Ritratti: Celebrities

Arnold Newman: Un maestro del ritratto
 (da Sguardi 14)

Un’esposizione da non perdere: Arnold Newman, per molti il padre del ritratto fotografico ambientato. “Penso che il ritratto ambientato, di cui si suppone io sia il padre, avesse centinaia d’anni. Guardate tutti i dipinti fatti in Olanda, tutti i grandi pittori fiamminghi, un dipinto in particolare dove un uomo è nella sua stanza e sulle pareti ci sono tutti i segni del suo commercio d’importazione. Questo è, in un certo senso, un ritratto ambientato. Volevo mostrare lo spazio, perché noi viviamo nello spazio”. Il suo più famoso ritratto, autentica icona della fotografia del secolo scorso, scattato a New York nel 1946, è quello del compositore e direttore d’orchestra Igor Stravinsky, seduto nell’angolo a occupare uno spazio molto limitato rispetto al suo pianoforte a coda. 
Nel catalogo che accompagna l’esposizione di Palazzo Magnani, Pierre Borhan osserva che “è degno di nota che nella maggior parte delle sue opere, in cui l’interiorità del modello è inseparabile dal suo posto nella storia, Newman sarebbe riuscito a dare espressione visuale a un conciso e penetrante giudizio, o significato, e che questo giudizio, in virtù delle sue qualità artistiche, sarebbe stato convincente. Ecco perché, sebbene la maggior parte delle sue fotografie siano state commissionate dalla stampa, Newman è un maestro del ritratto”. 
Una delle sue foto più famose è quella di Marylin Monroe, “scattata a casa del suo produttore dopo una piccola cena. In verità questa foto è stata ricavata dalla porzione più piccola di un negativo 24x36. Gettai uno sguardo e mi resi conto che quella era Marylin, la donna confusa, depressa, infelice che lei era davvero”.
 


© Arnold Newman

 

Martin Schoeller: Close Up
 (da Sguardi 36)

La mostra Close Up di Martin Schoeller raccoglie una serie di 40 ritratti, realizzati da Schoeller, fotografo tedesco, giovane ma già molto celebrato. 
Arrivato negli USA nel 1999, comincia a lavorare per il settimanale New Yorker sviluppando una tecnica tutta personale di realizzare ritratti. Di fronte al suo obiettivo sfilano grandi attori come Jack Nicholson, Angelina Jolie, Brad Pitt, personaggi politici come Bill Clinton o musicisti Prince e Britney Spears, ma anche persone sconosciute o vicine al fotografo. Non esiste più il divismo, la politica, il glamour a sorreggere i personaggi: ognuno è ripreso in piano ravvicinato, e l’obiettivo sembra contenere a stento i visi, le espressioni, le diverse personalità. Ci appaiono disarmati e disarmanti, veri nella cruda realtà di queste immagini. Nessuna finzione è possibile e tutti i visi attraggono e respingono nello stesso modo. In queste foto non sparisce l’emozione. Perché Schoeller, nel suo modo apparentemente impietoso di non nascondere nulla, né una ruga, né una piega del volto, né un occhio gonfio di lacrime, sa restituire di ogni personaggio una dimensione di realtà, di impudica messa a nudo. Un’antropologia speciale e unica, quella creata da Schoeller: una galleria di “tipi” in cui si gioca a trovare analogie e differenze, tratti simili o abissali distanze. L’espressione ridotta al grado zero produce una gamma di personalità tutte simili e tutte diverse. 
”La celebrità ha molto a che fare con la superficie e la saturazione e le grandi teste di Schoeller spingono queste qualità fino al limite. Conferiscono al volto, all’espressione umana, una nuova dimensione e questa è anche la ragione per cui non riusciamo a smettere di guardarle. A questo servono i ritratti; per questo esistono.” (David Remnick, direttore del New Yorker).
 


© Martin Schoeller

 

Annie Leibovitz: At Work 
(da Sguardi 74)

Che differenza c'è tra fotografare una celebrità e una persona normale?

La differenza fondamentale è che, quando incontri una celebrità, ne hai già un'idea piuttosto definita. I personaggi celebri sono già stati fotografati diverse volte e la loro storia per immagini può insegnarti un sacco di cose. È molto utile, soprattutto perché queste persone sono sempre molto impegnate ed è necessario sfruttare al meglio il tempo che ti concedono. Fotografare una celebrità comporta tutta una serie di inevitabili problemi logistici. Spesso, ci sono diversi altri soggetti coinvolti e interessati alla riuscita del servizio. Ad esempio, cercare di andare incontro alle aspettative di una rivista nei confronti di una star non è sempre il massimo. Non sono le star in prima persona a creare i problemi. Molte di loro sono persone assolutamente normali.

