Inviati: Accanto, Italia, Europa

Emiliano Mancuso: Stato d’Italia (da Sguardi 81)

Renata Ferri scrive: «Cosa voglio raccontare? Questo si chiede sempre un fotografo quando affronta un nuovo progetto. C’è un tempo perfetto per la fotografia documentaria, è quello del cambiamento: tensioni, stati di crisi, guerre, rivolte, migrazioni, diaspore, emergenze ambientali e umanitarie. I fotografi, li conosco bene, sono aperti, curiosi, guardano sempre molto lontano. Il mondo è sempre a portata di mano, non ci sono confini e ostacoli al desiderio di andare a vedere; solo la censura e la violenza, figlie dei regimi totalitari creati dagli uomini, possono impedire loro il movimento della curiosità. Ho conosciuto Emiliano Mancuso come studente appassionato, poi l’ho visto crescere e diventare un fotografo della buona razza, quella dei viaggiatori. Ho seguito la sua lunga esperienza in Amazzonia e poi il bel lavoro ‘Terre di Sud’ (Postcart, 2008). È tornato a trovarmi per affrontare un nuovo progetto. Cercava una terra da esplorare, un luogo di cui ci si era dimenticati, un corpo ferito di cui parlare. Abbiamo fatto tre o quattro volte il giro del mondo. Quell’anno ci sarebbero state le Olimpiadi di Pechino e in America sarebbe stato eletto il primo Presidente di colore della storia, il Kosovo si proclamava Repubblica indipendente dalla Serbia, in Kenya gli scontri tra governo e opposizione incendiavano il Paese causando morti e migliaia di sfollati e nel Pakistan senza pace Benazir Bhutto veniva uccisa in un attentato in mezzo alla folla.Tutto accadeva sotto i nostri occhi e dovevamo solo scegliere cosa e dove andare a vedere. Eppure più lo studiavamo e cercavamo di comprenderlo e più avevo la sensazione che i grandi eventi internazionali ci stessero allontanando da qualcosa. Il nostro Paese stava scivolando in un’altra grande crisi politica, economica, sociale e culturale che ci avrebbe ancora una volta messo di fronte alle nostre scelte, alle domande sul futuro, alla voglia di fuggire o restare e rimboccarci le maniche. […] Non dobbiamo andare lontano. È tempo di stare qui, di guardare e di capire. E la fotografia può aiutare. Strumento narrativo efficace, sa come farlo: immediata, personale, coinvolta e partecipe. Pone domande, induce al dubbio. Registra i cambiamenti. Punta al cuore, lo sappiamo. Emiliano parla la sua lingua, quella della fotografia documentaria che ama e che segue. Usa il bianco e nero che rafforza la difficoltà di questo tempo. Filtra e sceglie, così come fanno gli autori dei testi. Un lavoro corale che abbiamo svolto diligentemente, un compito necessario, guardando la realtà e scegliendone dei frammenti, selezionando storie che hanno naturalmente dato vita a capitoli del nostro presente. Ci siamo trovati con tre anni di lavoro in mano, ridurli in un libro ci ha portato notti insonni e discussioni su come e cosa rappresentare. Scremando abbiamo abbandonato singole immagini. Scelte necessarie e dolorose rinunce. Il risultato è un viaggio nell’Italia di oggi che sembra tanto quella di ieri. Una fotografia capace di commuovere e di comprendere, quella che autenticamente cerca di raccontare il mondo, scevra dai vizi commerciali, lontana dalle sirene del mondo dell’arte, si potrebbe definirla impegnata ed è ancora un aggettivo che mi piace usare. Questo lungo viaggio non rinuncia mai allo sguardo sulla condizione umana, sul lato vulnerabile degli individui. È questa l’unica sincerità possibile.
 


Lampedusa, Agrigento. Un gruppo di migranti attende di essere trasferito con un ponte aereo in un centro di accoglienza sulla terraferma. © Emiliano Mancuso

 

Massimo Vitali, City Coasts (da Sguardi 91)

City Coasts di Massimo Vitali presenta una selezione di punti di vista su spiagge, supermercati, parchi, viali, dove si muovono moltitudini di persone, riconoscibili, anonime. Come scrive Whitney Davis in Natural Habitats, «nelle comunità umane fotografate da Massimo Vitali ci sono tipi specifici (addirittura definibili mediterranei o americani) di consuetudini sociali da osservare in alcune delle loro configurazioni caratteristiche. Vitali incornicia le sue fotografie di questi riflessi con domande ironiche e alla fine piene di ansia: è solo nel "prenderla alla leggera", nell’"andare in vacanza", o nell’"essere un turista" che gli esseri umani riescono a raggrupparsi pacificamente con i loro simili? Che serenamente si espongono alla carezza della natura? È solo così che riescono o lo vogliono? Che il loro mondo ha posto per questo? Che può essere veramente sano e sicuro come sembra? A prescindere dalla sua acuta osservazione sociologica, uno di risultati più sorprendenti della zoologia di Vitali è la sua scoperta visuale delle conformità istintive dell’essere umano indipendentemente dal luogo o dalla lingua, per lo meno nei luoghi speciali – a volte anche singolari, che ha scelto di studiare. Se questa è antropologia, ci rivela un’ecologia umana. E se si tratta di critica sociale, non è ostile alla società – Vitali sembra provare grande affetto per le comunità che ritrae – ma piuttosto intesa a chiarire che tipo di società siamo, o meglio, potremmo essere. Gli istinti che Vitali vede nei suoi soggetti potrebbero essere la nostra più grande risorsa e capacità di recupero; potrebbero anche però essere la vera ragione della mancanza e della perdita di oggi. Perché uniformarsi al mondo significa anche permettere al mondo di uniformarci».
 


Pic nic Senate, 2000 © Massimo Vitali

 

Franco Carlisi: Iàvàivòi (da Sguardi 48)

