Libri: Antologie, portfolio, memorie, saggi

Grandi fotografi, Great Photographers (da Sguardi 86)

Un libro pervaso di classicità e profondità. Una collana di applicazioni, novità assoluta nel campo dell'editoria fotografica internazionale. Da una parte, Grandi fotografi, a cura di Roberto Koch, con testi di Laura Leonelli, Alessandra Mauro e Alessia Tagliaventi, presenta in grande formato (26,7 x 37,4 cm) 330 fotografie a colori e in b/n - accompagnate da riproduzioni esemplari, testi critici inediti, note biografiche accurate, citazioni - di venti autori che hanno segnato la storia della fotografia: da Henri Cartier-Bresson a Sebastião Salgado, da Gabriele Basilico a William Klein, da Man Ray a Walker Evans, da Robert Doisneau a Martin Parr, da August Sander a Peter Lindbergh, da Robert Mapplethorpe a Herb Ritts, da Margaret Bourke-White a Steve McCurry, da Robert Capa a James Nachtwey, da Elliott Erwitt a Helmut Newton, da Mario Giacomelli a Nobuyoshi Araki. Dall'altra, la collana Great Photographers (di cui sono usciti i primi due titoli, dedicati a Giacomelli e Klein, disponibili su iTunes per iPhone, iPad e iPod Touch) offre un'alternativa al cartaceo: editoria digitale che - per ricchezza di materiali presentati, interattività, percorsi, funzioni intertestuali e qualità della visualizzazione - consente un'esperienza senza precedenti nell'esplorazione dell'opera e della vita di alcuni grandi maestri. […] E numerare, scegliere, elencare, classificare. Compilare una lista, dice Umberto Eco, che alla lista e alla sua vertigine cognitiva ha dedicato un libro, è un metodo usato per conoscere, per fare ordine, per dare una immagine, fornire un metodo di studio e di conoscenza. Questa lista di venti grandi fotografi non fa eccezione: sono altrettanti nomi uniti insieme per una necessità, forse caotica (direbbe ancora Eco), di fornire al lettore un panorama ampio di cosa è stata la fotografia dal ‘900 in poi. Questi venti autori, con le loro storie e le diverse esperienze, hanno tutti segnato tappe fondamentali non solo nella storia della fotografia ma delle arti visive in genere e rappresentano altrettanti punti di passaggio, snodi da cui non è più possibile prescindere. Un catalogo parziale? Forse. Ma quale artista potrebbe maneggiare una macchina fotografica, cercare di comprenderne il senso e l'intrinseca duttilità, il valore semantico e tecnico, senza prima studiare le folgoranti realizzazioni di Man Ray? E chi potrebbe avvicinarsi a un reportage sociale senza conoscere le immagini di Walker Evans e di Margaret Bourke-White? Quale ritrattista potrebbe ignorare il lavoro compiuto da August Sander? Chi potrebbe sondare la misura del corpo e dell'eros senza pensare all'esperienza di Robert Mapplethorpe? Quale fotoreporter potrebbe affrontare un teatro di guerra, avvicinarsi all'azione e cercare di renderla una narrazione comprensibile ed efficace, senza misurarsi con le immagini di Robert Capa o, più recentemente, con i reportage di James Nachtwey? L'esperienza visiva di ognuno di loro fa ormai parte del nostro modo di vedere. Con lo sguardo di Henri Cartier-Bresson abbiamo imparato a guardare il mondo e soprattutto a rappresentarcelo in fulminanti immagini dense di significato, premonitrici del futuro. Abbiamo seguito sul filo dell'ironia, a volte lieve, a volte grave, Robert Doisneau ed Elliott Erwitt sperando che la realtà potesse somigliare alle loro foto. Ci siamo persi nelle strade delle grandi città con le fotografie di William Klein, ritrovando poi l'orientamento di una visione chiara nelle immagini di Gabriele Basilico. Ed è anche grazie ai grandi, epici racconti di Sebastião Salgado se ancora comprendiamo quale sia il senso della collettività.
 


JAMES NACHTWEY. Inizio della Seconda Intifada. Cisgiordania 2000. © James Nachtwey

 

Celebrazioni: 100 anni da Nadar (da Sguardi 72)

Omaggio a Félix Nadar (1820-1910), pioniere appassionato all'epoca in cui la fotografia era considerata come una semplice tecnica di riproduzione senza portata artistica, in occasione del centenario della sua scomparsa. Attraverso una mostra e un libro. La mostra Lunga vista sul ritratto (a cura di Renata Tartufoli) fino al 3 ottobre alla 10b Photography Gallery di Roma, presenta intorno ad alcune fotografie di Nadar (31 ritratti della collezione degli Archives nationales françaises) delle opere contemporanee di autori che interpretano, ciascuno a suo modo e attraverso varie tecniche, la nozione classica del ritratto.[…] All'epoca di Nadar fotografo, lo statuto d'opera d'arte si poteva concepire per la fotografia solo in stretto rapporto con la pittura, tendenza che arriverà al suo apogeo con il pittoricismo. Ma Nadar non confonde i generi, è fotografo, lo rivendica, rispondendo ad una clientela che ha un'idea precisa di quello che deve essere un ritratto. In altri termini il ritratto fotografico sostituisce il ritratto pittorico ma la posa rimane, come per natura, classica «come se fosse dipinto». A partire da Nadar, la fotografia resta un mezzo per cogliere il reale. Ruolo principale che gli è assegnato ancora e che corrisponde alla visione di Barthes. La fotografia ci mostra «quel che era ma non è più e pertanto là». Questo ruolo autorizza, come nella pittura, la molteplicità degli stili e dunque l'espressione del fotografo. Il mondo fotografico è ricco di partiti presi formali che spesso compensano la ripetizione monotona dei soggetti trattati. La fotografia, già con Nadar, non è soltanto un modo di fissazione del reale ma anche un modo d'espressione per un autore. È forse a questa condizione che diviene arte allo stesso titolo della pittura. Nadar è presente nelle sue opere, lo si riconosce. Ed è quanto avviene per i fotografi che presentiamo. Tutti manifestano delle posizioni stilistiche singolari. È ben questa la nostra intenzione, mostrare delle differenze, perfino delle opposizioni o delle rotture. Dal prodotto bruto che esce dall'apparecchio analogico, passando per i procedimenti di filtraggio, d'illuminazione e le manipolazioni della luce durante la stampa, siamo arrivati col digitale ad una molteplicità di mezzi tecnici messi a disposizione del fotografo. I programmi d'edizione, qualificati di creazione, offrono considerevoli possibilità d'azione sull'immagine, quando già l'apparecchio digitale permette delle regolazioni complesse che hanno un'influenza sullo scatto. Dopo la ripresa, la post-produzione allarga il potenziale creativo del fotografo, aumenta il suo controllo e, di fatto, rimette in causa l'importanza di «l'instant décisif», il momento cioè in cui la foto è presa. Nel risultato fotografico anche la parte d'imprevedibilità è ridotta. Le opere esposte presentano un panorama dell'utilizzazione delle diverse tecniche inerenti alla creazione fotografica e dei missaggi generati da queste diverse tecniche. La differenza non è sempre sensibile e si deve constatare che se, dopo Nadar, la tecnica è in funzione del tempo che passa, la qualità, invece, rimane atemporale ed è determinata dal solo talento dei fotografi qualunque siano i mezzi di cui dispongono.
 