Da dove prende le sue idee?

Faccio sempre i compiti. Ad esempio, per prepararmi a fotografare Carla Bruni, la nuova moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy, all'Eliseo, ho osservato molte foto del palazzo. Mi sono procurata le immagini delle altre persone che ci avevano vissuto. Ho guardato diverse fotografie di coppie innamorate, oltre a tutte quelle di Carla Bruni realizzate dagli altri fotografi. È stata immortalata svariate volte, ma credo che Helmut Newton abbia visto in lei qualcosa che nessun altro ha mai colto. Infine, sapendo che era anche una cantante, ho ascoltato le sue canzoni. Naturalmente, porto sempre con me una grande banca della memoria fatta delle immagini scattate dai fotografi che mi hanno preceduta, una specie di disco rigido che ha sede nella mia testa. Sono un'appassionata di fotografia. O una studiosa, se preferite. Colleziono libri fotografici. Capita che qualche elemento appartenente alla storia della fotografia contribuisca allo stile che scelgo per i miei scatti. E lo stile di un'immagine fa senz'altro parte dell'idea.

Come si accorge di aver scattato una buona fotografia?

Da giovane non sapevo mai quando smettere. Non riuscivo a capire che cos'ero riuscita a ottenere. Avevo sempre paura che, se me ne fossi andata, mi sarei persa qualche cosa d'importante. Ricordo ancora quella volta che il giornalista David Felton, con il quale stavo lavorando a un servizio sui Beach Boys, a un certo punto decise di andarsene. Rimasi sconvolta. Lui disse che aveva raccolto abbastanza materiale, affermazione che mi parve del tutto incomprensibile. Come poteva anche solo pensare una cosa del genere? Accumulando un po' di esperienza, cominciai a capire che chi posa per una fotografia non può continuare a farlo per troppo tempo, e che non è il caso di prolungare eccessivamente la sessione. Se le cose non funzionano, non funzionano. Soltanto di rado succede che una situazione si trasformi completamente. Quel che accade spesso, invece, è che, quando si decide di smettere, il soggetto si senta sollevato e il suo aspetto appaia improvvisamente fantastico. A quel punto, conviene continuare a scattare. E poi ci sono casi in cui ottenere ciò che si vuole è davvero impossibile. A volte ho l'impressione di raggiungere a malapena il dieci per cento di ciò che desidero. Un elemento che può rivelarsi particolarmente frustrante, ad esempio, è la luce naturale. Può capitare che la luce appaia meravigliosa sul volto di un soggetto, ma che non riesca a tradursi in immagine. L'effetto sarà completamente diverso. La fotografia è limitata, è una riproduzione di ciò che accade. In sostanza, non si è mai completamente soddisfatti.
 


AtWorkPress, Keira Knightley and Jeff Koons. © Annie Leibovitz

 

Michel Comte: Retrospettiva (da Sguardi 64)

Michel Comte è una star della fotografia, tra i fotografi più celebrati nel campo della moda e del ritratto come Peter Lindbergh e Mario Testino. Alla sua ricerca, che ha esplorato molti generi fotografici, si devono alcuni tra i più bei ritratti di attori, artisti, sportivi. È nel fotografare in particolare le donne e le star che Comte mostra un talento unico. L'anno scorso una sua foto di Carla Bruni, nuda in posa, ha raggiunto da Christie's la quotazione di 91 mila euro. […] Autodidatta, Michel Comte, nato a Zurigo nel 1954, realizza infatti il suo primo lavoro (pubblicitario) nel 1979 e debutta nella moda a 28 anni a New York e Los Angeles, fotografando per Vogue e Vanity Fair. Da allora è diventato uno dei fotografi più ricercati nel settore, realizzando campagne per marche prestigiose come Armani, Dolce e Gabbana, Nike, Lancôme, Revlon e lavorando per quasi tutte le principali riviste, mentre le sue immagini sono state esposte in alcuni tra i più importanti musei del mondo come la Guggenheim Collection di Venezia e la moderna Pinakothek di Monaco di Baviera. Fotografare le star non è facile. Abbiamo visto i loro volti così spesso che si finisce per pensare di conoscerle personalmente. Ma Comte ha il dono di svelarle come se le vedessimo per la prima volta. A volte condensa il loro fascino in un'immagine che diviene quasi mitica, come quella di Miles Davis, che si trasforma in una specie di faraone imbalsamato, o quella di Jeremy Irons con il monocolo, dandy freddo e soave. Oppure cattura un'espressione facciale che rivela l'anima del soggetto. Come l'estasi sul volto di Marianne Faithfull o la vulnerabilità e la trasparenza su quello di Geraldine Chaplin. Lo stesso sottile dosaggio di spontaneità e di presenza iconica caratterizza i suoi ritratti di donne, soggetto-tema a lui molto caro. I suoi ritratti di celebrità e top model sono a volte memorabili. Comte riesce a trasformare le donne mature in divinità senza tempo e contemporanee, a celebrare forza e sex-appeal delle donne, interpretando la loro diversità e individualità, senza farne mai degli oggetti. Immagini empatiche e glamour allo stesso tempo, composizioni brillanti dal forte impatto emozionale. Scatti unici, restituiti con sincerità, che fotografi le icone della moda e del jet set o le atrocità della guerra civile in Ruanda o paesaggi mozzafiato.


