Plus _ Viaggi laboratori

A cura di: Antonio Politano

Kumbh Mela, Eolie, America coast-to-coast

Nel 2013 abbiamo creato un’edizione speciale di Sguardi cui pensavamo da tempo, chiamata Sguardi+. L’idea era di ospitare i dispacci-corrispondenze - fatti di immagini e parole - realizzati dai partecipanti ai viaggi laboratori diretti sul campo (o, a volte, il racconto di viaggi singolari). Contributi multipli, prodotti non solo da specialisti/addetti ai lavori, ma da appassionati/gente comune, elaborati e inviati da stanze di alberghi, carrozze di treni, campi tendati (compatibilmente a folle e problemi di connessione) come nel caso del Maha Kumbh Mela - il più vasto raduno di esseri umani al mondo, pellegrinaggio di massa, sogno di molti viaggiatori - che ha inaugurato la serie. […] La più grande democrazia del mondo, un miliardo e 200 milioni di abitanti, un’incredibile eterogeneità, 28 etnie riconosciute, Himalaya e Tropico. Una società multiculturale, un’economia in crescita esponenziale, nazionalismo e tradizioni. Agiatezza e povertà, upper class e due/terzi della popolazione ancora indigente. Molte religioni-una nazione (come recita uno slogan), convivenza e scontri tra induisti e musulmani, poi sikh, jainisti e buddhisti, i loro templi e pantheon (solo l’induismo vanta 330 milioni di divinità). Il sistema delle caste, i matrimoni combinati, la condizione della donna, la lotta alla corruzione e alle discriminazioni. Il pittoresco per turisti, lo splendore oltre l’immondizia, le feste. L’India è un paese in festa. Un proverbio indiano dice: «nove giorni di festa su sette», paradossale ma vero. Nessun altro paese al mondo può avvicinarsi alla varietà e ricchezza del subcontinente indiano. Ogni stagione, ogni divinità ha il suo giorno speciale. Vi sono feste legate ai ritmi della natura, e cioè ai pleniluni e solstizi, ai monsoni, all’inizio della mietitura, alla fine del raccolto. E feste, soprattutto, in onore degli dei, occasioni per pregare, purificarsi, acquisire meriti, trascendere la routine del mondo, entrare in contatto con il divino. L’evento tra gli eventi è il Kumbh Mela (dal sanscrito kumbh, il vaso che conteneva il nettare, e mela, festa).
 



© Antonio Politano - Il primo dei naga baba entra nelle acque sacre del Gange,
all'alba del giorno del Main Royal Bath, il più atteso del Kumbh Mela

 

Sguardi+: Maha Kumbh Mela, Nel cuore mistico dell’India

E Il Kumbh Mela - rituale dell’induismo più arcaico, un po’ processione, un po’ esibizione - offre un'opportunità unica di immergersi nel composito universo indiano. Si tiene ogni tre anni, nel momento di particolari convergenze astrali, a rotazione in una delle quattro città sante: Allahabad, Haridwar, Ujjain, Nasik. Quello di Allahabad è il più importante - Maha (“grande”) - perché si svolge (per 55 giorni, fino al 10 marzo) alla confluenza - la Triveni Sangam - di tre fiumi sacri (i reali Gange e Yamuna e l’immaginario Saraswati) e si ritiene che immergersi lì, nei giorni del Kumbh Mela, favorisca straordinariamente la purificazione e laliberazione dal samsara, il ciclo di vita, morte e rinascita. Per questo attrae pellegrini provenienti da tutta l’India, asceti, eremiti, mistici, maestri spirituali, guru, sadhu, yogi, naga baba (nel 2001 calcolati in 60 milioni, oggi le stime arrivano a parlare di 110 milioni).Prima della sconfinata città di templi, ashram, campi tendati e strade di sabbia nata ad Allahabad nella piana attorno alle rive della Triveni Sangam (a cui sono dedicate la seconda eterza corrispondenza), il viaggio ha toccato Varanasi (a cui è dedicata la prima corrispondenza), l’antica Benares miraggio di generazioni di viaggiatori, con un rapido passaggio nella vecchia Delhi e a Sarnath dove Buddha tenne il suo primo sermone dopo l’Illuminazione. E, poi, le mete iperturistiche di Khajuraho e Agra (a cui è dedicata la quarta corrispondenza), colme di torpedoni e venditori di souvenir, per i templi adornati da sculture erotiche e il mausoleo all’amore eterno di un imperatore per la sua amata. Una quinta corrispondenza è infine dedicata alla gente incontrata sul cammino, ritratti, facce, ambienti. Tessere - parzialissime, naturalmente - di un universo a parte.
 


© Giacomo Fé. Cinque abluzioni per lavare i peccati e indirizzare l'esistenza verso il samsara. L'acqua del Gange
a Varanasi è un passaggio obbligato nel percorso spirituale degli induisti

 

