Esplorazioni: Sulla natura e sul paesaggio

Pordenone: 50 anni di paesaggi italiani (da Sguardi 72)

Pordenone ospita Il Paesaggio Italiano in Fotografia, 1950 - 2000, una mostra - a cura di Walter Liva - che ritrae il paesaggio italiano degli ultimi cinquant’anni del ventesimo secolo, evidenziando le differenti scuole di pensiero e proposte realizzate: dai pittorialisti come Riccardo Peretti Griva, Silvio Maria Bujatti, Renzo Pavonello, lo Studio Giacomelli di Venezia, Riccardo Moncalvo, ai fotografi vicini all’estetica crociana come Giuseppe Cavalli, Ferruccio Leiss, Federico Vender, Piergiorgio Branzi, Giuseppe Moder, Raffaele Rotondo, quelli de La Gondola come Gianni Berengo Gardin, Elio Ciol, Lucia Sisti, Gino Bolognini, Toni Del Tin, Fulvio Roiter, Giuseppe Bruno, Giorgio Giacobbi, Sergio Del Pero, Manfredo Manfroi, Paolo Monti, i neorealisti come Gianni Borghesan, Luigi Crocenzi, Giuseppe Palazzi fino a Carlo Bevilacqua e Pietro Donzelli e altri autori come Bruno Stefani, il grande paesaggista del Touring Club Italiano e, attivi dagli anni ´60, Uliano Lucas, Carlo Cosulich, Carla Cerati, Ezio Quiresi, Toni Nicolini, Carlo Leidi, Ugo Mulas che fotografò le Cinque Terre per conto di Luigi Crocenzi che aveva “sceneggiato” la poesia di Eugenio Montale Meriggiar pallido e assorto e quindi due maestri tra i più importanti di tutto il Novecento: Mario Giacomelli e Franco Fontana. A partire dalla critica della “visione cartolinesca” si avvia il nuovo viaggio in Italia di Luigi Ghirri come emergono i paesaggi marginali, rappresentati da Guido Guidi, Marina Ballo, Isabella Colonnello, Vincenzo Castella, Andrea Abati, Gianantonio Battistella; i paesaggi interpretati da fotogiornalisti come Vittoriano Rastelli, Giorgio Lotti; Piero Raffaelli, il viaggio come scoperta di un territorio di Mario Cresci e Francesco Radino; poi il paesaggio fantastico di Luca Maria Patella e di Mario Sillani Djerrahian e la città invasa dalla pubblicità di Roberto Salbitani, la bellezza del Mediterraneo e la sua ricchezza culturale di Mimmo Jodice, Giuseppe Leone, Ferdinando Scianna, George Tatge, Marcello Di Donato, sino alla dimensione urbana di Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Luca Campigotto, Marco Zanta, Rosangela Betti e Cesare Colombo. Una parte dei fotografi italiani ha proseguito invece nella ricerca più tradizionale della bellezza del paesaggio come Davide Camisasca, Alberto Tissoni e Luca Gilli. Antonio Biasiucci ha rappresentato invece la forza della natura mentre elementi di storia dell’arte e di memoria dei luoghi sono stati introdotti da Vasco Ascolini, Cesare Di Liborio, Valerio Rebecchi, Stefano Cianci, Paolo Simonazzi, Bruno Cattani, Giovanni Ziliani. In ultimo, la mostra presenta la nuova visione del paesaggio oramai frammentato proposta da autori come Brigitte Niedermair, Massimo Vitali, Moreno Gentili, Rosa Foschi, Fulvio Ventura, Marco Signorini, Massimo Crivellari, Maurizio Bottini, Maurizio Montagna, Andrea Botto, Valerio Desideri, Marco Campanini e Maurizio Chelucci, Miranda Gibilisco. Infine, Gianluigi Colin ci riporterà indietro nel tempo, all’epoca di Piero della Francesca.
 


Mario Giacomelli, Paesaggi, 1956 - 1970

 

Italia: Inside Out (da Sguardi 99)

L’Italia è sempre stata una delle destinazioni preferite non solo da turisti e viaggiatori di multiforme tipo, ma anche dai fotografi che, in momenti diversi e con esperienze soggettive, ne hanno fatto uno dei paesi più rappresentati al mondo. La ricerca - di chi con una macchina al collo ha provato a raccontare un paese noto addirittura come il Belpaese - si è concentrata sulle bellezze dei paesaggi come sullo sviluppo delle città, sulle architetture e forme d’arte lasciate nel tempo come sugli stereotipi e sulle peculiarità, sul modo di vivere dei suoi abitanti come sui drammi della nostra storia passata e recente. A esplorare a Milano, in occasione dell’Expo, questo bagaglio prezioso di vissuti e visioni è una mostra ospitata a Palazzo della Ragione, Italia inside out (a cura di Giovanna Calvenzi), annunciata come la più grande mai realizzata interamente dedicata all’Italia. Oltre 500 immagini d’autore che ripercorrono la storia italiana, documentando la seconda guerra mondiale e il dopoguerra come le trasformazioni dagli anni Cinquanta fino a oggi. Un periodo lungo settant’anni, che la fotografia ha attraversato come testimone interprete di realtà sociali, di mutazioni ambientali, di trasformazioni urbanistiche, di entusiasmi, di lotte, di disperazioni, di tragedie, fedele al proprio mandato di essere in sintonia con i tempi ma soprattutto di aiutare a vedere e a capire i mutamenti della società. Un lungo viaggio, la cui suggestione è ricreata anche dal particolare allestimento: un convoglio composto da diverse carrozze che ospitano, al loro interno, delle piccole mostre personali di ciascun autore, dei racconti per immagini che interpretano i luoghi dell’Italia che più l’hanno ispirato. La mostra sarà divisa in due momenti, il primo, Inside, dal 21 marzo al 21 giugno proponeuna selezione di oltre 250 immagini di 42 fotografi. La cronologia è scandita dall’evoluzione del linguaggio fotografico, come il passaggio dal bianco e nero al colore, dalla narrazione umanista e “romantica” agli sguardi più indagatori che utilizzano la lezione del “linguaggio documentario”, dall’impegno giornalistico all’uso esplicito delle nuove tecniche che consentono di costruire paesaggi d’invenzione. Idealmente, il percorso inizia e si chiude a Milano, con le poetiche immagini di Paolo Monti e le vedute di Vincenzo Castella. […] Nel secondo, Out, dall’1 luglio al 27 settembre, le fotografie degli autori italiani lasceranno il posto a quelle di autori internazionali, quali Henri Cartier-BressonDavid SeymourAlexei TitarenkoBernard PlossuIsabel MuñozJohn Davies, e altri.
 


