Riviste: Da National Geographic a Zoom

Life, I grandi fotografi (da Sguardi 42)

Per tutto il XX secolo i fotografi della rivista Life hanno raccontato con le loro immagini ogni aspetto della vita umana. Vedere la vita, vedere il mondo era il motto impresso sul primo numero di Life e veramente, con il loro stile inconfondibile, i fotografi di questa rivista hanno impresso una svolta nella maniera di comprendere l'attualità, di vederla e di raccontarla attraverso le immagini. Life I grandi Fotografi è una produzione inedita, messa a punto proprio per questa occasione, un insieme di circa 150 fotografie tra le più celebri realizzate dai fotografi di Life (di staff o collaboratori assidui) racconteranno la nascita, l'evoluzione e lo stabilizzarsi di una visione che è diventata decisiva per tutto il Novecento: il mondo alla maniera di Life. In esposizione, le immagini migliori dei fotografi di staff e di alcuni altri celebri  collaboratori della rivista: da Eisenstaedt Bourke-White, da Mydans Parks, da W. Eugene Smith Robert Capa. La testimonianza del talento, della creatività e del coraggio di questi autori è racchiusa in questa mostra. All'esposizione antologica viene associata anche una preziosissima, selezione di stampe vintage di Life: Used in LIFE. Con questo timbro venivano contrassegnate, sul retro, le stampe che erano state effettivamente usate per la pubblicazione sulla rivista e sotto questo titolo sono raccolti i vintage utilizzati dagli anni 30 agli anni 50 per la pubblicazione della rivista e scelte per Forma da Howard Greenberg, tra i galleristi più noti e affermati di New York e grande conoscitore di LIFE. Il volume che accompagna la mostra è pubblicato da Contrasto e contiene le opere migliori dei fotografi di staff e di alcuni altri collaboratori della rivista: 99 tra i più grandi fotografi della storia, fino a Morse e a McNally, il cui recente servizio sul Ground  Zero si inserisce nella grande tradizione di Life. "I fotografi che lavorano per Life riprendono il mondo che li circonda e prestano una particolare attenzione alle persone che lo abitano e alle loro attività. Ciascuno di noi è convinto di saperlo fare meglio di chiunque altro (ma forse non tutti abbiamo ragione). Molte delle nostre foto restano impresse nella memoria e diventano veri classici. Per quale motivo? Credo perché conservano la capacità di sorprendere. La parola scritta diventa rapidamente obsoleta: una notizia vecchia è un ossimoro. Invece le fotografie vecchie continuano a richiamare la nostra attenzione, e credo sia proprio questo lo spartiacque tra le ambizioni dei fotografi e quelle dei giornalisti. L'ambizione di creare opere che non perdano mai d'interesse è la base portante di questo libro". (John Loengard)
 


The Photojournalist. Dennis Stock ritratto da Andreas Feininger, New York 1951
Fotografo: Andreas Feininger. Crediti: by Andreas Feininger © Time Inc.

 

Miti: Do you remember Life? (da Sguardi 16)

Per decenni Life è stata, per milioni di americani, "il" magazine che portava notizie e immagini da tutto il mondo. 
Esempio e modello di fotogiornalismo, reportage, anche all'estero, in Europa. 
Un mito, insomma. Uno di quelli buoni. Sebbene il magazine abbia cessato le pubblicazioni nel 1999, questo non ha segnato la fine di una delle più importanti istituzioni giornalistiche americane. Nel 2001 Life ha iniziato a pubblicare di nuovo sotto forma di Life Books, su argomenti che variano dall'11 Settembre 2001 alla storia della Macy's Thanksgiving Day parade. Sguardi segnala gli ultimi due Life books, ordinabili via internet dal sito di Life: 100 Photographs that Changed the World (una selezione di cento tra le più significative immagini apparse nelle pagine del magazine) e The War in Iraq, storia per immagini di quella terra martoriata fino alla caduta di Saddam Hussein. Prima di lasciare spazio alle immagini vogliamo ricordare alcune considerazioni di uno dei redattori capo della rivista, Ralph Graves, contenute nel volume Life 1946-1955, che spiegano il genere di fotografie che i fotografi della rivista dovevano cercare, il metodo da usare, valido - con ogni evidenza - ancora oggi: "Salvo rare eccezioni, le persone reali non si rilassano in presenza di un obiettivo, specie se si tratta di un obiettivo di Life. Mentre sperano di assumere il loro aspetto migliore, sono rigide e nervose. I loro sorrisi sono un po' tirati, le loro espressioni un po' false. Indossano gli abiti migliori, anche per fare il bucato. Non sono affatto loro stessi. Un fotografo deve dedicar loro del tempo, vivere con loro, trovarsi ogni giorno sul posto sino a non essere più notato. La gente deve abituarsi allo scatto dell'otturatore sino a non sentirlo più del tutto. Solo allora cominceranno a venir fuori delle buone fotografie. Ma anche allora il fotografo dovrà continuare a guardarsi intorno, cercando con pazienza infinita l'episodio, l'argomento, i momenti di rabbia, d'ilarità, d'amore, che alla fine danno vita a una fotografia".
 


© Life

 

125 anni di National Geographic, la grande avventura (da Sguardi 90)

Quando il 13 gennaio del 1888 un gruppo di trentatre uomini si incontrò al Cosmos Club di Washington, DC, per discutere come incrementare e diffondere la conoscenza geografica, nessuno ancora pensava che la National Geographic Society sarebbe diventata una delle organizzazioni scientifiche e pedagogiche più famose al mondo. Oggi, a distanza di 125 anni dalla sua fondazione, la mostra fotografica "La grande avventura" (al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al2 febbraio) vuole celebrare la storia di questo marchio che negli ultimi anni si è radicato in molti paesi del mondo. E infatti insieme ai 125 anni della Society la mostra festeggia anche i 15 anni di National Geographic Italia. Tra imprese memorabili e personaggi leggendari, tra ricerca in laboratorio e spedizioni nei luoghi più sperduti del Pianeta, tra le culture di grandi popolazioni e quelle di tribù sconosciute, tra la bellezza della vita animale e di quella vegetale, tra l'impegno per la conoscenza e quello per la salvaguardia di Madre Terra, "La grande avventura" ripercorre le tappe di un lungo viaggio. Dentro l'inconfondibile cornice gialla della rivista sono state raccontate vicende epiche: la scoperta leggendaria della città perduta di Machu Picchu, l'avventurosa spedizione di Robert Peary al Polo Nord, gli incontri memorabili tra Jane Goodall e gli scimpanzé, le straordinarie imprese sottomarine di Jacques Cousteau e James Cameron. Attraverso le immagini dei suoi più grandi fotografi, la mostra ripercorre i momenti più importanti della storia della Society. Dai primi scatti fotografici apparsi sul magazine ai giorni nostri, con l'evoluzione della comunicazione e delle tecnologie che grazie a Internet e alla Tv garantiscono oggi un seguito di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, di cui trenta milioni di lettori del magazine e oltre un milione di lettori e "navigatori" in Italia. Ma se è cambiata la comunicazione, la Society non ha cambiato invece il suo obiettivo, la propria missione: esplorare il Pianeta e diffondere una maggiore consapevolezza dell'uomo nei suoi confronti. La mostra farà conoscere e capire da vicino l'impegno e la professionalità del lavoro della comunità di persone - fotografi, giornalisti, impiegati, tecnici, ricercatori, scrittori - della National Geographic Society.
 


