Maestri: anche a colori

Alex Webb: Street Photography (da Sguardi 96)

«Penso spesso», scrive Teju Cole, «a una poesia del XII secolo del poeta telugu Nanne Choda: Una freccia scoccata da un arciere / o una poesia scritta da un poeta / dovrebbe trapassare il cuore, / facendo sobbalzare la testa. Ci rivolgiamo alla fotografia in cerca di questa rivelazione inattesa che si registra nel corpo. Quando partecipai al workshop di Alex Webb e Rebecca Norris all’Aperture Foundation di New York, mi resi conto che io e gli altri studenti eravamo tutti uniti dal comune desiderio di sapere cosa fosse a provocare questa reazione, cosa portasse una foto a trascendere l’ordinario. Volevamo sapere come esprimere al meglio le nostre visioni fotografiche e avevamo scelto quel workshop fotografico per la profonda ammirazione che nutrivamo nei confronti degli insegnanti. Le fotografie di Alex Webb vengono giustamente celebrate come prodigi visivi. In trent’anni di lavoro è stato capace di crearsi una voce propria, radicalmente diversa da quella dei suoi predecessori della street photography, Henri Cartier-Bresson, Robert Frank e Lee Friedlander. Le sue immagini labirintiche e meticolosamente costruite sono allo stesso tempo profondamente espressive, rimandano spesso a realtà oltre il visibile grazie a un uso abile di colori intensi e ombre nette. Geoff Dyer, nella sua postfazione alla monografia di Webb La sofferenza della luce, lo definisce sagacemente un “fotografo metafisico”».
 


© Foto di Alex Webb, Nuevo Laredo, Messico, 1996
 

 

Martin Parr: Per Reporter senza frontiere (da Sguardi 82)

Per i 20 anni della sua collezione "100 foto per la libertà di stampa" Reporter senza frontiere ha scelto di celebrare con il suo ultimo Album il lavoro del fotografo britannico Martin Parr. Membro dell'agenzia Magnum Photos dal 1994, Martin Parr è una figura emblematica della fotografia contemporanea che cattura l'aspetto bizzarro della società consumistica con vena ironica, occhio spietato e senza compromessi. Il risultato è a volte comico, altre inquietante. Secondo Parr, «i viaggi turistici sono una forma moderna di pellegrinaggio e le foto che ne scaturiscono, l'ultima ricompensa». Questo album, che consacra il suo lavoro sul fenomeno del turismo di massa, mostra i "pellegrini" condizionati a fare ovunque la stessa cosa alla stessa ora: visite a tempo record, naso incollato all'obiettivo, folle accalcate ai piedi di monumenti, scene di spiagge sovraffollate. Comico ma spesso anche crudele, colui che dice di voler semplicemente «fotografare i suoi contemporanei» immortala da trent'anni la nostra società, con tutte le sue assurdità. Lo scorso marzo, Parr ha realizzato per Reporter senza frontiere, una serie di immagini in Thailandia e nel sito archeologico di Angkor Vat, in Cambogia, una ventina di quegli scatti inediti sono pubblicati nell'album. Secondo Parr, la vita quotidiana è intrisa di atrofia morale e assurdità che l'unico modo per convivere con essa è usare una certa dose di senso dell'umorismo. La banalità, la noia, il vuoto senza senso insito nei tempi moderni sono al centro del suo lavoro. Il tema del turismo, scelto da Martin Parr per il portfolio dedicato a Reporter senza frontiere, riflette queste preoccupazioni e mostra, con l'umorismo che caratterizza il suo lavoro, la nostra modernità in tutta la sua assurdità.
 