Vivere e morire a Varanasi di Giacomo Fé

Questo è l'unico posto della Terra in cui gli Dei permettono agli uomini di sfuggire al ciclo delle reincarnazioni. Qui si può interrompere il samsara. Varanasi è la Città Sacra degli induisti, almeno una volta nella vita devono bagnarsi dai suoi ghat, i gradoni che scendono fino al fiume. È la città sacra delle abluzioni, dove vita e morte sono intrecciate, dove morire è una visione quotidiana come vivere, gioire e soffrire. Nel corso dei secoli milioni e milioni di induisti sono venuti a morire qui. È un momento importante, il corteo grazie alla convinzione dell'interruzione del samsara non si fermerà più, fino a raggiungere la riva del Gange. Le mogli dei defunti accompagnano il funerale fino all'ingresso del ghat. Il corpo nel sudario è immerso nell'acqua della Madre Ganga e, purificato, viene adagiato su una catasta di legna, pesata e pagata su misura, coperto con stoffe colorate e cosparso con unguenti e olii profumati. I barbieri rasano testa e viso ai parenti, solo maschi. Lasciano solo un ciuffo dietro la nuca. Dopo la rasatura, in abito bianco camminano cinque volte intorno alla pira. Il primogenito, porta in mano il sacro fuoco di Shiva, è lui che dà vita alla cremazione. Il fumo si spande, si muove seguendo il vento, denso. Sale in alto e annerisce i muri dei palazzi che orlano il ghat, dentro aspettano la morte i vecchi senza famiglia. Sulla riva i setacciatori recuperano qualsiasi gioiello o valore per consegnarlo al proprietario del ghat. La sua famiglia vigila qui da sempre. I resti sono sparsi nelle acque della Madre. Ora si apre la porta per il nirvana. […]
 


© Guendalina Sabbatini - Kumbh Mela, momenti di vita sul Gange di notte. Alcuni pellegrini osservano
la scena dalla riva, altri si immergono nelle acque sacre

 

La città infinita di Guendalina Sabbatini

Ogni quattro anni il Kumbh Mela costituisce l’evento principale all’interno del calendario delle festività induiste: milioni di pellegrini si radunano in occasione del rituale bagno collettivo nel Gange. L'evento, ogni dodici anni, ha un’importanza ancora maggiore, acquista il nome di Maha Kumbh Mela e si tiene ad Allahabad. Una folla infinita si raccoglie sulle sponde là dove lo Yamuna incontra il Gange. Pellegrini, sadhu, contadini pregano, mangiano, dormono, vivono in attesa dei giorni predestinati per le abluzioni. Quest’anno, nei giorni del cosiddetto bagno reale principale, si è parlato di oltre 30 milioni di persone, forse 35 milioni. Un record, il più grande raduno dell’umanità. È uno spettacolo indescrivibile, da togliere il fiato. Un’esperienza vissuta, per cui è difficile trovare delle parole. I pellegrini vengono accolti in uno spazio, diviso in 14 settori, che si perde a vista d’occhio, le cui dimensioni sono comprensibili solo dall’alto del ponte che congiunge il sito del Kumbh Mela alla stazione di Allahabad. Viene allestita una vera e propria città su misura, tappezzata di campi tendati che accolgono pellegrini, sadhu, baba enaga baba appartenenti alle numerose sette. Per garantire lo svolgimento dell’evento sono stati dispiegati 14 mila agenti e aggiunti 225 treni speciali. Per gestire la folla, la stazione della città è stata divisa in sei zone, ciascuna di un colore differente, per riconoscere la direzione di partenza. Nonostante i provvedimenti almeno 36 pellegrini sono morti nella ressa alla stazione, tra cui 27 donne. Secondo alcuni testimoni la passerella è crollata generando il panico e la relativa calca. Le vittime, tutte indiane, cercavano di prendere un treno per tornare a casa dopo la cerimonia d’immersione. Poi ci sarebbero altre vittime a causa della folla, ma non se ne conosce il numero reale, le voci sono tante, molte notizie sono smentite dalle autorità locali. L’atmosfera di condivisione, spiritualità, festa, è interrotta da episodi di morte, il prezzo alto da pagare.
 


© Davide Sciotti - Sari tenuti ad asciugare al sole dopo esser stati bagnati nel Gange

 

Ciò che il Kumbh Mela toglie di Davide Sciotti

Glenn è un ragazzo sudafricano venuto per assaggiare l'odore dell’India vera. Dopo aver seguito la processione dei naga baba, ed essere arrivato con loro al fiume per il bagno sacro al sorgere del sole, sta tornando al suo alloggio, un campo tendato lontano pochi chilometri. Si perde, l'inglese parlato dai poliziotti non lo aiuta a ritrovare la strada. Individuata una direzione, inizia a percorrere vie sempre più gremite, fino a trovarsi quasi fermo accanto alla jeep di un baba che, forse un po' in ritardo, cerca di recuperare i colleghi. La folla si inizia a bloccare, lo spazio a diminuire. Animata da mille impulsi tutt'a un tratto concordi, si addensa, entra in contatto con la sua gemella dal verso opposto. Glenn cerca di uscire dalla calca, ma si ritrova immerso nel fango fino al ginocchio, insieme ad altre decine di persone che tentano come lui di portarsi ai bordi della carreggiata. Guadagnato il margine della strada capisce che la situazione non migliora, riesce a farsi accogliere all’interno di un campo tendato dai suoi proprietari. Viene ospitato e rassicurato, non tarda ad addormentarsi. Al suo risveglio la strada è sgombra, può tornare a casa. L’ingresso al campo che lo ha ospitato è distrutto. In un angolo, incorniciata da un’aureola di scarpe spaiate perse da chissà chi, una donna piange su un corpo mal celato da una coperta.
 