Eliza Scidmore, Giappone 1900 circa - Le fotografie del Giappone colorate a mano venivano fornite alla rivista,
che aveva iniziato a pubblicare questo tipo di immagini due anni prima, da Eliza Scidmore

 

Daria Bonera: Touring National Geographic Traveler, stupore e narrazione (da Sguardi 86)

La rivista di cui sei photoeditor è nata dalla collaborazione tra Touring Club Italiano e National Geographic Society. La storica rivista dei soci Touring si è rinnovata divenendo l'edizione italiana del National Geographic Traveler Magazine. È un'eredità molto importante. Quanta libertà hai come photoeditor? C'è spazio per la produzione e se sì quanto? Che proposte cerchi? Che elementi deve avere un reportage per interessarti?

L'anno scorso, quando è nata questa collaborazione sono stata nella leggendaria sede del National Geographic a Washington e ho potuto conoscere i redattori e focalizzare quali sono i punti indispensabili da tenere presente. Ho anche libertà, senza dimenticare il nostro lettore e cosa potrebbe interessargli. Scelgo fotografi che raccontino come sono oggi i luoghi rappresentati e che lo facciano in modo originale e sorprendente. Da quando è nata la collaborazione con National Geographic Society, cerchiamo di produrre il più possibile, budget permettendo. Cerco reportage di città o luoghi italiani, ma con un taglio diverso oppure, rimanendo in Italia, località meno conosciute. Altrimenti, ho una predilezione per l'Est e il Medio Oriente. Il prossimo mese pubblicheremo un reportage molto interessante su Mazara del Vallo e la sua immigrazione di Lorenzo Maccotta. Devono essere emotivi, narrativi, intensi, onesti, con un'interpretazione sia giornalistica che personale. […]

Durante workshop e lezioni, ti è capitato di incontrare fotografi interessanti con cui poi hai effettivamente lavorato? Normalmente in che modo cerchi nuovi fotografi?

Mi capita, durante le letture portfolio, di conoscere fotografi che poi ho fatto lavorare sia per la mia agenzia che per la rivista con la quale collaboro, Touring National Geographic Traveler. Ho pubblicato reportage già realizzati, oppure ne ho commissionati di nuovi. Cerco nuovi talenti sulle riviste cartacee e online in Italia e all'estero, festival, mostre, portfolio review, ma anche dai social network tipo Behance, Facebook, e ricevo molte email di proposte da fotografi, illustratori, videomaker. […]

Che consiglio daresti a un giovane interessato a diventare photoeditor?

Gli consiglierei di abituarsi al fatto che molti gli diranno che è difficile e di cambiare mestiere. Invece oggi ancora più di prima, con la crisi e la precarietà che rendono tutto più difficile, tanto vale fare quello in cui credi. Lavorare come photoeditor per giornali online è una delle possibilità per il futuro. Prima di proporsi a una redazione, consiglierei un'esperienza all'estero, meglio se in Francia, Germania o Stati Uniti, dove ci sono più riviste e un buon livello qualitativo e di organizzazione: New Yorker, New York Times Magazine, Time, National Geographic Magazine,  Monocle, IL - Intelligence in Lifestyle, Internazionale, Mare, 6Mois e Polka Magazine sono per me le più interessanti.
 


Sudafrica © Claudio Morelli per Touring

 

Vanity Fair: Portraits 1913-2008 (da Sguardi 57)

L'arte del ritratto, un modello di comunicazione, una scuola di rappresentazione. Fino al 26 Maggio la National Portrait Gallery di Londra presenta la prima mostra - Vanity Fair Portraits: Photographs 1913-2008 - che mette assieme rare stampe vintage con classici contemporanei dalle pagine di Vanity Fair e dal leggendario archivio Condé Nast. Una storia fotografica del ritratto - "genere" alla base della filosofia editoriale del magazine - di celebrità come Albert Einstein, Charlie Chaplin, Jean Harlow, Arthur Miller, Pablo Picasso, Fred Astaire, Cary Grant, Katharine Hepburn, Margaret Thatcher, Madonna, Tom Cruise, Robert De Niro, Scarlett Johansson, Keira Knightley, ritratte da fotografi leggendari come Edward Steichen, Cecil Beaton, Baron De Meyer, Man Ray, George Hurrell, fino ad Annie Leibovitz, Helmut Newton, Nan Goldin, Herb Ritts, Bruce Weber e Mario Testino. Fotografie diventate icone. Grandi soggetti e grandi fotografi. Una storia lunga 95 anni. Alcuni dei più significativi ritratti fotografici del 20° secolo sono stati realizzati per - o pubblicati su - Vanity Fair. 150 immagini, selezionate dal primo periodo del magazine (1913-1936) e dal periodo contemporaneo, quello del rilancio (le pubblicazioni di Vanity Fair furono sospese nel 1936 e poi riprese nel 1983), e mostrate per la prima volta assieme. Attori, musicisti, sportivi, scrittori, artisti, stilisti, businessmen. Tra i ritratti vintage mostrati nell'esibizione vi sono le immagini di James Joyce, D.H. Lawrence, Ernest Hemingway, George Bernard Shaw, Claude Monet, Louis Armstrong, Josephine Baker, Virginia Woolf.
 


