Spazi: agenzie, archivi, gallerie, collezioni, associazioni, musei

Agenzie: Le guerre della VII (da Sguardi 16)

Gli otto reportage differiscono nella loro durata: alcuni per esempio sono stati realizzati nel corso delle prime settimane di intervento americano in Iraq, mentre altri sono frutto di un lavoro di più anni (Ron Haviv nella ex-Jugoslavia). La guerra è il tema principale di questi reportage, anche se essa assume forme diverse: sofisticate e convenzionali al tempo stesso (vedere le immagini di Gary Knight in Iraq), o più primitive come a Gaza (Christopher Anderson). 
Una guerra tra nazioni (Cecenia) o tra membri di comunità etniche e religiose diverse (Afghanistan, Jugoslavia), gli scontri di piazza tra la polizia e gli oppositori del regime in cui la violenza supera quella delle normali manifestazioni (Indonesia). Molto vicino a noi, il conflitto nei Balcani intacca durevolmente la costruzione europea; altri sembrano più lontani, ma questo senso di lontananza è talvolta soltanto geografico. La mostra aprirà su tre conflitti importanti degli anni novanta: Jugoslavia, Cecenia e Afghanistan. Dal 1991 Ron Haviv fotografa le conseguenze dello scioglimento della federazione jugoslava e l'intensificazione della guerra, della quale i bosniaci pagheranno il prezzo più caro, fino all'arresto di Slobodan Milosevic dieci anni più tardi. Christopher Morris documenta la guerra in Cecenia che i Russi conducono dalla fine del '94 e che terminerà temporaneamente nel 1997. Il 1996 segna l'entrata dei Talibani a Kabul e l'instaurazione del loro regime in un paese che non sembra avere altro avvenire che la guerra: James Nachtwey ne fotografa le cicatrici. Ma non è solo in Cecenia o in Afghanistan che la storia si ripete: tre anni dopo la prima guerra delle pietre (1987), negli stessi territori occupati dove opera Christopher Anderson (la striscia di Gaza) si sviluppa quella che è stata chiamata la seconda intifada. È sempre nella sollevazione della folla che il movimento sorto in Indonesia alla destituzione del presidente Suharto (1998) trova la sua origine: John Stanmeyer ne segue l'evoluzione e anche le implicazioni nella regione di Timor Est mostrando l'estrema brutalità della repressione. Alexandra Boulat è inviata in Iraq all'inizio del 2003 per documentare la vita quotidiana all'avvicinarsi della guerra; fotograferà poi Baghdad e i suoi abitanti sottoposti alla dura prova dei bombardamenti. Da parte sua, Gary Knight segue da vicino l'intervento delle forze militari su terra: l'episodio che ha intitolato "The Bridge" potrebbe ricordare il ritmo e l'atmosfera delle fiction cinematografiche, ma qui tutto è vero. Quanto a Antonin Kratochvil, egli mostra nel deserto, intorno alle città o ai bordi delle strade, un paesaggio terribilmente devastato, le tracce fisiche, sia umane sia materiali, lasciate dalla guerra. […] La VII è un'agenzia di fotografi nata - nel settembre 2001 - per rispondere ai drammatici cambiamenti che si stanno verificando rispetto alla proprietà, alla rappresentatività e la distribuzione del giornalismo fotografico. 
In un panorama di fusioni, acquisizioni, consolidazioni tra le agenzie fotografiche, i fotografi della VII sentivano unanimemente la necessità di un cambiamento. 
La VII è nata per ridefinire le relazioni tra i fotografi, il loro lavoro, l'agenzia e il pubblico. 
L'agenzia cerca di difendere i diritti di ognuno dei suoi fotografi e di sviluppare nuove strategie per supportare progetti fotografici con l'intento di presentarli a un pubblico più ampio e internazionale. 
La VII prende il nome dal numero dei soci fondatori: Alexandra Boulat, Ron Haviv, Gary Knight, Antonin Kratochvil, Christopher Morris, James Nachtwey, John Stanmeyer, a cui si è aggiunto nella primavera del 2002 Christopher Anderson.
 


© James Nachtwey

 

Noor: una agenzia di fotografi (da Sguardi 63)

Un'esposizione collettiva che si conclude a Parigi proprio in questi giorni (presso la Maison de la Photographie Robert Doisneau) dà l'occasione di concentrare l'attenzione su una delle novità più significative nel mondo delle agenzie fotografiche negli ultimi anni. C'è stata e c'è la Magnum Photos, la Seven, l'intervento massiccio di Getty, in Italia la diarchia Contrasto/Grazia Neri. Dal settembre 2007, con battesimo a Perpignan durante l'edizione annuale del glorioso festival dedicato al fotogiornalismo Visa pour l'image, è nata Noor ("luce", in arabo), "un'agenzia di fotografi", come recita lo stesso titolo dell'esposizione parigina. Nella photogallery che accompagna questo servizio, Sguardi propone alcune delle 103 fotografie esposte, una per ciascuno dei nove fotografi dell'agenzia. Nata dalla decisione di unire le visioni personali, dalla combinazione degli sguardi indipendenti di Samantha Appleton, Philip Blenkinsop, Pep Bonet, Jan Grarup, Stanley Greene, Yuri Kozyrev, Jon Lowenstein, Kadir van Lohuizen, Francesco Zizola. Come ha scritto Annie-Laure Wanaverbecq, in occasione della mostra parigina, «la giovane agenzia Noor appare subito come una sfida, nel contesto mediatico attuale. Realizzare reportage nel corso di lunghiperiodi, individuali e collettivi, occuparsi di soggetti complessi per rivelare delle realtà di tutto il mondo, testimoniare con rigore e precisione nel rispetto della dignità umana, sono gli impegni in nome dei quali questi fotografi hanno unito le loro convinzioni e capacità. Emozionante e coraggioso, questo approccio è coerente alla migliore tradizione del fotogiornalismo. Questa impresa collettiva è tanto più eccezionale perché i fotografi coinvolti sono già reporter famosi dalla carriera imponente. Nel corso degli anni, ciascuno ha caratterizzato i propri lavori con una forte visione personale». L'agenzia Noor si è data una missione e si è formata attorno a un manifesto. La missione di Noor è di aiutare a sviluppare la comprensione del mondo, producendo reportage approfonditi, e di agire in modo dinamico e collettivo, per promuovere, esporre e vendere l'opera dei fotografi che ne sono membri. Nel Manifesto è indicato che «come gruppo, i fotografi di Noor condividono i propri centri d'interesse, accettano la sfida di esprimere questi temi in un linguaggio capace di rinnovarsi, e di trattarli nel rispetto della dignità umana. Sono fotografi documentaristi consapevoli del fatto che i principali cambiamenti di fronte ai media tradizionali sono in favore di una diffusione di massa sempre crescente dei nuovi media. Anche se rispettano il mercato come è, non accetteranno le sue direttive, né baseranno le loro decisioni solo in base alle sue esigenze, continueranno a portare avanti progetti che ritengono importanti e produrranno saggi fotografici importanti e significativi, trattandoli in profondità, ritenendo che alcune cose abbiano semplicemente bisogno di essere viste. I dieci membri - nove fotografi e Claudia Hinterseer, direttrice e co-fondatrice di Noor - ricercano forme di collaborazione con Ong e fondazioni, il sostegno finanziario di borse di studio, sovvenzioni, sponsor».
 