Egitto, Giza, La Sfinge, 1992, © Martin Parr / Magnum Photos
 

 

Michael Yamashita: Marco Polo, la Via della Seta (da Sguardi 99)

Diciassette anni di viaggio, migliaia di chilometri percorsi a piedi, a cavallo, a dorso d’asino o di cammello, e un milione di storie da raccontare. Tante erano le meraviglie che Marco Polo - partito ragazzo con il padre Niccolò e lo zio Matteo, intraprendenti mercanti veneziani - aveva visto, o anche solo sentito, nella sua avventurosa traversata verso le terre di Kublai Khan, dove sarebbe diventato ambasciatore dell’imperatore. In verità, quando Marco e i suoi familiari si avventurarono lungo quell’intreccio di strade che portava da Venezia fino all’Estremo Oriente attraversando tutta l’Asia, la Via della Seta era già da più di un millennio la via carovaniera più famosa, e trafficata, del mondo. Era il 53 a.C., precisamente, quando i soldati della Repubblica romana guidati da Marco Licinio Crasso furono abbagliati dalla luce riflessa dai vessilli sventolati dai Parti, che li avrebbero poi sbaragliati nell’imminente battaglia di Carre. Crasso vi perse la vita, ma il fascino della seta divenne immortale arrivando alle orecchie dell’aristocrazia romana, e dando origine a una fitta rete di scambi commerciali tra Roma e la Cina. Da allora, per più di duemila anni, lungo la Via della Seta si sono scambiati tessuti, oro, metalli, pietre preziose, avorio, ceramiche e spezie. Ma non solo. Di lì passarono nell’antichità ricette e tradizioni della cucina, come il pane e gli spaghetti. E i ferventi fedeli che portavano a popoli lontani il messaggio delle grandi religioni, dal cristianesimo al buddhismo, dall’induismo all’islam. Marco Polo è il tributo di uno dei grandi fotografi di National Geographic al grande viaggiatore veneziano che con Il Milione ispirò Cristoforo Colombo e innumerevoli altre imprese di esploratori e viaggiatori. Seguendo le tracce delle monumentali memorie di Marco Polo, Michael Yamashita ha ritrovato molte tradizioni e molti luoghi narrati dal mercante veneziano, rendendo giustizia alla sua testimonianza diretta di quelle terre remote. E, soprattutto, facendoci assaporare piccoli scorci di mondo che sembrano rimasti congelati a settecento anni fa. Resuscitando così l’epica del viaggio lungo la Via della Seta.
 


Children's games beneath the magnificent spiral minaret in Samarra, 1100 years old. © Michael Yamashita
 

 

David LaChapelle: Iperrealismo contemporaneo (da Sguardi 55)

Io ho iniziato facendo foto ed esponendole nelle gallerie. All'inizio non lavoravo per le riviste: volevo esporre nelle gallerie. La mia prima mostra fu in una galleria che si chiamava 303, che con me aprì, era il 1984. Pochi mesi dopo feci lì la mia seconda mostra. Per fare un'altra mostra non c'era bisogno di aspettare un anno intero. Sai, giocavamo a lavorare, a produrre arte. Allora una mia foto costava 400 dollari, e nessuno la comprava. Non si poteva vivere così. […] Uno fa quel che gli piace, e poi ecco che spunta uno stile. La gente rimette insieme tutto quanto e decide che quello è il tuo stile. Ma un giorno ti svegli e sei felice, un altro invece sei triste, un giorno ti svegli e sei arrabbiato… se sai tradurre tutto questo nel tuo lavoro, ed esprimere i tuoi sentimenti, allora sei un artista. Io non vedevo nessuna differenza tra fare il fotografo e fare l'artista. Non tracciavo confini. Se qualcuno pensa che la mia sia arte, benissimo, ma io lascio che sia la storia a decidere. In fondo le mie foto sono state fatte per delle riviste. Per delle riviste, mi spiego? Sono state fatte per attirare l'attenzione, perché chi sfoglia centinaia di immagini si fermi e SBAM! Io mi immaginavo una pagina bianca su cui potevo fare tutto quello che volevo. E questo mi dava ispirazione, così mi venivano le idee. Cosa ci voglio mettere qui, ora? Ci mettevo le mie ossessioni, le cose a cui pensavo: le cose che avevo in mente. Riuscire a tirarle fuori e a metterle su una pagina era per me una liberazione e un successo, anche perché altri si sentivano vicini a quelle idee, si creava come una rete di rapporti. Cominciò così, e poi tutto a un tratto il mio scopo era fotografare quanta più gente potevo per ricostruire il mondo della cultura popolare e il mondo in cui vivevamo. Per registrarlo, e per vedere fino a che punto potevo spingere la gente e le situazioni.
 