Gloria Swanson by Edward Steichen, 1924

 

Internazionale: decimo anniversario (da Sguardi 16)

Se in Italia c'è una rivista che racconta il resto del mondo, questa è Internazionale. Nato nel 1993, l'Internazionale è oggi una presenza riconoscibilissima nello scarno panorama editoriale italiano che guarda anche a cosa succede fuori dai propri, angusti, confini. Così inizia l'editoriale scritto dal suo direttore, Giovanni De Mauro, in occasione dei dieci anni di Internazionale, lo scorso novembre 2003: storia, bilancio e proiezione di una rivista indispensabile per chi vuol saper del mondo. «Le carte geografiche sono bellissime. E danno molte informazioni anche su chi le ha fatte. Basta entrare nell'aula di una scuola di New York o di Tokyo per scoprire che al centro, sulle carte appese al muro, ci sono l'America o l'Estremo oriente, non l'Europa. In Australia e in Nuova Zelanda, poi, sono sempre più diffuse le carte geografiche con il sud in alto. Ed è proprio in Australia che siamo andati a prendere la carta geografica che regaliamo in questo numero. In effetti che il nord sia sopra non è giustificato da alcuna ragione scientifica. È solo una convenzione. E come tutte le convenzioni è importante, perché determina il modo in cui vediamo e immaginiamo il pianeta in cui viviamo. 
Ma non c'è bisogno di essere australiani per mettere il sud in alto: perfino Dante, nel De vulgari eloquentia, descriveva un'Italia dove il nord è in basso. 
Raccontare il mondo anche a testa in giù, cioè cercare di fornire una visione diversa da quella solita, è proprio quello che abbiamo cercato di fare in questi dieci anni con Internazionale. […] Due vere e proprie rivoluzioni hanno segnato questi dieci anni e ci hanno modificato profondamente. La prima è quella di internet. Immaginate di dover fare un giornale come Internazionale senza internet. All'inizio avevamo una piccola rete di corrispondenti che da Hong Kong o da Mosca ci mandavano per fax gli articoli ritagliati dai quotidiani locali. Alcune riviste ci arrivavano per posta, altre in edicola, sempre con tempi lunghi se non lunghissimi. Poi è arrivato il web. Quasi dall'oggi al domani, abbiamo avuto a disposizione in tempo reale un'enorme edicola mondiale a cui attingere. È stato così per noi ma anche per tutti gli altri. Per i giornali italiani, innanzitutto, che sempre più spesso pubblicano articoli dalla stampa straniera o si ispirano a essi. E naturalmente anche per i lettori. Prima, chi era interessato allo Sri Lanka o al Burkina Faso non aveva fonti fresche e facilmente raggiungibili. Oggi basta avere un computer e un collegamento, e si ha accesso a un'enorme quantità di notizie dettagliatissime e di prima mano. Selezionare è diventato cruciale, ed è stata questa l'idea che ci ha consentito di crescere grazie all'improvvisa disponibilità di informazioni che si è riversata su tutti noi con internet. Fornendo un quadro generale e soprattutto scegliendo nel grande mare della stampa mondiale quegli articoli, quelle inchieste e quei reportage che possono sfuggire anche al lettore più attento. 
L'altra rivoluzione ha il nome di una data. Se negli Stati Uniti l'11 settembre del 2001 è soprattutto il giorno di una ferita profonda, in Europa e in Italia è stato il momento in cui un altro mondo è entrato nelle nostre case senza bussare alla porta, facendo irruzione attraverso la tv. L'11 settembre ha aumentato il bisogno di informarsi, di capire e di ascoltare i punti di vista diversi. E nel suo piccolo lo dimostra anche Internazionale, che da allora ha raddoppiato le copie vendute. 
Queste due rivoluzioni, così diverse e lontane, hanno prodotto cambiamenti non reversibili e i loro effetti si faranno sentire ancora a lungo.
 


© Internazionale

 

Burn: La rivista di David Alan Harvey
 (da Sguardi 69)

"Evolution and revolution are my keywords for living the photographic life'", una presentazione tra le righe e contemporaneamente forte nella sua dichiarazione d'intenti. David Alan Harvey introduce così il suo Burn, magazine on line di fotografia emergente. Sorprendentemente giovane per il successo che già riscuote, Burn è stato lanciato nel dicembre del 2008 come spin off del blog Road Trips del fotografo Magnum. Una vita passata in viaggio a scattare foto delle culture più diverse, dal Vietnam al Messico, dalla gioventù francese alla passione e al profondo legame con la cultura ispanica nelle Americhe. Tanti libri, infinite storie, lo sguardo di Harvey sembra vivere e alimentarsi di una curiosità senza fine sul mondo. Membro della celeberrima agenzia Magnum dal 1997, il suo lavoro è sempre stato accompagnato da un inesauribile desiderio di condividere le proprie esperienze. Essere mentore, educare lo sguardo, di più, insegnare a guardare, è parte del suo essere fotografo. Il mondo che sta dietro la fotocamera di Harvey è vasto ed eterogeneo tanto quanto quello che gli sta davanti. Quando aveva dodici anni, la sua famiglia diventò la sua prima storia. "Off For A Family Drive", il suo primo libro. Il bianco e nero sbiadito della sua infanzia in Virginia, poi le prime esperienze narrate con gli scatti della convivenza con una famiglia nera di Norfolk. Tutto quello su cui cade lo sguardo del fotografo è una storia da narrare. «Qualche volta penso: hey, basta pensare alla storia. Poi però non riesco a farne a meno. Tendo a essere assorbito dalla narrazione, che sia Cuba, o il lavoro sulla cultura hip hop, o il mio progetto sui ritratti di donne. È qualcosa che sento istintivamente di fare. Tendo a legare insieme le immagini». La fotografia è documentare la realtà che ci circonda, è vedere le storie che si connettono e si legano intorno alla nostra. La fotografia è, altresì, interpretazione, dialogo, incontro-scontro con quello che vediamo. Il nostro occhio come filtro dal quale narrare quello che viviamo. Sembrano essere questi i presupposti di Burn: lasciare spazio alle storie e ai suoi autori. Burnmagazine è un giornale giovane, ma già maturo per l'inesauribile universo di storie narrate sulle sue pagine virtuali. La prova del fuoco l'ha superata pochi mesi fa, vincendo un Lucie Award, prestigioso premio internazionale, sbaragliando concorrenti dalla fama indiscussa e dal lungo e consolidato passato editoriale come Aperture Foam. Ad attraversare le pagine di Burn non sono solo i lavori di fotografi emergenti, le foto di grandi firme si mescolano spesso al suo flusso costante di immagini. E, così, Martin Parr fa capolino con le sue storie bizzarre, a fianco al bianco e nero struggente di James Nachtwey o alle istantanee su Cuba dell'ultimo libro di Alex Rebecca Norris Webb. Aperto anche a progetti multimediali, per confermare una convinzione già molto diffusa che la fotografia possa sposarsi egregiamente con altri strumenti mediatici, il magazine di Harvey lascia spazio a reportage di stampo classico, cosi come a visioni metafisiche e colorate. Evoluzione erivoluzione.
 