Una masseria, qualche animale, una storia d’amore, una coppia digiovani siciliani, due immigrati (un marocchino, un albanese), la campagna agrigentina, il ritorno dai campi, gli interni della casa, la sera e la notte. Questi sono gli elementi diIàvàivòi, il lavoro più recente di Franco Carlisi attualmente in mostra presso le Officine Fotografiche di Roma, che così lo presenta sinteticamente: "Iàvàivòi è un reportage su una piccola comunità multietnica che vive a Grancifuni, nell’entroterra siciliano. La globalizzazione ha indebolito la percezione del senso di appartenenza portando l’uomo a riconoscere la propria identità in una mera affiliazione etnica o religiosa. Negando una società fatta da individui in cui si sono stratificate diverse identità simultanee. A Grancifuni il bisogno di identità si estrinseca nella naturale necessità di relazione all’interno della comunità e porta a comuni appartenenze ad identità collettive. Individui diversi, dalle diverse origini, a Grancifuni, in una terra di nessuno si riconoscono in una sola identità: quella universalmente umana". Dal testo "Fotografie in versi" che Gigliola Foschi ha scritto perIàvàivòi: "Fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione…", ha sempre sostenuto la fotografa americana Nan Goldin. In sintonia con il lavoro di questa autrice, il siciliano Franco Carlisi crea immagini che sono a loro volta un viaggio di avvicinamento verso gli altri, verso la loro vita, le loro emozioni. Fatto di frammenti carichi di momenti intimi e intensi, di sguardi e carezze, il suo modo di narrare è come una poesia in cui ogni immagine diviene un verso capace di dar vita a un piccolo mondo aperto verso l’immaginazione di chi osserva. Protagonisti delle sue immagini sono Anna eDavide e la fatiscente masseria in cui vivono assieme a un marocchino e a unalbanese. Isolati in campagna, nei pressi di Agrigento, coltivano la terra e allevano qualche cavallo, qualche gallina, un gallo, due cani, alcune pecore. Se il lavoro di Ferdinando Scianna sui riti popolari è stato – come egli stesso racconta – un modo "per salvare qualche cosa che si stava perdendo (…) un grande sventolio di fazzoletti già nostalgico nei confronti di un certo mondo che era poi quello contadino", nell’opera di Carlisi tale bisogno di salvaguardare la memoria della sua terra non trova più soggetti "forti" e neppure i profumi di un tempo. Anna e Davide conducono una vita certamente dignitosa, fatta di gesti che conoscono ancora il sapore delle cose e della natura, ma è come se su di loro, sulla loro vita di contadini radicati alla terra, fosse caduto una sorta di velo che li abbandona alla marginalità e li rende socialmente invisibili, ininfluenti. […] I viaggi di Carlisi, verso la masseria in cui loro abitano, nascono quindi dal bisogno di ridare voce, visibilità, a chi vive nell’ombra. E’ come se l’autore avvertisse che la loro vita, forse proprio perché marginale, può ricordarci e far riemergere un mondo di valori, emozioni e sentimenti che ci appartiene intimamente, ma che stiamo dimenticando. […] Carlisi non fotografa infatti per descrivere, ma per superare la barriera che lo divide da quanto sta guardando, per infrangere la superficie della realtà ed entrarci dentro. Il suo è una sorta di sentire vedente che mette in discussione la visione logocentrica e la distanza dello sguardo, rivelando le possibilità tattili edemozionali del fotografare.
 


© Franco Carlisi - Iàvàivòi

 

TerraProject & Wu Ming, 4 (da Sguardi 92)

Dalla collaborazione tra i fotografi del collettivo TerraProject e lo scrittore Wu Ming 2 è nato il progetto 4. 4 è una mostra itinerante, curata da Daria Filardo, che ha visto la prima tappa a Firenze lo scorso novembre. 4 è un libro autoprodotto, è un dialogo tra il linguaggio della scrittura e quello della fotografia, curato da Renata Ferri e con il design di Ramon Pez. «Abbiamo fatto un vero lavoro di sottrazione per arrivare al risultato attuale: quello necessario per suggerire, porre domande e introdurre alla lettura più emotiva», spiega Renata Ferri. «L’incontro con Wu Ming che, con la scrittura, tesse la trama di quello che sarà l’oggetto finale, restituisce oggi un racconto per immagini e parole che attraverso i quattro elementi - aria, acqua, terra e fuoco - percorre l’Italia. La sfida di realizzare un’opera sincretica, dove la realtà del documento fotografico invita la scrittura a possibilità narrative libere e fantastiche per consentire molteplici letture». «4 è nato nel 2006, ma noi all’epoca non lo sapevamo. Avevamo in mente di raccontare il nostro Paese seguendo la mappa di un’Italia minore», argomenta Rocco Rorandelli di TerraProject. «E volevamo farlo sperimentando con le possibilità creative offerte da una scrittura collettiva omogenea, dove la pratica fotografica è realizzata da quattro fotografi, ma percepita come unica. In sintesi, sapevamo da dove iniziare, ma non dove saremmo arrivati. Vari anni dopo, quello stesso esperimento stilistico sarebbe divenuto l’originale simbolo espressivo del collettivo e, dalle centinaia di provini a contatto, sarebbe emerso un ampio archivio di testimonianze umane e geografiche in cui la nostra visione dell’Italia si poteva organizzare facendo appello ai quattro elementi classici. In Terra abbiamo ripercorso sismi antichi e recenti. Con Acqua abbiamo raccontato l’antropizzazione delle nostre coste. Fuoco ha esplorato visivamente i vulcani attivi italiani e infine in Aria ci siamo soffermati sull’inquinamento delle aree urbane industrializzate».
 


Isola di Stromboli, novembre 2008. Il faro del porto al tramonto. © TerraProject

 

Marco Bulgarelli: Danubius (da Sguardi 93)

Il mio primo viaggio nell’Europa dell’Est, in Ungheria, risale all’alba degli anni ‘90 e si è impresso nella mia memoria come un marchio a fuoco. Arrivai con il treno alla stazione di Budapest e fin da subito realizzai che quella era la mia terra: mi sentivo a casa e tutto mi sembrava, come negli anni della mia infanzia, più semplice e puro, aveva il sapore dei valori perduti. Vagabondavo per l’Ungheria quasi prigioniero di una dimensione che coincideva con il mio mondo interiore, quasi una sua irreale estensione. Unico filo d’Arianna, il corso placido e maestoso del Danubius, Dio dei fiumi per gli antichi romani, motore immobile di tutti i miei pensieri. Sono stato sempre attratto e sedotto dai fiumi, come un bambino nei confronti del mare, perché mi trasmettono pace, armonia e mi permettono di viaggiare con loro per monti e per pianure, ma anche nelle viscere della terra e nell’arco del cielo, ad abbracciare il cosmo. L’amore per l’Est e per i fiumi ha per me la stessa natura, la natura di un abbraccio interminabile, e questo progetto scaturisce da questa consapevolezza. Si è trattato di un viaggio alla ricerca dell’identità europea dopo l’allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale ma anche alla ricerca della mia identità dopo che "karmici" terremoti interiori mi avevano sollevato molti interrogativi, lasciandomi la necessità di ricongiungermi con il mondo. Le frontiere che attraversavo, più che una separazione tra paesi, rivelavano la presenza di una soglia critica, nella quale i conflitti interiori e il confronto con se stessi diventano sempre più acuti. […] Il Danubio è l’unico fiume al mondo che passa per dieci stati della vecchia e nuova Europa. Da una parte è il simbolo dell’unità, come una lunga cicatrice che lentamente guarisce e presto diventerà invisibile. Dall’altra parte divide il continente a causa delle differenze storico-culturali. Certamente l’identità europea è in movimento e in lenta trasformazione. La frontiera che un tempo vanificava la ricerca dell’altrove, del territorio dell’utopia, oggi è diventata un’opportunità per chi non ha trovato posto nella sua terra.
 