Félix Nadar & Co - Postcart

 

Ferdinando Scianna: Quelli di Bagheria (da Sguardi 13)

Ho sempre considerato molle, ipocrita, fortemente egoista la nostalgia. Non mi appartiene. Mi appartiene, invece, e mi sembra di scoprirla anche nelle mie fotografie più vecchie, ancora adolescenziali, la consapevolezza di avere vissuto - che in quegli anni stavo vivendo - un passaggio storico e culturale epocale. 
É ormai un luogo comune, già approdato alle definizioni storiche del nostro tempo, che in questi quarant'anni la vita delle persone, il loro paesaggio fisico e culturale, di conseguenza la loro maniera di essere, pensare, sentire, è cambiata più che nei precedenti duemila. Al tempo lento e lungo si è sostituito il tempo tecnologicamente e forsennatamente accelerato che stiamo ancora vivendo. Ne conosco che ne sono impazziti. Quanti come me siamo alle soglie della vecchiaia abbiamo vissuto dentro questo portentoso e spaventoso passaggio; la nostra maniera di essere, sentire, pensare, inevitabilmente risente di entrambe le realtà. Chi è nato trent'anni fa ha difficoltà a figurarsi, non dico a comprendere, il famoso "da dove veniamo". Noi abbiamo il discutibile privilegio di essere gli archeologi ancora vivi di noi stessi e di quel mondo che era durato così a lungo e si è volatilizzato quasi di colpo, come il fumo di un falò in una sera di vento. Facendo quelle fotografie, non sapevo, inconsciamente sapevo, che avrebbero fatto parte di tanti altrigesti di memoria, che avrebbero costituito un ultimo saluto a quel tempo, a quel mondo. Un saluto per nulla nostalgico. Io credo nella memoria. Potrebbe uno che fa il fotografo non crederci? A parte tutto, mi è sembrato, recuperando certe immagini, che dentro ci fosse già tutto quello che ho continuato a fare nei successivi quarant'anni. Ma non si ricorda solo per se stessi, si ricorda per tutti. Ho tentato con questo libro, che mi è sembrato il più difficile fra quanti ne ho fatti, ma anche il più appassionante da fare, e spero anche il più sincero, di scavare, come Sciascia suggeriva, nella camera oscura della memoria attraverso le mie stesse fotografie, riportandone frammenti verbali a loro volta simili a istantanee. 
Ho cercato di ricostruire, di immaginare, il mio paese, la mia infanzia, la mia adolescenza, in quel tempo, in quel luogo. Le fotografie non restituiscono "ciò che è stato", piuttosto ripropongono in una sorta di lancinante presente ciò che non è più. Credo che la massima ambizione per una fotografia sia di finire in un album di famiglia. Magari, se è una grande immagine, verrà simbolicamente incollata nell'album di famiglia di noi tutti. Naturalmente, questo è un libro su Quelli di Bagheria, sugli uomini, sulle donne, sui bambini, sugli animali. 
Spero, tuttavia, che molti altri, e non soltanto fra coloro che hanno vissuto quel tempo, vi scopriranno il loro paese, la propria infanzia, i volti di altri, diversi e simili uomini, donne, bambini, animali anche, che finché permangono nella memoria individuale e collettiva continuano a esistere, a determinare il nostro presente e il nostro futuro.
 


© Ferdinando Scianna

 

Gianni Berengo Gardin e Elliott Erwitt: Un'amicizia ai sali d'argento (da Sguardi 97)

Una mostra, un libro. Un'amicizia ai sali d'argento di Gianni Berengo Gardin e Elliott Erwitt. Un'esposizione presso l'AuditoriumExpo di Roma (fino all'1 febbraio) e un libro che l'accompagna, edito da Contrasto (20 x 24 cm, 200 pp., euro 29). Dove, per la prima volta, si mettono a confronto due grandi interpreti della fotografia, due maestri della camera oscura. Nella loro lunga carriera, Berengo Gardin e Erwitt ancora oggi percorrono il mondo guardandolo attraverso il visore di una macchina fotografica, strumento e pretesto di vita, per poi scegliere, sui provini a contatto, le foto migliori di cui la stampa finale, quella definitiva, avrà i segni, le luci e le ombre dei sali d'argento e della realtà. Molte celebri, altre poco note, altre ancora appena realizzate e mai mostrate finora, in questa mostra le immagini di Berengo Gardin e quelle di Erwitt dialogano una con l'altra, in un percorso incrociato di stili, recuperando il senso di uno sguardo, quello partecipe e intenso dei fotogiornalisti, e di un legame forte, come appunto l'amicizia. Un'amicizia fatta di camera oscura, di acidi di sviluppo e di sali d'argento. Centoventi fotografie ripercorrono la carriera dei due fotografi, dai primi anni Cinquanta fino agli ultimi reportage realizzati in questi recenti mesi sulle grandi navi a Venezia per Berengo Gardin e uno reportage sulla Scozia per Erwitt. Ma in mostra ci saranno anche i provini delle più importanti immagini dei grandi fotografi e una ricostruzione del loro studio: il luogo magico dove tutto avviene o meglio, tutto si rivela. Di seguito, alcune considerazioni, tratte dal volume, dei due grandi autori sulla e attorno alla fotografia.
 


USA. New York. 1955. Empire State Building © Elliott Erwitt / Magnum Photos / Contrasto

 

National Geographic: Il Mondo in un secolo di grandi immagini (da Sguardi 13)

National Geographic, che per oltre un secolo ha stabilito uno standard di eccellenza nel campo della fotografia naturalistica e culturale, pubblica - in ottobre - quello che annuncia come il più grande volume di immagini della sua storia: Through the lens - Il Mondo in un secolo di grandi immagini. Il volume, che sarà dato alle stampe simultaneamente in venti paesi (in Italia sarà edito dalle Edizioni White Star), contiene 231 fotografie che illustrano il lavoro di 110 fotografi, fra i quali Sam Abell, William Albert Allard, Jodi Cobb, David Doubilet, Stuart Franklin, David Alan Harvey, Chris Johns, Emory Kristof, Frans Lanting, Gerd Ludwig, Steve McCurry, Nick Nichols, James Stanfield e molti altri. 
Per il presidente della National Geographic Society, John Fahey, "le fotografie riflettono la passione e la dedizione di uomini e donne che sono i migliori nel loro campo. I professionisti di National Geographic si impegnano a produrre le più straordinarie immagini mai realizzate e i risultati che ottengono sono spettacolari. Per catturare i loro soggetti vanno fino ai confini della Terra, spesso con grave pericolo per se stessi: diversi sono stati coinvolti in incidenti aerei, uno è stato attaccato da uno squalo, altri hanno contratto patologie serie come la malaria e la meningite. Recentemente la nostra inviata a Baghdad ha evitato per poco di essere ferita mentre le forze statunitensi bombardavano l'hotel in cui alloggiava". 
"Scattare fotografie in missione ti porta più vicino alla gente", osserva George Steinmetz, uno dei fotografi presenti nel libro. "Non solo offre una via d'accesso privilegiata che a un viaggiatore normale manca, ma spinge a guardare le cose in un modo diverso, più analitico. Obbliga ad ampliare se stessi, a calarsi nelle situazioni". Cosa rende grande una fotografia? Joel Sartore, altro fotografo presente nel libro, sostiene che sono tre le componenti essenziali: buona luce, buona composizione e uno sfondo che non confligga con il soggetto principale. 
E poi l'attimo, che può essere un'emozione o qualcosa che emerge potente sulla scena". Il tempismo è decisivo. "Infatti", continua, "gli scatti migliori sono quelli apparentemente impossibili". "Gli istanti bizzarri che i nostri professionisti scoprono mentre lavorano sul campo per lunghi periodi è una caratteristica di importanza primaria, che pone National Geographic in una posizione del tutto distinta nel campo fotografico", afferma Leah Bendavid-Val, editor del libro. "I nostri fotografi trattano le altre culture con grande rispetto e hanno la capacità di mettersi in relazione con i loro soggetti sul piano umano".
 