© Alejandro Chaskielberg

 

Franco Carlisi: Gente di Fotografia (da Sguardi 54)

Portfolio, incontri-interviste, saggi critici, articoli di tecnica, presentazione di libri, segnalazione di mostre e rassegne. Come si riconosce, e distingue, la formula editoriale di Gente di Fotografia

Gente di Fotografia già dal primo numero ha assunto una sua precisa identità: siamo una rivista di immagini perchè riteniamo che la libertà e il piacere delle immagini restino il fondamento della fotografia, ma approfondiamo anche una riflessione necessaria sulle poetiche della fotografia e sulle sue implicazioni sociali, filosofiche ed estetiche. Molte delle riviste nazionali parlano più di macchine fotografiche che difotografia. Altre dicono di interessarsi alla fotografia internazionale riducendo, però di fatto, la loro attenzione alle espressioni artistiche che provengono dalle metropoli della parte privilegiata del mondo. Come se ci si potesse innamorare solo in riva alla Senna o si potesse raggiungere una particolare intensità del sentire solo all'ombra dei grattacieli di Manhattan. Anche quando si parla di fotografia cinese, molto in voga in questo momento, non si fa altro che proporre uno sguardo perfettamente omologato: fotografi cinesi che fotografano come un occidentale. Del resto questo comportamento tradisce un atteggiamento assolutamente provinciale della gran parte degli editor italiani che, se non guardassero a ciò che succede oltreoceano come un musulmano guarda a La Mecca, godrebbero di quella libertà di pensiero che gli consentirebbe di apprezzare quanto di interessante nasce e si evolve nei dintorni di casa loro. Invece ciò che esula dalla loro esperienza quotidiana e mediatica viene ritenuto esotico magari, ma comunque altro, rispetto a sé, e quindi poco interessante. Noi di Gente di Fotografia abbiamo fatto tesoro dell'esperienza dell'amico Mario Giacomelli e crediamo si possa essere grandi fotografi anche senza le k nel cognome. Da sempre abbiamo dato grande visibilità agli autori italiani emergenti che diversamente non avrebbero avuto alcuna possibilità di farsi conoscere. Molti sono i fotografi che, in questi anni, abbiamo accompagnato ad una concreta affermazione professionale attraverso la pubblicazione e attraverso le nostre rassegne. Ciò naturalmente non ci ha impedito di pubblicare le anticipazioni sulle tendenze creative a livello internazionale.

Qual è l'idea - le idee - di fotografia che portate avanti attraverso la rivista?

Pensiamo ad una fotografia in grande vitalità che ai suoi significati specifici di documentazione erappresentazione della realtà continua ad affiancare accezioni sempre diverse. Siamo consapevoli, infatti, che le nuove tecnologie e la globalizzazione producono un mutamento della percezione della realtà e quindi della visione. E che a ciò corrisponda una ricerca fotografica sempre più attestata sulle possibilità dell'invenzione dell'immagine che sulla ripresa della realtà. Pensiamo ad una fotografia frutto dell'interazione del fotografo con la realtà ma anche ad una fotografia come altrove dell'animo o del pensiero. […]

Che rapporto stabilite con i fotografi? Vi cercano, li cercate? Se c'è una preferenza, privilegiate la pubblicazione di raccolte di immagini o di lavori particolari?

Riceviamo diverse centinaia di portfolio in visione ma non rinunciamo a continuare a cercare. Una ricerca, più che di nuovi soggetti , di un nuovo modo di sentire, di guardare. Naturalmente, come tutti, anch'io ho delle preferenze ma queste non influenzano in maniera determinante le scelte di Gente di Fotografia. Abbiamo infatti istituito un comitato di redazione che seleziona i lavori da pubblicare seguendo criteri di omogeneità ed originalità. La singola foto non viene presa in considerazione. Cerchiamo lavori che esprimono valore autoriale.


Cover Gente di Fotografia n. 43 (Nicola Vinci)

 

Rosanna Checchi: Editor Zoom Magazine
 (da Sguardi 37)

Quale definizione daresti, oggi, di Zoom?

Siamo un punto di riferimento importante: Zoom è uno strumento di informazione per molti soggetti operanti nell'ambito della fotografia. Lo è per i galleristi, per far conoscere i loro eventi; per gli art-director, per le loro ricerche; per i fotografi, con i loro progetti; per gli amanti della fotografia che desiderano, anche da semplici spettatori, una panoramica sul mondo dell'immagine. Zoom è molte migliaia di contatti al mese con autori, galleristi, istituzioni. Oggi sempre di più siamo anche al di fuori delle semplici pagine stampate, come consulenti per segnalare autori e progetti espositivi. Voglio ricordare la mostra dedicata ad Enzo Ferrari per il centenario della sua nascita. E anche ®evolution, una delle primissime rassegne sulla fotografia digitale - era il 1998! - organizzata presso il Museo della Scienza e Tecnica di Milano. Sino ad arrivare a sostenere il progetto City angels, con le immagini di Giancarlo Mecarelli e molte altre di non minore importanza e in continuo divenire. Grazie al lavoro artistico degli autori e allo staff di Zoom molti eventi sono stati possibili. Anche su questo fronte stiamo crescendo, a questo sviluppo ci conducono gli autori stessi. Oltre al sito internet dedicato alla rivista abbiamo creato un nuovo spazio nel web chiamato per l'appuntoWebportfolio, per rispondere alla necessità di molti autori di essere sostenuti. Crediamo nelle possibilità che Zoom ha di non essere solo una rivista. A piccoli passi, tutto questo sta crescendo.

Come si è evoluto Zoom dalla sua nascita, cosa cerca di raccontare?

Come prodotto editoriale, Zoom ha una sua precisa identità. Fin dall'inizio ha sempre avuto un valore in più nei contenuti, oltre ad essere una bella rivista di fotografia. Il suo obiettivo più importante è dare visibilità ad autori e progetti emergenti inediti. È quasi scontato per gli autori già affermati apprezzarla e usarla come vetrina per comunicare i loro progetti. Ogni fascicolo fornisce un panorama della fotografia internazionale, frutto di un lavoro di contatti e collaborazioni. Per noi è una grande soddisfazione, e anche un orgoglio, avere riconosciuto in autori ancora "anonimi" dei validi artisti ed avere vissuto con loro, dopo la pubblicazione su Zoom, la loro affermazione professionale. L'avere creduto in loro ha anche aperto importanti amicizie che sono andate oltre il rapporto di lavoro. Più recentemente, abbiamo dedicato attenzione al fenomeno culturale cinese, anticipando l'ampia eco che questi artisti stanno diffondendo a livello internazionale. La nostra grande fortuna è di poter vivere l'arte e di avere imparato con l'esperienza di questi anni quanto essa anticipi, nelle sue differenti espressioni, denunciando, ironizzando, estetizzando, comunicando molti fenomeni che poi si plasmano, socialmente, commercialmente. È per noi sempre un'emozione vivere i progetti degli autori con i nostri lettori attraverso le pagine della rivista.

Come si riconosce, e distingue, la sua formula editoriale nell'attuale panorama italiano?

Zoom è nato per seguire la fotografia internazionale, quindi la formula editoriale è semplicemente diversa. Con tutto il rispetto per altre realtà editoriali nazionali, che comunque offrono un buon lavoro di informazione, Zoom non è confrontabile e neppure, oserei dire, in competizione. L'ambito di Zoom è la fotografia internazionale, anche se non esclude quella nazionale. Se invece vogliamo scendere a un confronto da salotto, posso dirvi molto serenamente che Photo è nata e morta almeno quattro volte in Italia mentre Zoom non ha mai avuto difficoltà. Editrice Progresso ha creduto nelle possibilità di Zoom, nonostante l'impegno che ciò comportava, e da oltre dieci anni ha acquisito i diritti internazionali del marchio, diventando proprietaria della testata.
 