© Giulia Zanetti - Negli accampamenti dei baba, nella notte del Main Royal Bath

 

Thanks for the gift di Giulia Zanetti

[…] La folla. Dopo questa esperienza per me questa parola ha assunto un significato forte. Al ritorno dal bagno reale fiumi di persone riempivano le strade. Ci siamo trovati davanti un muro umano. Era impossibile muoversi in qualsiasi direzione. Con le macchine fotografiche il tutto era ancora più complicato e l’unico pensiero era “non devi cadere, non devi cadere”. Per nostra fortuna una grossa pozzanghera di fango, probabilmente la causa di questo ingorgo, ha permesso di arrivare fino al lato esterno della strada. Qui da oltre le barricate di un ashram sono sbucati due occhi neri e profondi che hanno accolto il nostro appello di aiuto. Un giovane ci ha permesso di entrare, mettendoci in salvo. Mohit Shukla, venticinque anni, forse un assistente di uno dei baba dell’ashram, dall’inglese essenziale. In pochi minuti la strada è diventata un enorme mare in piena di persone. Le barricate di latta si dilatavano tra urla e spinte di quelli che venivano spinti dal peso della folla. Al di là della barricata, ci sentivamo dei privilegiati ma tutto questo peggiorava ancora di più il nostro stato d’animo. Con quelle persone fino a pochi istanti prima avevamo gioito, scherzato, scambiato saluti profondi. E all’improvviso le persone sono diventate folla e noi avevamo il terrore che la bolla scoppiasse e ci travolgesse a nostra volta. Sono stati momenti di estrema tensione. Immagini forti hanno riempito i nostri occhi e le nostre anime. Bambini sollevati al cielo per non essere travolti e piccole donne anziane perse al di sotto della superficie. […] Dopo circa un paio di ore la situazione di emergenza si è ricomposta, permettendo di rientrare al campo. Mohit Shukla ci ha accompagnato vicino alle nostre tende, per ringraziarlo gli abbiamo regalato un paio di occhiali da sole. La cosa paradossale è che ancora sconvolti, dopo nemmeno un’ora, abbiamo ricevuto una mail dal nostro salvatore. Da uno dei migliaia di ashram sperduti in mezzo alle 30 o 35 milioni di persone di quel giorno, nel caos più totale, è riuscito a collegarsi alla rete e scrivere quattro parole per noi piene di significato: thanks for the gift. In silenzio abbiamo tutti e tre pensato: grazie a te per averci salvato.
 


© Francesca d’'Aloja - Naga baba in processione, Allahabad

 

L’India di mio figlio di Francesca d’Aloja

Kumbh Mela. Erano anni che l’aspettavo. Sarei dovuta andare insieme a una mia amica fotografa 12 anni fa. Per stupide ragioni non ci riuscii, ma ho sempre saputo che prima o poi ce l’avrei fatta. Il lungo intervallo ha dato il tempo a mio figlio di crescere e così, 12 anni dopo, ho pensato che il mio compagno di viaggio ideale sarebbe stato lui. Tano ha 19 anni e questa era l’unica occasione per condividere un’esperienza così speciale. Non avremmo potuto aspettare oltre, 19 anni sono l’ultima frontiera per un viaggio madre/figlio, le strade inesorabilmente si dividono e i percorsi diventano individuali. Così è stato per me, così sarà per lui. L’India è un viaggio iniziatico per definizione, ma partecipare al Kumbh Mela è un viaggio nel viaggio. Oggi posso dire, dopo aver viaggiato in lungo e in largo e aver avuto esperienze sufficienti a farmi credere di aver dato un senso alla mia vita, che partecipare al Kumbh Mela è stata una delle cose più straordinarie che abbia mai fatto. Una delle più folli.Ho provato tutte le sensazioni possibili: stupore, fastidio, meraviglia, incredulità, beatitudine, paura, gioia. Temevo di soccombere alla folla sterminata, io che mi faccio prendere da attacchi di panico in metropolitana… E invece no. Non so come né perché ma la moltitudine in India non mi incute terrore, non mi sento minacciata dalla folla. Mi sono lasciata trasportare dal fiume di corpi che sfilavano gioiosi ed esaltati accanto a me, ho cantato e urlato insieme a loro, ho camminato per ore e chilometri, le orecchie colme di suoni infernali e paradisiaci al tempo stesso, e stringendo la mano a mio figlio, che dall’alto del suo metro e novanta vedeva ciò che gli altri immaginavano, siamo arrivati al Sangam, alle prime luci dell’alba, per assistere al Bagno Sacro dei naga baba. Ecco, lì mi sono detta “Brava. È uno dei più bei regali che avresti potuto fare a tuo figlio”. Mi sono voltata verso di lui, per riempirmi gli occhi del suo stupore, e l’ho visto mezzo spogliato, pronto a gettarsi, anche lui, nel Gange. L’ho seguito fino alla riva con un misto di preoccupazione e di orgoglio e quando l’ho visto immergersi nel Sacro Fiume ho capito che ci sarebbe tornato, un giorno, da solo. Il mio compito finiva lì.
 


© Antonio Politano - Varanasi, il gruppo in barca sul Gange

 