© National Geographic

 

Mario Calabresi: A occhi aperti, quando la Storia si è fermata in una foto (da Sguardi 99)

«Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell'invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un "anonimo fotografo praghese", che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l'idealismo di una primavera di libertà. Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c'è una fotografia che li racconta». Così ha scritto Mario Calabresi che, appassionato di fotografia, ma anche e soprattutto di giornalismo e realtà, ha intrapreso un viaggio profondo nella storia recente, cercando alcuni dei "testimoni oculari" (Abbas, Gabriele Basilico, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Don McCullin, Steve McCurry, Josef Koudelka, Paolo Pellegrin, Sebastião Salgado, Alex Webb) che con il loro lavoro, e la voglia di scavare tra le pieghe della cronaca, hanno raccontato alcuni momenti straordinari del nostro presente in una serie di immagini realizzate con gli occhi ben aperti sul mondo. Ne è nato un libro, A occhi aperti (Contrasto, 208 pp., 122 foto a colori e in bianco e nero, 19,90 euro), che ha raccolto le interviste a dieci grandi fotografi, dieci testimoni del nostro tempo. Il progetto del libro è diventato una mostra, a cura di Alessandra Mauro e Lorenza Bravetta, (all'Auditorium di Roma fino al 10 maggio) in cui Calabresi guida il visitatore a scoprire il lavoro degli autori che ha incontrato, il loro approccio speciale e intenso, le loro storie, e a condividere la possibilità di osservare il mondo da una prospettiva privilegiata, lo sguardo del fotoreporter. Di seguito, l'introduzione di Mario Calabresi: «Nell'estate del 1982 Tonino Milite, che stava per sposare mia madre e da tempo era diventato il nostro papà, organizzò una serie di corsi per me e i miei fratelli: pesca, canottaggio e fotografia. Io partii da quest'ultimo e, per un mese, ogni giorno passavo due ore a imparare la messa a fuoco, i tempi di esposizione, le inquadrature. Il premio finale arrivò a Natale: una robusta macchina fotografica russa. Avevo 12 anni e non sarei mai diventato un fotografo, anche se per un certo periodo tormentai amici e parenti con le mie diapositive e il bianco e nero, ma la passione per l'immagine non mi avrebbe più lasciato.
 


Robert F. Kennedy funeral train, 1968. © Paul Fusco/Magnum Photos/Contrasto

 

Peter Beard: Art Edition (da Sguardi 50)

Art Editiondello statunitense Peter Beard, innamorato della wilderness africana, inventore di una forma espressiva propria: il taccuino-diario con foto, disegni, dipinti, racconti, note, pezzi incollati di alberi, foglie, ossa o pelle di anima. […] Fotografo, collezionista, scrittore di diari, autore di libri, Peter Beard ha fatto della sua vita un'opera d'arte. Idiari illustrati che teneva da ragazzo hanno trasformato la sua vita, facendogli conquistare una posizione centrale nel mondo artistico internazionale. È stato ritratto da Francis Bacon e Dalì. Ha scritto diari con Andy Warhol. Ha collaborato con Truman Capote e i Rolling Stones, creato libri con Jacqueline Onassis e Mick Jagger. Come fotografo di moda ha portato modelle come Veruschka in Africa e ne ha portate di nuove in Occidente, come per esempio Imam negli Stati Uniti. Il suo amore per la natura selvaggia, che caratterizza gran parte del suo lavoro, iniziò quand'era adolescente. Dopo aver letto i libri di Karen Blixen e aver soggiornato in Kenya, acquistò un pezzo di terra vicino alla residenza della scrittrice. Erano i primi anni ‘60 e i grandi cacciatori guidavano i safari come aveva letto in Out of Africa della Blixen. Ma i tempi stavano cambiando. L'esplosione demografica sfidava le scarse risorse del paese e creava fortissime pressioni sugli animali, inclusi gli elefanti di Tsavo che morivano a decine di migliaia in deserti di alberi mangiati. Beard documentò ciò che vedeva con diari, foto, collage. Andò controcorrente pubblicando lavori talvolta scioccanti sull'argomento, con cadaveri che giacevano a terra, fatti descritti accuratamente a macchina o a mano, talvolta con il sangue. Art Edition è un libro realmente fuori dall'ordinario (dal formato presentato come XXL, 34,5 x 50 cm, 200 pagine di diari e 294 pagine di collage, con tanto di cavalletto speciale in legno), un'opera d'arte in se stessa, un'edizione opulenta e limitata (2.500 copie numerate e firmate) meravigliosamente lavorata, in inglese tedesco e francese, dal prezzo per pochissimi: 2.000 euro.
 


© Peter Beard - Fayel Tall, Lake Rudolph, Kenya, February, 1987

 

Steve McCurry: Le storie dietro le fotografie (da Sguardi 90)

Una nuova pubblicazione su uno tra i più conosciuti fotografi contemporanei. Uno sguardo inedito sul dietro le quinte del lavoro del fotoreporter americano Steve McCurry. Un'esplorazione del modo in cuitrova, scatta e seleziona le sue immagini. 14 fotoreportage, realizzati in diversi angoli del mondo, scandiscono il ritmo del volume appena uscito Steve McCurry. Le storie dietro le fotografie (Electa/Phaidon, 264 pp., 320 illustrazioni, euro 59): storie di cui McCurry è stato testimone, altre che è andato faticosamente a cercare, altre ancora apparse davanti ai suoi occhi quasi inaspettatamente. Dal Pakistan alla Cina, dall'India all'Afghanistan, attraverso l'area montuosa dell'Himalaya, dal Nepal all'Australia, dall'Indonesia al Bangladesh, fino allo Yemen o in Kuwait, il centro di ogni scatto è l'uomo radicato nel proprio contesto d'origine, la sua vita sociale, le sue abitudini, i drammi, i sogni e tanta imponente natura. Ogni storia è illustrata con appunti, immagini, ricordi - messi insieme da McCurry durante i suoi lunghi viaggi - e circa 120 tavole fotografiche con i suoi lavori più significativi. Accanto alle foto per ogni reportage il libro presenta un vasto archivio formato da materiali non fotografici, molti dei quali inediti: oggetti, diari, documenti, come articoli di giornale, mappe, i lasciapassare iracheni per la stampa, ecc. Un libro fotografico, ma anche storico, che spiega i contesti sociali e storico-politici in cui il reportage è stato effettuato. Le vicende raccontate abbracciano una vasta gamma di temi e soggetti, tra cui le ferrovie indiane (1983), gli effetti del monsone (1984) e gli eventi legati all'11 Settembre (2001). Il volume presenta anche lavori meno noti, come quello sulle conseguenze ambientali della prima guerra del Golfo (1991) e sulla tribù hazara in Afghanistan (2007). Ad esempio sono descritti la ricerca e il ritrovamento nel 2002 da parte di McCurry e di un team del National Geographic della famosa ragazza afghana (che era stata sulla copertina della rivista nel 1985), Sharbat Gula, la cui identità era stata sconosciuta per 17 anni. Attraverso la narrazione critica, basata sugli appunti che il fotoreporter ha raccolto sul campo in situazioni talvolta entusiasmanti, talvolta estreme o pericolose, il lettore può cogliere gli spunti, le idee sulla ricerca, l'esperienza e gli eventi che si nascondono dietro ogni scatto, svelando una nuova visione del lavoro del fotografo.
 