© Zoom

 

Sara Namias: Zoom Landscape
 (da Sguardi 87)

La coordinatrice editoriale di Zoom Landscape, Sara Namias, illustra di seguito ai lettori di Sguardi l'evoluzione della rivista e le sue scelte editoriali: «Dall'ultima intervista di qualche anno fa, (a Rosanna Checchi, editor del magazine, ndr), ZOOM è diventato più grande e più ricco di contenuti. Soprattutto è a tema monografico. E dal momento che l'attualità è stata portata su un folder dedicato, ogni numero di ZOOM è ora un vero e proprio libro di fotografia. Non solo, ogni numero è accompagnato da una stampa d'autore da collezionare, con autori del calibro di Steve McCurry, Michael Kenna, Helmut Newton. Con questa evoluzione ZOOM si conferma punto di riferimento per i galleristi, i curatori, i collezionisti e tutti gli appassionati interessati a una panoramica aggiornata sulla fotografia internazionale. Negli ultimi anni. infatti, il mercato della fotografia d'arte è cresciuto e con esso l'esigenza di uno strumento di informazione affidabile. Questo strumento è l'Agenda Fine Art che garantisce un costante aggiornamento sulle mostre nazionali e internazionali, le opere in vendita, le art fairs, le aste e i contest:  L'Agenda Fine Art è in due versioni, una cartacea allegata alla rivista, e una online. Quest'ultima è particolarmente ricca, oltre 70 pagine in libera consultazione. Ma torniamo alla rivista, a questo numero dedicato al paesaggio, Landscape, che regala la stampa da collezione del grande maestro Michael Kenna. Non è facile descrivere a parole una pubblicazione che è la rivista dell'immagine per eccellenza, dove a parlare sono le fotografie degli autori, stampate in grande formato. Lavorare a questo primo speciale dedicato al paesaggio è stato emozionante, come è emozionante scoprire la storia che vive dietro alle fotografie degli autori. Takeshi Shikama e la moglie Yukiko, giapponesi, vivono a Tokyo, ma trascorrono la maggior parte della loro vita in una capanna in una grande foresta dove, preferibilmente con la pioggia, Takeshi scatta le sue fotografie che poi stampa su una particolare carta giapponese fatta a mano, chiamata "Gampi paper".
 


Hiroyuki Masuyama

Paola Brivio: Geo, immaginare la Terra 
(da Sguardi 75)

Cos'è il reportage di viaggio? Ha senso parlare di questa categoria?

Il reportage di viaggio è la categoria che meglio definisce riviste geografiche come Geo. Non solo ha senso parlarne, si tratta di una nicchia che in Italia varrebbe la pena valorizzare. È un modo per raccontare la terra, i popoli, lo stile di vita differenziandosi sia dal reportage turistico "cartolinesco" che ritrae luoghi noti con uno sguardo fotografico piuttosto tradizionale e di facile lettura, sia da un'interpretazione geopolitica più vicina all'attualità e di maggior coinvolgimento politico. Il reportage di viaggio non ha nulla a che fare con villaggi turistici, tour operator o enti promozionali, o almeno non dovrebbe; racconta luoghi da scoprire o riscoprire, ricerca percorsi non abituali, anche quando ci si trova in posti noti. Per fare un esempio, su uno degli ultimi numeri di Geo, dedicato al Brasile, abbiamo descritto il riscatto economico e sociale di un gruppo di uomini disperati che per anni ha lavorato in una delle più terribili discariche del Paese, i catadores di Jardim Gramacho, a Rio de Janeiro. Lavorando assieme all'artista Vik Muniz, questi uomini hanno creato con i rifiuti opere d'arte poi battute all'asta da Sotheby's. Il ricavato, circa 200mila dollari, è andato a loro per costruirsi nuove case. Il reportage di viaggio non ripercorre paesaggi noti e non dimentica gli aspetti sociali e politici. […]

Come sceglie le immagini? Quali caratteristiche deve avere un reportage per essere pubblicato?

Credo ci siano diversi elementi che, in ogni giornale, presiedono alla scelta delle immagini. Innanzi tutto, a Geo come in ogni altra testata giornalistica, il photoeditor deve attenersi alla linea editoriale imposta dall'editore e dal direttore. Nel caso più specifico di Geo Italia, non si può prescindere dalla forte identità del Geo tedesco. Esistono poi la discrezionalità e l'autonomia del photoeditor con un suo gusto e carattere autonomi che, pur mantenendosi fedele all'identità del giornale, propone e seleziona i servizi, intrattiene i legami con i fotografi, individua quelli a cui affidare una produzione fotografica, fa ricerche sui siti. In uno scatto o in un reportage sono due le componenti essenziali: uno stile fotografico originale, personale, diretto e comunicativo, che nel contempo abbia contenuto giornalistico. L'immagine ha lo stesso valore di una notizia. Alcune foto hanno un impatto emotivo e contenutistico talmente elevato da essere diventate delle vere e proprie icone nella storia della fotografia. In sintesi, la foto ideale per un giornale è quella che sposa la bellezza al contenuto.

Roland Barthes scriveva «Quello che mi piace in realtà è il rapporto tra l'immagine e la scrittura, un rapporto molto difficile, ma che proprio per questo procura delle vere gioie creative». Qual è secondo lei il rapporto tra testo e immagini? E quali sono i loro rispettivi pesi nelle pagine della vostra rivista?

Secondo me, l'immagine è scrittura e la scrittura è immagine. Entrambe raccontano una storia e hanno uguale potenza visiva ed emotiva. Geo è per definizione un picture magazine, dunque l'importanza della fotografia nelle sue pagine è enorme. Le foto sono spesso pubblicate su doppia e un reportage si dispiega anche su 20 pagine. Un testo breve, a Geo, è di 8 pagine, quasi un'anomialia in Italia. Il rapporto tra testo e immagini è stretto, l'immagine però non è mai didascalica, pur mantenendo uno stile diretto e semplice e una precisa identità.
 