© Marco Bulgarelli - Belgrado, affollata spiaggia sul lago Sava nei pressi dell'’isola Ada Ciganlija

 

Luca Nizzoli Toetti: Almost Europe (da Sguardi 95)

Il progetto Almost Europe è un lavoro di fotografia documentaria alla ricerca dell’Europa, degli europei, attraverso i gesti e i percorsi della quotidianità, che si sviluppa nell’eterogeneo tessuto sociale, culturale e urbano del vecchio continente. Un approfondimento sull’Europa, lungo percorsi che ne attraversano o ne tangono il territorio. Un progetto che vuole stimolare un confronto, una riflessione sull’evoluzione dei luoghi e dei loro abitanti, dei nostri luoghi e di noi stessi. Documentare l’attualità e le dinamiche dei paesi europei e degli stati a essi vicini, può servire a meglio comprendere i meccanismi che regolano i delicati rapporti tra le genti che popolano la terra dall’ampio sguardo, ovvero l’Europa, nel suo significato etimologico. Così il viaggio, il cammino e l’incontro, la partecipazione, si fanno testimonianza, colmando quel bisogno di riconoscimento di cui l’uomo non è mai pago. Una testimonianza libera da committenze preventive che persegue l’accettazione e il rispetto tramite l’osservazione e il confronto. Almost Europe è un vero e proprio work in progress, che a ogni viaggio si arricchisce di nuovi contenuti, nuove fotografie. Il primo prodotto tangibile del progetto, oltre al virtuale sito www.almosteurope.org, è il libro Almost Europe (pp. 128, euro 25, edito da Postcart, da cui sono tratte le fotografie della gallery), un’esplorazione oltre la "cortina blu" dell’UE, il nuovo confine disegnato a est dopo l’ultimo allargamento della comunità. Un viaggio da Kaliningrad a Istanbul, attraverso Minsk, Kiev, Chisinau, Odessa, Tiraspol. Non solo uno sguardo al di là di un confine geografico ma anche temporale, varcato il quale si torna indietro nel tempo, verso un passato dimenticato.
Il lavoro di documentazione mi ha poi portato a viaggiare, in treno, di città in città, attraverso l’Europa lungo le direttrici nord/sud da Narvik Pozzallo, ovest/est da Lisbona San Pietroburgo. L’anno prossimo sarò impegnato nell’ultima tappa, da Reykjavik Nicosia. Cercando di trovare una risposta alla domanda che mi sono posto prima di iniziare: cos’è l’Europa? […] Una mia visione di Europa, il teatro che ho scelto per la mia ricerca.
[…]
La città, la folla, sono gli elementi che pungolano la mia necessità di sovvertire un destino di solitudine, indifferenza, estraneità a cui mi abbandono per farne virtù: sfrutto l’anonimato per immergermi nella massa frettolosa con lentezza, senza far nulla ma inseguendo ogni cosa. Fermo a un crocevia, attento solo a ciò che accade in quell’istante, mentre tutto intorno vive l’equilibrio caotico degli attimi, delle coincidenze, degli incontri, ne divento l’unico spettatore volontario. Nessuno si accorge che sto guardando, nessuno immagina che io stia rubando, per non disperderlo, ciò che abbiamo di più fugace: il patrimonio della quotidianità, la ricchezza dei suoi gesti in via d’estinzione, le sue meraviglie effimere e potenti, il significato dei nostri percorsi, il senso delle nostre abitudini. Oltre la durezza delle città, lo spettacolo urbano offre uno scenario poetico.
 


© Luca Nizzoli Toetti

 

Massimiliano Palumbo: Contemporary Calabria (da Sguardi 73)

Old Calabria, il libro che lo scrittore inglese Norman Douglas scrisse dopo i suoi viaggi nel sud Italia tra il 1907 e il 1911, è diventato contemporary nel viaggio che Massimiliano Palumbo, fotografo e giornalista calabrese, ha intrapreso cento anni dopo sulle sue tracce. Lungo le strade della regione più meridionale della penisola, un andare spesso non semplice, a causa del tempo a disposizione quasi mai sufficiente, con l’obiettivo di pubblicare due volte a settimana un lungo reportage su Il Quotidiano della Calabria la scorsa estate. Tanti chilometri percorsi in un solo giorno e permanenze di poche ore: ispirazioni fulminee e scatti colti al volo, anche quando a fine viaggio la foto giusta sembrava mancare. Un secolo dopo il tour di Douglas, la Calabria appare trasformata, eppure con dei tratti talvolta immutati. Di seguito pubblichiamo gli incipit di due puntate, dedicate a Rossano e Spezzano Albanese. […] Rossano. 
Roccia rossa e alberi verdi. Dalla pianura bagnata dal Mar Jonio, fino in collina, «en plein Byzance». L’itinerario tra i vicoli di Rossano comincia da un corso definito «una delle vedute più belle d’Europa». Era il 1935 quando il Touring parlò di quella «passeggiata» in via Santo Stefano. Alla fine della strada sorgeva una balconata da cui poter ammirare costa e centro storico. Bastava solo voltare lo sguardo a destra e poi a sinistra. Di fronte, invece, uno strapiombo apriva la visuale su coltivazioni d’ulivo, rocce e fichi d’India. Quella veduta ora non c’è più. A rovinare il panorama ci pensano dei giganteschi tralicci dell’alta tensione, mentre lungo il corso è stata realizzata una serie molto colorata di case popolari. «Colpa del lavoro che non c’era – racconta il preside Giovanni Sapia, all’epoca sindaco della città -. Erano gli anni 50 e gli operai chiedevano con forza di poter lavorare». […] Spezzano Albanese. 
Il paese rivoluzionario riposa, accarezzato dalla brezza e dal sole tiepido. Un uomo in canottiera, calzini e ciabatte attraversa la strada lentamente, mentre un bimbo si aggira in bici tra i vicoli, zigzagando con velocità. Anche via Roma riposa, qui Douglas fu ospite di una locanda, ora chiusa. Al suo posto c’è una casa. La signora che vi abita è la nipote degli sposi che accolsero lo scrittore inglese. «Ricordo poco di mia nonna - racconta la signora Esterina Pace -, ero piccolina, comunque parlare di queste cose è bello, i ricordi ci danno più vita». La signora Esterina è gentile, ha gli occhi vispi e un sorriso sincero. E se non fosse per la «messa imminente, vi avrei fatto accomodare offrendovi qualcosa». Quelle battute, scambiate sull’uscio di casa, dimostrano un aspetto importante delle vecchie generazioni, un aspetto che non sfuggì allo stesso Douglas: «La cordialità naturale a tutte queste donne». «Sì, è vero, quelle della mia generazione sono tutte così, ma ora le cose sono cambiate: si sono imbastardite», spiega ancora la signora Esterina. Il tempo che avanza ricorda l’approssimarsi della funzione religiosa e l’anziana donna saluta, ma non prima d’aver ricordato che a breve riceverà la visita di uno scrittore americano: «Ma non ricordo il nome, so solo che anche lui è interessato alle vicende di Old Calabria».
 