© David Lachapelle - Madonna, Time lapse photograph spiritual value, 1998
 

 

Gordon Parks: Una storia americana (da Sguardi 88)

Una storia americana, fotografie di Gordon Parks. Nato nel Kansas un secolo fa, Parks è stato un narratore unico dell'America, in grado con il suo apparecchio fotografico e la sua capacità di comprendere e scavare dentro le pieghe della società, rivelare le ingiustizie e i soprusi, portare alla luce la storia di chi non aveva voce per gridare la propria storia. Tra i fotografi più importanti del ventesimo secolo, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, nel 2006, Parks ha raccontato al mondo, soprattutto attraverso le pagine della rivista Life, la difficoltà di esser nero in un mondo di bianchi, la segregazione, la povertà, i pregiudizi, ma anche i grandi interpreti del secolo, il mondo della moda e perfino le grandi personalità come Malcom X, Muhammed Ali e Martin Luther King. Personalità eclettica come non mai (“uomo del Rinascimento”, veniva chiamato già ai tempi della sua collaborazione con Life), oltre che fotografo Parks è stato regista, scrittore, musicista, poeta e se il suo lavoro sfugge a una semplice catalogazione, forse la chiave per comprenderlo al meglio è quella del narratore di professione, lo storyteller della tradizione orale che usa la sua stessa esperienza, vissuta e sofferta, per comporre le storie. In tutta la sua carriera, Parks ha cercato di raccontare molte storie, illustrandole con immagini esemplari. Storie di gruppi di persone che lottano per sopravvivere, piccole comunità lontane dal mondo, personaggi alla deriva o già sotto i riflettori che però devono essere compresi meglio di quanto non accada.
Vere o verosimili, nate dai drammi profondi, vissute sulla sua stessa pelle di ex ragazzo nero condannato a morire prima di nascere o costruite nell’alchimia della pura finzione, le storie di Parks sono tutte autenticamente sentite, tutte raccontate come visioni genuine e nate dalla volontà di incidere sulla realtà, affermando attraverso il racconto per immagini la propria opinione e la necessità di gridarla forte al mondo.
 


© Gordon Parks, Grandi magazzini, Birmingham, Alabama, 1956
 

 

Annie Leibovitz: Retrospettiva, gli ultimi quindici anni (da Sguardi 47)