Geo, Febbraio 2011, numero 62

 

L'Europeo: I grandi reportages (da Sguardi 16)

Ritessere il filo della memoria: far ricordare alle generazioni di ieri come sono cresciute e quanto sono cambiate; far scoprire alle generazioni di oggi il percorso che le porta a vivere in questa società. Ma tutto questo in una chiave giornalistica che purtroppo il giornalismo attuale ha dimenticato o trascura: il racconto, la narrazione in presa diretta di chi è andato, ha ascoltato, osservato e quindi riferito. Pochissimi commenti, tanta cronaca. Una formula antica ma oggi quasi scomparsa. In altre parole questo L'Europeo non segue il trend della carta stampata di inseguire (invano) la televisione. I numeri monotematici de L'Europeo sono oggetti da collezionare, perché preziosi, e - perché no? - da esibire, perché sono belli. Il nuovo L'Europeo è nato da un progetto di Daniele Protti (l'ultimo direttore del settimanale), che di seguito presenta l'ultimo numero in edicola, dedicato per l'appunto ai grandi reportages del settimanale di un tempo. […] "Un numero particolare, questo de L'Europeo. L'Avventura, raccontata dai grandi inviati-scrittori-fotografi del settimanale. 
Nel pensarlo, nel costruirlo, nel montarlo era ben presente il rischio di una deriva verso l'autoreferenzialità della testata e dei suoi protagonisti. Ma era altrettanto evidente lo straordinario tesoro di scrittura e di immagini che nell'arco dei decenni quel settimanale aveva prodotto e pubblicato. È così diventato, questo numero (con più pagine) del bimestrale del Duemila, un omaggio alla storia del racconto su carta stampata, con testi e fotografie capaci di suscitare emozioni come e più di un filmato tv. 
Ma è anche un altro viaggio nella storia dimenticata del dopoguerra, che ogni due mesi, da due anni, proponiamo ai lettori. 
Per il piacere di leggere, il piacere di guardare, il piacere di ricordare. E anche di scoprire.
 


Africa, 1963: la danza delle giovani yoruba, una tribù tra il Dahomey
e il Niger, note come le "ragazze-caimano"

 

Sports Illustrated: Il meglio (da Sguardi 45)

Presente a tutti i maggiori eventi sportivi, Sports Illustrated si avvale del contributo dei migliori fotografi specializzati che con le proprie immagini hanno catturato momenti unici e irripetibili della storia sportiva mondiale, dai campionati di football americano ai più prestigiosi tornei di tennis, dagli incontri per i titoli mondiali di boxe fino ai recenti campionati del mondo di calcio. Sin dal 1954, i fotografi di Sports Illustrated hanno catturato partite mozzafiato, ma anche temi d'attualità e ritratti intimi. Il rinnovato staff di fotografi di Sports Illustrated, insieme ai migliori freelance, copre ogni settimana più di 50 eventi per regalare al pubblico una documentazione del meglio nello sport. Negli archivi di Sports illustrated si possono trovare più di 3 milioni di immagini, dalle classiche fotografie a colori e in bianco e nero che ripercorrono gli ultimi 50 anni, fino all'ultimo match giocato ieri sera. 
Su Sports Illustrated le parole e le immagini si sono sempre vicendevolmente accompagnate, come la melodia e il testo; ma mentre nomi, date, dichiarazioni sfumano dalla memoria, le immagini permangono nel tempo. Per Richard Hoffer, giornalista di Sports Illustrated, "c'è qualcosa nel modo in cui la fotografia distilla successi e sconfitte e nel modo in cui li organizza perfettamente entro i confini di una singola inquadratura. L'abilità di una fotografia consiste nell'editare la vita, nell'articolare momenti significativi, un clamore che si risolve in quiete, una chiarezza tagliente. 
Un fotogramma alla volta".
 


Football: San Diego Chargers LaDainian Tomlinson (21) in action, diving and scoring touchdown vs Buffalo Bills.
Blur. San Diego, CA 11/20/2005 MANDATORY CREDIT: Peter Read Miller/Sports Illustrated SetNumber: X74679 TK1

 

Vogue Italia: A glimpse at Photo Vogue (da Sguardi 89)

La Galleria Carla Sozzani di Milano ospita fino al 10 agosto la seconda edizione di A glimpse at Photo Vogue, che questa volta propone una selezione di quattro opere per ciascuno dei venticinque fotografi selezionati del canale Photo Vogue. Il magazine Vogue Italia è da sempre particolarmente attento a sostenere l'eccellenza fotografica, in questa direzione nell'aprile del 2011 è nato Photo Vogue, un canale di Vogue.it pensato per promuovere il lavoro dei fotografi, professionisti e non, da ogni parte del globo. Il funzionamento è molto semplice, chiunque infatti può caricare le proprie foto che prima di essere pubblicate dovranno passare il vaglio della redazione di Vogue.it sotto la supervisione di Alessia Glaviano, photo editor di Vogue Italia e L'Uomo Vogue. Dal suo inizio a oggi Photo Vogue conta la presenza di oltre 55 mila fotografi, è inoltre online la piattaforma che concretizza la collaborazione tra Photo Vogue e Art+Commerce, la prestigiosa agenzia fotografica internazionale che rappresenta alcuni fra i più grandi fotografi contemporanei tra cui i contributors di Vogue Italia Steven Meisel, Craig McDeanSølve SundsbøTim Walker Paolo Roversi. La collezione di Photo Vogue ospitata da Art+Commerce è una library di immagini tutelate dal diritto d'autore e contiene le foto pubblicate su Photo Vogue. Un'iniziativa che garantisce ai fotografi di Photo Vogue di aumentare in maniera esponenziale visibilità e possibilità.
 


© Fabio Vittorelli, Bar Open

 

Emanuele Cucuzza: Image In Progress 
(da Sguardi 94)

Image In Progress è una vetrina della fotografia creativa contemporanea nelle sue svariate forme (pubblicità, moda, arte), un semestrale rigorosamente cartaceo giunto al suo quinto numero, pubblicato in lingua inglese (da EdiFore) e fondato (nel 2010) da un italiano, con media-partnership internazionali di prestigio, in vendita in edicole o bookshop di quasi 30 paesi e sul sito ufficiale www.imageinprogress.com. Sguardi ha chiesto di presentarla al suo fondatore, Emanuele Cucuzza, figura poliedrica di editore, direttore, redattore, fotografo, giornalista, one-man show di talento.«Il progetto Image in Progress nasce principalmente da una personale ricerca di contenuti e di informazioni che, come giornalista, fotografo, appassionato di fotografia ed editoria, consideravo interessanti e utili, ma che avevo difficoltà a trovare o che mi sembravano trattate solo superficialmente da altre pubblicazioni. È quindi una sorta di workshop personale condiviso con i lettori e gli stessi professionisti (o talenti emergenti) coinvolti, un luogo di incontro utile a orientarsi, a capire la fotografia creativa contemporanea (in particolare nei settori dell'arte, della pubblicità e della fotografia di moda), a conoscere meglio la stessa editoria di settore, il mercato fine art. Dov'è la novità? La novità sta nel fatto che, a mio avviso, la gran parte delle pubblicazioni internazionali affronta la fotografia soprattutto affiancandola, nel migliore dei casi, a testi critici o spiegazioni su tecnica e tecnologia, più spesso a semplici biografie, articoli, a volte comunicati stampa, o brevi interviste, che mirano quasi soltanto alla promozione dell'artista, del libro o della mostra. Image in Progress non ha la presunzione di criticare, ma si distingue per essere un'ampia e accurata vetrina con una linea editoriale che paradossalmente punta molto sull'esclusività del testo che, considerando la frequenza semestrale e la distribuzione internazionale, non può che essere in inglese e più che approfondito. Diamo modo prima di tutto ai protagonisti del settore (e quindi non solo fotografi, ma anche galleristi, art director, postproducer, editori, top model, set designer) di rispondere alle nostre domande e di presentare il proprio lavoro con interviste otesti comunque sempre in esclusiva, di prima uscita dunque tra le nostre pagine e sviluppati con la nostra supervisione. Mettiamo quindi al centro dell'attenzione anche professionisti che in alcuni casi, nonostante capacità professionali più uniche che rare, trovano difficoltà perfino a essere nominati tra i crediti di editoriali, pubblicità, copertine, sfilate (Stylist, Make up artist, Hair stylist, Location Scouter).
 