© Steve McCurry - Dust storm

 

Jimmy Nelson: Prima che scompaiano (da Sguardi 93)

Il nome del progetto è poeticamente drammatico: Before they pass away, prima che scompaiano. Esprime un pericolo, e la volontà di fare memoria, documentare. Cosa, chi? Alcune culture tribali esistenti in diverse aree del mondo, a cui Jimmy Nelson ha dedicato oltre due anni di viaggi per raccontare il loro stile di vita ancora in armonia con la natura, gli usi e i costumi preservati in un mondo sempre più globalizzato. Fotografia che si vuole documentaria e ritratti con tratti di epicità che presentano, «nella loro gloria e senso di orgoglio», gli eredi di nobili e antiche culture, i guardiani di una cultura che essi sperano - e noi con loro - sarà tramandata alle future generazioni. Una vetrina di culture tribali, una significativa testimonianza storica sulla grande varietà di esperienze umane ed espressioni culturali, sullo sfondo di alcuni tra i paesaggi più primitivi al mondo. Un libro (edito da TeNeues), un'esposizione (ora a Berlino, Camera Work e CWC Gallery, e poi dal 12 aprile in Olanda al Rijksmuseum Volkenkunde di Leiden), un progetto nato dalla convinzione dell'autore che la purezza dell'umanità esiste. È lì, tra le montagne, i ghiacciai, la giungla, lungo i fiumi e nelle vallate, che Jimmy Nelson racconta di aver trovato gli ultimi uomini tribali e li ha osservati, ha sorriso e bevuto i loro infusi prima di estrarre la sua macchina fotografica, ha condiviso, ha adattato la propria antenna alle loro frequenze. Man mano che la fiducia aumentava, si sviluppava un'interpretazione comune della missione: il mondo non deve mai dimenticare il modo in cui sono/erano le cose. Perché è da lì che noi, abitanti delle città, veniamo. Un mondo - secondo la visione di Nelson - dove la giustizia e l'onore sono ingredienti naturali. Dove le guerre si combattono per sopravvivere. Un mondo con regole e rituali rigidi. Un mondo trasparente, libero dall'ipocrisia. Culture e tribù dimenticate possono riportare l'attenzione su alcuni aspetti fondamentali dell'umanità: l'amore, il rispetto, la pace, la sopravvivenza, la condivisione. C'è una bellezza pura nei loro scopi e nei legami familiari, nella loro fede negli dei e nella natura, nella loro volontà di agire correttamente, nella certezza di essere accuditi dalle generazioni più giovani quando verrà il momento. In Papua Nuova Guinea così come in Kazakhistan, in Etiopia o inSiberia, per Nelson le tribù rappresentano l'ultima risorsa di autenticità naturale. Le sue foto danno un contributo per vedere, ricordare. Prima che scompaiano.
 


© Jimmy Nelson Pictures

 

Edward Sheriff Curtis: The North American Indians (da Sguardi 59)

La monografia su Edward Sheriff Curtis (1868-1952), pubblicata nel 140° anniversario della sua nascita, raccoglie una selezione significativa di ritratti, paesaggi e scatti che Curtis realizzò nell'ovest dell'America, documentando circa 80 tribù indiane. I suoi scatti relativi alla vita quotidiana e alle cerimonie degli indiani, i suoi ritratti in primo piano, i suoi potenti paesaggi dell'America dell'ovest furono realizzati come documento di studio antropologico su popoli che si credeva stessero lentamente scomparendo. Il progetto fu pubblicato in "The North American Indian", una collana di lussuosi volumi finanziata dal banchiere John Pierpont Morgan e dal Presidente Theodore Roosvelt. Esempi della ritrattistica tipica della fotografia pittorica di quegli anni, che ancora oggi emanano luce e forza, le 55 fotografie sono introdotte da un saggio di Joanna Cohan Scherer, una ricercatrice del Smithsonian Institution di Washington specializzata delle culture native d'America. […] Edward Sheriff Curtis nasce il 16 febbraio 1868 nel Wisconsin. Da ragazzo si trasferisce nel Minensota, dove inizia a interessarsi alla fotografia e ad apprendere da autodidatta i primi rudimenti della tecnica fotografica. Nel 1891 si trasferisce a Seattle, diventando ben presto il più richiesto ritrattista dell'elite sociale della città. Nel 1899 si unisce alla Harriman Expedition in Alaska per fotografare la regione. Direttamente sul campo Curtis si avvicina così ai metodi scientifici e acquisisce quelle capacità tecniche, di cui si avvale più tardi nelle sue ricerche antropologiche. Al suo ritorno inizia ad interessarsi alla cultura indiana; ne nasce una vera e propria ossessione: la volontà di documentare la vita e le abitudini dei nativi americani, che riteneva si sarebbero presto estinti. Il progetto prende forma solo nel 1903, quando il Presidente Theodore Roosvelt, da poco conosciuto da Curtis, introduce il fotografo al banchiere John Pierpont Morgan, che decide di sovvenzionare la sua ricerca. Nel 1907 viene così pubblicato il primo volume de "The North American Indian", una collana di 272 volumi che vedrà impegnato il fotografo fino al 1930. Curtis scompare nel 1952.
 


Edward Sheriff Curtis. Arikara Man, c. 1908 - n/a

 

Mario De Biasi: Mezzo secolo di fotografie (da Sguardi 13)

Un libro e una mostra rendono omaggio in occasione del suo ottantesimo compleanno a Mario De Biasi, uno dei massimi protagonisti del fotogiornalismo italiano del secondo Novecento. […] De Biasi inizia a fotografare nel 1945 in Germania, dove era stato deportato durante la seconda Guerra Mondiale.
 Rientrato in Italia, frequenta per alcuni mesi il Circolo Fotografico Milanese, dove organizza la sua prima esposizione nel dicembre del 1948. Nella primavera del 1953 viene assunto come fotografo nella redazione di Epoca, dove resterà per oltre trent'anni. 
Sotto la direzione di Enzo Biagi prima, di Nando Sampietro poi, realizza i suoi più famosi reportages, viaggiando incessamente per ogni angolo del mondo.
 In oltre cinquant'anni di attività, De Biasi è stato autore di oltre sessanta libri fotografici, e insignito di numerosi premi internazionali, tra i quali l'Erich Salomon Preis, a Colonia nel 1964, il premio Saint Vincent per il giornalismo, nel 1982, e un premio alla carriera al Festival di Arles, nel 1994. Innumerevoli le mostre che, sia in Italia sia all'estero, gli sono state dedicate; una speciale menzione meritano la personale organizzata a Colonia, nell'ambito della mostra "Gli Universalisti", presso la Photokina del 1972, e la partecipazione alla mostra "The Italian Metamorphosis", al Solomon Guggenheim Museum di New York, nel 1994. All'attività di fotografo affianca quella di disegnatore, alla quale con passione si dedica quando non fotografa o non insegna ai giovani, nei numerosi workshop in cui è docente, i meravigliosi segreti del suo "saper vedere".
 