© Francesco Jodice, Capri

 

Courchevel: Les Sommets de l’Image (da Sguardi 51)

Quando la fotografia costituisce la memoria del nostro ambiente e può contribuire alla sua salvaguardia. Per la prima volta, le immagini di alcuni tra i più grandi fotografi di natura sono esposte in alta montagna. Accade in Francia, fino al 22 aprile, a Courchevel, rinomata stazione sciistica tra le montagne della Savoia. “Les Sommets de l’Image” presenta 61 fotografie che testimoniano la bellezza di siti naturali iscritti nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco e la vita di alcune specie animali in via di estinzione. Elefanti ai piedi del Kilimangiaro, vulcani in eruzione, iceberg alla deriva, giungle in pericolo, deserti che avanzano, le testimonianze evocano la ricchezza e diversità della natura e sensibilizzano alle ragioni della sua protezione. Integrate nel paesaggio del più vasto comprensorio sciistico del mondo, le stampe delle immagini di formato impressionante - si va dai 4 ai 128 metri quadri - sono disposte lungo tre percorsi, tra chiesette, chalet e strade animate. Così ogni visitatore - con gli sci, in auto o a piedi - entra necessariamente in contatto con le opere esposte e si interroga sul messaggio veicolato, la preservazione del nostro patrimonio naturale, anche grazie ai brevi testi, a cura del WWF, che accompagnano ciascuna immagine. Una giuria composta da photo-editor di prestigiose redazioni europee, amministratori locali, ricercatori e giornalisti ha selezionato quindici tra i più significativi fotografi di natura del panorama internazionale (Laurent Ballesta, Patrick Desgraupes, David Doubilet, Bernhard Edmaier, Stanislas Fautre, Olivier Grunewald, Frans Lanting, Michel e Christine Denis-Huot, Vincent Munier, Cyril Ruoso, Eric Sampers, Francis Tack, Stefano Unterthiner, Staffan Widstrand, Art Wolfe.
 


© Art WOLFE - Les Sommets de l'Image - Volcan Kilauea – Hawaï – Etats-Unis

 

Nick Brandt: Su questa terra (da Sguardi 46)

Brandt (nato e cresciuto a Londra, dove ha studiato cinema e pittura) non è arrivato subito alla fotografia. Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1992 (oggi vive in California), si è prima dedicato con successo alla regia di videoclip, realizzandone anche per artisti del calibro di Michael Jackson (Earth Song, Stranger in Moscow) e Moby. La sua carriera fotografica è iniziata nel 2000, in Africa. La sua prima, e finora più significativa, opera fotografica, On this Earth, è stata pubblicata nel 2005 da Chronicle Books e, dal 2004, è stata esposta nelle più grandi gallerie di Londra, Berlino, Amburgo, New York, Los Angeles, Santa Fè, Sydney, Melbourne e San Francisco. Eppure si tratta, ancora una volta, di leoni, zebre, elefanti, ippopotami, giraffe. In che modo la visionefotografica di Nick Brandt, resa in uno splendido bianco e nero, se lo è (e noi crediamo di sì), è diversa? Lasciamo la parola allo stesso autore, per spiegarcelo: «Pochi fotografi hanno considerato la fotografia di animali selvaggi, come qualcosa di chiaramente opposta al genere della fotografia naturalistica, come una forma d’arte. L’enfasi è stata posta in genere sul cogliere la spettacolarità degli animali in azione, sul catturare il singolomomento drammatico, in opposizione agli animali colti semplicemente nel loro stato di essere. Ho sempre considerato questo come un’opportunità sprecata. Gli animali selvaggi africani si prestano alle foto che vanno esteticamente al di là della comune fotografia naturalistica dell’obiettivo 35 mm a colori. Ed è così che, a mio modo, vorrei trascinare l’oggetto della fotografia naturalistica nell’arena della foto d’arte. Fare foto che trascendano quello che è stato un genere ampiamente documentativo. A parte l’uso di certe tecniche fotografiche non pratiche, c’è una cosa che faccio mentre scatto che credo faccia la differenza: mi avvicino molto a questi animali selvaggi, spesso a poche decine di centimetri da loro. Non uso teleobiettivi. Questo perché voglio vedere quanto più possibile cielo e paesaggio - vedere gli animali nel contesto del loro ambiente. In questo modo le foto riguardano tanto l’atmosfera del luogo, quanto gli animali. Inoltre, essendo così vicino agli animali, ottengo un a sensazione di intimo contatto con loro, con l’animale che mi è di fronte. A volte ho la sensazione che si presentino per un ritratto in studio. Perché gli animali africani in particolare? E ancora più in particolare dell’Africa orientale? Forse c’è qualcosa di più profondamente iconico, mitico, persino mitologico negli animali dell’Africa orientale, in confronto per esempio all’Artico o al Sud America. C’è anche qualcosa di profondamente emozionante e commovente nelle pianure africane - le grandi distese di pianure punteggiate dagli alberi di acacia graficamente perfetti. Le mie immagini sono apertamente idilliache e romantiche, una sorta di Africa incantata. Sono la mia elegia a un mondo che sta costantemente, tragicamente svanendo».


© Nick Brandt - Elephant Portrait, Amboseli 2005

 

Michael Kenna: Retrospective Two (da Sguardi 35)

Kenna è un mediatore, uno straordinario traduttore poliglotta capace di comprendere e immedesimarsi in luoghi e culture così lontani da apparirci spesso scontati anche a causa delle migliaia di immagini-clone che quotidianamente si impongono ai nostri occhi e inaridiscono la nostra immaginazione invece di stimolarla. Un artista capace di rinunciare alla velocità per sintonizzarsi su canali di pacifica e rispettosa convivenza con i luoghi da lui visitati e studiati. Lontano da periodi e da orari dettati da quegli automatismi che ci portano a muoverci tutti contemporaneamente e convulsamente, per farci scoprire ciò che non abbiamo mai avuto nemmeno il tempo di notare. Lontano dall’inquinamento visivo e acustico delle metropoli per riscoprire luoghi e rumori ormai dimenticati. Da cercare e ascoltare, non da subire. Michael Kenna guarda a questi luoghi da inaspettati punti di vista fisici e mentali e lo fa muovendosi in certi momenti della giornata in cui la luce deve ancora manifestarsi per plasmare quei soggetti che sono solo dei concetti immateriali e praticamente invisibili. Il linguaggio di Michael Kenna è fuori dalle mode, non “fuori moda” solo perché, come alcuni asseriscono, romanticamente ancorato alla fotografia analogica e non ancora catapultato nel mondo del digitale. Anche se entrambe le vie portano a risultati potenzialmente simili e comunque emozionanti, egli sceglie la via della riflessione e dell’argento a quella dell’impetuosa cavalcata sull’onda dei pixel. Con il tempo si è forgiato uno stile indiscutibile e inconfondibile, osservando il mondo con lo sguardo dello scultore che di fronte al blocco di marmo sa già dove vuole arrivare ma sa anche che quello che sta per intraprendere sarà un lungo e difficile percorso. Dalla penombra dei luoghi in cui fisicamente si trova, Kenna parte per un viaggio che non si esaurisce mai dopo i suoi lunghi click ma continua anche più tardi in un luogo altrettanto buio, la Camera Oscura, dove alla flebile presenza di una lampadina rossa il fotografo si trasforma in stampatore per rivedere e ridonare nuova luce a ciò che aveva già osservato. O forse solo immaginato».
 