Ha fatto dell’idea, quella giusta, il suo stile. Lei, Annie Leibovitz, è oggi la più ricercata e celebre ritrattista americana in attività. La sua capacità è quella di sorprendere. Sorprendere in maniera semplice, diretta, efficace. Ha fotografato i Blues Brothers con il volto dipinto di blu, l’attrice americana di colore Whoopi Goldberg immersa in una vasca da bagno piena di latte e lo scultore Christo impacchettato come una delle sue creazioni artistiche. John Lennon l’ha ritratto nudo e abbracciato a Yoko Ono in posizione fetale la mattina del giorno in cui è stato ucciso. Oggi Lennon non c’è più ma la totale devozione che aveva nei confronti della moglie rimarrà per sempre impressa in questa immagine. […] Con un pizzico di frustrazione, Annie non nasconde quello che ha sempre sentito come un suo limite e dichiara la sua totale ammirazione per Richard Avedon. Lei è una osservatrice. Adora guardare la gente, quello che fa, come e dove vive. È l’ambiente che la aiuta a raccontare i suoi soggetti. Lui, Avedon, era invece “un comunicatore straordinario”. Attraverso un affascinante gioco di seduzione, riusciva a tirare fuori dai suoi soggetti gesti di una forza e di una spontaneità unica. Li conquistava e le loro espressioni cambiavano perché entravano in un’altra dimensione, diversa e lontana dal set fotografico. Una dimensione in cui c’erano soltanto loro e il fotografo. Annie, invece, è troppo occupata a guardare e non riesce a parlare. “Non ho mai avuto quel dono” confessa. Forse è per questo che ha cercato quasi sempre di evitare le foto in studio. “Nella migliore delle ipotesi le mie foto in studio sono grafiche. Corro sempre il rischio di cadere nella composizione”. Una considerazione che fa riflettere sui due fotografi e sui loro stili. E allora capisci perché Avedon collocava i suoi soggetti davanti ad uno sfondo bianco, li decontestualizzava dai loro ambienti ma ne sottolineava il carattere attraverso un gesto, un’espressione, uno sguardo. I soggetti di Annie, invece, sono espressivi in maniera diversa, forse più naturali. Annie si pone davanti a loro, osserva e non li guida. Costruisce la situazione ma non cerca il gesto, l’espressione, lo sguardo.
 


Nicole Kidman, 2003 Photograph © Annie Leibovitz from "A Photographer's Life: 1990-2005" Courtesy of Vogue
 

 

Eve Arnold: La curiosità per la vita (da Sguardi 92)

Era diventata fotografa da adulta e per caso, a trentadue anni. Il suo primo maestro era stato Alexey Brodovitch, il direttore artistico di “Harper’s Bazaar”. Professionista instancabile, preferiva fotografare da sola sempre e dovunque: sulla scena di un film, a tu per tu con la folla, con uomini e donne che facevano le loro cose, nella loro intimità, a casa e al lavoro. Discreta, silenziosa, rassicurante, metteva a proprio agio amici ed estranei. Li rispettava. Eve riusciva a farsi accettare dalla gente che fotografava e a conquistare la loro fiducia, perché era diretta, onesta e genuinamente curiosa. Le sue maniere impeccabili si adattavano alla cultura dei Paesi che visitava; la sua mise - scarpe basse, pantaloni e camicia con le maniche lunghe in colori neutri, capelli raccolti in uno chignon e trucco leggero - non dava nell’occhio; il suo incedere aveva quella rara eleganza naturale che dimostra l’armonia interna. Il suo sguardo comunicava intelligenza e amore per l’umanità come ho visto in pochi altri. […] «Che cosa mi ha spinto e mi ha fatto andare avanti nel corso dei decenni? Qual è stata la forza motrice? Se dovessi usare una parola sola, sarebbe curiosità», ebbe una volta a dichiarare. La curiosità per la vita, in ogni suo aspetto. Documentarista e ritrattista, la Arnold ha spaziato tra generi molto diversi. Il suo nome è legato innanzitutto ai ritratti dell’alta società e dei divi di Hollywood: Marilyn Monroe, Joan Crawford, Liz Taylor, Marlene Dietrich, ma anche presidenti, reali, politici come Indira Gandhi e attivisti come Malcolm X. Famosi, inoltre, i grandi reportage dall’India all’Afghanistan, dalla Cina alla Mongolia, commissionati da Life, Sunday Times e altre prestigiose riviste dell’epoca e per i quali ottenne riconoscimenti internazionali come il National Book Award del 1980 e il Lifetime Achievement Award dall’American Society of Magazine Photographers.
 