© Michel Comte - Helena Christensen

 

Mary Ellen Mark: Seen Behind the Scene
 (da Sguardi 61)

A partire dagli anni Sessanta la fotografaamericana Mary Ellen Mark ha lavorato su oltre 100 set difilm, scattando migliaia di fotografie di attori al lavoro sulla scena e della vita dietro le quinte. Seen Behind the Scene (Phaidon Press Limited, 264 pagine, oltre 200 illustrazioni b/n, in inglese, 49,95 euro) raccoglie le sue più belle immagini, spaziando dal Satyricon di Federico Fellini, il primo film che la Mark documentò con la sua macchina fotografica, alle produzioni leggendarie degli anni Settanta, come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola o Qualcuno volò sul nido del cuculo diMilos Forman, per arrivare ai grandi successi di epoca più recente come Tootsi Gandhi. Il volume documenta anche la più recente attività della Mark, che continua a lavorare sul set e che negli ultimi anni ha fotografato il backstage di alcune realizzazioni da Oscar come Moulin Rouge di Baz LuhrmannBabel di Alejandro Gonzalez Inarritu Sweeney Todd di Tim Burton. «La mia esperienza come osservatrice di questo mondo», scrive la Mark che in oltre 40 anni ha potuto lavorare liberamente con cast e registi, fotografando trucchi di scena, preparazione degli attori, momenti di riposo e attori al lavoro sulla scena. «mi ha aiutato enormemente nel mio lavoro al di fuori del set: nel dare indicazioni a i miei soggetti, ottimizzare l’uso della luce, lavorare con gli stilisti o realizzare un progetto. Ho osservato i più grandi del grande mestiere e ne ho tratto ispirazione». […] Anche i ritratti della Mark degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta sono documenti importanti dei cambiamenti della natura delle celebrità del mondo del cinema, da Marlon Brando a Brooke Shields Sean Penn. Agli esordi della sua carriera la fotografa era semplicemente una delle tante persone sul set e poteva accedere liberamente a tutto il cast; oggi invece, con il crescente impatto di immagine delle star, è diventato sempre più difficile lavorare sul set, dove gli attori sono costantemente circondati dal loro entourage di agenti e hanno agende fittissime con impegni in ogni momento della giornata. In questo clima, le candide immagini che la Mark ha rubato a attori del calibro di Cate BlachettBrad Pitt, Johnny Depp Nicole Kidman, diventano rarità imperdibili.
 


Apocalypse Now, Marlon Brando. © Mary Ellen Mark

 

American Cool, Smithsonian’s National Portrait Gallery (da Sguardi 93)