Capo Colonna © Massimiliano Palumbo

 

Sandro Santioli: I colori dell’Islanda (da Sguardi 77)

L’Islanda dall’alto è un paese straordinario. Spero che le immagini pubblicate lo possano testimoniare. Questo è anche un luogo dove la natura apporta cambiamenti continui alla morfologia del paesaggio. Ho rifotografato a luglio 2010 l’area vicina al vulcano Eyjafjallajkull dopo l’eruzione di aprile che aveva bloccato il traffico aereo in mezzo continente. Le grandi quantità di ceneri, lapilli, minerali eruttate avevano cambiato l’aspetto delle aree circostanti e i colori dei ghiacciai, dei fiumi, delle ampie distese non erano più gli stessi. Magicamente trasformati e meravigliosamente ridipinti. Questa dell’Islanda aerea è una visione dei luoghi e della loro essenza, proiettata verso l’immaginario, quasi a ricercare un confine tra realtà e astrazione. In questo tipo di sintesi non mi interessa la realtà pura e semplice, ma la sua trasformazione in un punto di vista soggettivo, così da renderla un mio processo ri-creativo. Un paesaggio fisico, che esiste ma che fa sognare allo stesso tempo. Con quest’approccio focalizzo l’attenzione sulla luce, sulle forme, sul colore, sulla composizione. Il mio interesse in fotografia è concentrato soprattutto nella ricerca e nella trasmissione di un senso di armonia e di bellezza: valori che percepisco ovunque nel mondo, da tutte le cose, persone o luoghi che mi circondano. Bellezza e armonia sono essenziali per vivere. Queste immagini portano con sé un messaggio: coloro infatti che percepiscono la bellezza, imparano a riconoscerla e a rispettarla. Che sia nel viso in una persona, nel corpo di una donna o di un uomo, nella fierezza di un animale, nella forma di un oggetto, nella maestosità di un paesaggio.
 


© Sandro Santioli

 

Nicola Gronchi: L’inferno dentro, l’ex Manicomio di Volterra (da Sguardi 76)

Dal regolamento interno: "Gli infermieri non devono tenere relazioni con le famiglie dei malati, darne notizie, portar fuori senz’ordine lettere, oggetti, ambasciate, saluti; né possono recare agli ammalati alcuna notizia dal di fuori, né oggetti, né stampe, né scritti...". 10% di deceduti per percosse magnetico-catodiche; 40% per malattie trasmesse; 50% per odio, mancanza di amore e affetto. Attualmente la struttura è in un profondo, tragico e inquietante processo di totale abbandono e il camminare in quei luoghi trasmette un infinito senso di rabbia e impotenza, sentimenti che insieme alla solitudine venivano sicuramente percepiti dai pazienti rinchiusi in un inferno senza tempo.L’Ospedale, dopo la sua chiusura, è diventato tristemente famoso per i graffiti di Nannetti Oreste Fernando, 180 metri di muro esterno in cui NOF4, come lui stesso si firmava, ha inciso nei lunghi anni di degenza un’opera enciclopedica di sentimenti, biografie e crimini subiti e testimoniati. Parole, poesie, disegni scavati nella pietra gialla con la fibbietta del gilet della divisa dei matti reclusi. L’Ospedale ha ispirato il cantautore Simone Cristicchi nella sua "Ti regalerò una rosa", immaginaria lettera di Antonio, chiuso in manicomio da quando era bambino. Le mie immagini vogliono essere una cruda testimonianza e uno spunto di riflessione per dare ancora più pregnanza agli sforzi profusi da Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano che si è battuto con tutte le proprie forze per la chiusura, nel 1978, di questi Konzentrationslager autorizzati. I manicomi erano veri e propri luoghi di contenimento fisico in cui si praticavano terapie farmacologiche molto invasive, spesso unite a veri e propri maltrattamenti. La loro chiusura ha permesso di far progredire una nuova possibilità di assistenza medica, non mirante al quasi annientamento del malato mentale, ma al suo nuovo coinvolgimento all’interno della società, sostenuto dall’ambiente familiare e dall’aiuto terapeutico, perché la persona con disturbi è comunque e prima di tutto un essere umano che merita di mantenere legami sociali e lavorativi.
 


© Nicola Gronchi - Il manicomio di Volterra

 

Maurizio Gjivovich: Attraverso gli occhi della gente (da Sguardi 49)

Per me il reportage è tutto, trovo eccitante il racconto attraverso gli occhi della gente, il contatto e il racconto che ne segue sono frutto di una mia curiosità, di una voglia di conoscere che credo sia nel cuore di ogni fotografo. Ogni anno viaggio per lavoro e non solo. Scelgo le mie mete sempre in funzione del mio racconto. E negli ultimi anni la mia passione è diventata un lavoro vero e proprio. E così anche il mio modo di raccontare è cambiato preferendo il colore dalle tinte forti al bianco e nero classico, frutto di una ricerca personale che è in continuo movimento. Alla fine di ogni mia esperienza passano mesi in cui osservo e analizzo con cura il lavoro realizzato cercando di fare una scelta accurata delle foto che poi rappresenteranno il mio lavoro. Penso che un fotografo debba prima di tutto essere un contemporaneo nelle immagini che ritrae e che debba avere la dote dell’osservare tanto gli altri quanto se stesso. Il reportage sociale è l’argomento che ho sviluppato negli ultimi anni. Negli ultimi reportage ho cominciato a raccogliere anche moltissimi documenti audio. Ogni situazione in cui trovo l’emozione e lo stimolo per un’immagine cerco di completarla con una parte registrata audio. Può sembrare una banalità, ma al ritorno da ogni viaggio trovo stimolante lasciare l’audio scorrere mentre osservo il materiale fotografico raccolto. Sono affascinato dalle potenzialità che il tempo dona alle immagini, rivedo le fotografie dei miei viaggi in Kosovo nel 2001 e in Bosnia nel 1998 negli anni successivi alla guerra e trovo che il tempo abbia segnato qualcosa di unico se non irripetibile, l’appartenere in qualche modo alla storia ha fatto di un reportage di attualità un lavoro molto più approfondito. In altre mie esperienze ho adottato lo stesso concetto: in Medio Oriente il mio lavoro "Artisti della Palestina" ha avuto inizio nel 2004, in un periodo storico importantissimo; oggi quelle immagini rappresentano una testimonianza unica. Il lavoro di fotografo ha una responsabilità immensa di fronte al tempo e questo lo rende ancora più affascinante. Nella raccolta fotografica qui esposta vi sono immagini di viaggio in Marocco (il mio ultimo lavoro) in cui viene raccontato il luogo degli immigrati attraverso gli occhi dei genitori rimasti in patria. Ho cercato un modo diverso per raccontare un tema così complesso come l’immigrazione, entrando nella loro vita ma cercando di essere sempre molto discreto e certamente meno invadente possibile. La scelta del colore era obbligata in una terra intrisa di colore e di tradizione. Il colore fa parte fondamentale degli ultimi reportage realizzati. La Georgia e i suoi profughi raccontati con la dignità e discrezione, per dare la giusta autenticità ai luoghi, a quelle periferie fatiscenti, ad un luogo dimenticato ma tutt’ora di attualità.
 