Samantha Appleton / NOOR. Des immigrants illégaux, au cours de leur voyage vers les Etats-Unis,
se reposent près de la frontière du Guatemala.Tapachula, Mexique, janvier 2002

 

Grazia Neri: La passione dell’agente (da Sguardi 8)

Che cos'è, per lei, la fotografia? Quale ritiene sia la sua specificità rispetto ad altri strumenti di espressione e comunicazione, come per esempio la parola scritta o l'immagine in movimento?

La fotografia, per me, è l'oggetto del mio lavoro e, nel corso degli anni, è diventato anche un interesse al di fuori del lavoro. Rispetto al video, credo che la fotografia dia una maggiore possibilità di riflessione perché, essendo immagine ferma, può essere vista e rivista in diverse situazioni di fruizione. Personalmente amo molto vedere le foto nei libri, più che nelle mostre o sui giornali, perché non scorrono in continuazione e posso vederne a volontà. Rispetto alla parola scritta, in certi casi la fotografia - come ha affermato tra gli altri Nadine Gordimer - riesce a comunicare un'informazione che la parola scritta non può dare. Per fare un esempio, proprio in questi giorni c'è nella mia galleria una mostra sulla Bosnia. In questi anni ho letto molti libri interessanti sulla Bosnia, ma non ho mai ritrovato la potenza, l'impatto, la forza di documentazione (alla base della quale c'è il desiderio di metterci di fronte a scelte sociali e politiche) che hanno queste foto di ritrovamento dei corpi, di identificazione, di ricerca di identità, forza che è ben difficile che la parola scritta possa avere. […]

Come nasce un rapporto di lavoro con un fotografo?

Io sono oberata da richieste di fotografi. In un certo senso, avrei bisogno di fotografi. Vedo molti lavori che oserei chiamare aborti di un book, di un portfolio. Prima di tutto c'è un problema: il fotografo che si presenta pensa di essere un artista. A me la cosa interessa, perché tra l'altro ho anche una galleria. Però il portfolio che desidero avere per il cliente deve avere una sua specificità. A me manca, per esempio, la ritrattistica e vedo in giro pochissimi portfolio brillanti. La seconda cosa è che in Italia abbiamo la venerazione per il bianco e nero, ma purtroppo il mondo è anche a colori. L'agente deve riconoscere un talento. Quando si vede un fotografo medio si è impacciati, c'è sempre una timidezza reciproca, si dice "forse puoi fare qualcosa meglio così". Poi ci sono quegli ottimi professionisti che non riescono a fare quel passo in più, che sono bravi ma non producono qualcosa in più del loro lavoro abituale. Una ricerca, un'attenzione, una passionalità. Senza passione, gioco, questo lavoro è brutto, noioso.

Cosa deve esserci in un buona documentazione fotografica?

Se si parla di reportage, una documentazione deve soprattutto raccontare una storia, così come la deve raccontare un giornalista. Se ha una sequenza, lo preferisco. Non didascalica. Deve avere una completezza, che invece spesso non c'é. Non mi piacciono i servizi generici, non li posso sopportare. Mi piace che si entri nei dettagli delle storie e li si racconti. Mi piace che un servizio abbia una bella foto di apertura, che mi introduca, mi solleciti. Mi piace che in un servizio importante ci sia un editing accurato, non eccessivo ma neanche troppo stretto; avere non 8-10 foto, ma almeno una trentina di foto. Mi piace poi che sia presentato molto ordinatamente e che ci siano le didascalie. […] Per quanto riguarda il genere, le mie preferenze possono cambiare da momento a momento. A me piace quando una documentazione fotografica arriva a un tale livello che può essere considerata una fotografia artistica.
 


Grazia Neri © Douglas Kirkland / GRAZIA NERI

 

Medici senza frontiere & Noor, Urban Survivors (da Sguardi 86)

La più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo e la fotografia. I progetti portati avanti da Medici Senza Frontiere in cinque bidonville - a Dacca, Karachi, Johannesburg, Port-au-Prince e Nairobi - e le immagini di cinque fotografi di fama internazionale come Stanley Greene, Alixandra Fazzina,Francesco Zizola,Jon Lowenstein ePep Bonet che hanno visitato i progetti in quelle aree degradate. Le fotografie e i video-documentari che hanno prodotto testimoniano la vita quotidiana nelle bidonville, le condizioni di vita estreme della popolazione (a causa di malnutrizione, acqua contaminata, mancanza di servizi igienico-sanitari, infezioni, HIV/AIDS), gli enormi bisogni umanitari e medici di donne, uomini e bambini.Immagini e testimonianze che hanno dato vita a Urban Survivors, il progetto multimediale nato dalla collaborazione tra MSF e l’agenzia fotografica NOOR (un viaggio virtuale nelle bidonville si può compiere anche nel sito interattivo www.urbansurvivors.org attraverso foto-film, interviste ai fotografi e agli operatori sul terreno). […] Appare chiaro che le baraccopoli possono generare
o esasperare problemi sanitari gravi ed estesi che colpiscono soprattutto le donne, i bambini e i migranti senza documenti. Man mano che le città continueranno a estendersi, gli slum si espanderanno con esse. Questo è un fatto che non si può ignorare. Attraverso il proprio lavoro degli ultimi decenni negli insediamenti urbani, MSF ha riscontrato che la crescente popolazione urbana ha creato un maggiore bisogno di interventi umanitari negli insediamenti degli slum. In molti luoghi, la situazione è cosi grave che può solo essere definita come un’emergenza umanitaria. Di conseguenza, MSF ha aumentato le proprie risorse per lavorare in questi insediamenti e al momento gestisce progetti in più di venti città nel mondo.
 