Sguardi+: Passaggio alle Eolie, Un altrove vicino

Il secondo numero di Sguardi+ porta vicino. Dopo il viaggio in India in occasione di un evento eccezionale come il Kumbh Mela, il racconto di foto e testi è dedicato a un “esotico italiano”: l'arcipelago delle Eolie. Vicino, ma allo stesso tempo un po' remoto. Fuori dai circuiti più battuti, in una stagione di mezzo come quella tra primavera ed estate. La natura, i personaggi, la vita quotidiana, la cultura del mare, la cultura della terra, l’acqua e il fuoco. Dopo la spettacolarità dell’evento mistico e lontano (India) la normalità della bellezza accanto (Eolie). Isole che nel passato hanno ispirato grandi autori, da Omero Virgilio fino a Goethe e Verne; e che hanno fatto da scenario, passando a un’altra forma di espressione, anche a film di registi come Roberto Rossellini e, più di recente, Nanni Moretti. In occasione della quarta edizione del Master in Comunicazione e Cultura del Viaggio abbiamo organizzato nell’arcipelago (con la collaborazione e sinergia tra Federalberghi Isole Eolie, Centro Studi CTS e Società Geografica Italiana) un workshop di scrittura e fotografia in viaggio. E i contributi di immagini e parole che pubblichiamo di seguito sono stati realizzati dai partecipanti al laboratorio da me diretto sul campo con l’aiuto di Claudio Palmisano, Romina Marani e Orfeo Pagnani. Si è passati dal Museo archeologico eoliano, sull’acropoli di Lipari, accompagnati dall’archeologa Maria Clara Martinelli, al trekking lungo i sentieri del versante ovest di Lipari, guidati dal naturalista Pietro Lo Cascio di Nesos. Dal villaggio preistorico di Capo Graziano a Filicudi a quello di Capo Milazzese a Panarea. Dai gradini e i colori della selvaggia Alicudi alle immersioni nel mare blu cobalto di Filicudi. Fino alle spettacolari eruzioni dello Stromboli, accompagnati dalla storica guida Mario Zaìa (detto Zazà) della Magmatrek, per poi completare il tour a Salina, tra una visita alle cantine, un passaggio al laghetto di Lingua e un tramonto a Pollara. Sette giorni di viaggio, sette isole. La prima corrispondenza è dedicata alle isole “calde”, le ancora attive Stromboli e Vulcano; la seconda alle isole “grandi”, Lipari e Salina; infine, la terza alle isole “piccole”: Alicudi, Filicudi e Panarea. Buon viaggio in un altrove vicino.
 


Filicudi © Antonio Politano

 

Fear and wonder di Simone Prezzolini

«Per me è Idda, lei, perché è imprevedibile come una donna» spiega Zazà, la guida, fornendo la sua personale denominazione del vulcano di Stromboli, conosciuto e ribattezzato dai locali generalmente come Iddu, lui, una sorta di dio, natura divina che un tempo era attribuita ai fenomeni naturali incontrollabili. Ci si rende conto che l’escursione sullo Stromboli non sarà una passeggiata rilassante, a partire dal punto di ritrovo dove Zazà dissipa ogni iniziale frivolezza e bruscamente riporta all’attenzione della durezza dell’impegno preso. Il suo viso porta i segni visibili dell’inclemenza del tempo: guance paonazze, capillari scoppiati e occhi rossi testimoniano l’inesorabilità del suo lavoro. La meticolosità con cui auspica prudenza sembra un’esasperazione, paranoia maniacale, si scoprirà che così non è. Obbliga severamente a indossare scarpe da trekking a caviglia alta, giacche anti-vento, elmetti, luci per la ridiscesa notturna. Più che un’escursione, sembra un’entrata in guerra. […] Lo stacco tra la parte terrestre e quella “marziana” è netto. Si presenta davanti agli occhi un paesaggio improvvisamente desolato e impervio, dove sassi, sabbia e aridità fanno da padroni. La serena spensieratezza lascia lentamente spazio alla presa di coscienza della serietà della cosa e, mentre le gambe cominciano a cedere e a indurirsi, si procede in fila indiana zigzagando come una carovana tra pietre taglienti e fine sabbia nera. Si continua in rigoroso silenzio per non sprecare importanti energie fino alla sommità del vulcano, pensando intimamente «ma chi me l’ha fatto fare?». […] Fear and wonder, paura e meraviglia per una visione impressionante della forza della natura che lascia attoniti ed eccitati allo stesso tempo. Mentre la terra trema sotto i piedi, la guida spiega che la situazione si sta facendo pericolosa, Iddu o Idda che dir si voglia si sta adirando a tal punto che velocemente bisogna ridiscendere il fianco della montagna. Percorrendo la sciara del fuoco con luci per orientarsi nella più totale oscurità, si smaltisce la tempesta di adrenalina da cui poco prima si è stati investiti, mentre le gambe sono ormai diventate due colonne di gesso. […]
 


Stromboli © Matteo Bertuletti

 

Terra di Diodi Manuela Paniccia

«Mi sono innamorata prima di Pippo e poi dell’isola, sono venuta qui trentuno anni fa e non sono più andata via» dice Anna, intenta a convincere i turisti francesi ad acquistare le escursioni che suo marito organizza con la barca. «È aprile e in questo periodo dell’anno Stromboli è visitata soprattutto da turisti stranieri, quelli italiani arrivano solitamente tra giugno e luglio». Il turismo è la risorsa dell’isola, il flusso è cominciato da quando Roberto Rossellini la fece conoscere al pubblico con “Stromboli, Terra di Dio”. Nei bar spesso si ritrova una foto della bella Ingrid Bergman o locandine del film. A dare il benvenuto quando si approda al porto c’è “Iddu”, come lo chiamano gli isolani cresciuti all’ombra della sua maestà. Lo Stromboli è «un vulcano gentile, un vulcano effusivo a differenza di Vulcano (nell’omonima isola) che è esplosivo, con un magma più viscoso e gas più potenti» spiega Nicolas una guida italo-francese esperta in vulcanologia che accompagna i turisti francesi in giro per l’Europa a esplorare i vulcani. «Iddu ti permette di avvicinarti, così come Vulcano, ma quando quest’ultimo esploderà ci sarà un’eruzione pliniana che potrebbe portare alla distruzione del vulcano stesso». Sullo Stromboli lo scenario è potente: una pioggia di lapilli che fuoriescono a intervalli regolari, chi dice 10-15 minuti, chi dice mezz’ora. Perché Iddu è imprevedibile. C’è grande suspense in attesa della prossima attività, sia dal mare da dove si possono osservare la grande sciara del fuoco e le esplosioni in lontananza, sia dalla cima dove all’imbrunire accompagnati dalle guide ci si può avvicinare alle bocche e al fuoco, là dove il boato sordo che parte dalle viscere è più forte. È per questo che Stromboli è un’isola selvaggia, non si prescinde dal legame con Iddu. Anche fuori stagione, quando tutto è calmo, il vulcano non tace e gli abitanti lo ascoltano. […] «I vapori di questo vulcano ti entrano nelle narici e ti arrivano al cervello - continua - noi diciamo che ti viene la strombolite e da qui non te ne puoi più andare».
 