Quixote's Giants, Study 10, Consuegra, La Mancha, Spain, 1996

 

Walter Bonatti: Fotografie dai grandi spazi (da Sguardi 97)

Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti italiani, nella sua veste di esploratore-fotoreporter. L’esposizione - dal titolo Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi – ripercorre, anche con l’ausilio di video e documenti inediti, il racconto visivo, le vicende esistenziali, le avventure, gli oltre trenta anni di viaggi alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra. Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, portò Bonatti a cercare di trasmettere la conoscenza di luoghi estremi del nostro pianeta. Al tempo stesso, non smise mai di battersi con forza per tramandare la vera storia, troppe volte nascosta, della conquista del K2 e del tradimento dei compagni di spedizione. «È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie», scrivono i curatori della mostra Alessandra Mauro e Angelo Ponta. «Ed è sorprendente quanto lui e le sue avventure siano radicati nella memoria. Un successo duraturo che ha più di una spiegazione. L’essere stato prima un grande alpinista, poi fotoreporter-esploratore, ha tenuto Bonatti “in scena” per quasi un trentennio, periodo al quale è seguita l’attività di autore di libri e conferenziere, durata altrettanto (e lungo più di 50 anni), dal quel fatidico 1954, si è peraltro dipanata la vicenda del K2, costellata di polemiche e colpi di scena. Attività diverse, tutte affrontate con caparbia serietà e con versatile talento: Bonatti imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione posta nell’imparare i segreti della montagna. E se l’alpinista estremo (e spesso solitario) aveva conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, l’essere insieme narratore e protagonista delle proprie avventure lo proietterà anche nell’immaginario dei più giovani. A ogni viaggio, Bonatti partiva alla ricerca dei suoi ricordi letterari e dei suoi eroi, cercando di riviverne le avventure. Bonatti, bello e coraggioso e forte e sfrontato, era Tarzan, era Robinson, era Tom Sawyer. In questo processo d’immedesimazione, la fotografia era fondamentale. Con quegli scatti, il racconto diventava evidenza visiva, prova di verità. Molte tra le immagini di Bonatti sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove, sono insieme luoghi di contemplazione e discoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo. Decide lo scatto con meticolosa cura; contemporaneamente, programma il suo ruolo attivo, e sempre diverso, in ogni composizione. Nelle fotografie, riesce a cogliere la sua stessa fatica, la gioia per una scoperta, così come le geometrie e le vastità della natura che andava esplorando. La presenza di Bonatti all’interno delle sue foto fa esplodere la fantasia, trasformando le sue avventure in romanzi, in film, in fumetti (e qualcuno proverà poi davvero a realizzarli, quei fumetti). Così, immagine dopo immagine, reportage dopo reportage, si compie il racconto dell’avventura e insieme, il “romanzo dell’io” di Walter Bonatti. È lui il personaggio che si cala nel vulcano, costruisce una zattera per domare il torrente impetuoso, una capanna per spiare la tigre. Lui rincorre i varani, nuota con gli ippopotami, si fa strada nella giungla col machete, viaggia sul fiume dei cercatori d’oro, tira le frecce con gli indios, parla con gli uomini primitivi, bivacca nel deserto e al Polo, approda all’isola dei naufraghi, afferra i serpenti e cerca i dinosauri nel mondo perduto. Oltre al talento nello scegliere e inquadrare i soggetti, è evidente il piacere di fotografare, di guardare. Di andare a vedere, appunto. Per sé innanzitutto, e poi per mostrare e raccontare agli altri.
 


Walter Bonatti, Cascate Murchison, Nilo Vittoria, Uganda. Giugno 1966, © Walter Bonatti/Contrasto

 

Yann Arthus-Bertrand: Dalla Terra all’uomo (da Sguardi 86)

Dal 1992 Arthus-Bertrand ha sorvolato i cinque continenti documentando i cambiamenti in corso, l’impatto dell’uomo sui territori, con l’obiettivo di sensibilizzare il maggior numero di persone possibile sull’importanza di uno sviluppo sostenibile. «Ho visto la Terra cambiare - spiega l’autore - e tutti gli esperti e gli scienziati che ho incontrato nel corso dei miei viaggi condividevano le mie inquietudini. Quello che le mie foto mostrano, loro lo dicono con le cifre. E sono cifre preoccupanti». […] Nei diversi lavori di Arthus-Bertrand si saldano la valenza suggestiva e artistica con quella educativa e divulgativa, l’ attenzione alle problematiche ecologico-ambientali si propone di accrescere la sensibilità su tematiche come salvaguardia dell’ambiente, tutela delle biodiversità e sviluppo sostenibile. […] Una forma di comunicazione così esplicita ma pure così raffinata come quella di Yann Arthus-Bertrand potrebbe rappresentare una possibile soluzione per promuovere una rapida ed efficace consapevolezza da parte delle masse. Le vaste immagini aeree, unite alle eteree colonne sonore di Armand Amar, trasformano la razionalità scientifica in emozioni, e le emozioni, si sa, passano più facilmente nella testa e nel cuore degli uomini. La Terra vista dall’alto da Yann Arthus-Bertrand, a differenza delle icone planetarie immortalate dalle missioni spaziali, ci appare abbastanza lontana da essere percepita come un luogo unico e irripetibile, ma abbastanza vicina per osservarne in dettaglio la bellezza e la fragilità. E soprattutto queste immagini non si limitano a proporre la retorica della ricchezza naturalistica del pianeta, ma contrappongono ai paradisi forestali, oceanici e montani una radicale denuncia dei misfatti umani degli ultimi cent’anni.
 


© Yann Arthus-Bertand, Sorgente calda del Grand Prismatic, Parco Nazionale di Yellowstone

 

Luigi Ghirri: Punti di vista (da Sguardi 72)

Luigi Ghirri (Scandiano 1943-Roncocesi 1992) è stato sicuramente uno dei massimi fotografi del Novecento, non solo italiano. In poco più di vent’anni ha realizzato centinaia di migliaia di immagini, concepito ricerche, ha, soprattutto, cambiato sensibilmente il modo di vedere la realtà che ci circonda. Uno degli aspetti meno conosciuti della sua attività è stato l’insegnamento universitario: quando iniziò ad essere chiamato ad insegnare all’Università di Parma invitato da Arturo Carlo Quintavalle (dal 1987) e poi (1989, 1990) all’Università del Progetto di Reggio Emilia (istituzione ideata dall’amico Giulio Bizzarri con pochi altri) Ghirri era un grande autore, ma sicuramente non apparteneva ad alcuno Star System dell’immagine. Per fortuna Bizzarri ebbe la percezione precisa dell’importanza di quell’insegnamento, dell’importanza che potevano avere quelle lezioni, quelle conversazioni tenute a gruppi di studenti, e dispose di registrare meticolosamente tutto. Dopo vent’anni, con l’aiuto della Provincia di Reggio Emilia, viene finalmente pubblicato il libro che contiene quell’esperienza: la trascrizione fedele delle lezioni, le immagini da lui utilizzate nei corsi, le esercitazioni degli studenti.Lezioni di fotografia (a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro, con uno scritto biografico di Gianni Celati, Quodlibet) è un libro singolare, una sintesi rara - oggi come allora - tra Storia della Fotografia, trasmissione delle sapienze tecniche, dichiarazione poetica, riflessione globale sull’immagine. E tutto molto autoriale, e tutto di una semplicità profondità stupefacenti. Chi lo ha conosciuto riconoscerà subito il modo di argomentare apparentemente sfilacciato ma alla fine stringente, veramente come sentire la sua voce mentre mangia le parole rendendo benissimo i pensieri; chi non ha avuto modo di incontrarlo scoprirà una dimensione differente della sua opera, alla fine più semplice di quanto ha scritto tanta critica, ma tanto più profonda. […] «L’atlante - scriveva - è il libro che ci permette di trovare dove abitiamo e dove vorremmo andare, seguendo dei segni sulla carta, come quando leggiamo». […] E aggiungeva: «Il viaggio sulla carta geografica, caro a molti scrittori, credo sia uno dei gesti mentali più naturali in tutti noi, fin dall’infanzia…». […] Il suo atlante fotografato è uno tra i più affettuosi omaggi alla nostra facoltà di lettura. La lettura come un luogo di meraviglie, che non serve a catturare il mondo, ma serve per immaginarlo… Come quando da bambini immaginavamo i posti lontani su una carta geografica. […] Quest’uomo che faceva l’elogio della normalità, in realtà era un anarchico, Era uno che non accetta… Non accetta cosa? Non accetta la cecità di tutti quelli che, oculisticamente parlando, ci vedono benissimo: gli uomini spiritualmente ciechi. […] Aveva l’idea che ogni immagine ne richiami un’altra: perché non esiste nessuna immagine unica, originale. Ogni immagine porta in sé tracce d’un riconoscimento di qualcos’altro, di altre immagini, foto, visioni, apparizioni…».
 


