia, Dhaka-Bangladesh e infine Nairobi-Kenya. I primi due sono stati realizzati nel corso del 2011; il terzo è in corso d’opera. La scelta di questi tre luoghi è stata dettata dalla volontà di rappresentare le diverse tipologie di cambiamenti climatici che provocano le migrazioni ambientali, nelle aree geografiche più colpite da questo nuovo fenomeno: dall’estremo freddo della Mongolia, al processo di desertificazione in Kenya, passando per inondazioni, cicloni e innalzamento del livello del mare in Bangladesh.
 


© Alessandro Grassani

 

Stefano De Luigi: Sulle tracce di Ulisse (da Sguardi 99)

L’Odissea è considerata uno dei capolavori della letteratura Occidentale. È stata composta intorno all’VIII secolo a.C. e insieme all’Iliade è una delle più antiche e più influenti testimonianze della cultura occidentale. L’epopea trae le sue radici da una tradizione orale trasmessa da poeti e bardi itineranti che la declamavano, a volte accompagnati da una musica monotona, nei villaggi e nelle città del mondo antico. Nella società contemporanea la rivoluzione informatica ha drasticamente cambiato la trasmissione delle informazioni e del sapere. Come il computer è diventato protagonista della nostra vita, così gli smartphone dominano sempre più i vari mezzi di comunicazione. Uno di essi può funzionare contemporaneamente come radio, telefono, fotocamera, videocamera, microfono e, se necessario, come un telegrafo. Con uno smartphone in tasca tutti possono essere dei narratori. iDyssey è un progetto fotografico multimediale che mira a collegare tra loro i due estremi della nostra civiltà: passato e presente. La più antica testimonianza della nostra eredità culturale, raccontata e rivisitata con il più contemporaneo dei media. Un’Odissea contemporanea raccontata solo con l’ausilio di due iPhone. Esistono diverse teorie che ricostruiscono il viaggio di Ulisse, partito da Troia alla volta di Itaca. Nessuna di esse ha mai potuto essere confermata. Tra le tante (inclusa un’Odissea ambientata addirittura nel mar Baltico) Stefano De Luigi ha scelto di seguire quella di un grande ellenista francese, Victor Berard, narrata nel suo Dans le sillage d’Ullysse del 1933. iDyssey, quindi, segue parte dell’itinerario più comunemente accettato. Il progetto include a oggi dodici tappe, da Troia a Itaca, passando attraverso Turchia, Tunisia, Italia e Grecia: 1 Troia (le rovine e dintorni, Turchia); 2 Ismaros (Alexandropolis, Grecia, i Ciconi); 3 Djerba (Tunisia, mangiatori di loto); 4 Nisida (Italia, i Ciclopi, Polifemo); 5 Stromboli (Italia, Eolo); 6 Monte Circeo (Italia, Circe); 7 Cuma (Italia, ingresso dell’Ade); 8 Palinuro (Italia, sirene); 9 Canale di Messina (Italia, Scilla e Cariddi); 10 Trapani (Italia, Isola del Sole); 11 Corfù (Grecia, Feaci); 12 Itaca (Grecia, ritorno di Ulisse).


© Stefano De Luigi

 

Alessandro Barteletti: Street photography (da Sguardi 62)