© Maurizio Gjivovich - Romania

 

Carlo Gianferro: Condominio multietnico
 (da Sguardi 23)

Con le fotografie che ho scattato in questi due mesi ho voluto raccontare la quotidianità e la storia di Caius e Agatha. Nigeriani arrivati in Italia circa venti anni fa. Una storia che inizia con una fotografia appesa su una parete della loro casa. Una storia che si intreccia con altre storie. E che moltiplica gli incontri e le conoscenze. 
Un pranzo, con amici eccellenti della comunità africana dove il cibo viene benedetto da un alto prelato papale. Una storia culinaria e conviviale che diventa un reportage. Una giornata nel negozio di parrucchiera di Agatha dove raccolgo la quotidianità dei clienti e dei lavoranti fatta di bellezza e di serenità. Scatti che diventano piccoli reportages. Altri racconti fotografici si intrecciano guardando i manifesti elettorali appesi dentro i negozi dei miei amici. Loro partecipano e caldeggiano per i loro candidati alle storiche elezioni del "Candidato aggiunto extracomunitario" per il Comune di Roma e mi trascinano ai loro comizi elettorali. Le parole e le orazioni diventano ancora reportages. Le immagini politiche si amplificano e mi trasportano alla grande manifestazione Italia-Africa. In quel contesto ho cercato di raccontare e trasformare in ogni singola foto le piccole storie di persone estremamente ordinarie che diventano uniche negli attimi mentre si salutano, filmano, contestano allegramente o guardano e parlano. Altri piccoli racconti dentro un unico reportage. Le stesse emozioni che ho cercato di registrare durante il matrimonio di amici di Agatha e Caius. Incontri con persone allegre e ispirate che partecipano alla conclusione nuziale di un grande atto d’amore portando tutta la loro Africa dell’abbigliamento, nella gioia e nella profonda spiritualità. Un altro reportage. E tutte queste storie fatte di espressioni, sguardi, sorrisi, ho cercato di coglierle ed impressionale nella carta satinata delle fotografie. Da una semplice stretta di mano e un sorriso di un vicino di casa ho incontrato un mondo africano ricco di semplice cordialità.
 


© Carlo Gianferro

 

Giulio Archinà: La Calabria dall’alto (da Sguardi 63)

Vivo da sempre in Calabria e ho imparato ad osservare il suo paesaggio, geografico, antropico e sociale, da punti di vista sempre diversi. Per me raccontare questa difficile regione attraverso la fotografia ha significato l’unico possibile strumento per interiorizzarla, per entrare in relazione attiva con la sua gente, le sue istituzioni, il suo paesaggio, ossia per viverla con pienezza superando, almeno parzialmente, frustrazioni e sottomissioni. Poco alla volta la mia urgenza espressiva è diventata un lavoro, una professione che svolgo ininterrottamente da quasi venticinque anni.[…] Fotografare dal deltaplano è incantevole, nel senso che l’incanto e la meraviglia di un paesaggio così vario come quello calabrese non può forse essere esperita in modo così incondizionato che dall’alto. Forse può dirsi lo stesso per ogni scatto, ma ogni volta che mi capita di ritornare sullo stesso luogo, siano i boschi della Sila, o le coste del Tirreno, o anche le fiumare o le cittadine più interne delle Serre, tutto è sempre diverso. La stagione, l’ora del giorno, il clima cambiano radicalmente la prospettiva del viaggio. Volare in deltaplano permette di entrare in relazione profonda con la terra. Dapprima si resta paralizzati dalla meraviglia scatenata dal punto di vista inusuale, poi, poco alla volta, appena la ricerca diventa più approfondita, si impara a entrarci in rapporto. La prima relazione che si stabilisce è con l’aria. È lei che ti sostiene, che ti spinge o che ti respinge. Il rispetto è la prima regola che si impara. In deltaplano non si viaggia a priori del clima, del tempo metereologico, ma in armonia con esso; bisogna quindi imparare a interpretare. Il concetto di  distanza assume valenze inconsuete. In un attimo voli sostenuto da una corrente che ti porta dove desideri in un altro ti infrangi contro una corrente che non ti fa passare. In volo bisogna sapere accettare i no, e aspettare che la terra ti accolga di nuovo fra le sue meraviglie. Il rapporto di passione e di fiducia che si instaura poi con il pilota è importante, si deve condividere la passione per il viaggio, la voglia di raggiungere la meta, la capacità di saper rinunciare e non spingersi troppo oltre e la caparbietà di riprovarci con fiducia. Io volo solo con un pilota ed è un viaggio che compiamo insieme, lui con la sensibilità delle sue braccia, io con quella del mio occhio, non possiamo parlarci, non possiamo guardarci, dobbiamo intenderci con un gesto e muoverci in sintonia per bilanciare una virata per assecondare il vento, per capire i nostri limiti e quelli del mezzo.
 


© Giulio Archinà - Autoritratto, Bianco 2006

 

Alfonso Di Vincenzo: Tracce di migranti e paesi fantasma (da Sguardi 92)