© Mario De Biasi

 

Mario Giacomelli: La figura nera aspetta il bianco (da Sguardi 62)

A Milano, dal 16 gennaio al 22 marzo, Forma Centro Internazionale di Fotografia, La figura nera aspetta il bianco, una grande mostra antologica della fotografia di Mario Giacomelli, un viaggio nella sua arte, nella sua intima e profonda poesia, nel suo furore creativo. La mostra, a cura di Alessandra Mauro e prodotta da Forma in stretta collaborazione con la famiglia e l'archivio Giacomelli di Senigallia, presenta oltre 200 tra le sue fotografie più importanti, tutte in formato originale, stampe vintage e autografate dall'autore. L'esposizione presenta molte delle celebri serie del grande fotografo, il più importante e innovativo che l'Italia abbia mai avuto. Dalle prime fotografie, scattate sulla spiaggia di Senigallia nel 1953, alle serie dedicate all'Ospizio (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), ai pretini in festa nel seminario della città (Io non ho mani che mi carezzino il volto), a Lourdes, alle atmosfere fuori dal tempo di Scanno, ai contadini deLa buona terra, alla storia quasi cinematografica di Un uomo, una donna, un amore; senza trascurare le serie dedicate alle grandi poesie che affascinavano con il loro ritmo e la loro profondità Giacomelli(A Silvia, Io sono Nessuno, Ritorno …). Non mancano in mostra anche le straordinarie immagini del paesaggio marchigiano, che per tutta la vita Giacomelli non si è mai stancato di fotografare, di riprendere e di sorprendere, ed alcune tra le sue immagini più materiche, dove la tensione tra le figure nere e il bianco di fondo si fa attesa drammatica, corposa, lirica. Per la prima volta, poi, saranno presentate alcune serie inedite (Così come la morte, Ritorno, Territorio del Linguaggio, il volo lento delle farfalle), che testimoniano il lavoro incessante di un grande inventore di immagini. La mostra di Forma, anteprima di un tour internazionale, diventa così l'occasione per conoscere e apprezzare l'eccezionale realismo magico di Mario Giacomelli. Nato a Senigallia nel 1925, Giacomelli inizia a lavorare a 13 anni in una tipografia. Nel 1952 compra una macchina fotografica e scatta la sua prima immagine, "L'approdo". Da allora, fotografo non professionista per scelta, si dedica alla creazione delle sue intense serie fotografiche: la vita d'ospizio, i paesaggi, Scanno, il mondo contadino. Nel 1953 entra a far parte del gruppo fotografico Misa e nel 1956 de La Bussola. Dal 1955 viene celebrato dall'allora direttore della fotografia del MoMa di New York John Szarkowski e comincia a ottenere riconoscimenti e a esporre in Italia e all'estero. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private di tutto il mondo. Muore a Senigallia nel 2000.
 


© Mario Giacomelli

 

Larry Fink: Composizione e improvvisazione (da Sguardi 96)

È nata Aperture, una nuova collana (edita da Postcart) dedicata ai workshop fotografici presentati da grandi nomi della fotografia contemporanea. In sostanza, l'esperienza dei workshop fotografici attraverso le parole e le immagini - di autori che si fanno maestri - contenute in un libro: per migliorare la consapevolezza di strumenti e poetiche, per comprendere i processi creativi, condividere e confrontarsi con insegnamenti e visioni. Uno dei volumi che apre la serie è Composizione e improvvisazione di Larry Fink, conosciuto per le sue immagini sulla società americana. […] Racconta Lisa Kereszi nell'introduzione al libro di Fink: «Mi sono iscritta al corso di fotografia di Bard College un po' in ritardo, al secondo anno, e ho dovuto rimettermi in pari. Di conseguenza mi sono persa il corso semestrale condotto da Larry Fink, Letteratura Visiva, il seminario
in cui insegnava esclusivamente con immagini proiettate sullo schermo, senza fotografie stampate. Avevo sentito parlare di quella classe e di Larry dai miei compagni
di corso: della sua personalità magnanima, gioviale e
 al contempo pungente; delle sue trovate e delle sue prodezze; delle sue campagne per la Nike e dei suoi servizi per il New York Times. All'inizio dell'ultimo anno di corso, mi trovavo nell'ufficio del direttore di programma Stephen Shore
 per mostrargli alcune foto 4x5 che avevo scattato lungo le strade degli Stati Uniti e illustrargli alcune idee da una lunga lista di progetti potenziali. Rimase tutto il tempo ad ascoltarmi impassibile. Adesso che sono un insegnante anch'io, capisco il perché: le aveva già sentite tutte in precedenza. A quel punto fui costretta a tirare fuori la parte più scomoda e personale della lista, e a confessargli che stavo pensando di esplorare la dipendenza dalla droga e dall'alcool, fotografando la gente alle feste
 e in preda all'ebbrezza e ritraendo chi, direttamente
o indirettamente, era affetto dalla dipendenza. Fece
 una pausa, poi mi disse che quello sarebbe stato il mio progetto finale, e che non avrei più lavorato con lui ma con Larry Fink. Oggi mi rendo conto che sapeva cosa fosse meglio per me. Quella decisione cambiò tutto. Larry e io ci trovavamo regolarmente per degli incontri a quattr'occhi, durante i quali lui scorreva tra i miei provini a contatto e le mie stampe di lavoro, dicendo cose come, zip, zow, oh wow, pow, bam, zowee, mentre indicava un gesto o un accostamento che vedeva nell'immagine. E io, da studentessa ingenua quale ero, cercavo di interpretare queste esclamazioni bizzarre e improvvisate come complimenti, consigli e avvertimenti. Mi consigliò di acquistare una macchina fotografica con una lente molto più nitida della Hudson Photo Yashica reflex biottica da 115 dollari che avevo usato fino a quel momento, spiegandomi che dalle immagini si doveva vedere ogni singola ruga, imperfezione o smorfia. E mi fece vedere come usare al meglio un flash Vivitar tenuto a mano lateralmente. Mi misi a lavorare sul
 mio progetto, rendendo omaggio al suo lavoro Social Graces in ogni dove, come probabilmente avevano fatto molti altri studenti prima di me avvalendosi dei metodi visivi e progettuali da lui inventati. Ascoltavo, guardavo ed emulavo mentre criticava, tagliava, approvava o disapprovava, sentiva o non sentiva le mie foto. Poi passavo ad assimilare combinare la sua influenza con quella di altri, con la mia interiorità e con le mie esperienze di vita, per crearmi, in futuro, un mio linguaggio visivo.
 