La street photography ha una caratteristica unica. La presenza del fotografo non è giustificata da alcun evento particolare, il suo interesse è rivolto a scene di ordinaria quotidianità. È lì solo per documentare attimi e situazioni di assoluta normalità. Essere discreti è la regola numero uno. Nulla è o deve essere costruito. L'abilità sta tutta nel saper cogliere il momento giusto dal punto di vista più interessante. Senza interferire o alterare la situazione circostante. È come diventare parte di un film che si svolge in diretta. Davanti ai nostri occhi si susseguono un'infinità di fotogrammi unici e irripetibili di cui non possiamo essere registi. Dobbiamo limitarci a registrare quelli che reputiamo più interessanti nel preciso istante in cui sono in onda. Senza poter mandare indietro il nastro. In un contesto così incontrollabile, bisogna mettercela tutta per non lasciare nulla al caso. La scelta della giusta attrezzatura e una adeguata padronanza tecnica, in linea con il proprio modo di osservare, rappresentano un ottimo punto di partenza. Ai tempi della pellicola, la classica Kodak Tri-X era la scelta più comune e probabilmente la migliore. Una resa di carattere, 400 ASA e una latitudine di posa senza eguali ne facevano la compagna ideale in situazioni di luce continuamente variabile e esposizioni da improvvisare. Oggi, nell'era digitale, tutto sembra più facile. Si può verificare immediatamente il risultato e si può scattare tanto. In un discorso prettamente tecnico, soprattutto con le reflex digitali di ultima generazione, qualunque sia la qualità della luce, il risultato è sempre ai massimi livelli. Si tratta di un'evoluzione che ha modificato drasticamente il modo di lavorare al punto da poter ormai considerare la sensibilità come un terzo parametro, al pari di tempo e diaframma. Se non se ne fa un uso legato ad uno stile specifico, il flash diventa superfluo. Nell'ambito della fotografia di strada è un lusso. Ma la reflex, in un campo in cui la piccola e silenziosa Leica a telemetro ne era l'icona, è davvero la scelta migliore? La risposta è soggettiva. Personalmente, nel momento in cui ho dovuto togliere dalla borsa la M6, ho faticato a trovare una sostituta adeguata. Le Nikon D2H D3 che uso con enorme soddisfazione in altri generi di assignments, sono troppo vistose ed invadenti in strada. Ho sempre ritenuto importante lo scambio di uno sguardo o di un sorriso con le persone dopo averle inserite nell'inquadratura. È una forma di gratitudine e rispetto, spesso il pretesto per darsi la mano e scambiare due parole dopo lo scatto. Con un tipo di attrezzatura troppo presente ho la percezione che si interponga qualcosa tra me e il soggetto. Diventa quel tipo di scudo tanto decantato dai fotografi di guerra ma in questo caso acquisisce una valenza negativa. Alle reflex ho perciò affiancato una compatta, una Coolpix P5100 con la quale ho realizzato parte di alcuni tra i miei più recenti reportage. Il feeling è ottimo, la disposizione dei comandi ricorda da vicino quella delle sorelle maggiori. Ho provveduto a disattivare i beep acustici e l'illuminatore ausiliario dell'AF per renderla ancora più invisibile. Stesso discorso per tutti i filtri interni, dall'anti-noise al D-Lighting. Preferisco un file inalterato da correggere in post produzione e in questo senso l'assenza del RAW è forse l'unico vero difetto. Ma se la scelta finale ricade sul bianco e nero, un piccolo trucco per nascondere i difetti legati alla presenza di rumore alle sensibilità medio-alte - entro certi limiti, se desaturato, sembra grana - la differenza rispetto ai files di una reflex è pressoché impercettibile in caso di stampa o pubblicazione.
 


© Alessandro Barteletti - Ground Zero, New York City, 2007

 

Monika Bulaj: Genti di Dio, viaggio nell'altra Europa (da Sguardi 23)

Profumo di legno bagnato e incenso, folle impazzite all'assalto dell'acqua benedetta, mormorii e silenzi di monasteri, donne invasate dalle lunghe gonne, foreste del Nord, labirinti d'acque, comignoli e lumini, greggi sotto la neve, montagne costellate di fuochi, lingue perdute, incantesimi. E ancora pellegrini in viaggio, santuari anneriti dalle candele, cimiteri ebraici, zingari e violini, carri a cavalli, icone, genuflessioni, ritmo carovaniero di litanie. È il mondo segreto di Monika Bulaj, viaggiatrice delle periferie d'Europa. Nella sua prima mostra di foto e testi sulle Genti di Dio, ci aveva mostrato, tra Baltico e Danubio, le frontiere della spiritualità orientale. Con questa seconda mostra va oltre, cerca le frontiere interne, immateriali, delle fedi. Compie un viaggio parallelo, esplora i territori franchi di coabitazione tra monotesimi. Mondi in bilico fra cristanesimo, islam e ebraismo, cattolicesimo e ortodossia. Per gli stereotipi che rompe, questo nuovo viaggio nel sacro di Monika Bulaj è forse la cosa più dissacrante che ci sia. Ci mostra musulmani che festeggiano il sabat, ebrei che leggono il Corano, musulmane che segnano la croce sul pane prima di metterlo in forno e quelle che pregano la Madonna, cristiani che pregano gli alberi e la luna e sgozzano le capre nei templi, feste della fertilità cui accorrono islamici e cristiani, sciiti che festeggiano con i sunniti l'apertura delle moschee. Ma anche l'orizzonte fisico si amplia, va molto oltre il mondo carpatico, si spinge lontano, in una nebulosa di luoghi ignorati, arriva ai confini del Mar Caspio, scende lungo il Bosforo, si addentra nella Istanbul più segreta, risale sui monti della Bulgaria dobe suonano le zampogne, si perde tra Tibisco e Danubio nella terra dove vivono gli zingari narrati dai film di Kusturica, risale a Nord verso l'Ucraina occidentale, nei monasteri dove sopravvive l'ortodossia più antica, più passionale, più radicata al grembo della grande madre Russia. Luoghi di fede passionale, mistica. Centri di resistenza quasi clandestina contro l'agressione dei pensieri unici e delle intolleranze. Mondi viscerali, nemici dei dogmi e delle gererchie, ma anche straordinari anticorpi allo scontro tra fondamentalismi.
 