Alicudi © Claudio Palmisano

 

Il compromesso perfetto di Francesco Maria Conte

«Se io dovessi scegliere un’isola tra le 7 delle Eolie? - chiede Carmelo Princiotta, originario dell’entroterra messinese - beh, mi è capitato 20 anni fa, e ho scelto questa». Carmelo, autotrasportatore di merci in inverno e di turisti in estate, non ha dubbi, «a Lipari c’è troppo turismo mordi e fuggi, Alicudi e Filicudi sono troppo isolate, questo è il compromesso perfetto». Salina, a soli 10 minuti di aliscafo da Lipari, è una delle isole più famose delle Eolie, specialmente per la sua malvasia e per essere stata uno dei set del film “Il postino”, l’ultimo interpretato da Massimo Troisi. «Quando stavano filmando, qui c’era un continuo andirivieni, ma lui già stava male - racconta Carmelo, che portava la colazione alla troupe ogni mattina - Peccato che il proprietario non abbia voluto trasformare la casa in un piccolo museo, come gli aveva proposto la famiglia di Troisi. La casa sulla collina davanti a Pollara è meta di almeno 400 turisti al giorno, d’estate, ma non viene sfruttata nel suo potenziale» […] Salina è un paradiso di biodiversità, dalla malvasia fino all’assenzio, che ricopre gran parte dei terreni non coltivati. L’agricoltura qui è ancora molto forte, grazie a una natura rigogliosa sin dall’antichità, tanto che i romani la chiamavano Salina la verde. Il nome Salina invece viene dal fatto che nella zona di Lingua si raccoglieva sale in abbondanza, una merce di importanza fondamentale per conservare i cibi. E fondamentale è l’acqua, di cui Salina è ricca, a differenza delle altre sei isole, che non hanno risorse idriche proprie. Nonostante la vicinanza con Lipari, Salina è l’unica a godere di una completa autonomia amministrativa, sin dal 1867, quando venne eretta a libero comune, poi diventati 3 nel 1909. «Fino a pochi decenni fa - spiega Carmelo - qui si viaggiava via barca piuttosto che attraversando l’isola, c’erano solo mulattiere ripidissime e sentieri». […]
 


Vulcano © Claudio Palmisano

 

Alicudi, trekking nel tempodi Giulia Bassanese

Si staglia a occidente l’ultima delle Eolie, un triangolo roccioso circondato di blu, un masso corposo e spinoso, non proprio accogliente, ma capace di intrappolare l’anima di coloro che s’avventurano. L’elettricità nelle case arrivò appena nel 1998. Di strade non ce ne sono. L’unica è lunga un centinaio di metri e va dalla piazzetta che si apre appena sbarcati, fino alla pista d’atterraggio dell’elicottero, unica via di salvezza in casi d’emergenza per gli appena 80 abitanti dell’isola e le centinaia di turisti che la invadono d’estate. Per il resto, ci sono le mulattiere: centinaia di gradini che conducono alle case inerpicate solo sul lato ovest dell’isola. Se non si vuole contare sulle proprie gambe, i muli sono gli unici mezzi di trasporto. Rumori di zoccoli al posto di clacson e motori. Una mappa poco leggibile, con i sentieri segnati da dubbiose pennellate di colore, è reperibile presso la biglietteria Siremar. […] Seguendo la cartina interpretabile, si passa attraverso case di stile eoliano, con grandi balconi vista mare da dove sventolano panni ad asciugare, l’unico segno di presenza umana nella calura pomeridiana. Ci sono poi due negozi di alimentari, la posta ed un hotel-ristorante, aperto solo nei mesi estivi. Il bar, con uno sbiadito cartellone di gelati, è aperto «quando gli pare». Accanto alla posta vive Silvio, Silverio Taranto all’anagrafe, pescatore di sessantacinque anni che apparecchia la sua tavola per i turisti di passaggio. Il menu dipende dal risultato della sua pesca mattutina e l’atmosfera è così casereccia che fa strano dover pagare alla fine del pasto. […] Ci si può imbattere in un gruppo di case abbandonate, ricordo di un’emigrazione massiccia dei primi del ‘900, mentre un po’ più su si trova la Contrada Pianicello, abitata da persone di madrelingua tedesca, approdate sull’isola circa 30 anni fa. Un ultimo sforzo e si giunge alla Chiesa di San Bartolo, il patrono delle Eolie. Aggrappata a 360 metri d’altezza, sembra aver dominato nel passato il duro lavoro dei contadini in bilico sugli ampi terrazzamenti che si snodano al suo cospetto. […]
 


Alicudi © Giulia Bassanese

 