Luigi Ghirri - Versailles 1985

 

Racconti dal paesaggio: 1984-2004 (da Sguardi 27)

Il Museo di Fotografia Contemporanea di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo propone la mostra Racconti dal paesaggio 1984-2004 A vent’anni da Viaggio in Italia (a cura di Roberta Valtorta), che presenta una parte (circa cento fotografie, un terzo delle 300 originarie) della grande mostra Viaggio in Italia, progettata e curata nel 1984 da Luigi Ghirri. Si trattò allora di un grande progetto collettivo dedicato al paesaggio italiano, nel quale furono coinvolti venti fotografi (diciassette italiani, due americane e uno francese) tra i quali spiccano Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Mimmo Jodice, e uno scrittore: Gianni Celati, che per l’occasione scrisse il racconto Verso la foce (reportage, per un amico fotografo). La mostra di vent’anni fa ruotava attorno alla possibilità di utilizzare la fotografia per raccontare la complessità del mondo esterno e le molte storie umane intessute nel paesaggio stesso, attraverso un tipo di fotografia interrogativa che non afferma, che si presenta semplice nella struttura ed enigmatica nel significato, fino a suggerire talvolta un senso di spaesamento e solitudine, quasi di nostalgia. Una fotografia che esprime non la tipicità turistica, ma la dimensione della quotidiana ordinarietà, la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo, architetture e nature, periferie e aree industriali, non centri ma margini, vuoti. Un viaggio nel nuovo della fotografia italiana per vedere come una generazione di fotografi, lasciato da parte il mito dei viaggi esotici, del reportage sensazionale, dell’analisi formalistica e della creatività presunta o forzata, ha invece rivolto lo sguardo sulla realtà e sul paesaggio che ci sta attorno. L’intenzione è ricomporre l’immagine di un luogo, e antropologico e geografico, il viaggio è così ricerca e possibilità di attivare una conoscenza che non è fredda categoria di una scienza, ma avventura del pensiero e dello sguardo.

 


Mimmo Jodice, Napoli, 1980

 

Viaggio in Italia: 30 anni dopo (da Sguardi 83)

Scrive Roberta Valtorta, Direttore Scientifico del Museo di Fotografia Contemporanea: «tra fine anni Settanta e primi anni Ottanta Luigi Ghirri (1943-1992, sono vent’anni che Ghirri ci ha lasciati), grande maestro della fotografia italiana contemporanea, curatore, docente, concepisce uno straordinario progetto di rifondazione dell’immagine del paesaggio italiano: è Viaggio in Italia. Nel 1984 il progetto prende forma in una mostra alla Pinacoteca Provinciale di Bari e in un libro pubblicato dal Quadrante di Alessandria, con un testo di Arturo Carlo Quintavalle e un testo dello scrittore Gianni Celati. Ghirri coinvolge venti fotografi, per la maggior parte italiani: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Giannantonio Battistella, Vincenzo Castella, Andrea Cavazzuti, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Carlo Garzia, Guido Guidi, Luigi Ghirri, Shelley Hill, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Claude Nori, Umberto Sartorello, Mario Tinelli, Ernesto Tuliozi, Fulvio Ventura, Cuchi White. L’idea di Ghirri è quella di costruire un fronte culturale che sappia guardare il paesaggio del Bel Paese con occhi nuovi, e nel contempo rinnovare la fotografia italiana. Molti dei fotografi di Viaggio in Italia oggi sono figure chiave della fotografia italiana contemporanea e importanti artisti noti a livello internazionale. Le fotografie di Viaggio in Italia, diverse tra loro come i loro autori, rappresentano un raffinato esercizio della visione e propongono un nuovo ABC del paesaggio italiano indagato nei suoi elementi primari. L’approccio è intellettuale e insieme affettivo, privo di retorica, lontano dagli stereotipi sia di tipo turistico che giornalistico, senza gerarchie di importanza nell’affrontare la complessità dei luoghi. Sono fotografie on the road, apparentemente elementari, un po’ pensose, attente alla provincia ma anche alle città, al mare, ai giardini, ai cieli, ai luoghi dell’arte. Lontane dal reportage sensazionalistico caro ai giornali, delicatamente concettuali, non ricercano “momenti decisivi” ma rivolgono lo sguardo alla quotidianità e alla normalità carica di poesia del paesaggio che ci sta intorno. L’idea di viaggio infatti è applicata al mondo nel quale viviamo e che ci riguarda da vicino. Il progetto di viaggio di Viaggio in Italia si contrappone, in quegli anni, a una certa ricerca dell’esotico e del sensazionale che sia le riviste patinate che si stanno moltiplicando, sia la televisione (gli anni Ottanta vedono in Italia una prima moltiplicazione dei canali televisivi, e l’inizio della vittoria della televisione sulle nostre vite), vanno proponendo. Sul risvolto di copertina del libro troviamo esposte in modo sintetico e chiaro, come in un manifesto, le diverse intenzioni di questo Viaggio in Italia: “Viaggio in Italia nasce dalla necessità di compiere un viaggio nel nuovo della fotografia italiana e, in particolare, per vedere come una generazione di fotografi, lasciato da parte il mito dei viaggi esotici, del reportage sensazionale, dell’analisi formalistica, e della creatività presunta eforzata, ha invece rivolto lo sguardo sulla realtà e sul paesaggio che ci sta intorno. Le opere degli autori spostano l’attenzione della fotografia alla cultura quotidiana dell’Italia d’oggi e impongono il confronto con il vuoto d’impegno conoscitivo che paralizza altre attività espressive e altri sistemi di comunicazione. La televisione, il cinema, le arti visive appaiono sempre più lontani dal voler conoscere o almeno osservare il volto concreto dell’Italia. […] Le fotografie di Viaggio in Italia sono interrogative, non affermano nulla ma si aprono al mistero dei luoghi a partire dalle loro possibili immagini. Sono fotografie che si presentano molto semplici nella struttura ma enigmatiche nel significato, fino a suggerire, talvolta, un senso di spaesamento e di solitudine, di nostalgia. A distanza di quasi trent’anni, il progetto ghirriano offre ancora una emozionante riflessione sull’identità del “Bel Paese” ricercata nel racconto di luoghi che ormai si sono completamente trasformati, spesso perdendo  quella armonia tra natura e cultura che era un tratto così profondamente italiano.
 