© Stanley Greene

 

France Presse: Il mondo in conflitto
 (da Sguardi 21)

Dieci anni di conflitti nel mondo attraverso le immagini dell’Agence France Presse. 
Un’ottantina di scatti, tratti dal lavoro di oltre cinquanta fotografi, documenti degli sconvolgimenti geopolitici di alcune delle più tormentate zone del pianeta: dalla Cecenia al Kossovo, dal Ruanda al Congo, dagli stati latino-americani fino alle ultimissime vicende in Iraq. L’esposizione, omaggio alla professionalità e al coraggio dei corrispondenti di guerra (prodotta in Francia in occasione del decimo anniversario del Prix Bayeux-Calvados des Correspondants de guerre), è alla galleria Grazia Neri di Milano dal 23 giugno al 24 luglio. La France Presse è una delle tre maggiori agenzie mondiali d’informazione, in grado di assicurare la copertura in tempo reale di tutta l’attualità grazie a uno staff di collaboratori stabili (tra cui 1200 giornalisti e 250 fotografi) e migliaia di giornalisti freelance dislocati in 165 paesi. 
Organizzata per continenti, con cinque poli principali (Parigi, Hong Kong, Montevideo, Washington e Nicosia), Afp pubblica 10 mila informative al giorno. Il servizio fotografico internazionale di Afp diffonde via satellite in tempo reale più di mille foto al giorno in tutto il mondo che vanno ad aggiungersi ai 7 milioni di immagini già presenti negli archivi Afp. 
Lo sviluppo e le sempre maggiori potenzialità della trasmissione e della ripresa fotografica su supporto digitale e hanno collocato saldamente i fotoreporter di Afp agli avamposti dell’attualità. Oltre al ruolo importante svolto in Europa, Afp è leader dell’informazione in Asia, nel mondo arabo e nel continente africano.
 


KHANABAD, AFGANISTAN, 25 novembre 2001. Le forze dell'Alleanza del Nord attendono l'ordine di marciare su Kunduz.
© Jean-Philippe KSIAZEK/AFP/Grazia Neri

 

Non solo Wpp: I 5 della Kairos (da Sguardi 69)

Pietro Masturzo ha vinto, quest'anno, il World Press Photo. Il premio Photo of the Year 2009 alla sua immagine Sui tetti di Teheran, scattata il 24 giugno scorso durante le manifestazioni antiregime, lo ha fatto naturalmente diventare famoso, ma ha anche acceso i riflettori sulla piccola agenzia che assieme ad altri giovani fotografi ha creato, la Kairos Factory. Di seguito, ecco l'intervista in parallelo ai cinque membri dell'agenzia, accompagnata da una photogallery di 30 immagini, per dare idea e sostanza al collettivo che Kairos Factory vuole essere nel rispetto delle storie e caratteristiche di ciascuno. […]

Sul vostro sito scrivete di volere unire approcci diversi. Come definiresti il tuo? Cosa credi lo caratterizzi?

[Pietro Masturzo] Il mio approccio alla fotografia è sicuramente reportagistico. Il punto di partenza, per me, è l'incontro con l'altro, anche quando questo è dietro la porta di casa. Partendo dal confronto, la mia volontà è quella di immergermi nella situazione che sto vivendo in quel momento, entrare in sintonia con il luogo e con i sui abitanti estrapolandone poi il racconto dal mio punto di vista. Cercando di rimanere quanto più oggettivo possibile pur conservando volutamente i miei sentimenti. [Raffaele Gallo] Il mio approccio alla fotografia è cambiato molto negli anni. Dapprima mi sono rivolto allo stile reportagistico. Ora sono orientato ad una fotografia di ricerca con intenti documentaristici che possano amplificarsi anche in una dimensione più ampia di costruzione di immagini significanti e di significati complessi ed articolati.

 [Raffaele Capasso] Credo di avere un approccio fotografico molto diretto. Cerco di programmare davvero poco per lasciarmi trasportare dalle circostanze. L'idea di confrontarsi con l'imponderabile è la cosa che più amo del fotografare.

 [Francesco Claudio Cipoletta] Il mio stile fotografico non è strettamente reportagistico. Sono in qualche modo un ritrattista dell'ambiente. Cerco di avere un approccio rigoroso allo scatto ed allo stesso tempo fortemente istintivo. 

[Cristiano Lucarelli] Il mio lavoro è improntato maggiormente su foto di spettacolo e di scena. Da circa due anni mi sono avvicinato prima alla fotografia di cronaca e poi al reportage.

Cosa cerchi di rappresentare, descrivere, catturare nelle tue foto?



[PM] Nelle mie foto cerco sempre di mediare tra informazione ed emozione dell'attimo che voglio raccontare. Quello che mi interessa è fissare avvenimento e sentimento. Parto dalla convinzione che l'atmosfera che avvolge il soggetto faccia parte dell'informazione che voglio trasmettere. Ma non ho mai la presunzione di voler raccontare tutto, non è mia intenzione fornire risposte, quello che mi interessa è soprattutto porre delle domande. 

[RG] Credo che la fotografia, ogni fotografia, rappresenti sempre un incontro fra il fotografo ed il mondo all'interno del quale si sviluppa un gioco dinamico di interazione ogni volta diverso. Personalmente cerco di trasmettere quanto più possibile le emozioni del momento e la mia personale visione, cercando di render conto soprattutto dell'atmosfera di quello che sto vivendo.

[RC] Per me la fotografia è un'alchimia. Non hai il controllo di tutto, una buona percentuale della foto non dipende da te; io cerco di occuparmi del resto.

[FCC] Cerco sempre di raccontare l'anima dei luoghi in cui scatto e le storie che si portano dentro. Tendo a lasciarmi totalmente permeare dalla situazione e dal posto in cui sono. In qualche modo cerco il bello in ciò che canonicamente non lo è.

[CL] Con le mio foto semplicemente cerco di cristallizzare le emozioni che mi circondano, descrivendo il mondo visto secondo il mio occhio e il mio stato d'animo.
 


Teheran, giugno 2009. Il 12 giugno si sono svolte in Iran le elezioni presidenziali i cui risultati sono stati fortemente contestati dalla popolazione. Per la prima volta dopo trent'anni dalla Rivoluzione gli iraniani hanno espresso tutto il proprio dissenso organizzando manifestazioni oceaniche contro il regime. Ma la protesta non si ferma alla piazza: così come all'epoca della cacciata dello scià, tutte le sere alle dieci in punto ha inizio la rivolta dei tetti. La notte di Tehran si riempe di voci ed ombre che si fanno eco a vicenda al grido di “Allah u Akbar” a volte spezzato da un più indignato “Makbar diktator” (morte al dittatore). Sogni, ricordi, emozioni e speranze si aggirano come fantasmi sui tetti di Teheran. Foto Pietro Masturzo/Kairos Factory

 

Non solo WPP: I quattro di TerraProject (da Sguardi 81)

Sul sito scrivete che "TerraProject Photographers si propone come strumento di promozione dei suoi membri e dei loro lavori personali, come luogo di confronto e crescita collettiva". Ecco, come funziona il lavoro in un collettivo? Come si armonizzano le scelte, il gusto, lo stile personale con quelli degli altri e con la filosofia generale, con "l'esigenza di una chiave di lettura comune"?