P. 26, Larry Fink, Blue Horizon, Philadelphia, Pennsylvania, gennaio 1990

 

Stuart Franklin: Viaggio nelle metropoli
 (da Sguardi 17)

Composita, magmatica, sfuggente a qualsiasi definizione precisa, la città è un'entità in perenne movimento, che esercita un'attrazione magnetica su quanti vi confluiscono, costituendone la linfa vitale e l'energia creativa. Luogo simbolico, prima ancora che fisico, la metropoli vive in un rapporto di reciproca necessità con quanto è al di fuori dei suoi confini, spesso indefinibili; frutto di stratificazioni successive, dove le tracce del passato convivono con il presente, è un ricettacolo di stimolanti contaminazioni etniche e culturali. 
Cuore pulsante dell'attività economica e fucina delle innovazioni più autentiche, la megalopoli moderna è anche sinonimo di ritmi frenetici, omologazione, degrado ambientale, e fulcro dell'esasperazione dei conflitti socio-razziali. Nondimeno, la città esercita da sempre un fascino indiscusso poiché rappresenta una fonte di opportunità e di successo, incarnando, per molti, la speranza di una vita migliore. Nel corso della sua carriera di fotoreporter, che lo ha condotto in giro per il mondo nei luoghi e nei momenti salienti della storia recente, Stuart Franklin si è confrontato spesso con la dimensione urbana. 
Nel libro La Città dinamica. Viaggio nelle metropoli del terzo millennio (Mondadori), Stuart Franklin ha raccolto oltre 300 immagini che documentano la complessa vita nelle città all'alba del XXI secolo, in bilico tra passato e futuro, scattate nei vari continenti nell'arco di vent'anni. Lungi dal proporre un reportage esaustivo o una propria rappresentazione della città, l'autore cerca piuttosto di sintetizzare alcuni temi ricorrenti attraverso la lente della storia, del lavoro, del tempo libero e della globalizzazione, a cui corrispondono le quattro sezioni portanti del libro. Le immagini selezionate tracciano un percorso attraverso la metropoli moderna, alla ricerca dei segni del processo attraverso cui le città e i loro abitanti si sono reciprocamente plasmati. Da Città del Messico a Berlino, da Pechino a New York, il suo sguardo restituisce un quadro in cui prevalgono l'intensità dell'esperienza umana, la vitalità e la ricchezza che nascono da una dimensione di vita collettiva.
 


© Stuart Franklin. Pechino, Cina, 1998

 

Storia: Percorsi della fotografia in Italia (da Sguardi 80)

Maria Antonella Pelizzari, storica della fotografia e professore associato al Dipartimento di Arte dell'Hunter College di New York, ripercorre in Percorsi della fotografia in Italia (216 pp., 126 fotografie, 21,90 euro) lo sviluppo e la crescita della fotografia in Italia, la storia del mezzo fotografico e della sua pratica nel nostro paese, i principali movimenti, gli autori, le influenze straniere, le istanze estetiche, il contesto internazionale, la scena culturale e politica. Al momento della nascita della fotografia, nel 1839, l'Italia non era che un mosaico di stati, ancora lontani da poter convivere uniti sotto un'unica bandiera. Più tardi, il territorio, la sua incontestabile bellezza, le perle rinascimentali e archeologiche che l'adornano, diventeranno il primo principale soggetto per fotografi professionisti e amatori che rinnoveranno, ora con l'aiuto di un apparecchio fotografico, il classico Grand Tour nel nostro paese. Oggi, nella molteplicità degli stili, i fotografi documentano il nostro territorio variegato e problematico, propongono nuove testimonianze e nuove creazioni visive. La tesi di fondo della Pelizzari è che «la fotografia in Italia non è il prodotto della patinata industria del turismo, ma il frutto della ricca cultura visiva del paese». Riportiamo, di seguito, alcune parti dell'introduzione della Pelizzari. […] «È un fatto che nelle storie canoniche di fotografia l'Italia emerge brevemente per rapporto al Grand Tour, alle riproduzioni artistiche dei Fratelli Alinari e, nei casi più fortunati, per una menzione al fotodinamismo di Bragaglia, ai pretini di Giacomelli e agli indimenticabili paparazzi. Nel complesso, l'immagine fotografica che ne risulta è pittoresca ed esotica, inserita in una tradizione artistica che fatica a definirsi moderna e che predilige l'aneddoto. […] Ho sottolineato nel corso del libro come, paradossalmente, l'aspetto più "italiano" di questa storia sia il suo carattere policentrico e parzialmente straniero. La configurazione geografica dell'Italia, e la sua frammentazione in una quantità di staterelli dalla fine dell'era antica in poi, ne hanno fortemente condizionato la tradizione artistica, coinvolgendo i fotografi in questo particolarismo. […]  Viaggio in Italia (1984) di Luigi Ghirri - libro e mostra di venti fotografi che ridefinivano l'immagine del paesaggio italiano - fu un'accorta dichiarazione della necessità di superare le immagini tradizionali e stereotipate del Grand Tour. Il libro suggeriva un nuovo tipo di dizionario fotografico, rivolto al paesaggio locale e quotidiano. Il progetto di Ghirri divenne uno dei rari momenti in cui i fotografi lavorarono insieme verso un obiettivo comune, condividendo un'esperienza dei luoghi a livello nazionale. Questa lezione ha continuato a influenzare opere più recenti, quando la diversità delle regioni italiane è stata ulteriormente complicata da nuove ondate di immigrazione, accompagnate da forme di razzismo esplicito e dall'incapacità del governo attuale di riconoscere il crescente multiculturalismo. I fotografi di oggi cercano indizi per comprendere un mondo sempre più complesso. Inoltre attingono alla tecnologia digitale e all'arte dell'installazione per ristrutturare ricordi e percezioni […] Questo libro va inteso come un percorso critico attraverso una tradizione fotografica ricca e sfaccettata, dovuta anche e soprattutto al suo particolarismo. La selezione delle immagini, tracce del mio racconto, vuole mostrare il noto ma anche e soprattutto l'inedito, suggerendo contraddizioni e deviazioni da un percorso lineare e omogeneo […] questa tensione a riscoprire un'Italia insolita in fotografia continua a riproporsi fino a oggi, nel continuo confronto con il periferico, il marginale, l'ordinario».
 


Paolo Ventura, Il fotografo, dalla serie Winter Stories n. 37, 2007. © Paolo Ventura e courtesy Hasted Hunt Kraeutler, New York

 

Francesco Cianciotta: A Journey Apart (da Sguardi 67)