Cosa significa quando diciamo che qualcuno è cool? Il termine “cool” porta con sé una carica sociale di espressione ribelle (di sé), carisma, durezza e mistero. La mostra “American Cool” - presso la Smithsonian’s National Portrait Gallery di Washington - presenta 100 foto di icone, figure simboliche del loro tempo, scelte per il contributo dato alla cultura americana grazie alla propria visione artistica. Cool è un concetto tipicamente americano e rimane un’ossessione globale. Nei primi anni ‘40 il leggendario sassofonista jazz Lester Young portò questa importante sensibilità afroamericana nel linguaggio moderno. Cool divenne una parola d’ordine nella vita bohèmienne, connotando un equilibrato stato mentale, una forma dinamica di performance e un certo elegante stoicismo. Per Kim Sajet, direttore della Smithsonian’s National Portrait Gallery (che racconta la storia dell’America, e di chi ha dato forma alla sua cultura, attraverso le arti visive, performing art e new media), «American Cool illustra il maggior prodotto culturale di esportazione dell’America - il cool - e chi lo personifica. Ciò che potrebbe stupire è quanto indietro nel tempo risale quest’idea. In particolare mi piace il modo in cui questa mostra presenta fotografie di icone fatte da fotografi di fama mondiale. E anche che la mostra offra un’opportunità per un dibattito nazionale su chi rappresenta il cool». Per scegliere le cento figure ritratte nella mostra, raggruppate per epoche ed evoluzioni successive delle accezioni del termine cool, i curatori hanno tenuto in considerazione quattro fattori: a) una visione artistica originale realizzata con uno stile distintivo; b) l’incarnazione della ribellione o trasgressione culturale per una data generazione; c) la potenza iconica o riconoscibilità visiva immediata; d) un’eredità culturale riconosciuta. Ogni figura cool prescelta possiede almeno tre di questi elementi; i 100 personaggi rappresentano i ribelli di successo della cultura americana.
 


Bob Willoughby - BILLIE HOLIDAY, 1951 (printed 1991) - Gelatin silver print. National Portrait Gallery, Smithsonian Institution

 

Monica Bellucci: Tributo
 (da Sguardi 74)

Tributo alla diva. Se ce n'è una, in Italia, è lei. La "più amata all'estero". Rizzoli ha messo assieme le immagini di fotografi come Bruce Weber e Ferdinando Scianna, Peter Lindbergh e Richard Avedon che l'hanno ritratta negli anni, da modella e attrice, e ha chiesto a Giuseppe Tornatore - che l'ha diretta in Malèna e in uno spot celebre - di scrivere una nota di introduzione che Sguardi di seguito propone. Il risultato è un libro dal titolo Monica Bellucci. All'edizione italiana di Vanity Fair, che negli anni le ha dedicato una decina di copertine, Monica Bellucci ha dichiarato per l'occasione: «Ho resistito parecchio, ma i miei agenti mi dicevano di farlo perché è un peccato che tanti servizi fotografici così belli fossero usciti una volta sui giornali e poi scomparsi. Poi, quando sono tornati alla carica, ho detto di ». E poi, sul suo corpo-icona: «Non ho mai avuto un corpo da modella, alta ma non altissima, rotonda senza mai aver avuto voglia di dimagrire. Mi sono offerta allo sguardo dei fotografi con abbandono, come una musa che gode nell'osservare il talento di chi la ritrae. Posare per una foto, ma anche recitare al cinema, si può fare solo se non si ha paura di scoprire chi si è». Monica dixit: «Convivo con la mia bellezza da quando sono nata e ho imparato a giocare con il desiderio degli uomini. Ho un rapporto molto naturale con la mia sensualità e adoro il nudo: niente è più affascinante del corpo umano». Di seguito, l'introduzione di Giuseppe Tornatore: «Gli occhi dei fotografi sono come gli astri. Si somigliano tutti, al punto da sembrare uguali. Ma sappiamo che non ne potrà mai esistere uno identico ad un'altro. Lo sguardo del fotografo cambia la realtà. Ed essa è condannata, dalla caducità della luce, dalla faziosità delle lenti, ad una perenne incoerenza. Un soggetto non è mai lo stesso. Puoi fotografarlo mille volte. Ad ogni scatto si tramuterà fatalmente in altra cosa. Se poi si tratta dell'ineffabile bellezza di una donna, le evenienze espressive divengono infinite. Il prisma impazzisce.
Eppure scorrendo le pagine di questo volume che raccoglie splendide immagini realizzate dai più prestigiosi artisti della fotografia di ogni parte del mondo ci assale il dubbio di essere finiti al centro di un'impostura ottica che ci proietta in un vortice seduttivo e voluttuoso al quale non riusciamo a sottrarci. La ragione di tale stordimento erotico non è il trovarci di fronte a formidabili fotografie che ritraggono una delle donne più belle del mondo, quanto il dover prendere atto di come, dinanzi a lei, l'occhio dell'artista fatichi quasi ad imporre la propria unicità stlistica. Come se d'improvviso scoprissimo che le stelle non sono poi così diverse tra di loro. Che l'occhio di un autore dopo tutto possa valerne un altro».
 