[Michele Borzoni] Fino ad ora, la chiave di lettura principale è stata quella di privilegiare in qualche modo una scrittura collettiva, talvolta a discapito dell'autonomia e dell'autorialità del singolo, e che desse invece attenzione e risalto al gruppo. Pertanto tutti i processi che normalmente si fanno per arrivare ad un corpo di lavoro finito, nei lavori collettivi sono discussi e partecipati secondo un'ottica orizzontale, dove quindi i pensieri dei singoli pesano in egual modo.

[Simone Donati] I progetti vengono scelti insieme, di solito dopo che ad uno di noi è venuta in mente un'idea da sviluppare. Ci dividiamo quindi i compiti a livello logistico e poi ognuno realizza la serie di immagini assegnata. In fase di editing ci confrontiamo sul creare un corpo unico e armonico.

[Pietro Paolini] Il lavoro di gestione, organizzazione e promozione chiaramente si avvantaggia del fatto che siamo in quattro; riusciamo a creare più possibilità per tutti anche sfruttando le diverse attitudini e i singoli punti di forza. Per quanto riguarda i progetti fotografici collettivi, il nostro interesse è stato sempre quello di sperimentare la creazione di autore multiplo, ma coerente. Ci siamo sforzati di produrre singolarmente delle foto che rientrassero nello stile delcollettivo, lo sguardo singolo in questo caso viene assolutamente messo da parte, favorendo il risultato finale del lavoro. Ognuno poi si sfoga e trova la sua personale visione nei progetti individuali. Una delle cose interessanti è proprio mettere in gioco il classico concetto di autore e di stile.

[Rocco Rorandelli] Il linguaggio collettivo che abbiamo sviluppato in questi anni di collaborazione è una cosa di cui vado particolarmente fiero, perché è la summa di ideali e visioni che ognuno di noi porta dentro sé. E riuscire a veicolare i desideri di quattro persone senza alcuna costrizione o deformazione è una cosa bellissima. In realtà, quando abbiamo deciso di riunirci sotto un nome unico, la priorità era quella di aiutarsi a vicenda ad affrontare il mondo della fotografia, un po' come un gruppo di scalatori al cospetto della vetta, in cordata. Ma poi in maniera molto naturale abbiamo iniziato a produrre lavori comuni che parevano vivere di una propria identità. Era come se avessimo creato un quinto elemento del gruppo.
 


Bolivianas © Pietro Paolini / TerraProject

 

Agenzie: Emblema (da Sguardi 75)

Subito sotto il nome dell'agenzia, c'è scritto photojournalism in Italy, una dichiarazione di intenti chiara e diretta. L'avventura di Emblema inizia nel 1999. Obiettivo: testimoniare la realtà italiana e internazionale, con uno sguardo diretto su news, storie, costume e società. Oggi Emblema conta una ventina di fotografi tra staff e contributors sul territorio nazionale e dispone di oltre 100.000 immagini di news, personaggi, attualità. Qui, di seguito, Riccardo Pezzetti, managing director, illustra la filosofia editoriale dell'agenzia, e poi Raffaela Lepanto ci parla di photoediting evisione creativa. «Abbiamo iniziato con una camera oscura, tre computer e una naturale passione per il fotogiornalismo» dice Riccardo Pezzetti, «le foto si consegnavano a mano, si pubblicava in bianco e nero, il web non esisteva. Sembra ormai preistoria, ma stiamo parlando di soli dieci anni fa! All'epoca le strade erano battute da fotografi di professione, ora ci sono i professionisti della fotografia. Sembra un gioco di parole, ma la differenza non è sottile. L'avvento del digitale ha trasformato questo mestiere dalla testimonianza di un fatto allo scatto frenetico a qualunque cosa si muova; il desiderio di approfondimento si è tramutato nell'esigenza della pubblicazione; si assiste a scene dove si spediscono immagini prima ancora che l'evento sia iniziato, venendo meno allo scopo di questo lavoro: puntare l'obiettivo sul racconto della storia e dargli il proprio taglio nella sua rappresentazione. […] Per citare Brian Storm, la gente è letteralmente "affamata" di storie. Di storie vere, raccontate nei dettagli, con passione, ricercate, immaginate, trovate dal fotoreporter con la stessa identica passione e accanimento del giornalista che insegue il suo racconto finché non ce l'ha in mano... E la gente, quella affamata, e non assopita, questa ricerca, questa passione la recepisce, la recepisce davvero, e lo dimostrano il successo dirompente del Community Funded Reporting come Spot Us, o Pro Publica (che ha vinto il premio Pulizter per il giornalismo l'anno scorso) dove le storie da scrivere sono scelte dal pubblico che da casa le sponsorizza, o l'assiduità commovente con cui la gente lascia migliaia di commenti sui blog di fotografia, magari rimanendo in piedi la notte per scrivere, l'immensa onda dei social network che rimbalza immagini, e a volte immagini straordinarie... alla gente poco importa che le immagini siano state scattate con un'Hipstamatic, con Google o con un reflex costosissima... l'importante è che ci sia una storia vera, che valga la pena di essere raccontata.
 


© 2010 Simone Stefanelli/Emblema Burkina Faso, Essakena - The Filtobe Kaagne are gold diggers of Essakena, 270 km north of the capital Ouagadogou

 

Antonio Amendola: 100 click 4 Change (da Sguardi 78)

Shoot 4 Change è l’Associazione di Promozione Sociale che intende sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, attraverso la produzione e la diffusione di immagini fotografiche, cui è demandato il compito di documentare particolari situazioni di bisogno e di segnalare realtà virtuose facendole venire alla luce, restituendogli voce e visibilità semplicemente con un click. La forza di Shoot 4 Change è racchiusa nella convinzione che, anche con una semplice fotografia, si possa contribuire al miglioramento e al cambiamento. […] Oltre alle straordinarie fotografie di singoli reportage, la mostra ruota attorno al concetto di crowdphotography: il servizio fotografico finale come risultato del coinvolgimento e dell’interconnessione creativa (crowdcreativity) di persone sconosciute tra loro ma che – tutte insieme – contribuiscono (chi tanto, chi poco, chi bene, chi meglio, chi con macchine professionali, chi con compatte amatoriali) a raccontare una storia. Storie molto spesso di prossimità, fotografia sociale a Km 0; spesso sottovalutate, ignorate, dimenticate. Quasi sempre considerate non remunerative per l’informazione mainstream. […] S4C ha capito che la Rete, non solo quella virtuale, è in grado di legare la voglia di raccontarle queste storie. Ed ecco che Shoot 4 Change diventa un’organizzazione no profit di volontariato fotografico sociale che intende dare voce a chi non ha la possibilità di essere ascoltato o visto: ci piace pensare di essere gli occhi e la voce di chi non ne ha. I fotografi volontari di S4C sono infatti impegnati quotidianamente a raccontare le situazioni di crisi e di disagio sociale e ambientale dimenticate, sottovalutate o, peggio, ignorate. Ci sono tante, tantissime storie che – semplicemente – devono essere raccontate. Storie che si ha la responsabilità di ricordare non cedendo alla facile tentazione dell’oblio mediatico. Poco importa se queste vengono raccontate con macchine professionali o con smartphone (nella mostra è presente anche una sezione dedicata all’evoluzione delle tecniche di storytelling).
 