Viaggiando molto per lavoro, Francesco Cianciotta ha coltivato la sua passione più o meno segreta - la fotografia - vestendo panni insospettabili, eludendo così di fatto il problema dell'invasività dell'osservatore. Gli aeroporti sono diventati il suo luogo di elezione, concentrati di tecnologia e umanità, promessa di novità, incroci di folla e solitudine, anonimato e sospensione, cemento e figure sotto cieli diversi. Fotografando, fotografando, tra un transito e l'altro, il manager errante ha raccolto una serie di immagini battezzata A journey apart, sfociata nella pubblicazione del volume Un viaggio a parte (pp. 96, formato 40 x 25 cm, 70 bicromie, euro 55), pubblicato quest'anno da Federico Motta Editore. «Per afferrare il senso del mio lavoro», sottolinea Cianciotta «è necessario considerare lo strumento utilizzato: una macchin(ett)a senza pretese, acquistata per pochi spiccioli in un duty free, ma che possiede due caratteristiche rivelatesi poi cruciali. Innanzitutto, da un punto di vista strettamente tecnico, non c'è molto: un solo tempo (1/100), un solo diaframma (f/11) e una sola lente di plastica. In definitiva, più limiti che possibilità. Però questi limiti mi hanno permesso di concentrarmi sulle poche condizioni ambientali nelle quali uno scatto aveva una minima possibilità di riuscita. Resta in definitiva il fatto che ogni immagine di A Journey Apart è da considerarsi un'eccezione, una sfida statistica al calcolo delle probabilità (in effetti, 50 immagini estratte da circa 6000 scatti non sono una resa numericamente straordinaria)». Sullo status che un apparecchio fotografico conferisce al fotografo, Cianciotta afferma che «tanto più l'attrezzatura è sofisticata, tecnologicamente avanzata, ingombrante, tanto più questa riverbera autorevolezza e rispetto. Equipaggiato della mia macchin(ett)a questa autorevolezza non mi è stata mai riconosciuta. Il che mi ha dato una grande libertà: in nessun aeroporto del mondo sono mai stato preso sul serio e al contempo nessuno mi ha mai percepito come una minaccia: anzi, venivo accolto con sorrisi ironici e una benevola condiscendenza, al punto che, vestito da manager (abito scuro, cravatta e bretelle) durante una trasvolata verso Boston, un pilota si mise disinvoltamente in posa dentro il cockpit prima dello scatto. Ma ciò che ha determinato la riuscita di questo progetto è che, in realtà, non ho avuto un progetto da seguire. Per dodici anni ho fotografato negli aeroporti senza un vero scopo, spinto solo dal piacere di farlo, perso e ritrovato nell'osservare spazi senza luogo e senza tempo, incapsulato nelle attese, confondendo l'alba con il tramonto. Non è forse così che inizia ogni viaggio?».
 


© Francesco Cianciotta - Amsterdam

 

Francesco Fossa: Quota Mille (da Sguardi 73)

Quota Milleè un ritorno a casa. Ma il Matese della mia adolescenza era assai diverso dalla rappresentazione che ne ho dato in questo libro. La visione di allora puntava  alla vetta, la montagna mi si offriva per linee verticali. Era solo un salire è uno scendere, risalire i 2000 metri del monte Miletto sci in spalla. Erano valloni silenziosi, neve fresca, vento. Era percepire lo sforzo che ti portava fino in vetta.  Matese rappresentava l'anticamera dell'avventura che avrei voluto vivere altrove. Non prestavo allora attenzione alla gente che su queste montagne viveva e lavorava. Quella stessa attenzione che con gli anni sarebbe diventata il cuore del mio lavoro di giornalista: raccontare storie di persone, in tanti angoli del pianeta. Uomini e donne travolti da catastrofi naturali o guerre. Storie di solidarietà o di miseria umana. Con il tempo la curiosità per i luoghi ha così lasciato sempre più spazio alle vicende dei singoli individui o di intere popolazioni. […] Di seguito, l'intervento di Paolo Rumiz che accompagna - nel libro pubblicato da Punctum (96pp, 52 foto a colori, 30 euro) - le immagini di Francesco Fossa. […] «Il Matese, che Francesco Fossa racconta nel suo libro fotografico "Quota mille" mostra proprio questo: un'altra Italia, lontana secoli dalla Roma di oggi, lontana soprattutto dal mondo cellofanato che imperversa in Tv. Un mondo solitario, abbandonato dalla politica, privato di ogni difesa, aggredito dai predoni dell'energia, dell'acqua e del vento. Un mondo di gente dura, arroccato alle sue montagne e che si difende come può, anche ostentando l'orrido ai forestieri.Nel mio viaggio vidi "gole senza fondo, strade che si infilano senza nemmeno lo spazio per i paracarri; curve a picco sul nulla come nelle illustrazioni dantesche del Doré, insegne che additano il Saloon dell'impiccato o valloni arcigni come la Bocca della Selva". Fotogrammi incancellabili nella memoria, come questi - di forza quasi neorealista - che compaiono nel libro di Fossa. L'Italia non ama i montanari, li considera cafoni, burini, bestie ignoranti. L'Italia vive a quota zero, ignora che a quota mille si è giocata fino a ieri la sua storia e si è costruita la sua ricchezza pastorale.Non esiste nel Mediterraneo un luogo simile, con la montagna così vicina al mare (anzi, a due mari), un luogo dove di conseguenza la transumanza si può giocare in così pochi chilometri, senza i nomadismi estremi del Medio Oriente o del Nordafrica. È tempo di riappropriarsi di questi luoghi, di guardarli con fierezza, con orgoglio. Sono questi uomini e queste donne, fotografati da Fossa - che rappresentano la nostra memoria, il nostro legame antico alla terra e al paesaggio».
 


© Francesco Fossa

 

Lorenzo Tugnoli, Francesca Recchia: The Little Book of Kabul (da Sguardi 86)

Incontri come questi aprono lo sguardo a un Afghanistan diverso da quello di cui siamo abituati a sentire. Rivelano scorci di complessità e pensiero critico difficili da percepire dalla narrativa limitata e limitante dell'ordinaria informazione. L'età media in Afghanistan è di circa 18 anni. Questo è un dato che racconta tanto della difficoltà di invecchiare in un paese in guerra quanto dell'alto tasso di natalità che inevitabilmente spinge un paese, per quanto martoriato, a guardare al futuro. È quindi sufficiente passare un po' di tempo con i giovani che vivono a Kabul per capire che c'è molto più in Afghanistan di quello che ci raccontano i media. Non c'è solo povertà, morte e desolazione, ma c'è una cultura ricca e articolata che la rappresentazione consueta del paese sembra ignorare. C'è un dibattito aperto sulle prospettive future, un confronto acceso sul ruolo e il significato del 2014 - l'anno del designato ritiro definitivo delle truppe americane. A Kabul ci sono artistiartigianidesigner, musicisti che giorno dopo giorno cercano di preservare un senso di normalità che permetta loro di esprimere la propria creatività. The Little Book of Kabul è il progetto di un libro che vuole rivelare questo volto nascosto della città: un volto vivace e complesso, ma nascosto sotto la superficie delle banalità e dei luoghi comuni. Un libro di istanti, di parole e immagini, che racconta Kabul da una prospettiva diversa. Con immagini scattate in pellicola e racconti brevi, il libro va alla scoperta della città vista dagli occhi degli artisti - Kabul, una città tanto dura quanto affascinante, prende forma attraverso le sfide, le difficoltà, le sorprese e le bellezze inaspettate che offre giorno dopo giorno.Seguendo le attività quotidiane di vari artisti, The Little Book of Kabul si concentra sulla dimensione di radicalità che la ricerca della normalità assume in un posto dove l'instabilità politica e le costanti minacce alla sicurezza personale sembrano prendere il sopravvento su tutto. Parlare di arte, musica, cultura diventa un modo importante per andare al di là delle retoriche consolidate legate a dualismi quali vincitori e vinti, vittime e carnefici. Raccontare la dedizione e l'investimento sulla produzione culturale in condizioni che sembrano proibitive, rappresenta un tributo alla resilienza umana, alla capacità di resistenza e all'immaginazione che sopravvivono nonostante bombe e macerie.
 