© Eve Arnold / Magnum Photos
 

 

Albert Watson: La perfezione della rappresentazione (da Sguardi 53)

Una specie di Hall of Fame delle persone, più o meno celebri, che ha fotografato nel corso del tempo, ma anche paesaggi desolati, club di strip-tease, insegne luminose nel deserto, meduse fluttuanti e scimpanzè con pistola. Albert Watson, da molti considerato tra i più importanti fotografi degli ultimi decenni - nel campo del ritratto, della moda e della pubblicità - al punto che la bibbia dell’industria fotografica, Photo District News, lo ha definito uno dei venti fotografi più influenti di sempre. Le immagini del fotografo di origine scozzese sono apparse su oltre 250 copertine di Vogue in tutto il mondo e su altre innumerevoli pubblicazioni, da Rolling Stones a Time. Watson ha realizzato numerosi ritratti di vari esponenti dello show-business, icone del rock, rapper, attori, da Mick Jagger a Jack Nicholson, passando per Alfred Hitchcock e la famiglia reale inglese (Watson è stato il fotografo ufficiale delle nozze del Principe Andrea con Sarah Ferguson), Kate Moss e B.B. King. Ha inoltre realizzato immagini per centinaia di campagne pubblicitarie di successo per grandi marchi come Gap, Levi’s, Revlon e Chanel, e ha diretto oltre 600 spot televisivi. Allo stesso tempo Watson ha lavorato intensamente a progetti personali, ispirati dai suoi viaggi a Marrakech, a Las Vegas o alle isole Orcadi. Molti di questi lavori, insieme ai suoi ritratti e alle fotografie di moda, sono stati esposti in vari musei e gallerie in tutto il mondo. […] Il linguaggio visivo del fotografo scozzese segue delle regole proprie e un rigoroso concetto di qualità. Il suo modo di illuminare i soggetti, la brillantezza e magnificenza delle costruzioni, rende le sue immagini uniche. Sebbene la grande varietà delle sue immagini rifletta una naturale versatilità, esse sono riconoscibili grazie alla loro potenza e al virtuosismo tecnico, sia che si tratti del ritratto di una dominatrice di Las Vegas o del primo piano di un guanto del re Tutankhamen. Un’assoluta dedizione alla perfezione, nella rappresentazione, che ha fatto di Watson uno dei fotografi più ricercati al mondo.
 


© Albert Watson - Monkey With Gun, New York, 1992
 

 

Steve McCurry: Viaggio intorno all'uomo (da Sguardi 85)

Steve McCurry - uno dei grandi nomi della fotografia contemporanea, punto di riferimento per un larghissimo pubblico, membro dell’agenzia Magnum, inviato di Time, Life, Newsweek, Geo, National Geographic - è ormai di casa in Italia. […] Un’antologia della produzione trentennale di McCurry, con numerose delle sue immagini più celebri, a partire dal ritratto della ragazza afghana dagli occhi verdi, e i lavori più recenti insieme ad alcuni inediti, come il progetto The last roll con le immagini scattate utilizzando l'ultimo rullino prodotto dalla Kodak, gli ultimi viaggi a Cuba, in Thailandia e in Birmania, con una serie di immagini dedicate al Buddhismo, una selezione delle fotografie scattate nei recenti e numerosi soggiorni italiani, da Venezia alla Sicilia, da Roma all’Aquila, le immagini realizzate di recente in Tanzania per il progetto di sostenibilità Lavazza ¡Tierra!. McCurry ha fatto del viaggiare una sua dimensione di vita «perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile». «La maggior parte delle mie immagini», ha detto McCurry, «trovano radici nelle persone, e io sono sempre in cerca del momento inaspettato, l’essenza dell’anima che si affaccia per una frazione di secondo, le storie di vita incise sui volti. Voglio capire e mostrare cosa significhi essere quella persona, una persona colta in quel contesto universale che puoi definire la condizione umana». Il tempo è fondamentale: «ho imparato a essere paziente», spiega McCurry, «se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».
 