© by Monika Bulaj - Slovacchia

 

Pier Paolo Mittica: Ashes / Ceneri (da Sguardi 96)

Pierpaolo Mittica è un fotografo particolarmente attento alle tematiche sociali e ambientali, agli oppressi, alle persone che non hanno diritto di parola, ai temi ecologici.
 Fino all’11 gennaio la Galleria Harry Bertoia di Pordenone propone Ashes / Ceneri (un titolo che fa riferimento ai devastanti effetti sociali ed ecologici causati dallo sfruttamento degli uomini e dell’ambiente, ma che in positivo indica l’urgenza di una svolta epocale e di una rinascita, a partire dalla conoscenza di ciò che è stato provocato da scelte politiche ed economiche) una mostra che documenta dieci ordinarie emergenze. Balcani: dalla Bosnia al Kosovo, 1997-1999; Incredibile India, 2002-2005; Chernobyl l’eredità nascosta 2002-2007; Vite riciclate, 2007-2008; Kawah Ijen - Inferno, 2009; Piccoli schiavi, 2010; Fukushima No-Go Zone, 2011-2012; Karabash, Russia, 2013; Mayak 57, Russia 2013; Magnitogorsk, Russia 2013. Dieci indagini che rappresentano squarci di realtà, notissime o quasi sconosciute, dove la sofferenza, l’abbruttimento, la violenza sono regolare accettata quotidianità. Per lo scrittore cileno Luis Sepúlveda «le fotografie di Pierpaolo Mittica possono essere ben definite da alcuni versi del poeta bosniaco Izet Sarajlić: "Sono tra quelli che ritengono/ che del lunedì si deve parlare il lunedì / il martedì potrebbe essere già troppo tardi". Ed è proprio pensando a quei versi che ho iniziato un viaggio attraverso le sue foto, un viaggio privo di ordine, molto personale, che comincia da un’immagine catturata in Bosnia Erzegovina nel 1997, e che dal bianco e nero urla il suo terribile discorso rivolto alla memoria dell’umanità. La foto mostra in primo piano i resti di una macchina per scrivere e sullo sfondo le rovine della città distrutta. Guardando quella foto, la mia prima reazione è stata di esclamare che si trattava indubbiamente della macchina per scrivere del poeta Izet Sarajlić, e ancora adesso mi rammarico di non potermi sedere insieme a lui nella Salerno che tanto amava per chiedergli se quella era la sua "arma inutile che sparava parole/ nella notte più buia di Sarajevo". […] Le immagini di Pierpaolo Mittica hanno la forza della contemporaneità, ci dicono che non dobbiamo attendere che la storia ufficiale passi al setaccio tutto ciò che invece dobbiamo fare urgentemente diventare parte della nostra memoria recente. Oggi, mentre scrivo queste righe, i piccoli schiavi del Bangladesh sono al lavoro. Oggi, in questo momento, migliaia di esseri umani di tutte le età, molti dei quali ciechi e malati di cancro, si stanno infilando nel cratere del vulcano Ijen, in Indonesia, per estrarne lo zolfo. In un viaggio dai resti di una macchina per scrivere assassinata in Bosnia fino a Fukushima, Pierpaolo Mittica ci conduce attraverso la nostra stessamemoria e la rende più forte, più ostinata e più ribelle. Le sue immagini sono il marchio d’identità della nostra epoca e, allo stesso tempo», conclude Luis Sepúlveda, «un invito a far diventare parte della nostra memoria personale quell’altra memoria che ci mostrano: la dolente memoria contemporanea dell’umanità».
 