Il colore dell’ombradi Stefania Perrone

«Qua un tempo fummo maledetti», così dice Silvio, pescatore isolano di sessantadue anni riferendosi a una storia dei primi del novecento. La segale usata per panificare fu contaminata da un’erba tossica «la Tuzzunara la chiamavanu» racconta l’uomo, «e si pigghiò tutte cose», riferendosi al fatto che l’erba per anni si mescolò al raccolto della segale facendola diventare «segale cornuta». Di recente si è scoperto che il seme nero ha la stessa base da cui Hoffman estrasse l’LSD negli anni ‘70, come dice un abitante dell’isola  nel documentario di pochi anni fa “Alicudi , l’isola analogica”. Questo provocò allucinazioni che ognuno cercò di dominare e che pare abbia lasciato qualcosa nel carattere degli isolani, una grande forza nel reagire agli eventi. Anche la religione qui assume un carattere insolito. La chiesa di San Bartolo, patrono dell’isola, da anni è orfana della statua del suo santo, trasferita per comodità dei circa ottanta abitanti nella chiesa vicino al porto. Sembra che questo abbia provocato non pochi problemi, come racconta Silvio, continuando a parlare di superstizioni. Si dice che il santo, non felice di essere stato portato «in un’altra casa», crei vari problemi sull’isola, facendo alzare il vento per esempio nei giorni della processione tra il 20 e il 24 di agosto e creando trombe marine, alle quali si accosta la leggendaria figura dei «tagliatori», uomini  che si dice fossero addetti a tagliare i vortici sulla prua delle barche che andavano a pescare. Si parla anche di donne capaci di volare e di sacchi parlanti, tante le storie narrate su questa montagna in mezzo al mare che forse trovano le loro origini dalle visioni avute dalla popolazione negli anni della panificazione con la segale tossica. Detta da alcuni «l’isola che non c’è», conosciuta per la sua bellezza schiva, per il suo spirito silenzioso, senza auto, con pochi rumori di barche e ragli di muli che si abbarbicano sulla roccia per trasportare merci, con la policromia che offre alla vista e gli odori di erica e ginestra, Alicudi è anche semideserta, quasi ostile con i suoi percorsi impervi e si nasconde dietro luci opache, che celano misteri di un tempo andato e leggende, superstizioni o fantasie, che continuano a serpeggiare nella vita degli isolani rimasti.
 


Lipari © Romina Marani

 

Sguardi+: Americana, Un viaggio coast-to coast

Il terzo numero di Sguardi+ - dopo il viaggio in India e il giro delle Eolie - porta di nuovo lontano. In America, attraverso l’America. Da est a ovest. Go West era l’invito rivolto a chi, verso fine Ottocento, era pronto a partire per cercar fortuna. Il mito della frontiera che si spostava sempre più a occidente si è formato lungo quella linea, seguendo artiglierie e ferrovia, costruendo una nazione e distruggendo culture. Quegli spostamenti, dilatati, incrociando tracciati di strade leggendarie, suggestioni letterarie e cinematografiche, Sulla Strada e Easy Rider, hanno dato vita a un’altra mitologia, il coast-to-coast. Partire da est per andare verso ovest, come i coloni, i pionieri, i cercatori di glorie varie. Via terra, senza salti in aereo, al massimo concedendosi un intervallo in treno. Un viaggio di alcune migliaia di miglia o chilometri, in poco più di un mese. Raccontato in tre puntate. Prima l’Est, da New York, la capitale di tutto, lungo la direttrice centrale, fino a Chicago e St. Louis. Poi il centro delle grandi pianure e dei parchi, dei canyon e dei territori dei nativi. E, arrivando dall’altra parte, l’Ovest di Zabriskie Point e Yosemite, i su e giù di San Francisco e le star di Los Angeles, il molo di Santa Monica, dove un cartello segnala la fine della Route 66, accanto a una ruota panoramica e alla gente che fa surf.
 


Monument Valley, John Ford’s Point © Antonio Politano

 

L’origine a Est

Il jet-lag, pur se leggero, fa svegliare presto. Aspetto l’alba alla finestra della camera dell’albergo, di fronte a un totem dell’architettura verticale. La macchina fotografica cattura un passaggio della luce, la punta art-déco del Chrysler ancora illuminata, le ombre e i riflessi sui grattacieli di fronte. Luca Goldoni, glorioso inviato del Corriere della Sera, scriveva molti anni fa, arrivando nella notte a Manhattan: «L’orologio del bus segna le nove di sera, quando lasciamo l’aeroporto Kennedy, ma il mio segna ancora l’ora di Roma e cioè le tre di notte e anche le mie palpebre segnano le tre di notte. Percorriamo le strade di Manhattan, ma non guardo fuori, i miei occhi assonnati non sono degni di un primo incontro con New York. Domattina mi affaccerò al quarantunesimo piano dell’Hilton e allora guarderò in faccia questa città, questa favola di cemento armato raccontata da mille film. È come incontrare una donna che si è conosciuta solo attraverso lettere e fotografie; voglio essere fresco, lucido, pronto alla stupefazione o alla delusione». C’è quasi silenzio, solo rari passaggi di qualche macchina che transita leggera sull’asfalto, il traffico verrà. Ritrovo New York, la stupefazione.
 


New York, hotel, camera 911, alba dalla finestra. Sulla sinistra, il Chrysler Building © Antonio Politano

 

«New York è una città in piedi», raccontava Louis-Ferdinand Céline. «Una città verticale», aggiungeva Le Corbusier. Dall’alto, la visione è una selva. […] Un’immagine classica, utile per rappresentare. Misurare la vastità della megalopoli, osservare il territorio di quattro stati vicini. Ed evocare qualcosa nascosto nella memoria, King Kong che si arrampica sull’Empire stringendo nella mano la bionda Fay Wray, nel film del 1933 di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack. […] Rappresentazioni, finzioni che si moltiplicano. A Times Square, per pochi dollari, si può fare una foto-ricordo con la Statua della Libertà. «All’improvviso mi trovai a Times Square. Avevo fatto tredicimila chilometri su e giù per il continente americano, e adesso ero tornato a Times Square; e proprio all’ora di punta, anche, e ai miei occhi innocenti da vagabondo toccava di vedere l’assoluta follia e il fantastico, fragoroso viavai di New York con i suoi milioni e milioni di abitanti che sgomitano instancabili per qualche dollaro» (da Sulla Strada di Jack Kerouac).
 