© Vittore Fossati, Santo stefano Belbo, Cuneo 1983

 

Natura: Wildlife Photographer of the Year (da Sguardi 67)

Animali, piante, paesaggi, dettagli, panorami, l’occhio dell’uomo sulla natura. È Wildlife Photographer of the Year, il massimo evento per fotografi professionisti e amatoriali fa tappa a Roma, al Museo Civico di Zoologia. […] Della categoria Animal Behaviour (Comportamento animale, suddivisa in tre sottosezioni: uccelli, mammiferi, tutti gli altri animali), fanno parte immagini di lotta come Clash of eagles (Scontro tra aquile) di Antoni Kasprzak, che riprende il furioso combattimento di due aquile sotto una tormenta di neve per la conquista della carcassa di un’alce, frutto di intuizione e ore di paziente attesa dove le luci basse e la neve che cade creano l’atmosfera perfetta per rappresentare l’aggressività delle aquile, la loro potenza, maestosità e grazia. E comeDeadlock (Bloccaggio) di David Maitland che descrive la battaglia per la vita tra serpente e rana. Petal procession (Processione di petali), di Adrian Hepworth, scattata nella foresta del Costa Rica, mostra invece una surreale processione di petali che si snodano lungo un tronco, trasportati dalle formiche, ottenuta usando un tempo di scatto lento per rendere l’effetto “scia” e attivando il flash alla fine dello scatto per riuscire a bloccare l’immagine delle formiche in movimento. Della categoria Animals in the Environment (Animali nel loro ambiente) fa parte Snow swans (I cigni delle nevi) di Yongkang Zhu, fotografati in modo da renderli nuovi allo sguardo dell’osservatore: la tormenta, il cigno che si alza in volo, il resto dello stormo che assiste alla scena, i giovani goffi e il giallo acceso dei becchi in contrasto con il paesaggio monocromatico. Il premio Gerald Durrel per le specie a rischio di estinzione - istituito per aumentare la nostra consapevolezza nei confronti delle specie a rischio, classificate nella Red List 2007 dell’IUCN come specie in pericolo critico, vulnerabili o prossime alla minaccia, a livello nazionale o internazionale - è andato a Snowstorm leopard (Leopardo nella tempesta di neve) di Steve Winter - fotografo americano del National Geographic - considerata l’immagine più sorprendente di tutte quelle in concorso, scattata dopo dieci mesi di appostamento sulle montagne dell’Himalaya, per cogliere quest’animale, una sorta di sacro Graal per fotografi, biologi e scrittori, nel suo elemento naturale, fino a quel momento visione privilegiata solo per pochi occidentali. Nell’immagine tutto è collegato: la tensione della neve, il mistero dell’oscurità, la postura del leopardo delle nevi, raramente fotografato, e la composizione.
 


Snowstorm leopard © Steve Winter / Wildlife Photographer of the Year 2008

 

Vittoria Amati: Indonesia, creature da (a)mare (da Sguardi 77)

La fotografia subacquea oscilla tra due versanti: la schedatura degli animali, e il risultato dell’exploit tecnico dei loro flash. Da questi due versanti non sembrano uscire la maggior parte dei grandi fotografi del passato. E più si attrezzavano con equipaggiamenti super costosi e più non facevano altro che produrre foto fatte dai flash. Il più bravo di tutti a fare lavorare la sua attrezzatura è Alex Mustard, un logorroico e super produttivo fotografo inglese che come un panzer o una rete a strascico fotografa tutto quello che si muove sott’acqua e a qualsiasi latitudine. Inutile visitare il suo sito perché vi deprimerebbe. Vi chiedereste solo: «e io adesso cosa fotografo?». Da parte sua ci deve essere una precisa volontà di sterminare i concorrenti. È il classico esempio di razionalità applicata, con un twist di militarismo inglese. Lui non solo fotografa, scheda, spiega, scrive recensioni per ogni pezzo di attrezzatura fotografica subacquea che esce, ma inventa. È l’inventore dei Magic Filters e recentemente si è applicato anche ad inventare un ring flash. Purtroppo è bravissimo. Le mie foto sono la reazione a decenni di dominazione razionale della fotografia subacquea. Ho digerito foto di pesci presi da tutte le angolazioni, ma quello che ho digerito meno è stata l’arroganza dei fotografi che dimenticano di essere mere tappe di un percorso esplorativo che in brevissimo tempo i giovani avranno superato. Tra qualche anno anche la ragazza di 14 anni con una compatta a costo contenuto farà foto bellissime se solo eviterà di leggere cosa insegnano i manuali. Laurent Ballesta, giovane fotografo/biologo francese, è un esempio di come l’equazione - uomo che domina l’ambiente marino + supremazia dei flash x autocelebrazione - è stata finalmente ribaltata. Le sue immagini vincono premi a go-go, e sono strameritati. Usa il flash solo per fermare l’azione, e che azione, ma non è invasivo. 
Laurent come Stefano Navarrini e come molti altri fotografi hanno cominciato con una Nikonos. Stefano recentemente mi ha detto: «se solo la Nikon sapesse quanto sarebbe comoda una Nikonos rivisitata». Pienamente d’accordo. Già un set macchina-custodia-due flash è abbastanza, ma cosa fai quando le macchine devono essere due? Una con il macro e l’altra con il grandangolo? La mia macchina di riserva in viaggio è una Nikonos. Non so veramente riserva di cosa perché ancora non sono riuscita a scattare una foto pubblicabile. Eppure nella sua difficoltà di uso sta tutto il suo fascino. Si dice che un bravo fotografo dovrebbe avere tempi ed esposizione in testa. La prima volta che ho indovinato l’esposizione con la Nikonos è stata la volta che mi sono detta: «ok, adesso sei una fotografa subacquea». A volte nella confusione delle formule TTL dei flash si perde di vista l’importanza di allenare l’intuito, di sentire e capire la luce. Quindi si producono quelle foto con la gorgonia in primo piano sparata dal flash, con il raggio di sole a mezzogiorno, la triste silhouette nera del compagno d’immersione che tiene in mano una penosa torcia accesa che illumina a vanvera uno specchio d’acqua immenso come il campo di ripresa del grandangolo montato. Ci deve essere stato un manuale, diffusissimo, che ha consigliato questa composizione. Forse negli anni Sessanta. E i replicanti hanno ubbidito. Fino all’avvento di Laurent.
 