© Stefano Pesarelli, Africa through an iPhone

 

PhotoAid: Anche tu fotoreporter (da Sguardi 71)

PhotoAid, agenzia fotografica no profit per il reportage sociale nata nel 2007, ha indetto un contest con lo scopo di valorizzare progetti fotografici ispirati dalla tematica sociale. Il concorso fotografico s'intitola Anche tu fotoreporter ed è aperto a tutti coloro, professionisti e non, italiani e stranieri «che amano raccontare con le immagini le persone e le loro esperienze di vita quotidiana» con fotografie in bianco e nero e a colori. Il tema è libero, il linguaggio «più appropriato è quello vivace e dinamico del reportage esaltato da un approccio fotografico "rispettoso" ma anche concreto, ottimista e sensibile». Termine ultimo per partecipare: 31 agosto 2010. Si richiede la presentazione di 10 immagini accompagnate da una breve scheda di presentazione del progetto (titolo del progetto e commento di massimo 15 righe) e da didascalie. Ciascun partecipante al concorso può presentare soltanto un progetto. Il reportage non dovrà essere stato realizzato necessariamente nell'ultimo anno. Paolo Pellegrin, fotografo della Magnum, è il presidente della giuria. […] Così Michele Cazzani presenta PhotoAid: «Le Organizzazioni non governative riconosciute dal Ministero degli affari esteri italiano sono oltre 300, e hanno in corso più di 1000 progetti dall'America latina all'Asia, passando naturalmente per il Medio Oriente e il vasto continente africano. Molto variegata è anche la tipologia degli interventi: gli aiuti umanitari spaziano dal supporto medico e psicologico alle vittime di guerra alle operazioni di riqualificazione urbana, dalle attività educative alle adozioni a distanza, dalla tutela del patrimonio ambientale al suo utilizzo sostenibile. Il supporto umanitario esiste e funziona da anni grazie alla professionalità e alla generosità di migliaia di operatori. Eppure, ciò che ancor oggi manca, non solo in Italia, è una documentazione fotografica strutturata, organica e soprattutto professionale di questa lodevole operosità. Troppe le immagini amatoriali realizzate nella maggior parte dei casi direttamente da operatori intraprendenti ma non in grado di rendere "giustizia visiva" al loro meritorio impegno. E anche se non manca qualche sporadico caso in cui il fotografo professionista dedica il suo lavoro alla documentazione di un progetto umanitario, si tratta pur sempre di eccezioni. PhotoAid crede di poter cambiare questa tendenza.
 


© Michele Cazzani - Kurdistan iracheno – Emergency

 

Survival. Per la tutela dei diritti dei popoli indigeni e tribali (da Sguardi 68)

Poi vi sono i popoli cosiddetti "incontattati". Le immagini dall'alto della tribù amazzonica, fotografata in Brasile, appena al di là delconfine peruviano, hanno fatto il giro del mondo dando la prova evidente che esistono ancora gruppi non conosciuti.

Non si sa esattamente quanti siano i popoli incontattati, ma sappiamo con certezza che esistono: lo provano alcuni incontri fortuiti e le tracce che lasciano dietro di sé: frecce, utensili e case abbandonate in fretta e furia. Anche se il numero dei membri di ogni singolo popolo varia moltissimo, da un solo sopravvissuto fino a cento o duecento persone, tutto lascia pensare che siano un centinaio.

Dove sono stati individuati?

In Brasile, per esempio, ne sono stati individuati almeno 40, 15 in Perù. In Asia li troviamo nelle Isole Andamane e in Nuova Guinea. Il resto vive tra BoliviaColombiaEcuador Paraguay.

Cosa si sa dei popoli incontattati?

Molto poco, se non che il loro isolamento è sempre frutto di una scelta obbligata, compiuta per sopravvivere alle invasioni. Molti hanno sofferto la perdita dei loro cari per mano dell'uomo bianco, nel corso di decenni di massacri silenziosi o per effetto del dilagare di malattie introdotte dall'esterno come influenza, morbillo e varicella. Spesso sono essi stessi dei sopravvissuti, o discendono da sopravvissuti ad atrocità commesse in epoche precedenti; violenze raccapriccianti che hanno lasciato segni indelebili nella loro memoria collettiva inducendoli a rifuggire da ogni contatto con il mondo esterno. Talvolta hanno, o hanno avuto, sporadici rapporti con i popoli indigeni più vicini ma, qualunque sia la loro storia personale, nella maggior parte dei casi, la loro fuga continua ancora oggi. Sono circondati su tutti i fronti.

Da chi?

Le compagnie petrolifere e di disboscamento invadono i loro territori in cerca di risorse naturali; i coloni usurpano le loro terre e le convertono in allevamenti di bestiame e aziende agricole. Le strade aprono le porte a bracconieri, missionari fondamentalisti, epidemie e turisti. Le foreste da cui dipendono per il loro sostentamento vengono tagliate a ritmi vertiginosi; la selvaggina è sempre più scarsa. Anche se cercano di sopravvivere all'avanzata della "civilizzazione" rifugiandosi in luoghi sempre più remoti, mantenersi in salvo sta diventando ogni giorno più difficile.

Cosa si può fare?

A dispetto di quanti pensano che siano reliquie del passato, reperti archeologici destinati inevitabilmente all'assimilazione culturale ed economica, oppure all'estinzione, la storia dimostra che laddove le loro terre vengono riconosciute legalmente e protette in modo adeguato, il loro futuro è assicurato. Decidere se e quando interagire con gli altri è una decisione che spetta solo a loro. Nel frattempo, a noi resta un solo, difficile compito: quello di fare in modo che il loro inequivocabile ammonimento al mondo estero – "State alla larga!" – venga rispettato.
 