© Pier Paolo Mittica. Kawah Ijen - Inferno. Indonesia 2009

 

Louise Hawson: 52 Suburbs Around the World (da Sguardi 83)

Nel 2009/2010 mi sono resa conto di essere una straniera nella mia città, Sydney. Così ho passato un anno a esplorare e fotografare un (nuovo) quartiere di Sydney ogni settimana in cerca delle bellezze dei sobborghi, condividendo le mie scoperte su un blog, 52suburbs.com.au. Il blog ha avuto molto successo e nel 2011 si è trasformato in un libro e in un'importante mostra, ed è stato ispirazione per questo secondo progetto, 52 Suburbs Around the World. Perché? Perché avendo scoperto come sia incredibilmente interessante curiosare nei cortili di una grande città, ricercando la bellezza sia nell'ambiente urbano che nelle persone, non vedo l'ora di farlo ancora, ma questa volta su scala mondiale. La mia voglia di esplorare il lato non-famoso di una città deriva dal desiderio infantile di essere sorpresa e di fare scoperte, piuttosto che seguire un percorso ben noto in cui le cose sono già state scoperte migliaia di volte. Voglio osservare la vita vera, perciò per me è molto più soddisfacente avventurarmi nei quartieri dove si conduce una vita normale. Sono una cattiva turista. Detesto seguire la folla, specie una folla di turisti. Lascio a loro i grandi monumenti, le Dieci Cose da Vedere, le visite imperdibili, io vado nei sobborghi/periferie. […] Trascorreremo gennaio a Hong Kong, febbraio a New Delhi, marzo a Istanbul. Quindi Parigi, Roma Berlino tra aprile e agosto prima di dirigerci verso New York a settembre e ottobre. Da qui visiteremo ancora una o due città ancora da stabilire, a novembre e dicembre. (Cioè, se avremo ancora qualche soldo; altrimenti ci ritireremo a New York per quegli ultimi mesi. C'è di peggio). Lo so, sono tutte città famose, ultra-fotografate; la mia missione è quella di ritrarne un'immagine più intima, immaginifica di quanto normalmente si veda. Come? Beh, non solo ignorerò i cliché da cartolina concentrandomi invece sul trovare la bellezza "comune"nei luoghi dove vive la gente "comune". Presenterò anche molte delle mie foto come dittici, (strano termine per due immagini affiancate) con una didascalia. È un modo giocoso di presentare immagini che mi permette di fare dei collegamenti tra cose apparentemente non in relazione tra loro tramite un colore, una forma, una trama comuni, una qualunque cosa unisca le immagini e crei un nuovo significato.
 


Hong Kong, Fringes. © Louise Hawson

 

Olmo Amato: Rinascite (da Sguardi 97)

Rinascite non era un’idea chiara in partenza, ma si è sviluppata tanto progressivamente quanto inaspettatamente. Ho iniziato raccogliendo e selezionando fotografie di paesaggi, non solo della Finlandia e della Norvegia, ma anche di altri miei viaggi: Germania, Scozia, Polonia e Italia. Un giorno, su internet, trovai delle meravigliose foto dei primi anni del ‘900 che erano state scattate da agenzie fotografiche statunitensi tra l’inizio del secolo e gli anni trenta. Tutto quel materiale, composto da decine di migliaia di scatti, era stato raccolto in un enorme archivio digitale, fruibile su internet, messo a disposizione dal Library of Congress di Washington. Era una fonte inesauribile di idee e risorse. Per buona parte si trattava di scansioni di lastre di vetro con emulsione ai sali d’argento, scattate con banco ottico. Erano fotografie di eventi pubblici e di vita quotidiana di abitanti di Atlantic City, Detroit e Washington. Decisi così di realizzare una serie di fotomontaggi utilizzando i miei paesaggi come luoghi dove far rivivere le persone di quelle foto. Da quando ho iniziato a fotografare ho sempre avuto l’impressione che le mie foto fossero incomplete, ma non nel senso di una foto sbilanciata nella composizione. Piuttosto ho sempre avuto l’idea che i paesaggi che fotografavo mi nascondessero qualcosa. Persino quando compongo l’inquadratura, considero quasi sempre la presenza di elementi e persone che in quel momento non sono fisicamente lì. Quello che immagino al momento dello scatto non sempre farà parte della composizione finale. La foto è solo il primo, incompleto momento del mio processo creativo. Ciò che mi fa riappropriare delle immagini è la tecnica del fotomontaggio, vista come alterazione del reale, dello spazio e del tempo. In Rinascite ho sempre cercato di evitare un’eccessiva manipolazione. Le immagini da cui parto per costruire fotomontaggi non sono mai più di due o tre. Il risultato finale è la realizzazione di una fotografia plausibile, che per quanto realistica deve necessariamente lasciare un dubbio sulla sua autenticità.A differenza della fotografia "tout court", nelle mie immagini cerco la discrepanza temporale, una sorta di "qui e ora" esteso nel tempo, come se l'istante fosse sostituito da un tempo dilatato, forse in qualche modo più cinematografico.
 