Monica Bellucci, Rizzoli

 

Elisabetta Catalano: Una retrospettiva
 (da Sguardi 37)

Circa 80 fotografie di cui molte inedite documentano, in mostra alla GAM di Torino fino all’8 gennaio, il lavoro trentennale di una tra le più importanti e conosciute fotografe italiane: Elisabetta Catalano, ritrattista di fama internazionale, grazie al suo obiettivo fotografico è ormai considerata una testimone d’eccellenza della vita degli artisti e dei personaggi di cinema, di letteratura, di cultura e di politica che hanno attraversato la storia d’Italia a partire dagli anni Settanta. L’omaggio che Torino dedica alla sua attività nelle sale della GAM e nel catalogo che accompagna la mostra - che riproduce circa 300 scatti tra ritratti e lavori in collaborazione con artisti e registi - offre uno sguardo rivolto soprattutto alle opere meno conosciute, rivelando una veste quasi completamente inedita della sua ricerca fotografica. Alberto Moravia, presentando il libro Tempo di ritratti di Elisabetta Catalano, ha scritto: “qualsiasi ritratto allude prim’ancora che a se stesso, alla società di cui la persona ritratta fa parte”. (E davanti ai nostri occhi sfila veramente tutta la società e il mondo culturale degli ultimi decenni da Arbasino a Ottieri, da La Capria a Parise, da Cassavetes a Ferreri, dalla Cardinale a Richard Harris, dalla Sandrelli a alla Mangano, da Uto Ughi ad Andreotti, dalla Ginzburg a Eco, da Beuys fino al mondo dell’arte più recente come Peter Halley e Nagasawa. Fotografie meno conosciute sono ad esempio quelle del filosofo Junger, del premio Nobel Amartya Sen e alcuni ritratti mai visti di Federico Fellini. Innanzi tutto ogni foto è l’incontro tra l’autrice e il personaggio e dunque ogni foto fa storia a sé, vive nella dimensione di un particolarissimo rapporto. Ma alcuni caratteri comuni restano: Fabio Mauri afferma di “riconoscere i segni dell’impeccabilità dell’ossessione espressiva” nei ritratti di Elisabetta Catalano che lavora con accanito perfezionismo, per fermarsi solo quando è certa di aver colto il carattere essenziale della persona.
 


Federico Fellini sul set di "La voce della luna". © Elisabetta Catalano

 

Michel Haddi: I love America. Don't you? (da Sguardi 38)

Francese di nascita, americano di adozione, nato a Parigi, installatosi da tempo a New York, Michel Haddi è fotografo di gran successo nel mondo luccicante di moda e cinema, riviste superpatinate e set hollywoodiani, modelli semisconosciuti e divi divini. Prima dei suoi 50 anni, e del suo ritorno in Europa, si è concesso un ode-omaggio all'America che lo ha accolto e fatto diventare illustre, con una raccolta di fotografie I Love America, Don't You? (30x40 cm, 260 pagine, euro 56) pubblicata dalla casa editrice da lui fondata e presentata lo scorso mese a Milano, alla Galleria Carla Sozzani, alla presenza dello stesso Haddi. Un viaggio tra New York e Los Angeles via Texas e il confine messicano, con piccoli testi e citazioni da film, con un cast di attori, celebrità e gente comune, icone come Uma Thurman, Cameron Diaz, Jennifer Lopez, Denzel Washington, Clint Eastwood, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Faye Dunaway, Nicholas Cage, David Bowie.
 


Uma Thurman. © Michel Haddi

 

Celebrità dietro l'obiettivo (da Sguardi 54)

La fotografia è una passione profonda per molti, anche per i cosiddetti personaggi famosi. Dopo il successo registrato a Madrid nell'ambito di Photo España 2007, fino al 7 ottobre Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno (Milano) ospita Celebrità dietro l'obiettivo, 105 fotografie di personaggi famosi: da Richard Gere Jeff Bridges Bruce Chatwin Mikhail Baryshnikov, da Lou Reed Patti Smith Giuseppe Tornatore e Pedro Almodóvar, fino a Leonard Nimoy, lo Spock di Star Trek, e Pablo Picasso. Ventuno tra attori, scrittori, musicisti, danzatori e pittori, che per l'occasione diventano fotografi, per piacere o impegno personale, non per denaro o qualche tipo di incarico. La mostra è promossa dal Comune di Cesano Maderno che ha così dato continuità al festival "Foto&Photo", da sei anni organizzato nei palazzi storici e luoghi pubblici cesanesi e che dall'anno prossimo avrà cadenza biennale con il coinvolgimento di diversi comuni della Brianza. Di seguito pubblichiamo una panoramica sui lavori degli autori riuniti in mostra - raggruppati per affinità creative - della curatrice dell'esposizione Enrica Viganò. […] «Tra coloro che rivolgono lo sguardo all'interno del proprio mondo professionale, possiamo includere l'attore Jeff Bridges, che sembra rimanere affascinato da tutto ciò che succede sul set. Sedotto dalla bellezza delle attrici che lavorano accanto a lui, ci accompagna nel mondo magico e misterioso della recitazione. Il ballerino Mikhail Baryshnikov porta l'agilità e il garbo caratteristici della sua danza, così come l'amore per il movimento che l'accompagna da sempre, al suo modo di fotografare e al tema scelto: la danza in tutte le sue forme, dal merengue fino allo striptease, protagonista delle foto in mostra, riprese durante i suoi numerosi viaggi nella Repubblica Dominicana. Un altro caso particolare è quello di August Strindberg che ci ha lasciato un'ingente quantità di autoritratti: una scelta stilistica che probabilmente va messa in relazione con la schizofrenia di cui soffriva.Soltanto uno scrittore e viaggiatore infaticabile come Bruce Chatwin è in grado di portarci lontano raccontando ciò che hanno visto i suoi occhi. Attraverso le sue fotografie ci illustra i suggestivi racconti che compongono i suoi libri di viaggio».
 