Image In Progress

 

Irene Alison: Rearviewmirror, narrazione per immagini
 (da Sguardi 86)

Siamo partiti con le idee molto chiare - pubblichiamo fotografia documentaria - ma poi, come sempre accade quando si cresce, abbiamo cominciato a porci delle domande: dove finisce il confine della documentazione e inizia quello della creazione nell'Era Photoshop? Dove corre la linea di demarcazione tra un fotografo e un artista che usa la fotografia come strumento? Cos'è fotografia e cosa non lo è nell'Era Facebook, quando il privato fotografico diventa pubblico e pubblicato? Come si autodetermina una fotografia libera (e orfana) dalla committenza dei giornali? Abbiamo imparato il valore dell'incertezza, e la sostanza e i confini della nostra ricerca sono cambiati attraverso il tempo. Dai nostri dubbi, costruttivi, è venuto fuori un magazine con un'identità fluida: che sa quello che vuole, ma che è aperto a stupirsi. Un magazine che pone delle domande, più che dare delle risposte: e proprio una domanda, che poniamo ai lettori, a noi stessi e ai fotografi, è il nostro tema, traccia che unisce i progetti pubblicati, ideali risposte al nostro interrogativo. Quello che, nel nostro percorso di cambiamento, non ha mai smesso di interessarci, è una fotografia che sappia raccontare il contemporaneo e reinventare il contemporaneo, interpretandolo attraverso codici e simboli nuovi. Una fotografia fortemente caratterizzata in senso autoriale, dove il linguaggio sia usato in maniera estremamente consapevole, dove ogni scelta estetica sia funzionale al racconto di un determinato soggetto, dove l'intera progettualità sia sorretta da una scrittura solida, articolata in modo coerente. Allo stesso tempo, ci è sempre stata a cuore l'idea di disconnettere quella che, a nostro parere, è la dialettica sbilenca tra testo e immagini che caratterizza i magazine generalisti, in cui la fotografia finisce con l'essere mera illustrazione del testo o il testo mera didascalia dell'immagine. Ciò che abbiamo provato a fare è un photomagazine nel quale foto e testo abbiano un dialogo alla pari, arricchendosi l'un l'altro: abbiamo cercato dei contributi narrativi, dei veri e propri racconti, in grado di caricare di sensi nuovi le immagini senza appiattirsi su di esse, di farle respirare, senza forzarne il senso ma aprendole, piuttosto, a sensi imprevisti. Cos'è oggi, a dieci numeri dalla sua nascita, RVM? È un quadrimestrale di fotografia documentaria narrativamente orientata. Una rivista-libro che, fin dal formato, invita a una fruizione intima, attenta. Un magazine che, pur restando fieramente di carta (perché a noi piace la dimensione tattile della fotografia) cerca un'interazione con il web. L'immagine della nostra cover apre infatti una finestra sulla rete: è lì che, sul nostro sito (rearviewmirror.it), i lettori trovano la cover story, insieme a contenuti ulteriori. A L'altra cover (ideale cesura tra la parte inglese e la parte italiana della rivista) affidiamo invece il compito di fare da tramite con il blog (rvmmagazine.wordpress.com), update quotidiano su tutto quello che riguarda il magazine e i fotografi che vi hanno
collaborato.


© Photo courtesy of Frieke Janssens dalla serie Smoking Kids cover di RVM#9

 

Photo Maxi: Le forme del desiderio (da Sguardi 17)

Photo Italia dà vita a un nuovo progetto editoriale: portfolio monografici, supplementi allegati alla rivista mensile, formato maxi (da cui il loro nome, Photo Maxi) con l'ambizione di offrire le immagini più significative dei fotografi più prestigiosi sui temi di volta in volta affrontati. Il primo numero, quello di febbraio 2004, è dedicato al tema del nudo e ha un titolo esplicito e suggestivo The forms of desire. Siamo orgogliosi di poter iniziare il nostro percorso con uno dei fenomeni più discussi degli ultimi anni in Italia: il calendario. O meglio, la fotografia erotica dell'imprenditoria italiana. 
Dietro investimenti pesanti, strategie elementari di marketing e le quarte o quinte misure delle protagoniste ritratte si nasconde qualcosa di più: l'arte di far sognare, di risvegliare la fantasia e di creare il desiderio di un mondo in cui l'uomo è al centro delle vere bellezze della vita. 
Abbiamo chiesto ad Andreas H. Bitesnich, Guido Argentini e Bruno Bisang, autori dei più fortunati calendari che hanno catturato l'attenzione di milioni di italiani con le sex symbol più amate del nostro star system, di svelarci i segreti che li hanno portati al successo. Sono loro quindi i nuovi maestri della fotografia di nudo del XXI Secolo, gladiatori nella spietata arena di copie vendute e messaggeri moderni che uniscono i canoni della bellezza classica agli stili di vita contemporanei.
 