© Olmo Amato

 

Giulio Ciamillo & Elio Castoria: Pallacanestro in sala da posa (da Sguardi 74)

Il basket come ogni altro sport, come ogni altro evento è fotografato a seconda dell'utilizzo che il committente farà delle foto. Esaltare il gesto atletico nel suo complesso scattando dal basso verso l'alto, evidenziare il volto del giocatore al massimo della sua tensione scattando quasi all'altezza del giocatore, mettere in risalto la popolarità del gioco mostrando come sfondo il lato dell'impianto gremito di spettatori stando seduti a destra del canestro in attesa che il "superman" spicchi il salto giusto. Diverse angolature ma tutte apprezzabili per poter tradurre in immagine, a seconda se è richiesta semplice cronaca del giorno dopo o corredo di un  approfondimento dei giorni successivi di aspetti particolari non previsti, esaltazione dei gesti cestistici da parte di un periodico specializzato o un'azienda che veste o calza la squadra. Diverse ottiche, in postazioni adeguate, possono dare emozioni differenti con applicazioni differenti, in postazioni adeguate. Camere fotografiche applicate dietro il tabellone trasparente del canestro, immobilizzate dai magic arms, si intromettono, inopportunamente quasi a voler "violare la privacy" dei giocatori per riprenderli nel momento più intimo quello in cui sono riusciti a superare, a battere il proprio avversario e a depositare il pallone nel canestro. Anche lassù, a tre metri e zero cinque da terra, siamo sempre noi anche se comandiamo il tutto da terra. Finisce l'evento e pensiamo subito che avremmo potuto fare qualcosa che non siamo riusciti a fare, ma lo sport non ce lo permette perché  non possiamo fermare il soggetto, non possiamo intervenire sui tempi e sui ritmi, siamo umili traduttori che a modo nostro dobbiamo correre come corre il tempo del cronometro e come corrono gli atleti. Oltre al tempo è anche stretto lo spazio in cui avvengono le azioni più rilevanti. Gesti atletici improvvisi, tiri talvolta molto complicati da rendere fotograficamente perché eseguiti molto vicino al fotografo. In questo caso, ma crediamo in tutti i casi in cui si fotografa sport d'azione, il fotografo ha bisogno di molto allenamento e di molta confidenza sia con i comandi della macchina fotografica che con i segreti dello sport che fotografa. Una caratteristica fondamentale è conoscere le dinamiche dello sport per poi mettere sul fotogramma tutto quello che vorremmo mettere. Occorre rimanere a lungo ad osservare gli atleti che "danzano", scrutare i loro movimenti durante le "prove" (allenamenti) e nel corso dello "spettacolo" (partita) per scoprire progressivamente che, al contrario di quel che pensavamo, ci sono altre nuove frontiere fotografiche da superare, altri modi di interpretare quella danza, altre ottiche da poter sfruttare. Una meravigliosa avventura.
 