Incontattati in Brasile © Gleison Miranda / FUNAI

 

Vanitas Gallery: Tracce del XX secolo (da Sguardi 87)

A Milano ha aperto una nuova galleria, la Vanitas, con Tracce del XX secolo, una selezione di scatti d’autore (da Jeanloup Sieff a Patrick Demarchelier) che intendono abbozzare il profilo storico dell’ultimo quarantennio in chiave pop, tra momenti più leggeri, legati al mondo del cinema e del fashion, e altri collegati ad eventi bellici o a mondi lontani dall'Occidente, volti di personaggi famosi e testimonianze storiche. Immagini che hanno raccontato la storia, sulle copertine di Life, Vanity Fair, National Geographic. […] Di impatto sono i numerosi volti, ritratti da Stephen Vaughan di famosi registi e attori hollywoodiani come il celebre Joker in Jail. The Dark Knight del 2007; o di creativi del mondo della moda e della musica immortalati da Jean-Marie Périer di cui in mostra spiccano le foto di Bob Dylan, del 1966, e di John Galliano, del 1994.
 


Jean Marie Périer - Bob Dylan, England, 1966. Stampa su carta baritata, cm 60x50 - ©Jean-Marie Périer/Courtesy Vanitas Vanitatum

 

Denis Curti e Sara Dolfi Agostini: Collezionare fotografia in Italia (da Sguardi 73)

Orientarsi nel mondo nel mercato delle immagini, tra fotografia e arte contemporanea? In Italia e all'estero? Alcune risposte sono contenute di certo nel primo vademecum sul collezionismo fotografico, Collezionare fotografia, a cura di Denis Curti eSara Dolfi Agostini, un manuale di rapida consultazione e pieno di consigli pratici edito da Contrasto. Il libro fa il punto della situazione sul mercato delle opere fotografiche - in espansione e crescita - a partire dall'Italia. «Un punto di vista non particolarmente agiato data la scarsa esperienza maturata in Italia in questo specifico settore» - come afferma Denis Curti nell'introduzione - «e proprio per questo, terreno fertile per un libro dedicato a chi cova l'ambizione e la voglia di iniziare a collezionare e vorrebbe conoscere meglio le regole di un mercato che giorno dopo giorno trova una sua precisa definizione». Senza perdere di vista «il desiderio da parte dei produttori di opere fotografiche di "guardare a tutti i canali possibili per far vedere il proprio lavoro, gallerie d'arte, di fotografia, riviste, giornali e soprattutto libri", come dichiarato dal fotografo Martin Parr». Collezionare fotografiasi sviluppa su diversi livelli e attraverso una breve storia del collezionismo fotografico cerca di rintracciare le ragioni storiche ed estetiche della presenza, all'interno del mercato dell'arte contemporanea, della fotografia vissuta come parte integrante dell'offerta e quindi del mercato dell'arte. Un'ampia parte è dedicata al tema quanto mai controverso, del "valore della fotografia": cosa lo determini e da cosa dipenda. Questioni come la tiratura di un'opera, l'importanza del percorso artistico dell'autore, il valore e il ruolo sul mercato delle opere "vintage" e delle stampe contemporanee, sono affrontate con chiarezza e precisione.
 


Eugene Smith, The walk to paradise garden, 1946. © Eugene Smith/Magnum Photos

 

Collezione Cotroneo: Una storia privata (da Sguardi 60)

Una collezione risponde inevitabilmente a criteri e gusti personali, deriva da scelte e predilizioni intime, private. Quando è di due persone, in questo caso una coppia (Anna Rosa Giovanni Cotroneo), entra anche in ballo il colloquio implicito tra i due, la vita personale e sentimentale che riflette. La Collezione Cotroneo, che raccoglie grandi nomi e grandi promesse della fotografia e dell'arte contemporanea (da Giacomelli Biasiucci, passando per GhirriFontanaBerengo GardinJodice Scianna), è una delle più significative del nostro paese e il tour espositivo che ha da qualche tempo intrapreso in Europa (nella scorsa primavera è stata ospitata dal Museo Bilotti nelle sale dell'Aranciera di Villa Borghese a Roma, dopo essere stata esposta nel 2006 alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, e prima di essere trasferita in Spagna ospite d'onore di Photo Espana a Madrid) ci dà l'opportunità di aprire una finestra su un mondo, quello del collezionismo privato, sconosciuto ai più. Attraverso 150 opere circa, Una storia privata. Fotografia e arte contemporanea nella Collezione Cotroneo racconta l'avventura della fotografia italiana contemporanea attraverso le scelte rigorose e personalissime di Anna Rosa e Giovanni, una coppia che ha fatto dell'arte il filo conduttore della propria vita e le cui scelte non seguono le mode del momento ma il proprio gusto formatosi a contatto con la pittura del XVII secolo e dell'arte contemporanea. Il percorso si apre con uno dei famosi specchi di Michelangelo Pistoletto, un "Ritratto di famiglia" in interno che raffigura i Cotroneo e definisce il senso della loro collezione che è, e vuole essere, "familiare". Mimmo Jodice, con la sua grandiosa panoramica di Napoli, aiuta quindi a spingere lo sguardo più in là, in un territorio familiare ma ancora da conoscere. Poi i percorsi sono diversi: raffigurando ora una materia pesante – come il pane da impastare e trasformare di Antonio Biasiucci o le icone di luce di Silvio Wolf – ora raffigurando un'atmosfera rarefatta – come la nebbia che avvolge le polaroid di Luigi Ghirri, il crepuscolo nelle Genova di Vincenzo Castella, la pioggia incessante di Bruna Esposito, i paesaggi di Paolo Mussat Sartor. Il racconto diventa reportage con Ferdinando Scianna, testimonianza con Luciano D'Alessandro, ritmo inverso con Sabrina Mezzaqui, caos di forme con Beatrice Pediconi, rigore di forme astratte con Lorenza Lucchi Basili, ricordi fatti di oggetti con Luigi Ontani o ricordi di una guerra mai combattuta con Paolo Ventura. Tocca poi i luoghi dell'arte, ritmati dai flash incessanti nel video di Grazia Toderi ma anche riproposti attraverso il racconto delle esperienze vissute in Claudio Abate e in Elisabetta Catalano. Il corpo, infine, si ritrova al centro della narrazione. Celestiale in Vettor Pisani, evanescente in Roberto De Paolis, addirittura sezionato in lamelle sottili in Paul Thorel. Dopo tanta materialità non rimane che un'immagine leggera, che segue il vento come i teli stesi al sole di Mario Giacomelli.
 