In Calabria e Basilicata, con Alfonso Di Vincenzo, tra barconi dei migranti abbandonati sulla riva dell’approdo e paesi abbandonati da cinquant’anni. «Il lento cigolare di catene e legno ritmato dal costante suono delle onde che arrivano a riva, lungo la desolata splendida spiaggia di Camini, piccolo comune calabrese in provincia di Reggio Calabria, racconta malinconicamente la presenza di quello che doveva essere un peschereccio, ma che ora è un relitto arenato su un fianco. […] Un bambino del posto gioca con una lunga catena che parte dalla spiaggia, si perde in mare e spunta nuovamente agganciata ad un maglio del relitto. La barca è piena di stracci, borse, tende distrutte, porte in legno sventrate e sui suoi fianchi tanti disegni coloratissimi. Ma soprattutto scritte in arabo. È una delle cosiddette carrette del mare, quelle barche ormai prossime all’affondamento, che affaristi senza scrupoli vendono ai migranti per attraversare il Mediterraneo verso l’Italia. Ma diversamente da quello che raccontano i media e il tamtam sui migranti, quelli che sono arrivati qui sono sfuggiti a tutti i controlli in mare, hanno seguito il bagliore nella notte del faro di Punta Stilo e si sono arenati vicino Monasterace. Appena scesi, così racconterebbero i pochi che sono stati rintracciati dalle forze dell’ordine, si sono dispersi lungo la spiaggia raggiungendo la ferrovia Taranto - Reggio Calabria che dista dal mare poco più di 20 metri e la statale Ss106, lontana altri 20 metri più in là. Sulla carretta erano circa ottanta, tra siriani, egiziani e provenienti da altre terre lontane, non si sa quanti sono stati rintracciati, ma molti sono fuggiti ancora, continuando il loro viaggio verso la meta, l’Europa del nord. […] Tracce della vita di persone che hanno vissuto, e a volte hanno anche perso la loro vita, su quelle barche che per noi italiani sembrerebbero rappresentare la fine del loro viaggio, mentre per loro l’Italia è solo una meta, dove, una volta passati, lasciano solo tracce. […] Paradossalmente la prima meta dei migranti è un paese che ha una lunga storia di migrazione, sicuramente molto meno drammatica, ma simile per tanti versi e molto spesso, la fuga è stata repentina per sfuggire proprio alla morte. Ogni tanto noi italiani ricordiamo gli anniversari delle migrazioni e delle fughe, così come è accaduto a Craco, piccolo paesino in provincia di Matera, qualche mese fa è stato il 50° anniversario del precipitoso abbandono dovuto ad una maestosa frana che lo ha distrutto, era il dicembre del 1963. Duemila persone abbandonarono velocemente Craco mentre la città crollava sotto i loro occhi, gli sguardi attoniti di chi andava via coglievano lo smottamento del terreno che spaccava le strade e sbriciolava le case».
 


Camini (RC), Italia - 22 settembre 2013 - Peschereccio approdato sulle coste calabresi della locride tra Roccella Ionica e Monasterace
il 12 agosto 2013 con 88 migranti siriani per la maggior parte, e di altre nazionalità a bordo. © Alfonso Di Vincenzo Ag. Controluce

 

Monica Laurentini: La pescheria di Catania (da Sguardi 67)

Chi volesse rivolgere lo sguardo a uno dei tanti mercati del pesce del nostro paese, non può non rimanere incantato dalla pescheria di Catania, dove un nugolo di gente si addensa ogni giorno con avidità e voglia di pesce fresco. Perdersi nel cuore dei mercati è in parte dire di conoscere la realtà di una città; in essi si manifestano in tutta la loro veracità usi, costumi, consuetudini e sincerità di un popolo. Si rimane ammaliati, come si rimarrebbe guardando gli occhi di un volto interessante, dai modi di dire, dai profumi, dai colori del luogo e dai suoni che emanano le voci dei pescivendoli.Sono le cinque del mattino: la mia mission inizia all’alba di un giorno qualunque allo "sgabello" il mercato del pesce all’ingrosso nel quartiere fuori le mura della città. Qui non troverò mai il pesce che voglio comprare ma quello che si può comprare. Si, perché "l’altro" è riservato solo alla pescheria. "L’oro", i venditori, sono ammassati l’uno sull’altro per acquistare il pesce, dietro ognuno di essi cartelli con scritto "totani", "pesce spada", "orate", del mercato ittico più antico della città!  Si sceglie, si scarta, si tocca ogni tipo si pesce, e si parte per la piazza. Chi prima, chi dopo. […] La pescheria ha una sua storia, la storia del mare e dei suoi pericoli, storia di fatica e rassegnazione ma anche di una forza e dignità unica: Vittorio, con un grembiule bianco che gli cinge i fianchi e i capelli grigi coperti da un berretto blu mi narra di quando era carusu e andava a pescare alle 3 del mattino col padre: Mi suseva e tri e con qualsiasi tempu ieva ppi mari". Chiedo, mi soffermo a pensare, sono curiosa.."Ognuno di noi qui ha una sua storia, un suo vissuto", dice. E sa che il suo mondo è diverso dal mio, ma è felice ed appagato."Il pesce vivo si riconosce dall’occhio lucido e dalle branchie rosse" , mi insegna, e io imparo e imparo e imparo. È giunta l’ora di rientrare, si chiude bottega e "L’ORO" dopo aver venduto gli ultimi pesci per pochi soldi, quasi gratis, smontano e puliscono bene i loro banchi uno per uno, con l’amore che ha un padre per un figlio: sapone, spugna e volontà. Poi, si spengono i riflettori sulla parte "araba" della città. "A Piscaria" regno del caos, dell’improvvisazione, della contraddittorietà, cede il passo alla movida catanese. Domani si replica, stessa ora, stesso luogo.
 


© Monica Laurentini - La pescheria di Catania

 

Simone Tramonte: Senor de los Milagros (da Sguardi 92)

Alla fine degli anni Ottanta l’Italia conobbe la prima ondata migratoria peruviana. Attualmente, i peruviani, con oltre 100 mila presenze in Italia, rappresentano l’undicesima comunità tra i cittadini non comunitari. Questa comunità, si presenta nel nuovo contesto come sempre più organizzata e coesa, in grado di adattarsi a modi di vita differenti pur senza rinunciare ai propri valori e abitudini e con la consapevolezza di essere "attori sociali" orgogliosi delle proprie tradizioni. Ed è forse questo il segno distintivo che accompagna un’etnia non molto diffusa nella nostra città, ma dotata di una fortissima identità nazionale, capace di "contaminare" positivamente la cultura della capitale. Il Perù è un paese fortemente cattolico, e questa intensa religiosità certo contribuisce fortemente a rafforzare l’identità collettiva, e a facilitare l’integrazione. Questo profondo sentimento religioso si manifesta soprattutto durante una celebrazione di ringraziamento che si tiene a Roma dal 1998 nel mese di ottobre e che riunisce tutte le comunità dell’America Latina della capitale: la processione in onore del "Signore dei miracoli" (Señor de los Milagros). Nel 1655 un terremoto rase al suolo la città di Lima. Ma il muro sul quale si trovava un dipinto raffigurante Gesù crocifisso, realizzato da uno schiavo angolano, fu risparmiato e sopravvisse anche ai successivi sismi. I cittadini iniziarono a pregare con devozione davanti all’immagine. Le guarigioni e le grazie fecero sì che il dipinto venisse chiamato, appunto, "Signore dei Miracoli". Tutt’oggi i peruviani celebrano questa immagine e gli immigrati hanno portato in giro per il mondo questa devozione. Questo evento coinvolge un numero sempre maggiore di partecipanti e di spettatori. La processione diventa un modo per creare uno spazio di interazione condiviso tra peruviani e italiani. Lo scorso ottobre ho avuto modo di partecipare. Quel Signore, crocifisso, è davanti ai miei occhi sul sagrato della Basilica di San Giovanni. Attorno a me visi scolpiti nella pietra, marroni come la terracotta, occhi rapidi e curiosi che sovrastano gote esasperatamente protese. Il corteo è davvero suggestivo. Il "Cristo Moreno" esce dalla chiesa adornato da fiori e candelee viene portato sulle spalle per le vie del centro. La lettiga pesante 9 quintali viene trasportata da gruppi di 32 uomini (cuadrillas). Le confraternite portano le loro vesti viola e un gruppo di donne, il capo coperto con una trina, avanza, indietreggiando (senza mai dare le spalle al Cristo) alzando verso di lui gli incensieri profumati. Per quanto avessi potuto leggere sull’argomento, non avrei mai immaginato di vivere un’esperienza così affascinante in quella domenica di Ottobre. Colori, profumi, gente danzante. La mia Roma improvvisamente trasformata nella più ridente ed esotica Lima.
 