© Giulio Ciamillo - Elio Castoria

 

Gigi Soldano: Fotografare le moto da corsa e Valentino Rossi (da Sguardi 75)

Sono un fotografo legato al mondo dello sport, e nel mio caso, quasi esclusivamente, a quello delle moto da corsa. Viaggio in continuazione, spostandomi da un circuito all’altro in tutto il mondo. Le stagioni per me sono spesso all’opposto e se il fuso orario è tanto non cambia davvero nulla. Il jet lag non intacca il mio orologio biologico. Fotografia sportiva non è solo velocità nel realizzare il tuo scatto e quando i tuoi soggetti non sono solo le moto che sfrecciano veloci ma diventano gli uomini che le guidano avviene l’imprevedibile. Il tuo vero pilota idealmente scende dalla moto e la tua fotografia diventa ricerca, cura del particolare, analisi. Il tuo uomo "prende volto", assume sembianza, si definisce. Si alza la visiera scura che lo nasconde in volto. E sei entrato nella sua anima. Anche questa può essere fotografia sportiva. Da anni ho la fortuna di seguire sui campi di gara, e spesso anche al di fuori, un pilota unico come Valentino Rossi. Una conoscenza diventata nel tempo stima e amicizia. Sfogliando il mio simbolico album dei ricordi posso oramai rappresentare un personaggio che negli anni si è trasformato sia caratterialmente che fisicamente. Una preziosa raccolta di scatti dedicati a un grande dello sport. Spesso poi gli album diventano libri come nel caso di It’s been a great race. La possibilità di raccogliere uno spaccato di vita sportiva e non, durato ben sette anni. Una storia indimenticabile. Nemmeno un momento lasciato all’improvvisazione. Nessuna sbavatura. Sette capitoli, all'ombra di un uomo sempre più grande e sempre più forte. È stata la possibilità di frugare per molto tempo nell'anima sportiva di un soggetto esagerato, cercando di non perdere mai la sua vera identità. È stato come innamorarsi e poi continuarlo a fare. Ancora. Un grande vantaggio divenuto un vero privilegio. Veri segni. Forti, colorati e luminosi. Indelebili. Guai rischiare di perderli e non comprenderli! Ho sempre pensato: "Il giorno che parto e non dovessi averne voglia èmeglio lasciar perdere". Quando per tanti anni fai un lavoro come il fotografo sportivo spesso ticapita di tornare negli stessi posti come piste, autodromi, box e sale stampa. Spesso si ripetono situazioni di lavoro già vissute più volte, spesso ritrovi soggetti che ti si presentano consueti e uguali come la volta prima. Uno scenario spesso riproposto, uguale che ti porta alla noia. E su questo palcoscenico, che non ti sorprende più, devi invece continuare a sperare che i tuoi attori riappaiono diversi e sorprendenti. L’amore che hai per il tuo lavoro, la fantasia, il rapporto diretto instaurato con i tuoi attori, fanno la differenza. Un gioco, condiviso con qualche collega, è quello di riuscire a scattare un’immagine diversa da quelle che, prevedibili, tornerai a scattare come la volta prima. Il gioco consiste nel sentirti diverso ogni volta cercando di riuscire a interpretare in modo differente una realtà spesso consueta. È come sentirti un altro fotografo. Ti aiuta la luce, l’ottica di ripresa che per una volta vuoi utilizzare in un altro modo, la voglia di cambiare una realtà che conosci troppo bene.
 


Fotografare le moto da corsa (e Valentino Rossi) © Gigi Soldano

 

Fabio De Benedettis: Tra reportage e fotografia concettuale (da Sguardi 49)