New York, foto-ricordo con Statua della Libertà a Times Square © Antonio Politano

 

[…] Downtown Manhattan, vista da Brooklyn, senza più Twin Towers. Il mondo continua a girare. Scene di vita quotidiana, mamme e bambini fanno colazione, una domenica mattina. Giro a piedi, scopro. «La cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città - mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe. New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore» (da Trilogia di New York di Paul Auster).
 


New York, domenica, colazione con vista: lo skyline di New York, dal Brooklyn Bridge Park, senza più le Torri Gemelle © Antonio Politano

 

Gente, in movimento. Alice, mia figlia, diciannove anni, ama fotografare. Provo a darle, di tanto in tanto, dei consigli. Per esempio, catturare il movimento delle persone nell’atrio di Grand Central Station, con un tempo lungo, piazzando la camera sul cavalletto per evitare il mosso. Iso bassi, esposizione di più o meno un secondo e mezzo, apertura di diaframma media, 24 mm. Saliamo, poco prima di mezzanotte, sull’Empire State Building. Suggerisco ad Alice di cercare di cogliere, con il suo 55-300 mm, quella specie di fiume luminoso di taxi e gente che scorre tra le sponde dei grattacieli. 3200 iso, 1/60. «Incominciava a piacermi New York, la sua atmosfera avventurosa durante la notte e la soddisfazione che il passaggio continuo di uomini e donne e automobili procura all’occhio irrequieto. Figure si stringevano nei taxi durante le soste, voci cantavano, arrivavano le risate che seguivano battute non udite, e sigarette accese creavano nell’interno delle vetture circoli indecifrabili. Immaginando di essere anch’io diretto verso l’allegria e partecipando al loro entusiasmo interiore, auguravo felicità a tutti» (da Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald).
 


New York, l’atrio della Grand Central Station, testimone del periodo d’'oro del trasporto ferroviario negli States e nella memoria
collettiva per essere stato in mille film, da Intrigo Internazionale di Hitchcock a Men in Black e Madagascar © Alice Politano

 

Chicago, primo stop dopo New York, o della musica. Portata dai neri, venuti qui a cercar fortuna. Incrociata con quella dei bianchi, classica, moderna. Mix, blues, jazz. Per strada, un ragazzo suona il sax, un modo per finanziare i suoi studi, dice. Da Round Midnight all’inno americano. Con il microfono sulla D800 registro qualcosa, un altro tipo di traccia, utile da affiancare poi a qualche scatto. Un convoglio della celebre Elevated, la rete ferroviaria sopraelevata, attraversa le vie del Loop, il cosiddetto anello interno di Chicago. A qualche isolato, un cartello incassato tra i grattacieli indica l’inizio della Route 66, luogo di pellegrinaggio e di foto-ricordo, per i più, ma anche di partenza, per pochi che si apprestano davvero a mettersi sulla strada per ripercorrerne un pezzo o arrivare fino in California. «Il paradiso per me?», si chiede Tom Waits: «Mia moglie ed io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6, e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta». Seguo anch’io quel che è rimasto della Mother Road, ormai ai margini del sistema viario degli States in favore di percorsi più veloci; preservata in alcuni tratti come strada storica, Historic Route 66, tra nostalgia e kitsch, distillati di American lifestyle. […]
 


Chicago, l’'inizio della strada leggenda ormai affogata nella moderna rete di highways e freeways © Antonio Politano

 

Il grande Centro

Alice guarda fuori dal finestrino del treno Amtrak, tra St. Louis e Kansas City. Così Vittorio Zucconi, in una delle sue pagine più felici, descrive nel suo Si fa presto a dire America l’andare a ovest: «La smania viene sempre in primavera. Bisogna assolutamente partire, andare da qualche parte, muoversi, attraversare, cambiare aria. È solo l’effetto della stagione? O l’America è davvero un enorme piano inclinato da est verso ovest sul quale tutto inesorabilmente ruzzola? So soltanto che in maggio il richiamo della più americana e inevitabile delle avventure, la traversata in auto coast-to-coast, da oceano a oceano, diventa irresistibile. Partire verso ovest è come respirare, mangiare, far l’amore, in una nazione in perenne transumanza. E viaggiare vuol dire ruote. La strada penetra per sempre, trasforma, radica, e stabilisce una circolazione sanguigna capillare di persone e affari. L’America è le sue strade».
 


Alice, sul treno St Louis Kansas City © Antonio Politano

 

Brier si esercita con la chitarra, in una sosta lunga del treno in mezzo alle Grandi Pianure. Dopo una visita alla famiglia di origine, nell’Ohio, sta tornado a casa ad Albuquerque, in New Mexico, dove si guadagna da vivere lavando i vetri dei grattacieli. In qualche modo mi ha fatto venire in mente Harry Dean Stanton in Paris, Texas, un film girato da Wim Wenders nel 1984 negli States, accompagnato dalla splendida colonna sonora di Ry Cooder. […] Nel cuore della Monument Valley c’è il John Ford’s Point, il luogo preferito dal regista per filmare, dove un cowboy solitario posa con i turisti in cambio di qualche dollaro. […] Il fiume Colorado ha scavato, in milioni di anni, la fenditura del Grand Canyon, profonda oltre mille metri. Di norma, i momenti migliori per osservarla sono le ore a cavallo del tramonto e dell’alba, che al Grand Canyon si trasformano in veri riti collettivi, nei principali punti panoramici, o più privati in angoli appartati su una qualche roccia del South Rim. Nel Grand Canyon finisce Thelma e Louise, diretto nel 1991 da Ridley Scott e interpretato da Susan Sarandon, Geena Davis e Harvey Keitel. […] A Las Vegas ogni cosa è ricostruita, anche i canali di Venezia con gondole e gondolieri, che - messicani o bengalesi - cantano per i loro clienti in italiano, da ‘O surdato ‘nnammurato al Padrino. Sullo Strip di Las Vegas, si passeggia, ci si sposta da un casinò all’altro, si compra. Si cerca pubblico e fortuna, come il Superman e l’homeless della foto sotto. […]
 