Mikhail Baryshnikov. Untitled 10, 2006 © Cortesia Edwyn Houk Gallery, Nueva York

 

Patrick Demarchelier: La naturalezza dell'eleganza 
(da Sguardi 61)

Il Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris presenta una ricca e suggestiva selezione dal repertorio di immagini di moda e ritratti, di Patrick Demarchelier, uno dei fotografi di moda e glamour tra i più quotati al mondo. Fotografia contemporanea nel contesto della collezione permanente del Petit Palais, 400 immagini di oggi tra dipinti del XIX secolo e vasi dell'antica Grecia, Rinascimento italiano e francese, pittura olandese, Delacroix e Monet. Autodidatta, Demarchelier è diventato uno dei più riconosciuti e celebrati fotografi del mondo della moda e della bellezza. Nel giugno 2007 il Council of Fashion Designers of America (CFDA), gli ha assegnato l'Eleanor Lambert Award per la sua carriera e il suo contributo unico al mondo di moda; nel novembre 2007 è stato nominato Ufficiale dell'Ordine delle Arti e delle Lettere dal ministro della Cultura francese; lo scorso ottobre è stato premiato, tra gli altri assieme a Gianni Berengo Gardin, in occasione del prestigioso Lucie Awards. Alcuni parlano di un "Demarchelier touch", riferendosi al suo grande gusto, alla sua eleganza, alla capacità di cogliere nelle sue immagini momenti di spontaneità dei soggetti fotografati con in evidenza - spesso - il loro lato ottimistico, positivo, solare. Demarchelier «ama la spontaneità». Per lui, è all'inizio o alla fine di una seduta fotografica che scatta la naturalezza del soggetto ed è questo stato soprattutto che il fotografo ama catturare. «Un fotografo è qualcuno di fragile. Ci si deve rinnovare sempre. Per me ogni lavoro è una nuova sfida. Quel che è stato fatto prima, va dimenticato». Firma per le principali riviste di moda, da Elle Marie-Claire in Francia e in Italia ad Harper's Bazar Vogue in America, ha fotografato anche per Chanel, Louis Vuitton, Estée Lauder, Armani, Versace, Calvin Klein, L'Oreal, Ralph Lauren, Banana Republic, Christian Dior, Demarchelier - dal 2004 - lavora in esclusiva per le edizioni Condé Nast.
 


© Patrick Demarchelier - Scarlett Johansson, New York, April 2007

 

Max & Douglas: Sport’s
 (da Sguardi 37)