© Lorenzo Tugnoli - Kabul, Afghanistan, maggio 2011: Vista della città vecchia di Kabul.

 

Massimo Rossi, David Marciano: Outsider in Etiopia (da Sguardi 81)

Un viaggio in Etiopia, da outsider a tempo determinato. Oltre 3200 km nell'Etiopia tribale, lungo il corso del fiume Omo. Un libro, delle foto. Ricostruzioni storiche e analisi antropologiche, raffronti tra quanto descritto nella spedizione di fine Ottocento di Vittorio Bòttego e la realtà attuale delle tribù incontrate, l'arretratezza economica e i contrasti etnici tuttora esistenti, il passaggio dalle lance al Kalashnikov, la descrizione dei turisti occidentali, citazioni colte (da Lévi-Strauss a Cartier-Bresson, da Baudelaire a Kapuściński). Tutto questo contiene Etiopia. Saggio di un outsider a tempo determinato (Mimesis) scritto da Massimo Rossi e accompagnato dalle immagini dello stesso Rossi e di David Marciano.[…] «Alain De Botton, riferendosi al pensiero dello scrittore, pittore e poeta John Ruskin (Londra 1819-1900), scrive: [...] ad ogni clic dell'otturatore sentiamo scemare l'ansia di perdere per sempre una scena preziosa. [...] La tecnologia può mettere la bellezza alla portata degli uomini, ma non semplifica affatto il processo che ci porta ad apprezzarla e possederla [...] L'entusiasmo di Ruskin scemò quando si accorse della diabolica conseguenza in cui incorreva la maggior parte di coloro che scattavano foto. Anziché usare la fotografia come supplemento alla vista attiva e consapevole, infatti, essi la usavano come alternativa, finendo così, in virtù della fede nel possesso della bellezza garantito dalla tecnica, per prestare ancora meno attenzione al mondo di quanto avessero fatto in precedenza. [...] La macchina fotografica confonde la differenza che c'è tra vedere e notare, tra vedere e possedere, e se da un lato è un ineguagliabile strumento di conoscenza, dall'altro rischia, per assurdo, di far apparire superfluo lo sforzo di acquisizione della conoscenza stessa. La macchina fotografica infatti ci porta a credere di aver fatto il nostro lavoro con un semplice clic, mentre per cibarci davvero di un luogo, per esempio un terreno boscoso, dobbiamo porci domande quali «In che modo steli e fusto sono collegati alle radici?», «Da dove viene la foschia?», «Perché un albero sembra più scuro di un altro?».Concetti espressi nel secolo scorso ma tutt'ora validi. La velocità di esecuzione concessa dalle macchine fotografiche di ultima generazione, a confronto con quelle di Ruskiniana memoria (metà dell'800), forse lascia ancora meno tempo per farsi domande su chi e cosa fotografiamo. Aime cita l'etnologo francese Marc Augé: "Nel fotografare e produrre immagini i turisti proclamano la loro adesione ad un mondo dominato dalla televisione [...]. Il turista che fotografa o filma aliena gli altri e aliena se stesso" e mette in evidenza come oggettivando gli altri il turista oggettivi se stesso. Difficile accettare questo punto di vista (giochiamo in difesa?). Per molti di noi la foto è il ricordo legato al momento ed all'incontro, o, come dice Henri Cartier-Bresson: "Ero lì, ed ecco la vita così come l'ho vista in quell'istante". A noi stare attenti, quindi, a non perdere la storia e la bellezza che è intorno ad ogni foto, cercando di capirla per mezzo della consapevolezza dei fattori (psicologici e visivi) che concorrono a crearla, domandandoci il significato dello sguardo ritratto così come Ruskin si chiedeva "in che modo steli e fusto sono collegati alle radici". Compito difficile, ma credo di condividere con i miei compagni di viaggio, oltre alla buona attrezzatura fotografica, una altrettanto buona attrezzatura mentale».
 


© David Marciano

 

Stefano Nicolini: Piscine (da Sguardi 68)

Stefano Nicolini, rimasto fedele all'analogico, debutta nella fotografia d'arte. Di seguito, riproduciamo alcuni estratti del testo che Laura Cherubini - tra i maggiori critici d'arte italiani, curatrice della mostra - ha scritto per il catalogo edito da Silvana Editoriale. «Dopo l'inizio terrestre, Stefano Nicolini è diventato un fotografo di mare. In un certo senso si può dire che il lavoro attuale, che privilegia il campo instabile della piscina, un rettangolo liquido e riflettente, trae origine da questo rapporto con l'elemento acqua. La presenza umana, che è stata evitata a lungo nel lavoro di Nicolini, torna in Piscine … Nelle fotografie della serie Nuotatori l'uomo compie sempre e ripete, iterandolo, lo stesso gesto. Gli atleti sono colti nella loro dimensione di automi, "stilizzati in algide figure geometriche scarnificate dei muscoli, ma anche dell'anima" scrive l'autore che li definisce "umanoidi". Legati all'elemento acqua, sono però in un certo senso isolati dal contesto: sullo sfondo di queste immagini non appare mai il pubblico. Ai nuotatori - automi si contrappongono i Tuffatori. "Un tuffo perfetto non è solo un'opera di acrobazia difficile: è nello stesso momento un'opera d'arte figurativa" scrive Horst Goerlitz che prosegue "Il nuoto e il pattinaggio da corsa, per esempio, hanno per finalità la velocità; la pallanuoto e l'hockey sul ghiaccio, entrambi sport di squadra, hanno in comune la combattività; i tuffi ed il pattinaggio artistico, invece, si prefiggono il raggiungimento della eleganza e della perfezione stilistica. Chiudendo l'argomento, possiamo quindi concludere che lo sport dei tuffi chiede  una acrobazia perfetta durante il volo in aria, acrobazia eseguita con eleganza ed armonia di movimenti in modo da nascondere la difficoltà e far diventare così il tuffo un'opera d'arte". Così è anche per il nuoto sincronizzato, sembrano dirci gli scatti che gli dedica Stefano Nicolini in Piscine. L'uomo che si tuffa fa un gesto atletico più articolato e più carnale rispetto al nuotatore. Nelle foto della serie Tuffatori appare il pubblico, considerato dall'autore come manifestazione di carnalità gioiosa: "fanno da sfondo i giochi di colori creati dal pubblico, che conservando in parte la propria rivela il suo sostegno alla profonda natura umana del gesto atletico". Tra i Nuotatori e i Tuffatori si situano i Foto disegni. Partecipano della natura della fotografia e del disegno e sanno trasportare in una realtà fantastica.  Corpi e gesti diventano cenni. L'obiettivo fotografico coglie nello sfumato la trama della realtà. Alcune immagini addirittura scompaiono lasciando il posto ad astratti pastelli. Il disegno delle corsie della vasca si trasforma nella linea di confine dei colori variegati e frastagliati. L'approccio pittorico di Nicolini viene soprattutto da Art Wolfe, il maggiore fotografo naturalista degli anni Novanta, con il quale ha lavorato. Wolfe combina fotogiornalismo e fotografia d'arte. Mentre le foto  Nuotatori sono basate sul principio di similarità i Foto disegni  si presentano all'insegna della differenza e della varietà».
 


© Stefano Nicolini - Il nuotatore