Non ricordo molto della mia prima comunione, ma ricordo perfettamente che ricevetti in regalo una reflex 35mm. Era il 1980 e avevo appena 11 anni. Grazie a quel regalo conobbi subito un nuovo modo per dare sfogo alla mia creatività, e così cominciai a fotografare. All'inizio sistemavo oggetti epersone in modo ordinato, quasi geometrico, con l'ossessione di avere tutto sotto controllo, ogni cosa a distanza calcolata, senza lasciare nulla al caso, e devo ammettere che questa ossessione continuo tuttora ad averla. Ma essendo una persona molto curiosa mi accorsi ben presto che a volte non c'era il tempo per controllare e ordinare, quindi se volevo soddisfare la mia curiosità e catturare ciò che accadeva intorno a me dovevo seguire il mio istinto e rubare con gli occhi tutto ciò che mi era possibile. Pur essendo in conflitto tra loro, creatività e curiosità non mi hanno mai abbandonato, anzi continuano a influenzare il mio stile fotografico a tal punto che non ho ancora scelto un'unica strada nel mondo della fotografia, ma mi divido tra reportage e fotografia concettuale. Per molti anni la fotografia è stata per me soltanto una passione, ma dal 1996 è diventata una professione e come spesso amo dire anche uno stile di vita. Dopo aver lavorato alcuni anni a Londra come assistente per due differenti fotografi, l'uno ritrattista e l'altro fotografo di moda, ho scelto di diventare un freelance, senza nessun tipo di vincoli, ma libero di scegliere "cosa" e "dove" fotografare. I miei reportage nascono dalla pura curiosità di vedere e interpretare ciò che accade intorno a noi, con particolare interesse per paesi e situazioni totalmente differenti dalla realtà opulenta e ovattata del mondo occidentale, che noi a volte continuiamo a definire "normale". Il villaggio rurale nel sud dell'India, le capanne senza acqua ed elettricità nell'Africa subsahariana o le tende nei campi profughi, sono solo alcune delle situazioni in cui adoro lavorare. Essere a contatto con persone che vivono in situazioni critiche, con problemi a volte addirittura "primordiali" quali il cibo, mi trasmette emozioni forti, mi fa sentire veramente vivo, come se la vita vera fosse soltanto quella. Eppure, in questi contesti s'incontrano persone semplici, sorridenti, lontane anni luce dalla gente con cui siamo abituati a convivere. Fotografare in queste condizioni è logisticamente difficile, ma umanamente eccezionale. Malgrado le difficoltà, il cuore e il cervello non smettono di produrre curiosità, questa gente è un vivaio di stimoli, di input, ti offre mille colori, come la tavolozza del pittore. Più tempo passo a contatto con queste popolazioni e più difficoltà incontro a reinserirmi quando torno in Italia, come se a ogni cosa positiva che vivo con loro corrispondesse una cosa negativa nel mio paese, ma questo mi aiuta anche a vedere la nostra società con occhi differenti.
 


© Fabio De Benedettis. Studentessa Saharawi, scuola delle donne di Smara, Algeria

 

Fabrizio Ardito: Fotografare in cammino (da Sguardi 62)

Ogni chilo. Anzi, ogni etto conta. Me ne sono reso conto di colpo a Burgos, dopo una dozzina di giorni a piedi lungo il Cammino di Santiago quando, come tanti colleghi peregrinos, mi sono trovato in fila davanti all'ufficio postale con una bella scatola gialla piena di oggetti sacrificabili da spedire fermo posta a Santiago de Compostela. Una giacca di troppo, un lettore di cd con i dischi che avevo portato, un cavalletto e i rullini scattati sono così partiti, sulle ali delle poste spagnole, verso la meta che avrebbero raggiunto tre settimane prima di me. Con lo zaino alleggerito di poco meno di quattro chili, i giorni seguenti mi sono sembrati una delizia per le spalle e i tendini. Fotografare sulla strada, cioè portando sulle spalle oltre al necessario per la vita di tutti i giorni anche l'attrezzatura fotografica è giocoforza un inno all'essenzialità. Un solo corpo macchina, due obiettivi, nessuna focale lunga, un flash e poco più. Con in aggiunta l'obbligo di portare il tutto in uno scomodo marsupio che diventa un cilicio nelle giornate calde. Già che pensare di posare lo zaino per ogni scatto è assolutamente improponibile. Un caso, o per meglio dire una serie di coincidenze, mi hanno portato a percorrere la via di Santiago. Ci pensavo da anni e, alla fine, ho deciso di andare a vedere il tracciato, le tappe e soprattutto i camminatori da vicino. Non correndo in macchina a fianco della via, con qualche fermata per le foto più belle, ma da solo ea piedi, dal confine francese tra i boschi dei Pirenei fino alla costa atlantica della Galizia. E il fascino del grande itinerario che traversa la Spagna mi ha colpito in pieno rendendomi, poco a poco e un passo dopo l'altro, un pellegrino vero, cioè un camminatore che rifugge da ogni mezzo meccanico come da una diabolica tentazione. Catturato dal demone delle lunghe passeggiate, l'anno seguente ho deciso di percorrere il Sentier Cathare che traversa tutte le contrade francesi ai piedi dei Pirenei, dal Mediterraneo fino alle porte di Tolosa, seguendo le tracce della storia degli eretici albigesi. E, dopo un anno di vacanza per piedi e gambe, nell'estate del 2007 ho seguito il tratto italiano della Via Francigena dal passo del Gran San Bernardo fino al colonnato di Piazza San Pietro, a Roma. Fotografare in queste condizioni non è affatto banale: anzitutto non si può scegliere quasi mai la luce giusta e si prendono le inquadrature così come vengono regalate dalla strada: nessun camminatore sano di mente affronta deviazioni chilometriche solo per una foto migliore. O peggio decide di tornare indietro per godere della luce del tramonto sulla facciata di una cattedrale. Quindi i risultati sono stati spesso insoddisfacenti, a vederli con l'occhio di un professionista. Ma bisogna riconoscere che le immagini fatte dal di dentro lungo uno di questi lunghi cammini spesso sono uniche: la testimonianza cioè di cosa è un viaggio a piedi di un mese per chi lo percorre.
 