© Paolo Ventura

 

Capolavori: 99 Click + 1 (da Sguardi 65)

La Fondazione Giov-Anna Piras approfondisce il percorso a ritroso nella storia della fotografia del XX secolo per esplorarne peculiarità, incertezze e grandiosità - prima ospitando nelle sale espositive del Fondo ad Asti, poi proseguendo con un percorso itinerante in Italia - una grande retrospettiva dal titolo 99 Click+1. Novantanove (+ uno!) capolavori di fotografia moderna che hanno segnato il percorso di evoluzione storico-artistica della fotografia del XX secolo, concorrendo a suggellare l'ingresso a pieno titolo del nuovo media nel novero delle tecniche espressive tradizionali. Fotografie di prestigio internazionale, tra le più famose e riprodotte a livello planetario: dallo scatto "verista" d'oltre oceano Alabama 1938 di Walker Evans, il mitico Bacio all'Hôtel de Ville (1950) di Robert Doisneau, una delle foto più riprodotte degli ultimi sessant'anni, i Funerali di Gandhi (1948) di Henry Cartier-Bresson, l'inquietante Gemelle di Diane Arbus o ancora uno dei celebri lavori in distorsione allo specchio di André Kertész. C'è anche la Migration Mother, Nipomo California del 1936 di Dorothea Lange, testimonianza documentaria sul trionfo dell'istinto di sopravvivenza umano filtrato dalla sensibilità psicanalitica dell'autrice. Di seguito, Sguardi propone ampi estratti dal testo critico elaborato da Giuseppe Pinna nell'occasione: «99 click +1: una raccolta, una storia, un'idea della fotografia. Una raccolta - per  quanto è possibile conoscere, nel mondo, ancora un po' clandestino, del collezionismo fotografico nazionale - fra le massime in Italia, di respiro museale come forse nessun'altra, con opere notissime, anche ai non specialisti, di molti dei maestri internazionali più acclamati. Una raccolta proposta, nell'occasione, in una selezione storica essenziale, quasi simbolica, dettata dalle scelte personali di chi l'ha collezionata, comunque ridottissima rispetto al complesso delle disponibilità, in particolare nel settore contemporaneo.Una storia, una delle possibili. Di un collezionista, innanzitutto, imprenditore, artista, uomo dalle molteplici, travolgenti passioni intellettuali, un bon vivant dalla sincera vocazione altruistica; del gruppo e della struttura che l'ha sostenuto; di come ha confrontato, da oltre trent'anni a questa parte, di circostanza in circostanza, la propria storia personale, emotiva, culturale, intellettuale, con quella "grande", di riferimento collettivo. Una storia di storie, perché ogni fotografia ne ha una diversa, e ne genera di diverse negli altri, rinnovandole continuamente. Una storia che rimane, dunque, aperta a nuovi sviluppi, nuovi discorsi, nuovi possibili contributi. Un'idea, una delle possibili; estetica, certamente, ma anche sociale, culturale, testimoniale, sentimentale, secondo i differenti modi con cui gli uomini, fino ai nostri giorni, si sono messi in relazione con le singole fotografie, prima ancora che con la Fotografia, determinandone i diversi sensi. Imbastiti su altri sensi, quelli che propongono le regole del gioco, tutt'altro che scontate, sulle quali non è mai inutile ritornare.  Quasi tutte le fotografie citate nel testo che segue sono comprese nella selezione 99 click+1.
 


Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936, Gelatin silver print

 

Archivio Bettmann (da Sguardi 25)

Una selezione straordinaria di 150 immagini tratte dalla più importante e prestigiosa collezione fotografica del mondo. Il Centro internazionale di fotografia Scavi Scaligeri di Verona ospita la mostra “I giorni e la storia. Le migliori immagini dell’Archivio Bettmann”. Racconta la leggenda che due bauli d’immagini, trasportati nel 1935 a New York da un rifugiato fuggito dalla Germania nazista, siano stati la minuscola base su cui avrebbe poggiato l’Archivio Bettmann, una delle collezioni più importanti del XX secolo. Noi oggi viviamo in un mondo di immagini fotografiche; un mondo in cui nessuno dubita della loro capacità di informare, insegnare, ispirare, intrattenere e convincere. Ne traiamo piacere, ne discutiamo, le critichiamo, o addirittura, a volte, ci sforziamo di tenere i bambini lontani dalla loro portata. Otto Bettmann aveva compreso, e molto prima dell’inizio della attuale e fin troppo proclamataetà visiva, il futuro e le potenzialità di questo mezzo. E soprattutto, il suo valore di documento storico. Otto Bettmann era un bibliotecario, curatore del Dipartimento “Rari” alla Biblioteca di Stato di Berlino quando, negli anni Trenta, cominciò a raccogliere e conservare fotografie. Una passione autentica da bibliofilo, nata quasi per caso, che si è trasformata gradualmente, nell’arco di sei diversi decenni e dalla Germania agli Stati Uniti, in uno sforzo culturale enorme e nella creazione di quella che oggi è considerata la più importante collezione di immagini storiche del mondo. Fin dagli inizi la sua intenzione non era solo di collezionare immagini per un piacere personale, ma di poter condividere questa passione, e il risultato delle sue ricerche, con gli altri. All’epoca, quando cominciò a collezionare immagini, la fotografia era considerata in molti casi un semplice, magari utile, strumento. L’era del romanzo, cioè della parola, era al suo massimo fulgore e le macchine fotografiche rappresentavano quel che per noi ora sono le fotocopiatrici. Eppure Bettmann riconobbe nella fotografia una forma impareggiabile di espressione artistica e documentazione storica. La sua passione per il mezzo lo spinse a collezionare migliaia di foto d’ogni sorta e nel 1935, quando l’ascesa del Nazismo lo costrinse a lasciare la Germania, fu proprio la sua raccolta, e poco altro, che mise nei due bauli - quelli leggendari - per trasportarli in America. L’arrivo di Bettmann a New York coincise con l’epoca d’oro del fotogiornalismo e il collezionista, dal suo monolocale di Manhattan, cominciò a lavorare e a sviluppare una vera attività editoriale, articolando un sistema organizzato per la concessione dei diritti alle varie pubblicazioni; nello stesso tempo, non smetteva di collezionare e classificare le immagini. L’impresa si rivelò un successo fin da subito, e i suoi primi clienti furono le riviste più importanti del momento come Look, Life e il Club del libro.
 