© Vittoria Amati - Trapezia rufopunctata

 

Jeffrey L. Rotman: Arcobaleno Sottomarino (da Sguardi 58)

Underwater. Mare, scienza, arte. La macrofotografia mozzafiato di Jeffrey L. Rotman inquadrando tratti specifici - gli occhi, le branchie e le scaglie dei pesci, le geometrie dei coralli - coglie i dettagli più minuti fermandoli in fotografie che sembranoquadri astratti. Le formazioni coralline diventano castelli, una pinna di pesce diventa opera d’arte. Immagini di grande impatto egusto cromatico, una visione non comune dei tesori straordinari e meno conosciuti dell’oceano, l’infinitamente piccolo, giochi di colori e luci, un ambiente vivo in perenne movimento. Qui di seguito Jeffrey L. Rotman presenta Arcobaleno Sottomarino. Il mare si fa arte, le sue immagini in mostra a Milano in esterno presso White Star Adventure. È un atteggiamento più che naturale per chi si accosta al mondo subacqueo la prima volta quello di voler cogliere in un’unica immagine tutta l’immensità che si presenta ai suoi occhi. In seguito, acquisite maggiori esperienze e appagato il desiderio di fotografare l’intero universo sottomarino, gli stessi subacquei imparano a focalizzare i loro obiettivi su soggetti più piccoli e sui particolari. Trent’anni fa ho iniziato a ricercare proprio questa “parte del tutto” che mi è sembrata essere l’essenza del momento: talvolta era l’occhio di un pesce addormentato o il bizzarro disegno delle squame, talvolta la bocca di un anemone o i tentacoli che si protendevano fluttuanti dal suo corpo. L’oceano è un ambiente vivo, in perenne movimento, cosicché le immagini mutano continuamente. I polipi corallini vibrano cambiando incessantemente la loro forma, la corrente più tranquilla provoca il dondolio e l’inclinazione dei tentacoli degli anemoni proprio nell’istante in cui il dito sta per premere il pulsante di scatto… Al momento l’immagine risulta imprecisa, inafferrabile. Forse i sensi non sono stati in grado di abbassare il dito sufficientemente in fretta, o forse ero così perso nel contemplare la scena che mi sono dimenticato di scattare. […] Nell’oceano c’è il bello e il bizzarro, talvolta anche combinati insieme. Giungere faccia a faccia con un paguro, fissare per un momento i suoi occhi in cima alle antenne e quindi spostare l’attenzione sulle sue zampe pelose che ricordano i cartoni animati, è un’esperienza squisita. Appoggiare l’obiettivo sulla pinna dorsale di un pesce farfalla addormentato cercando l’angolazione migliore è stato per me un momento di vera beatitudine; il fatto che i colori potessero fondersi uno nell’altro, improvvisamente scomparire per poi riaccendersi, mi colmò di profonda emozione come se mi fossi trovato di fronte a un dipinto impressionista. La scienza, certo, può chiarire perché quei colori hanno quella determinata collocazione, ma per me la visione di una simile tavolozza resterà sempre qualcosa di inspiegabile. Le parole non potranno mai descrivere le ore di delizia che quel mondo mi ha trasmesso.
 


© Jeffrey L. Rotman. Labbra. Argo dalle macchie azzurre; Mar Rosso

 

Riccardo Improta, La natura come orizzonte (da Sguardi 86)

La fotografia di paesaggio vuole raccontare luoghi e momenti, annullando la distanza dell’osservatore dagli scenari ritratti. È l’arte di saper far immedesimare chi la guarda al suo interno, di restituire sensazioni non solo visive. È libera interpretazione della realtà ed esaltazione di quanto visto e sentito. È amare la natura, evidenziarne il profondo respiro, cantarne la magnificenza. È plasmare lo spazio e fissare il tempo. È ricondurre l’uomo alla sua unica, vera e reale condizione di essere compartecipe al miracolo della vita. Ultimamente è diventata anche necessaria testimonianza del pianeta, viste le azioni delle quali l’umanità non può certo vantarsi. Del testimoniare me ne occupo attivamente da qualche tempo. […] All’infuori di apprezzabilissimi gesti istintivi di ripresa d’impatto, si lavora senza fretta, con la dovuta pazienza. Ma attenzione a non impigrirsi. Ci troviamo nel posto giusto in attesa del momento giusto, ma nel frattempo possono verificarsi anche eventi irripetibili che possiamo, dobbiamo essere pronti a registrare. Parlo ovviamente delle condizioni meteo, del tempo. Trovo sbagliato andare a fotografare un luogo con una pre-esistente idea nella mente. L’idea dobbiamo farla scaturire dal contatto col luogo e dalle condizioni che troviamo. Certo, esistono anche momenti di “brutta luce”. Nel caso, non resta che saper aspettare. Ho realizzato buone immagini in cinque secondi, per altre ci sono voluti giorni. La determinazione è parte integrante del corredo. Con lo scopo di crescere fotograficamente, può essere molto formativo fotografare la stessa scena a orari diversi o con condizioni meteo differenti. Confrontare i risultati arricchisce molto, conferisce maggiore sensibilità alla luce. Crescere fotograficamente è un percorso senza traguardi. Non si finisce mai di imparare, di sorprendersi. Credo aiuti molto confrontarsi, visitare mostre, guardare e immedesimarsi nel lavoro degli altri, sfogliare libri di qualità, sviluppare un senso critico ed educarsi all’autocritica, senza che questo diventi un macigno sulle spalle. In fondo fotografiamo perché ci piace e non c’è modalità migliore che credere in se stessi nel farlo. E poi, che ci piaccia o no, siamo noi gli autori delle nostre foto e questo accade ogni volta che ne scattiamo una. Sorvolando su questioni attinenti a un corretto flusso digitale, efficiente, sicuro e di qualità, che ritengo esulino da questa contingenza, accennerei alla post-produzione. Solitamente in fotografia di paesaggio sono gli stessi autori che se ne occupano. Ci sono scuole di pensiero, correnti fotografiche, mode del momento. Esprimendo il mio parere, mi piace l’immagine di paesaggio che si mantiene aderente alla realtà di quando è stata scattata. Pertanto interventi tesi a valorizzare quel che già c’è e che corrisponde a quel particolare, irripetibile momento. Parliamo quindi in massima parte di controllo del contrasto, della nitidezza e del tono. Ma questo vuole essere solo il mio parere. Ognuno può e deve sentirsi libero di esprimersi come vuole, l’importante è che il prodotto finale funzioni, che comunichi.
 


White Sands National Monument - New Mexico. USA

 

Alex Bernasconi: Wild Africa (da Sguardi 76)

Nelle note biografiche della terza di copertina del suo ultimo libro Wild Africa Bernasconi viene definito “creative and landscape photographer”. Un creativo innamorato della natura, che traspare e si impone nelle sue fotografie. Ritratti di animali che sembrano prendere vita dalle pagine patinate del libro per saltarne fuori, immagini apocalittiche di mandrie di bufali al guado, zebre che si abbeverano, ghepardi, elefanti, coccodrilli, leoni e leonesse durante il riposo che segue una caccia. Panoramiche dall’alto, panning, effetti mosso, sfuocati ad hoc, dettagli. Istanti cercati con pazienza, lo show della natura. «Il mio amore per la fotografia nasce dal bisogno di conservare ed esprimere i miei sentimenti per la natura, il cuore della nostra esistenza», scrive Bernasconi nel testo introduttivo del libro. Una certa Africa è nell’immaginario collettivo, evoca l’eden primitivo, è una sorta di immenso giardino zoologico a cielo aperto. È allo stesso tempo un continente complesso, ha una storia dolorosa fatta anche di guerre, fame, povertà, può essere dolce e violenta insieme, come la natura. Oggi l’Africa si trova ad affrontare un vertiginoso aumento della popolazione e la conseguente minaccia per gli ambienti naturali. Bernasconi con le proprie immagini cerca di sensibilizzare le persone verso un maggiore rispetto dell’ambiente e degli animali. Autodidatta, mira a «fissare l’essenza di qualcosa di indefinito», perché «un buon modo di fotografare deve andare oltre la fotografia». Si definisce a metà strada tra un classico fotografo naturalista, che documenta la vita degli animali selvatici, e un visual artist, osservatore di forme, colori e spirito dei suoi soggetti. Ovviamente, le lunghe ore di attesa fanno parte del gioco: a volte possono essere vane, altre volte sono premiate da scatti d’effetto. Altre volte ancora l’elemento chiave è la fortuna, che fa essere al posto giusto al momento giusto. Momenti forti, come la caccia, momenti teneri, come le madri con i cuccioli, la vita pulsa in un alternarsi di nascita e morte. La natura, colta anche nella sua durezza. Si vive, si sopravvive, si muore, tutto può accadere in pochi istanti.
 