I fotografi Max & Douglas hanno maturato una lunga esperienza nella ritrattistica di celebrities del mondo sportivo, lavorando sia in campo pubblicitario sia editoriale, in particolare con il settimanale Sportweek di cui è photoeditor Giovanna Calvenzi della quale proponiamo di seguito la presentazione scritta per l’occasione. «Massimiliano Schenetti e Douglas Andretti, cioè Max & Douglas. Compagni di scuola e oggi autori insieme di questa straordinaria carrellata di ritratti. Insieme hanno studiato, insieme hanno riflettuto e praticato la fotografia di moda, insieme hanno scelto di dedicarsi a raccontare le persone. Perché il ritratto è, per loro, la specializzazione più divertente. Il lato ludico del lavoro ha informato dal 1998, anno dei loro esordi professionali, tutta la loro attività: la realtà, bella da vedere, è per loro noiosa da fotografare così com’è. Quindi iniziano a ritrarre i loro soggetti in ambienti bui, pennellandoli con la luce di potenti torce. L’evoluzione naturale della loro tecnica nasce dall’uso consapevole delle tecniche digitali: dopo lo scatto, momento di relativa importanza, un importante intervento in post-produzione».È lo stravolgimento dei canoni classici della fotografia, che volevano l’atto creativo compiersi nel momento dello scatto. Per Max & Douglas, invece, l’attimo fotografico è il punto di partenza, il canovaccio sul quale lavorare per arrivare poi all’opera compiuta. Quando si realizza un ritratto, dicono Max & Douglas, non si arriva mai a conoscere veramente la persona che è dall’altra parte dell’obiettivo. Si ha di fronte un viso, un ambiente, quasi sempre pochissimo tempo. L’immagine nasce quindi dopo il maquillage digitale, dopo gli interventi che aggiungono finzione alla realtà, che trasformano le persone nella loro icona. Le fisionomie sono rispettate, le ambientazioni scelte con attenzione, poi i colori diventano meno saturi, i volumi si appiattiscono e la tensione dell’immagine nasce da una restituzione che è ad un tempo reale e surreale: un ritratto di Max & Douglas, una firma che è una garanzia di infedeltà”.
 


© Max & Douglas

 

Sandro Becchetti: Protagonisti, storie di ritratti in bianco e nero 
(da Sguardi 63)

Un viaggio attraverso la storia della cultura e dello spettacolo degli ultimi decenni con lo sguardo di Sandro Becchetti, fotoreporter romano dagli Anni Sessanta, che con la sua piccola Leica ha fermato sguardi, movimenti, ambientazioni, tracce della vita complessa e unica di quei testimoni speciali diventati protagonisti della nostra epoca. Immagini e racconti, una sorta di autobiografia, un viaggio fotografico scandito dai volti più o meno celebri di quei protagonisti che Becchetti ha ritratto in oltre quaranta anni di lavoro segnato da una passione spesso conflittuale per un mestiere, quello del fotografo, capace di sintetizzare in uno scatto menzogna e verità. Come quando, all'inizio del libro, racconta di uno sconosciuto fotografo polacco incontrato a Jaffa, fotografo a Wraclaw negli anni '30, che in posa contro il muro gli disse: «Mio padre era un cabalista dilettante. Per me la Leica è stata quello che per mio padre fu l'alfabeto: ogni lettera conteneva il cuore di tutte le parole. Ogni immagine contiene il principio di tutte le immagini possibili». Come suggerito dalle parole dello sconosciuto fotografo polacco, anche per Becchetti la fotografia racchiude in sé "l'inganno del vero". «Questa per me è stata la fotografia: la menzogna, una componente essenziale della verità. Le mie macchine fotografiche contenevano - per me, intendo dire - tutte le immagini possibili, ma come le platoniche ombre contenevano anche il loro contrario». […] Tra un ritratto e l'altro, un ricordo e una digressione, Becchetti rivela un rapporto spesso conflittuale con il proprio mestiere, scelto, abbandonato, poi ripreso: «Quando iniziai questo mestiere, nella seconda metà degli anni '60, io non avevo il mito del "Fotografo". Non mi ero neanche mai posto la domanda: la fotografia è un'arte? Penso solo, in proposito, che avendo avuto la possibilità di acquistare in due rate una vecchia Retina, ad un certo punto trovai più interessante fotografare gli uomini che i monumenti romani. Gli anni in cui - dopo la Retina, una Contax regalata e, infine le due Asahi Pentax che ancora ho - lavorai, rappresentano, nel bene e nel male, uno dei periodi più interessanti della nostra storia. Nel profondo cessai di essere fotografo ai funerali di Piazza Fontana perché, nella sequela degli orrori che continuarono, la consapevolezza di non riuscire a spostare di un'acca la paura e l'indifferenza, l'assuefazione a conciliare cibo e sangue davanti al televisore, mi diedero netta l'impressione che nella società italiana il potere (chi, quale?) stesse sperimentando un'operazione genetica. La creazione di uno scadente materiale umano, refrattario a progetti che non fossero confinabili fra gli occhi e lo stomaco. Diventai ritrattista, anche bravo, a detta di molti. A mio giudizio, mediocre, proprio per la mediocrità dell'inganno: un clic non condenserà mai una vita e spesso (salvo rare eccezioni) i segni di una faccia dissimulano più che rivelare. Poi, nel lontano 1980, tagliai ogni rapporto con la fotografia, e, soprattutto, con il mondo della fotografia. Fu solo nel 1995 che, in occasione di un viaggio in Portogallo, ripresi in mano una macchina fotografica (una piccola Olympus prestata da un'amica). Da allora ho rispolverato Pentax e Leica e ho anche maturato la volontà di esporre le mie foto. Nella vita non c'è età per mutare pelle».
 