Cassius Clay mette a tappeto Sonny Liston.Lewiston e lo schernisce. ME,USA,1965. © Bettmann/Corbis/Contrasto

 

Anniversari: Dieci anni del MuFoCo (da Sguardi 95)

Il Museo di Fotografia Contemporanea compie dieci anni, inaugurato nel 2004 nella sede di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo-Milano. Unico museo di fotografia finanziato pubblicamente esistente in Italia dedicato alla fotografia contemporanea, è un centro di cultura del terzo millennio e fin dalla sua nascita ha lavorato sulla trasformazione, a un tempo, dell’idea di fotografia e dell’idea di museo. Il museo è nato e cresce nella contemporaneità e lavora sulla complessità e sulla frammentazione che caratterizzano l’arte e la comunicazione del nuovo secolo.Porta dunque avanti i suoi programmi su più livelli: conservazione, catalogazione e valorizzazione del patrimonio fotografico e bibliotecario; realizzazione di mostre dalle collezioni e su progetti specifici; pubblicazione di cataloghi e testi di studio sulla fotografia e l’arte; promozione della cultura visiva verso pubblici diversi attraverso una fitta attività di mediazione culturale; ideazione di progetti di committenza ad artisti contemporanei e di progetti di arte pubblica con la partecipazione dei cittadini. Con le sue collezioni fotografiche di due milioni di immagini e una biblioteca specializzata con 20 mila volumi e riviste, è un centro di studio, ricerca e produzione culturale imprescindibile nel mondo della fotografia italiana che gode di ampio riconoscimento a livello internazionale. Per festeggiare i suoi primi dieci anni di attività il Museo di Fotografia Contemporanea trasferisce l’attività espositiva estiva alla Triennale di Milano e mette in mostra fino al 10 settembre i propri capolavori100 opere acquisite nel decennio e quindici progetti realizzati tra il 2004 e il 2014. Le due parti della mostra (opere e progetti) sono strettamente intrecciate tra loro: i temi presenti sono il paesaggio urbano e naturale, la figura umana, la società in trasformazione, la sperimentazione artistica, in una fitta e articolata narrazione visiva nella quale il visitatore può cogliere il rapporto dialettico tra il patrimonio, la committenza agli artisti, il rapporto con i cittadini spesso coinvolti nelle attività del Museo. La mostra comprende, oltre alle opere fotografiche di autori come, tra gli altri, Olivo Barbieri e Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin e Mimmo Jodice, e anche numerosi video e filmati di documentazione dei progetti ed è accompagnata da una pubblicazione edita da Silvana Editoriale a cura di Roberta Valtorta, che racconta l’identità, le attività, il patrimonio del museo.
 


© Karen Knorr, dalla serie Fables, Musee Carnavalet, 2004

 

Ritratti: London National Portrait Gallery (da Sguardi 54)

C'è una casa del ritratto, a Londra, in Inghilterra: la National Portrait Gallery ospita infatti la più vasta collezione di ritratti al mondo che comprende i personaggi più illustri della Gran Bretagna, uomini e donne che hanno influito sulla storia mondiale dal Medio Evo fino a oggi, da Enrico VIII a Florence Nightingale, dai Beatles alla regina Elisabetta: tre piani di esposizione, con più di 1300 opere. La fotografia, arte contemporanea per eccellenza, ha molto spazio alla National Portrait Gallery, tra collezioni permanenti e un programma ricchissimo di esposizioni temporanee. Fino al 14 ottobre, per esempio, si può vedere In the Making: Fashion & Advertising. La mostra esamina le tecniche contemporanee di creazione dell'immagine nella moda e nella pubblicità - il lungo e travagliato processo che precede il risultato finale, la brillantezza della foto finita - attraverso il lavoro di cinque fotografi di spicco: Elaine Constantine, Warren Du Preez & Nick Thornton Jones, Alexi Lubomirski, Sølve Sundsbø and Paul Wetherell. Dal lavorare con le celebrità alle tecniche di composizione e l'uso della luce naturale e delle piattaforme digitali, la mostra offre un colpo d'occhio affascinante nelle pratiche dell'industria. Lo stile dei fotografi è illustrato con esempi del loro lavoro, esposti insieme a ritratti degli stessi fotografi eseguiti da Immo Klink. Accompagna la mostra un nuovo titolo nella serie Rotovision's World's Top Photographers' Workshops che presenta il lavoro di dieci fotografi che offrono consigli, usando il portfolio dei fotografi per dibattere dell'estetica e delle tecniche dell'industria. E perciò tecniche di stampa e post-produzione; internet; e, particolarmente significative, le tecnologie digitali che, eliminando la necessità della pellicola, hanno prodotto cambiamenti significativi nel modo in cui la foto di moda e di pubblicità è commissionata e prodotta. Questa evoluzione, iniziata con Photoshop nei primi anni Novanta, continua, ma contrariamente a quanto si crede comunemente, il procedimento analogico mantiene la sua importanza nella pratica commerciale e dell'editoria.
 


Cate Blanchett by Alexi Lubomirski

 

Alinari: Museo nazionale della fotografia (da Sguardi 47)

Mancava all'Italia un museo dedicato alla più giovane tra learti figurative, l'arte della fotografia. Adesso un museo nazionale della fotografia c'è. È nato a Firenze ed è legato al nome di un'azienda storica d'eccellenza fiorentina di fama internazionale come la Fratelli Alinari. Si chiama MNAF, Museo Nazionale Alinari della Fotografia, ed è stato inaugurato lo scorso28 ottobre. Sede in Piazza Santa Maria Novella nello storico complesso delle Leopoldine, strutturato in 7 spettacolarisezioniricche di rareimmagini, strumentie preziosioggettid'epoca, conterrà anche unanovità scientificaassoluta: un percorso dedicato ainon vedenti, foto che i ciechi possono vedere. Con l'inaugurazione ha debuttatoVu d'Italie 1841-1941. I grandi Maestri della fotografia italiana nelle collezioni Alinari, la prima delle mostre a tema che animeranno periodicamente la vita del museo. L'iniziativa, destinata a fare di Firenze, città d'arte dallo straordinario patrimonio culturale, una delle capitali mondiali della fotografia e a lanciare un nuovo filone di turismo culturale, si è avvalsa anche della collaborazione del regista premio Oscar Giuseppe Tornatore, responsabile dell'ideazione scenografica. Due le aree espositive: la prima per le mostretemporanee(è già pronto un importante calendario); l'altra, per le esposizione permanenti, è ideata come percorso storico-contemporaneo e realizzata con criteri scientifici e didattici attingendo alle ricchissime collezioni Alinari. Il percorso inizia dal 1839, anno dei primidagherrotipi, e approda alleimmagini digitalie ai fotocellularidei giorni nostri. Unitinerariodi grande fascino che attraversa l'epoca dei pionieri, il mondo nuovo dell'immagine tecnicamente riproducibile che rivoluziona le possibilità di conoscere e vedere, gli anni del boom, dei progressitecnologiciincalzanti che creano un mercato accessibile a tutti, della fotografia che raffina il suo linguaggio fino a diventare arte, dei gadget infiniti. Centinaia le fotografie rare, gli oggetti vintage, le apparecchiature del passato e quelle più moderne. Uno dei fiori all'occhiello del MNAF è il percorso per non vedenti, museo nel Museo dedicato a una collezione di 20 immagini ricreate in rilievo per essere viste dai ciechi attraverso il tatto. È un esperimento realizzato per la prima volta al mondo, in collaborazione con la Stamperia Braille della Regione Toscana.
 


FELICE BEATO Donna giapponese che usa cosmetici, 1863 ca. stampa all'albumina colorata a mano, 204x255.
MSFFA, fondo F. Beato, collezione Malandrini