© Alex Bernasconi, immagine tratta da 'Wild Africa'

 

Romina Marani: L’intimità del fotografare (da Sguardi 47)

Uno dei miei lavori fotografici che più sento appartenermi è senza dubbio quello dei Distorti Botanici, un progetto ancora tutto in divenire che mi accompagna ormai da qualche anno. Si tratta di una sorta di galleria un po’ visionaria di cose e talvolta perfino di personaggi scovati qua e là esplorando con lo sguardo il mondo vegetale. Sono spesso macro o inquadrature inconsuete scattate in diversi orti botanici, serre e giardini che mi sono trovata di volta in volta a visitare, nelle quali le piante ritratte vengono completamente astratte dalla loro realtà e diventano altro. In questo modo gli aghi rossi di un fiore possono mettere in scena una fragorosa deflagrazione e le flessuose propaggini azzurrognole di una pianta grassa diventare onde del mare; gli stami scuri nel rosso di un tulipano possono prendere le sembianze di minacciosi artigli e i fiori gialli di un cactus possono espandersi come nebulose nel firmamento. L’idea dei distorti, come li chiamo per brevità, è nata nel cuore dell’Orto Botanico di Palermo quando incontrando un enorme esemplare di ficus magnolioide ebbi come la sensazione di trovarmi di fronte a una cattedrale. Imponente e dotato di una sua architettura elegante e al contempo funzionale, è un intricato labirinto di radici prominenti e rami che avvolge il tronco, estendendosi per 30 metri d’altezza e 800 metri quadrati di volume. Non avevo una pianta davanti ai miei occhi, ma un palazzo incantato fatto di molti piani e innumerevoli stanze e colonnati. Chi conosce questa incredibile pianta monumentale, arrivata dalla Nuova Zelanda a metà dell’Ottocento, sa di cosa parlo. Credo che a rivelarmi questo progetto sia stato in un certo senso proprio quell’antico albero, che col suo sorprendente fascino mi chiamava a osservarlo con occhi completamente liberi, spianando di fatto la strada a una lunga serie di distorti botanici. Da allora non riesco più a guardare un solo fiore senza pensare, almeno per un attimo, alle innumerevoli fantasticherie che potrebbe rivelare a uno sguardo un po’ distorto.
 


© Romina Marani. Nebulose nel firmamento. Dolichotele Longimamma, Orto Botanico di Napoli

 

Vitantonio Dell’Orto: In comunione con la Natura (da Sguardi 50)

Vivo la fotografia come esperienza di armonia con l’ambiente. Perseguo costantemente la massima essenzialità nella composizione: più il messaggio è semplice e lineare, maggiore è la sua forza penetrativa e maggiore l’impatto su chi lo riceve. L’attenzione deve essere concentrata su un singolo concetto, su una singola atmosfera, suggestione, sensazione. Semplicità non è tuttavia sinonimo di minore difficoltà: la sfida sta nel cercare di catturare l’essenza di un soggetto, senza cadere in una sorta di astrattismo gratuito, una scatola vuota che ci porti ad immagini banali. Questo è tanto più vero quanto più il soggetto è “facile”, accessibile, come spesso accade, ad esempio, nella fotografia di particolari. Mai perdere di vista l’emozione che ci spinge allo scatto, il senso ultimo di ciò che desideriamo esprimere. La foto di Natura è forse il genere che richiede maggior completezza tecnica, coi suoi sottogeneri e argomenti che spaziano dalla macrofotografia anche spinta al suo contrario, il paesaggio, dal ritratto di animali alla foto di flora e al ritratto ambientato, per non parlare delle cosiddette tecniche speciali, quelle che richiedono trappole fotografiche e gestioni evolute dei lampeggiatori. Mi piace essere polivalente e governare tutte queste tecniche, in modo da cogliere qualsiasi aspetto della Natura che amo, calarmi in un ambiente e cercare di viverne tutti i momenti e le diverse dimensioni, da quella complessiva a quella particolare. In alcuni casi è penalizzante, in quanto non specializzarsi limita il tempo che si può dedicare a uno specifico approccio. Soprattutto per quanto riguarda la foto alla fauna non mi ritengo strettamente un cacciatore fotografico (termine che peraltro aborro dal profondo dell’animo) anche se il fascino della ricerca e l’emozione del contatto sono innegabili, e li ricerco attivamente. Ma finché sono una ricaduta, un effetto collaterale del senso di comunione con la Natura, ben vengano. Se la “cattura” fotografica diventa il fine, allora c’è qualcosa che non quadra. Oltretutto esistono foto di animali che richiedono una quantità di tempo e risorse paradossalmente non compatibili con la professione del fotonaturalista, almeno nel nostro paese. La conseguenza della polivalenza è un corredo completo (e, ahimè, pesante di conseguenza) che va dal supergrandangolo al supertele, spaziando fino al medio formato. A parte le ottiche specialistiche, come il 105 e il 500/4, dai quali non si può prescindere per un certo tipo di fotografia, amo in genere le focali medio-lunghe, che consentono di lavorare a “levare”, di escludere elementi di disturbo, di avvicinarsi al soggetto e dargli peso e importanza, isolandolo dal contesto, permettendomi di rincorrere quell’essenzialità che ricerco.
 


© Vitantonio Dell'Orto. Aurora Boreale. (Svezia)

 

Fabiano Ventura: Sulle Tracce dei Ghiacciai (da Sguardi 98)

Sulle Tracce dei Ghiacciai è il frutto di un desiderio nato e cresciuto durante le tante spedizioni a cui ho preso parte, quello di andare oltre la ripresa fotografica intesa come gesto puramente estetico e cronistico, per cercare di creare invece una suggestione più profonda e duratura, in grado di fornire al pubblico una visione più estesa nel lento tempo dell’evoluzione geologica. Lo scopo è quello di far comprendere quanto dinamico, possente e al tempo stesso fragile possa essere l’universo della montagna, dei suoi ghiacciai, e in definitiva dell’ambiente che occupiamo come ospiti, e non come “padroni di casa”. Un universo da sempre considerato immutabile, ma che al contrario è soggetto a cambiamenti anche tumultuosi, sebbene estesi in una scala temporale che supera ampiamente l’arco della vita degli uomini. Per me, inoltre, partire dall’esperienza di chi mi ha preceduto, tracciando una strada attraverso gli anni, è stata un’esigenza ugualmente inevitabile. Allargare l’orizzonte della nostra vista attraverso immagini realizzate in un passato ormai lontano, è un dono troppo prezioso da lasciarsi sfuggire. Al tempo stesso, il supporto fornito dall’osservazione scientifica costituisce l’elemento mancante che la fotografia da sola non è in grado di fornire, ossia la possibilità di capire il perché delle cose. Sulle tracce dei ghiacciai è quindi un progetto fotografico-scientifico, che si avvale del contributo di fotografi specializzati e di scienziati glaciologi, e che coniuga la comparazione fotografica e la ricerca scientifica al fine di analizzare gli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo sui più grandi ghiacciai montani della Terra, sensibili e affidabili indicatori che ci permettono di studiare la situazione climatica corrente e la sua evoluzione nel tempo. Attraverso una serie di spedizioni, che alla fine abbracceranno un arco di oltre dieci anni, il progetto effettua misurazioni glaciologiche e nuove riprese fotografiche che riproducono lo stesso punto geografico di quelle realizzate dai fotografi-esploratori di fine ‘800 e inizio ‘900.
 