© Steve McCurry - Figlio della tribù Hamer, Omo Valley, Etiopia, 2012
 

 

Helmut Newton: Sex and Landscape (da Sguardi 38)

90 scatti di Helmut Newton, il fotografo tedesco/australiano scomparso a Los Angeles due anni fa, i suoi nudi ormai classici assieme a paesaggi poco conosciuti, il maestro della rappresentazione della seduzione e un mondo espressivo più intimo e meno noto. Corpi di donna la cui femminilità è un manifesto di erotismo, tra voyeurismo e provocazione, glamour e fashion, sadomasochismo e feticismo, sullo sfondo di scenari urbani e stilizzati, interni asettici o barocchi e pareti nude. Ma anche lune che si specchiano nel mare, orizzonti desertici, paesaggi. Al di là delle produzioni per la moda e per la pubblicità, Newton viaggiava infatti costantemente in compagnia della sua macchina fotografica, registrando le immagini di tutto ciò che lo affascinava: interni, scorci di città, marine cupe e minacciose, lunghe strade che corrono all’infinito, palazzi enigmatici, vedute aeree. Per lui in fotografia c’erano “due parole volgari: la prima è arte, la seconda è buon gusto. La bellezza è intelligenza. E il fascino non ha nulla a che fare con il denaro”. Secondo l’amata moglie June Newton, che divise con lui tutta la vita, “non volle mai definirsi un artista. Preferiva definirsi un mercenario che affittava il suo talento a chi pagava di più”. Quando, sedicenne, fuggito dalla Germania nazista per salvarsi dalle persecuzioni razziali, cominciò a lavorare in Australia come fotografo, decise di accettare qualsiasi lavoro per guadagnare quanto serviva per vivere. “Scattavo foto ovunque”, racconta Newton nella sua autobiografia, “ma non ho mai pensato che il mio lavoro fosse una forma d’arte. In ogni caso volevo prostituire questo talento che mi era stato dato”. Newton accettava la realtà ma solo per renderla sogno: fu questa - estesa alla costante sessuale espressa in forme crudeli, ossessive, quasi riti trasgressivi - una delle chiavi del suo successo.
 


Helmut Newton, The Readhead, Sherman Oask California, 1992 © Helmut Newton Estate
 

 

Nino Migliori: La materia dei sogni (da Sguardi 85)

La frase «mi piace lasciare la strada vecchia per la nuova» rivela molto dello spirito di ricerca di Nino Migliori. Anche il sottotitolo della mostra a lui dedicata a Milano: installazioni, sperimentazioni, fotografie. Per non parlare del suo titolo: La materia dei sogni, e cioè fotografia come materia prima per creare i propri sogni visivi. […] La prima grande retrospettiva del fotografo bolognese: immagini celebri e grandi inediti, le foto realiste degli anni Quaranta e Cinquanta, la serie dei Muri, le sperimentazioni off camera, le celebri polaroid, fino alle installazioni più recenti. Tutto l’universo multiforme di Migliori. […] Nino Migliori sorprende chiunque si avvicini a lui, chiunque decida di conoscere il senso e la mole del suo lavoro. Sorprende certo per la sua tellurica produzione, per la diversità dei progetti realizzati, per gli scarti continui di linguaggio che ha saputo imprimere alle sue ricerche. Ma la vera sorpresa non risiede nella possibilità di cambiare strada, sterzando da una ricerca all’altra, quanto per l’assoluta coerenza che in tanti anni di lavoro ha saputo dimostrare esercitando la sua intelligenza pronta e acuta, la sua curiosità. Sembra banale dirlo, ma tutto quel che Migliori crea e realizza, gira intorno a un unico nucleo forte: la fotografia. O meglio, comprendere fino in fondo in cosa consista questo linguaggio fatto di equilibri chimici e apparati meccanici, di volontà e caso, e come ormai sia entrato nella nostra vita per cambiarla, irrimediabilmente.
 