Le sahumadoras, un gruppo di sorelle che indossano il tipico abito viola segno di devozione verso il
Signore dei Miracoli, con i loro bracieri di incenso. © Simone Tramonte

 

Filippo Romano: 106 Statale Jonica (da Sguardi 91)

106 Statale Jonica di Filippo Romano racconta il paesaggio naturale attorno alla statale che corre lungo la costa jonica, da Taranto a Reggio Calabria. 491 km, passando per Puglia, Basilicata e Calabria. In assenza di un’autostrada, 
è l’unico raccordo con l’A14 adriatica e con le numerose stradine di provincia. 
Con le sue due corsie a doppio senso e i passi privati che vi si immettono, è anche una delle strade più pericolose d’Italia. Il suo percorso taglia luoghi e paesaggi naturali bellissimi devastati dall’abusivismo edilizio. L’edilizia, infatti, rappresenta una delle principali attività lucrose della mafia che, costruendo senza rispettare le leggi, lascia segni evidenti della propria presenza sul territorio. La Jonica è come un fiume rumoroso che, se risalito, rivela tutte le contraddizioni di un territorio incustodito. Agli scheletri di case mai finite e ai centri devastati dalla spazzatura, si alternano scogliere mozzafiato, resti di templi greci e panorami incantevoli. Percorrendola si riesce a riassumere molte delle problematiche e dei conflitti del Meridione: dall’ex Italsider di Taranto agli sbarchi dei clandestini, dai cantieri sequestrati alla mafia alle opere incompiute. Nell’assenza di norme e di progetti unitari, la casualità si confonde con gli interessi individuali. Il risultato è un viaggio in cui la realtà spesso supera la fantasia.
 


© Filippo Romano, Il castello di Nicola Flotta a Mandatoriccio (Cs)

 

Sandro Messina: Fotografare in Sicilia (da Sguardi 62)

Mi è sempre sembrato o troppo semplice o profondamente complesso fotografare la Sicilia, forse per le sue contraddizioni, forse per il suo essere isola, forse per la varietà e la ricchezza del suo patrimonio o per la sua vastità. Attraversandola, la sensazione è comunque quella di trovarsi in un piccolo continente e vengono subito in mente le parole di Gesualdo Bufalino sulle "tante Sicilie" e sul "suo eccesso di identità". C’è una Sicilia della luce e dei colori, da illustrazione, con un’affascinante varietà di paesaggi e una Sicilia indifferente al tipo di luce, al tempo meteorologico o ai tesori architettonici con cui convive quotidianamente perché i problemi sono altri, più urgenti, difficili. Per questa atipica convivenza di bellezza e alienazione trovo che i suoi luoghi posseggano un’attrazione particolare, irregolare, che evoca più la rappresentazione visionaria che razionale. È il tema dei contrasti, che struttura anche i miei lavori di ricerca, del reale come caotico ammasso di segni, simboli, tracce che una necessità culturale, ma ancor prima vitale ha organizzato e reso significanti.[…] Mi piace poco l’artificio in una foto o in un’illuminazione, penso che il risultato di una buona immagine sia più legato a quella magia del ‘vedere’ che non è evocata da mezzi estremi o eccessivamente sofisticati. A questo proposito, pur preferendo le focali grandangolari anche spinte cerco sempre di utilizzarle per una riproduzione naturale della scena dove le prospettive non risultino alterate. Così come trovo invasive le lunghe focali quando si tratta di riprendere le persone, la maggiore distanza focale mi sembra corrisponda anche ad una maggiore distanza psicologica che alimenta la diffidenza. Preferisco, se possibile, cercare di farmi accettare con la macchina fotografica e uno zoom tuttofare 24-70, del resto le dimensioni di una reflex full-frame rendono impossibile ogni tipo di invisibilità e obbligano al contatto.
 


© Sandro Messina - Messina, La Vara

 

Dario Lo Scavo: Io e il vulcano (da Sguardi 58)

L’Etna è il vulcano più alto d’Europa, uno dei più attivi del mondo; sono rimasto sedotto da questa natura un po’ ribelle e ostile, ma nello stesso tempo molto generosa, e si alternano scenari in cui si manifesta la sua forza spaventosa, con le esplosioni e le eruzioni, e gli aspetti quasi idilliaci, dei paesaggi innevati, il deserto vulcanico e la fitta pineta, quindi una natura che si distrugge e si rinnova e ritorna nel tempo più rigogliosa. Si alternano anche le sensazioni, un po’ di adrenalina può scattare innanzi a un’esplosione, o grande serenità e pace passeggiando nei campi fioriti o in mezzo ai faggi in autunno o dopo una nevicata in inverno. […] Il punto di ripresa è molto importante, ma non sempre è possibile scegliere quello che si desidera. Quando ci sono delle attività eruttive, se posso, raggiungo nel pomeriggio la parte sommitale o la zona interessata e inquadro la situazione, in modo da potermi muovermi nel buio della notte, in cui normalmente le eruzioni hanno un effetto molto più spettacolare. Spesso l’area circostante è molto impervia e il fondo lavico sdrucciolevole; naturalmente, cerco di non perdere il momento del crepuscolo dai magici colori. Quasi sempre vado da solo, ma è una cosa che sconsiglio vivamente, poiché oltre a essere un vulcano l’Etna è anche una montagna, bisogna sempre calcolare il rischio, valutare sia l’aumento di un’attività esplosiva, osservare il vento, intuire il cambiamento delle condizioni atmosferiche, che possono essere ben più pericolose di un’eruzione stessa, conoscere il territorio. Ricordo, nei primi anni in cui mi dedicavo alla fotografia, un pomeriggio in cui sentivo deiboati spaventosi che facevano vibrare il terreno, a tratti pioveva, la luminosità era scarsa e la nebbia non permetteva di vedere nulla dai 1800 metri s.l.m. in su. Ho continuato la mia ascesa fino a 2900 metri, una distanza già rischiosa, da cui non potevo avvicinarmi ancora. Vedevo sopra i banchi di nebbia, le colonne di magma incandescente alte chilometri. Sono rimasto stupefatto, e fortunatamente, dopo un po’ la nebbia si abbassò e ho potuto fotografare quelle esplosioni parossistiche nella loro estensione; poi mi dissero che era stata la più grossa esplosione degli ultimi quarant’anni e io ne rimasi molto entusiasta. Fu un bel regalo che il vulcano mi volle fare. Bisogna comunque osare, insistere, per essere fortunati. Con prudenza ed esperienza nutrire la passione, e con l’occhio attento, cercando di trovarsi al posto giusto al momento giusto (e che non sia troppo giusto, dice qualcuno).
 