© Sandro Becchetti - Claudia Cardinale

 

Letizia Giambalvo & Vitaliano Napolitano: Fotoreporter, paparazzi, sempre meglio che lavorare
 (da Sguardi 79)

Esserci. È questo il segreto: essere nel posto giusto al momento giusto. Concentrazione. La consapevolezza che in ogni momento e in ogni angolo del nostro cammino c'è sempre una grande immagine, anche nella situazione più insignificante, quella foto è lì ad aspettarci. Basta soltanto vivere la realtà con più attenzione del solito. Relazionarsi. Lo scatto è l'ultima cosa. La prima azione che ci permette di realizzare la foto che desideriamo è il nostro comportamento rispetto all'ambiente che ci circonda. Sensibilità. È innata, dicono. Forse è vero, ma si può anche sviluppare, perché dentro ognuno di noi c'è. Chi la tira fuori, con tutti i pericoli che comporta, può usarla puntando l'occhio nel mirino, e viene sempre fuori qualcosa di meraviglioso. Questo è il nostro approccio alla professione di fotoreporter, che ci ha permesso di arrivare in luoghi impensabili, incontrare persone interessanti e trovarsi di fronte a persone poco gentili, soltanto perché volevi fare il tuo lavoro. Iniziando dalla cronaca, ci siamo lentamente spostati verso il mondo della musica eteatro. Ma il cinema ci ha calamitato verso la grande sfida del ritratto, una delle cose più difficili e più gratificanti. Ritrarre una persona per noi significa tirarne fuori il meglio, non soltanto il lato luminoso, raccontare anche la malinconia. […] Il mercato editoriale è diventato sempre più compresso. Le possibilità di pubblicare sui giornali sono legate a due fattori. Il primo è l'esclusività. Se hai delle foto che nessun'altro possiede, e in quel momento servono, oppure la relazione che sei riuscito a costruire con le redazioni, questo può fare la differenza. C'è un'enorme mole di produzione fotografica, i giornali sono inondati di immagini che provengono da tutto il mondo, la sfida è proporre sempre qualcosa di diverso, anche se in un evento ci sono centinaia di colleghi.
 


Madonna © Letizia Giambalvo & Vitaliano Napolitano

 

Gianfranco Salis: Le muse 
(da Sguardi 72)

«Non credo alla realtà oggettiva né alle apparenze, la fotografia anche se manipolata secondo i propri fini è l'unica ipotesi di realtà». Così Gianfranco Salis, fotografo di scena per cinema e teatro, ritrattista, condensa oggi la sua visione fotografica. Di seguito, il giudizio critico sui suoi ritratti di Diego Mormorio. La gran parte delle donne che fecero da modelle per opere che sono in bellissima mostra dentro chiese e musei furono di incerti trascorsi, anzi talvolta certi, ma non dicibili. Nella mano del pittore esse abbandonarono gli accidenti quotidiani, per divenire semplicemente un'immagine della bellezza. Con lo stesso disincanto, ai giorni nostri, Gianfranco Salis sceglie, a volte, di fotografare, tra le famose attrici, anche delle pornodive, andando così incontro ad una difficoltà che i pittori del passato non avevano a vivere. Si trova, cioè, ad abbattere quella montagna di immagini che per necessità professionale il personaggio ritratto si è lasciato costruire intorno da giornali e televisioni. Salis cerca di restituire la donna che ha davanti all'obiettivo alla sua interezza individuale. Talvolta va oltre e, tornando al modo di operare dei pittori antichi, trasforma una pornodiva in un modello di inappuntabile bellezza, in un richiamo che non lascia escluso nessuno. Fa, ad esempio, di Moana Pozzi Ilona Staller le donne con le quali sarebbe incantevole vivere tutto. Gianfranco Salis fa queste fotografie fra le pieghe della sua occupazione principale, che è quella di fotografo di cinema. "Fotografo", dice, “le persone che mi ispirano e mi fanno pensare a qualcosa che è dentro di me". Sempre gentile e un po' malinconico, Salis cerca questo sentimento negli altri, e segnatamente nelle donne che fotografa. Così come in molta letteratura romantica, nei suoi ritratti sembra non possa esserci bellezza senza malinconia.


Laura Morante per Armani Parfum © Gianfranco Salis