Camino de Santiago - verso Santo Domingo © Fabrizio Ardito

 

Eva Tomei: Alla ricerca dei luoghi di Proust (da Sguardi 72)

Nasce da un lavoro maturato del corso di due anni il progetto fotografico di Eva Tomei, Dalla parte di Marcel, una raccolta di fotografie dedicate a Proust, ai luoghi della sua vita, delle sue opere e al «modo propriamente fotografico» in cui Proust dava significato a ciò che vedeva e sentiva, come suggerisce Franco Speroni nelle pagine del libro dedicato a questa ricerca fotografica. Nelle immagini di questo omaggio a Proust (in mostra a Roma, presso la Scuola Romana di Fotografia, dal 22 settembre al 15 ottobre) ritroviamo naturalmente Parigi - Pigalle, il Parc Monceau, il Bois de Boulogne, i giardini del Louvre - e la Normandia delle lunghe spiagge di Cabourg, poi Venezia e Illier Combray, la cittadina dell'infanzia dell'autore. Sono immagini in bianco e nero, realizzate spesso con tempi lunghi e doppie esposizioni che rimandano alle sovrapposizioni temporali e alle stratificazioni anacronistiche della scrittura dell'autore. «L'idea - dichiara la fotografa - è nata dopo la lettura della Recherche du temps perdu, un romanzo che non dimentichi. È come se si fosse creato un spazio dentro di me, che chiedeva di essere espresso». Dal volume edito da Postcart (Dalla parte di Marcel), proponiamo - di seguito - l'introduzione di Paolo di Paolo. La prima cosa che si impara da Proust, è che i luoghi non esistono. Non è necessario arrivare in fondo alle migliaia di pagine della Recherche, per accostare questa verità essenziale. «E così, ogni volta che svegliandomi di notte mi ricordavo di Combray, per molto tempo non ne rividi che quella sorta di lembo luminoso ritagliato nel mezzo di tenebre indistinte, simili a quelli che l'accensione di un bengala o un fascio di luce elettrica rischiarano e isolano in un edificio che resta per le altre parti sprofondato nel buio». È illusorio, se non insensato, pensare che esistano davvero; che siano là, dove una mappa li indica. Mettiamo che io arrivi sino a Iliers, a un centinaio di chilometri da Parigi. Mettiamo che la giornata sia bella, che dalla stazione prenda Avenue de la Gare e voglia approssimarmi alle rovine del castello, con tutta l'intenzione di cercare infine il sentiero dei biancospini. Che sciocchezza. Avrei sbagliato tutto. Iliers non è Combray: tutt'al più, le somiglia. E il sentiero dei biancospini - per esistere - ha bisogno di un milione di cose. Un cestino abbandonato accanto a una canna da pesca (indizio della possibile presenza di Mademoiselle Swann). La nota prolungata emessa da un uccello invisibile. E soprattutto, una luce molto precisa: «così implacabile da far desiderare di sottrarsi alla sua attenzione». I luoghi non appartengono al sempre, ma alla magia di un istante che non si ripete. Come le fotografie. Le mappe in cui davvero li troviamo, sono scritte con i battiti del cuore. «Poi tornavo davanti ai biancospini come davanti a quei capolavori che si crede di poter vedere meglio dopo aver smesso per un poco di guardarli, ma avevo un bel farmi schermo delle mani per non avere nient'altro sotto gli occhi: il sentimento che risvegliavano in me continuava ad essere oscuro e vago e cercava invano di liberarsi, di venire ad aderire ai loro fiori».
 


Dalla Parte di Marcel - © Eva Tomei /Posse Photo. Cabourg, Normandia - Ragazza con aquilone sulla spiaggia