Las Vegas, Strip: un Superman, un homeless © Antonio Politano

 

Il lontano Ovest

Verso ovest si attraversano velocemente porzioni della grande natura americana - dalla siderale Death Valley di Zabriskie Point, filmata da Michelangelo Antonioni nell’omonimo film del 1970, alle vallate e montagne dello Yosemite, fotografate da Ansel Adams nel secolo scorso - che meriterebbero naturalmente molto, ma molto, più tempo. Infinitamente. E invece un coast-to-coast, con un mese o poco più a disposizione, obbliga a tappe molto, troppo veloci. Per esempio, qualche ora nella Death Valley, una notte ai margini del Yosemite National Park. Si fotografa di passaggio. Con le condizioni - di luce, di situazioni - che si trovano. Il contrario dei precetti di Adams e di ogni buona regola fotografica, ma i principi di questo viaggio sono questi (per approfondire la figura del grande fotografo e ambientalista americano c’è un intenso documentario realizzato nel 2002 nel centenario della nascita). Per fortuna si entra nella Valle della Morte nel tardo pomeriggio, in tempo per arrivare alle dune di una delle scene più memorabili di Zabriskie Point.
 


Death Valley, le dune di Zabriskie Point © Antonio Politano

 

City Lights Bookstore è un monumento alla letteratura, alla poesia, alla Beat Generation. Fondata sessanta anni fa nel quartiere “italiano” di North Beach a San Francisco dal poeta Lawrence Ferlinghetti, esponente del gruppo di scrittori che comprendeva anche Allen Ginsberg. Il vicolo di fianco alla libreria - la Jack Kerouac Alley - è intitolato all’autore di Sulla Strada; sul selciato c’è una placca con una sua citazione: «L’aria era dolce, le stelle così belle, la promessa di ogni vicolo acciottolato così grande…». Un’altra placca nel vicolo riporta una frase di John Steinbeck: «La mente del singolo individuo che esplora libera è la cosa con più valore al mondo». […]
 


San Francisco, musicisti di strada davanti a City Lights Bookstore © Antonio Politano

 

Vediamo finalmente un po’ di acqua, il Pacifico. A Monterey c’è uno degli acquari più celebrati d’America. Big Sur è la regione della costa centrale della California, con una strada (California 1) a picco, sospesa tra oceano, foreste e montagne. Nel suo Big Sur e le arance di Hyeronymus Bosch scriveva Henry Miller: «La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose». Qui si stabilì e scrisse alcuni dei suoi libri, qui una libreria gli è consacrata. Scorre il paesaggio, con la sua selvatichezza all’apparenza inviolata (non c’è insediamento urbano per più di 100 chilometri). Quali accorgimenti usare per i paesaggi, chiede Alice: catturarne il respiro, le forme e, se c’è, una luce speciale che può diventare il fattore decisivo. Da un punto panoramico lungo la litoranea 1, usa grandangolo spinto, diaframma chiuso, iso bassi.

 


La costa di Big Sur, una delle più spettacolari della California © Alice Politano

 

A Santa Barbara, sotto le palme che orlano la spiaggia, gente in movimento, non solo joggers e bikers, ma anche una seduta d’allenamento della squadra giovanile di football americano e una coppia - Floridia e Dino - che gioca con l’hula-hoop. […] C’è un inesauribile campionario di rappresentazioni, e di finzioni, negli Stati Uniti. E di rimandi a personaggi immaginari, a miti chimerici, a figure dichiaratamente rifatte. Aspirazioni di proiezione e identificazione, nella società dei numeri giganti, di pezzettini di identità, di mondi fantastici dove infilarsi per un po’, di modelli dichiaratamente falsi con cui stare per qualche attimo. Figurarsi a Hollywood. Non solo dentro la macchina da sogni del grande schermo, ma per esempio sul marciapiede delle stelle, il Walk of Fame, con Biancaneve che posa accanto al Joker di Batman e Marilyn che si libra lieve davanti a una vetrina. […]
 


Santa Barbara, hula-hoop © Antonio Politano

 

Il molo di Santa Monica è una specie di terminale. Si protende nel Pacifico, con il suo Luna Park, i suoi ristoranti e commerci vari, uno shop è riservato a gadget e materiali vari sulla Route 66, business obblige. C’è anche un chioschetto, all’inizio del molo, che dà informazioni sulla strada-pellegrinaggio e che mette un timbro su quaderno o documenti di chi si appresta a partire o è appena approdato alla meta finale. In effetti, sembra che il tragitto originario finisse qualche miglio prima, senza raggiungere la costa. Eppure, sul Pier c’è un cartello che indica la sua “fine”, adatto a foto-ricordo e a rassicurare sugli esiti dei grandi spostamenti. Accanto, sul lato nord della spiaggia, ogni domenica per protestare contro ogni guerra un gruppo di veterani allestisce un cimitero simbolico, dove croci cristiane si alternano a mezze lune e croci di David. West Arlington, lo chiamano: il luogo delle sepolture ufficiali delle vittime di azioni militari, creato questa volta a Occidente, per un messaggio di pace. L’orizzonte è aperto, ma questa è la fine (del viaggio).
 


Molo di Santa Monica, Los Angeles: la fine della strada © Antonio Politano