IFronte del ghiacciaio Baltoro; ha mantenuto la stessa posizione, rispetto a 80 anni fa, seppur con piccole pulsazioni; si osserva, invece, una evidente perdita di spessore.
Foto storica: Ardito Desio, 1929 -  © Associazione Ardito Desio / Maria Emanuela Desio
Foto moderna: Fabiano Ventura, 2009 - © Archivio F. Ventura1

 

Sergio Carlesso e Nazzareno Berton: La rilettura del paesaggio (da Sguardi 99)

Mai come oggi viviamo nell’ambigua dimensione della realtà virtuale, con una percezione di quanto ci circonda che può risultare alquanto superficiale ed affrettata; anche nelle nostre fotografie i luoghi vengono spesso solo “ripresi”, senza essere prima visti e soprattutto capiti. RESET nasce dalla volontà di liberarsi di questo modo di essere, per ritrovare la magia del quotidiano e riscoprire un rapporto “rilassato” con la natura, riprendendo possesso dei luoghi, interrogandoli alla ricerca di una percezione o di uno stato d’animo. Il risultato è la scoperta di piccoli “colpi di scena”, di rivelazioni che si evidenziano a seguito di intuizioni rapide o di riflessioni prolungate, trasformando la normalità in un ambiente magico. Indagare questa realtà, rileggerla e modificarla diventa un modo di immedesimarsi in essa, fissando stati d’animo a fronte delle infinite metamorfosi del mondo che ci circonda.  Ogni luogo ha vita propria, ha un’essenza da scoprire: intervenirvi fisicamente, interferendo sui normali equilibri, permette di appartarsi ulteriormente dal mondo esteriore esaltando il coinvolgimento in storie silenziosamente presenti, anche se non immediatamente percepibili. Cerchiamo di capirle, non di cambiarle tentando di diventarne i protagonisti: RES(P)E(C)T. […] Il commento al progetto di Luigi Erba: «È immediatamente percepibile che Reset di Carlesso e Berton è iconicamente riconducibile alla Land Art e ad unafotografia contemporanea che, in un contesto di naturalismo, concettualismo, oggi porta verso interventi minimali, anche lirici, in equilibrio tra fenomenologia, accadimento e una vera e propria scrittura sull’ambiente, individuale al limite dell’artificiale. L’intervento in questo lavoro sulla terra (earthworks) può diventare film, testimonianza visiva e, come nel caso di Carlesso e Berton, documento di un intervento che ha sue precise valenze visive nell’equilibrio tra il luogo e un suo riassetto, consapevolmente “finto”. Come in una camera di posa il referente è stato assemblato, ma ciò che è accaduto è lieve, leggero, quasi “etimologicamente” originario. Il quadrato, il bianco su bianco, specialmente il cerchio, sono una scrittura che hanno un loro background nei maestri della Land art quali Smithson (la sua spirale nel Grande Lago Salato dell’Utah), Heizer (Masso Isolato Circonflesso). Gli interventi avevano però una assoluta valenza sociologica nel bonificare o trasformare gli ambienti, riassettarli globalmente appunto o addirittura impacchettarli alla Cristo. Qui ad anni di distanza, come detto, siamo spesso nell’impercettibilità, nel sottolineare una diversa premessa dialettica tra contaminato incontaminato che genera una profonda poesia visiva. L’immagine è nell’operazione, anche perché essa è solidamente costruita con una prevalenza di prospettiva centrale, sempre onirica, ambigua, lirica. La fotografia quindi non è solo documento e sarebbe sbagliato unicamente considerarla tale; non è una semplice messa in posa della natura, nemmeno un suo make up, ma un make over, un riassemblaggio, la costruzione complessiva di una scenografia per lo scatto finale. Una cornice in cui gli autori sono stati fisicamente dentro, un passaggio, sottolineato magari dalle loro orme, ora paesaggio. Entrare e uscire dal set. Pensare, camminare, quasi scrivere sulla terra. E infatti questa è un’arte della terra!».
 


Reset, Flash © Sergio Carlesso e Nazzareno Berton

 

Mart: Perduti nel paesaggio (da Sguardi 94)

Il paesaggio è al centro della mostra di arte contemporanea, a cura di Gerardo Mosquera proposta dal Mart di Rovereto fino al 31 agosto. Tema affrontato attraverso le opere (170 fotografie, 84 opere pittoriche, 10 video, 4 video-installazioni, ecc.) di oltre 60 artisti, molti dei quali mai presentati in Italia, con una particolare attenzione ai paesi emergenti (soprattutto asiatici e sudamericani), alle trasformazioni naturali e urbane e ai cambiamenti geopolitici. Non è certo un Eden quello raccontato nelle sale del Mart, e neanche un nuovo genere artistico, bensì uno sguardo appassionato e sofferto sul mondo, che scopre necessariamente anche i suoi angoli più drammatici e contraddittori. Per Gerardo Mosquera il significato del termine paesaggio definisce allo stesso tempo «sia la percezione di un determinato luogo, sia la sua rappresentazione», rendendo inseparabili fra loro l’oggetto dal soggetto, l’ambiente dal suo abitante. Oggi, nella concezione del paesaggio del nostro tempo, il grado di soggettività della percezione, infatti, coinvolge i protagonisti attivi delle trasformazioni del territorio, le strutture e coloro che agiscono su di esso e ne definiscono la stessa nozione, ormai allargata a tutto ciò che ci circonda, dalle autostrade alle foreste, dalle metropoli agli ambienti rurali. La mostra intreccia tre differenti livelli di lettura: 1) esaminare la propensione umana ad appropriarsi dell’ambiente e a identificarsi e dialogare con esso, che si plasma in qualsiasi rappresentazione del paesaggio; 2) affrontare il paesaggio non come genere artistico ma come mezzo per la costruzione di un senso; 3) offrire al visitatore un’esperienza al contempo estetica e di riflessione mediante le opere esposte e il loro rapporto e la loro articolazione nello spazio espositivo. Vissuto e costruito, contemplato e utilizzato, il paesaggio è dunque inseparabile dall’uomo. Infatti, nel percepire, conoscere e descrivere il paesaggio, l’uomo è al tempo stesso oggetto inscritto nella realtà e soggetto esterno e narrante.
 


© Glenda León, Habitat, 2004 - Courtesy dell'artista