© Nino Migliori, 50x60, 1991
 

 

Mario Dondero: Una vita da fotoreporter (da Sguardi 98)

Mario Dondero, classe 1928, tra i più grandi fotoreporter italiani di fama internazionale, si racconta attraverso circa 250 fotografie, un primo compendio di una vita da fotoreporter come la intende Dondero. «Fotografo e fotoreporter sono due termini che definiscono un modo di fare fotografia opposto» dice Dondero, che lavorando con i quotidiani e i periodici ha voluto raggiungere «la gente comune e colloquiare con il mondo», lui che avrebbe fatto il giornalista se non fosse «incappato nella fotografia. Il modo per andare oltre la parola». Circa 150 gli scatti scelti tra quelli che hanno segnato il suo percorso professionale, conosciuto soprattutto per i lavori in bianco e nero che definisce il «colore della verità». A queste istantanee si aggiungono eccezionali fotografie a colori, per la maggior parte inedite. […] La Francia di quegli anni è paese crocevia di mondi e ponte con la cultura africana in particolare. Un continente, l'Africa, ricorrente nei lavori di Dondero e presentato nella sezione "Verso il mondo". Al suo obiettivo non sono sfuggiti i fermenti sociali e i venti di guerra a Cuba, in Brasile, in Cambogia, nei paesi africani e arabi, ma neanche il fascino di paesaggi e personaggi straordinari. A proposito della sezione "Verso il mondo" scrive Dondero: «Fin dalla prima giovinezza ho desiderato viaggiare, conoscere il mondo. Forse perché ho origini genovesi, ho sognato anche di diventare marinaio. Al momento di iscrivermi all'Istituto Nautico mi ammalai, così mi ritrovai sui banchi del Ginnasio "Berchet" a Milano. Non diventai marinaio, ma giornalista. Il mestiere di reporter fotografo mi ha dato l'opportunità di viaggiare molto, e non soltanto in Europa. Ma non ho amato il viaggio come evasione, ma come opportunità per conoscere la condizione umana, le tragedie epocali.
 


La Regina Sibeth della tribù dei Flups, popolo originario della Guinea-Bissau, rifugiatosi in Senegal a causa della guerra, nei pressi di Ziguinchor (Casamance), 1970 © Mario Dondero
 

 

Wim Wenders: Urban Solitude (da Sguardi 94)

Urban Solitude di Wim Wenders, regista prolifico (uno dei principali protagonisti del Nuovo Cinema Tedesco fin dagli anni ’70) ma anche parallelamente fotografo (che si focalizza principalmente sul tema del paesaggio), offre una visione dello sguardo di Wenders sul paesaggio metropolitano, toccando luoghi lontani, dal profondo West americano all’estremo Oriente, passando per la Russia, l’Italia e soprattutto la sua Germania. Ritratti di città, spesso protagoniste anche dei suoi film, che divengono pagine di storia, manifesti estetici che scolpiscono nel tempo dettagli cancellati dalla velocità con cui si trasformano. Come l’artista afferma, in L’atto di vedere, «le immagini e le città si evolvono in maniera analoga. Credo che le immagini abbiano vissuto un processo parallelo alle nostre città anch’esse cresciute a dismisura. Anche le nostre città sono diventate sempre più fredde, più inaccessibili; estranee e stranianti». La fotografia, rigorosamente analogica, è per Wenders strumento per fissare, catturare e preservare una realtà dalla quale l’uomo si sta progressivamente allontanando rapito dalla virtualità dell’epoca contemporanea e favorito dall’utilizzo delle nuove tecnologie digitali. Intrinsecamente si legge in queste fotografie l’animo dell’uomo errante, la caratteristica nomadica del "voler" perdersi e contemporaneamente di non sentirsi mai straniero, l’intensa ricerca di messaggi nella natura come nelle città. Wenders mira a catturare il "senso dei luoghi", a instaurare un legame diretto e personale con essi, a farli decantare in un’epoca in cui stiamo progressivamente perdendo il contatto diretto con la realtà. […] Venticinque fotografie in cui il tema del paesaggio urbano, caro all’artista, si intreccia indissolubilmente con quello della memoria, dell’attesa e dell’assenza, declinati attraverso immagini che emanano una sensazione di nostalgia e di desolazione, ma anche di naturale calma bellezza.
 


© Wim Wenders, Woman in the Window