© Dario Lo Scavo. Silhouette sullo sfondo del cratere sud-est durante l'attività eruttiva di luglio 2006

 

Luigi Tazzari: Un’estate al mare (da Sguardi 33)

Scrive Roberto Mutti: «Tazzari ha percorso la riviera romagnola con un senso antico del rapporto fra realtà e fotografia, come avesse voluto assumere il ruolo del testimone distaccato ma preciso, consapevole di osservare la quotidianità ma di volerla consegnare alla storia, quella del costume se non altro. Il suo è uno sguardo diretto che si confronta con quanto succede senza la pretesa di cogliere momenti insoliti o di realizzare quelle inquadrature che poi vengono definite artistiche, perché è consapevole che già la realtà che gli sta di fronte è così complessa e articolata da non meritare forzature: basta saperla osservare per poter ricavare storie, racconti, apparizioni, sogni, speranze, insomma tutto quanto un reporter può pretendere dalla vita. 
La prima sensazione che prova l’osservatore è quella di trovarsi immerso in un vero e proprio mondo: come nelle leggende dell’antico eldorado cui si accedeva passando attraverso un percorso accidentato o magari una grotta nascosta da una cascata, anche qui c’è una soglia misteriosa oltre la quale appare un universo senza confini dove l’orizzonte si indora nei tramonti, la notte si illumina di luci, la giornata si snoda in mille articolazioni che sembrano negare con la loro esistenza una quotidianità apparentemente dimenticata. Qui, infatti, il tempo si dilata senza obbedire alla logica produttivistica che lo scandisce per collegarlo alle attività lavorative, qui lo spazio non è alienante come quello pensato dai crudeli architetti disegnatori di open space. 
Certo, il tappeto di asciugamani posti l’uno accanto all’altro o la fila ordinata di chi attende prima di lanciarsi in un toboga d’acqua ricordano i posteggi e le fermate degli autobus, ma qui è il trionfo dei colori esasperati, l’inseguirsi degli oggetti particolari (i salvagente di ogni forma, gli ombrelloni aperti e chiusi, i materassini dai cromatismi metallici, le tende di Cesenatico belle come stampe d’epoca) a farci capire che siamo in un altro mondo e che l’altro, quello di tutti i giorni, è forse al di là di certe leggere pareti fatte di cannucce, di tela dalla trama ampia su cui si proiettano le ombre dei bambini, di plexiglas su cui compaiono pesci dipinti. 
Per quanto inevitabilmente silenziose, le fotografie di Tazzari sembrano aver perfino eliminato il lessico abituale di cui ci nutriamo non solo in ufficio ma anche sui mezzi pubblici o davanti agli aperitivi al bar, quando i colleghi di lavoro continuano a parlare di obiettivi e risultati, di progetti e, orribile a dirsi, di ottimizzazione in una coazione a ripetere che prolungano anche quando nessuno li obbligherebbe a farlo».
 


© Luigi Tazzari - Punta Marina

 

Filippo Trojano: Strade Parallele (da Sguardi 97)

Strade Parallele racconta così di due fenomeni migratori avvenuti a distanza di 80 anni l’uno dall’altro attraverso l’uso della bicicletta. Circa 200 ritratti, tutti scattati in pellicola medio formato con una Pentax 67 e un solo obiettivo. Decine di volti incontrati, storie e traiettorie interrotte per pochi istanti nel tentativo di tirare fuori da ognuno l’essenza di un viaggio, a volte breve, altre lungo ottant’anni. Strade parallele, le loro, in faccia alle quali ho portato la mia; punto di cucitura nel tessuto del tempo ogni singola fotografia. I primi migranti arrivarono per la bonifica durante il fascismo. I secondi negli ultimi vent’anni dal Punjab. Quelle stesse terre che un tempo furono lavorate da persone che arrivarono dal Veneto, il Friuli e le Marche - per poi essere riscattate da questi negli anni - vedono ora lavorare migliaia di migranti venuti dall’India. Quegli indiani che proprio oggi sono su tutti i giornali italiani per ragioni di sfruttamento (report internazionale di Amnesty International 2013) o a causa dell’alta mortalità dovuta ad incidenti stradali lungo la via litoranea sprovvista di pista ciclabile. Con questo progetto non ho scelto di entrare direttamente nelle storie delle singole persone, ma ho voluto lasciare allo spettatore il compito di immaginare un vissuto, una storia. Da un lato quindi  la ricerca di similitudini e linee comuni, dall’altro nette differenze in una mescolanza continua. La bicicletta: un minimo comune denominatore, ma anche una scusa, forse un pretesto. Al tempo stesso ho voluto anche parlare di un territorio attraverso i volti delle genti che lo abitano; dove sono le rughe, i sorrisi, gli occhi, i colori dei vestiti a essere il principale paesaggio. La via litoranea e il lungo mare delimitano lo spazio nel quale il progetto è stato fatto e, proprio perché parallele, rappresentano le due comunità che continuano a vivere le loro vite ancora troppo separate. Qualcuno dice che le due strade non si incontreranno mai, perché resteranno parallele fino all’infinito. Qualcun altro vuole invece che proprio all’infinito si possano toccare. Io questo non lo so, non conosco il tempo che ci vorrà. Ma è invece proprio attraverso questa "collezione di volti", queste vite ad impatto zero e maggiormente in sintonia con l’ambiente, che ho cercato di trovare una bellezza di fondo. Non ho voluto usare foto d’epoca per raccontare di quel tempo vissuto da alcune delle persone che ho fotografato. Ho cercato invece le tracce del passato nei volti di quelli che avevano vissuto quell’esperienza di migrazione, di incertezza, di scoperta di un nuovo luogo, una nuova lingua; ho cercato nei paesaggi, nella terra, nelle architetture. Nelle biciclette, nei pedali, nelle gomme leggere.
 


© Filippo Trojano