Photo Maxi

 

Dispatches: In America (da Sguardi 59)

È nata Dispatches ("dispacci"), un'iniziativa editoriale promossa dall'Agenzia VII, in sé un marchio di grande qualità: una rivista trimestrale dalle dimensioni di un libro, prima uscita giugno 2008 (£ 10), e un sito web (www.rethink-dispatches.com) che la accompagna che contiene materiali di supporto, editoriali, saggi di fotografia e informazioni su eventi. Dispatches, co-diretta dal giornalista-scrittore Mort Rosenblum e dal fotografo Gary Knight, scegliendo «la parola stampata senza tempo e la fotografia, si rivolge a chi vuole qualcosa di più delle fugaci immagini sullo schermo di un computer, a chi cerca una più profonda comprensione degli eventi mondiali». Il primo numero, In America, esplora e racconta gli Stati Uniti con contributi di Paul TherouxSamantha Power, John KifnerMuzamil JaleelGerald Scarfe e di Antonin Kratochvil, il cui sguardo critico ha prodotto il reportage In God's Country di cui pubblichiamo alcune immagini. Ogni numero di Dispatches porrà l'attenzione su un tema in particolare; il prossimo numero avrà per titolo: Oltre l'Iraq. Di seguito riportiamo alcuni estratti della dichiarazione di intenti di Mort Rosenblum Gary Knight. «Abbiamo concepito Dispatches per porci da qualche parte tra Gutenberg Google, una vivace fonte di nuove conoscenza di un mondo che cambia ad una velocità straordinaria in un formato per gente che assapora l'importanza delle parole e delle immagini sulla carta. Dispatches si propone di soddisfare un bisogno disperato in un mondo del 21esimo secolo che riesce a malapena a fare i conti con se stesso. Alla velocità con cui noi tutti funzioniamo, non ci sono soluzioni, solo direzioni promettenti. Nessun potere può dominare gli altri, né può una singola filosofia prevalere sulle altre. Man mano che le risorse diminuiscono velocemente, la capacità umana di provocare devastazioni cresce ad una velocità spaventosa. Per fronteggiare tutto ciò, le nazioni, la società, gli individui devono agire di concerto basandosi su una comprensione comune e sul rispetto reciproco. La nostra stessa sopravvivenza dipende non solo da leader ben scelti, ma anche da cittadini ben informati con una solida comprensione delle realtà globali. Essendo un trimestrale che concentra la sua attenzione sulle questioni più critiche del nostro tempo, Dispatches va oltre il cosa e il chi, al più fondamentale perché e cosa si può fare? I nostri scrittori e fotografi vanno al cuore della realtà per riflettere ciò che vedono senza pressioni editoriali o condizionamenti commerciali. Reportage analisi affidabili sono inquadrati nei loro contesti umani e in un continuum storico. La necessità di una rivista come Dispatches diviene più pressante giorno dopo giorno. In un tempo in cui cerchiamo una copertura sempre più profonda e più ampia, ciò che otteniamo è sempre più superficiale e limitato. Internet ci permette l'accesso ad informazioni che non potevamo neanche immaginare in passato, ma allo stesso tempo fuorvia, distorce e confonde. La nostra missione è di cercare di riempire questo vuoto crescente con uno sguardo indipendente sulle enormi sfide che il modo si trova a fronteggiare oggi. Cerchiamo di accendere la curiosità e di fornire basi concrete per stimolare discussioni, proteste, cambiamenti. Il nostro target non è solo l'osservatore di professione del mondo ma anche i cittadini che hanno voglia di cambiare e gli studenti che devono gestire la crisi che hanno ereditato. Nello stesso tempo, ribadiamo il nostro credo profondo nei principi giornalistici di integrità, credibilità e responsabilità».
 


© Antonin Kratochvil, VII, In God's Country

 

FotoUp & Witness Journal: Essere testimoni
 (da Sguardi 66)

FotoUp & Witness Journal sono due progetti online nati fondamentalmente da una serie di analisi personali sviluppate nel corso della mia professione di giornalista e fotografo. Considerazioni innescate, da una parte dalla cosiddetta rivoluzione digitale, dall'altra dalla crisi del settore editoriale, con particolare riferimento alla fotografia e al fotogiornalismo. La diffusione capillare di internet e delle sue applicazioni stava avendo un effetto duplice sul mercato dell'informazione: mentre da un lato aggravava la crisi del mercato editoriale, dall'altra sembrava poter offrire la possibilità di lavorare su un nuovo media con un altissimo potenziale e, soprattutto, con prerogative e caratteristiche capaci di mandare all'aria l'intero sistema dell'informazione, almeno per come lo avevamo conosciuto fino a quel momento. Circoscrivendo l'analisi al solo mercato della fotografia, le possibilità offerte dal web di pari passo con il passaggio dalla pellicola al digitale, stava aprendo nuove prospettive ai fotografi, professionisti e non, ma anche a tutti gli operatori del mercato. Dopo un lungo periodo di quiescenza, improvvisamente un po' tutti sembravano attratti dalle nuove tecnologie fotografiche e, soprattutto, dalla semplificazione che ne derivava. Un ritorno di fiamma per la fotografia su scala planetaria che, come era facile prevedere avrebbe presto generato alcune conseguenze di cui servizi web come Flickr e iStock non sono che due degli esempi di maggior successo. Quasi una beffa agli occhi dei professionisti, che  si ritrovavano sempre più stretti da una parte dalla crisi dell'editoria "classica" e dall'altra di un media, che per quanto interessante non garantiva loro alcuna certezza tanto meno in termini commerciali. Di fronte a uno scenario così contraddittorio, fatto di difficoltà e nuove opportunità, ho cercato di trovare una sintesi che riuscisse per quanto possibile a coniugare le potenzialità offerte dal web con quelle proprie delle tecnologie digitali applicate alla fotografia con l'obiettivo di elaborare e proporre un nuovo modello di informazione. In sintesi è proprio da questo tipo di riflessioni e da questo contesto che prende forma Witness Journal, un magazine "aperto" e che ribalta di fatto il sistema piramidale proprio delle redazioni giornalistiche cui eravamo abituati. Un'impresa ambiziosa e difficile che a più di due anni di distanza dal suo inizio ha raggiunto molti dei suoi obiettivi, creando un bacino di autori in crescita costante al pari di quello dei suoi lettori. Un risultato che, è bene ricordarlo, è stato ottenuto lavorando sul progetto e sulla sua forza e non attraverso attività di promozione e marketing. […] In termini pratici e per capire come Witness Journal provi a dare anche al citizen journalism una dignità pari se non superiore alle altre forme di giornalismo, basti pensare che la redazione, diversamente da quanto accade per qualsiasi altro mensile "normale", non prepara una scaletta in base a una linea editoriale, ma seleziona ogni mese otto lavori tra tutti quelli presentati su un apposito forum in funzione del valore e dell'interesse dei servizi stessi. Quindi, si limita ad affiancare ciascun autore nella costruzione degli articoli o di eventuali approfondimenti relativi ai diversi temi affrontati di volta in volta. L'obiettivo ultimo è quello di fornire una serie di informazioni quanto più possibile oggettive e capaci di generare interesse e curiosità nei lettori affinché riescano a farsi (da soli!) un'opinione circa ogni storia trattata dal giornale.
 


WJ Reportage, Alfredo Bini

 

Latitudes: il potere narrativo della fotografia (da Sguardi 45)

Parlare di viaggi, mostrare immagini bellissime di luoghi di culto, spiagge infinite, hotel da mille e una notte, ma anche posti dove la realtà esibisce la sua faccia tragica. Questo e molto altro è Latitudesmag.com, una rivista nata dall'idea di rendere più accessibile il mondo. Non è carta stampata, ma non è un portale; è la prima rivista on-line che si sfoglia con un click.Per leggere Latitudes si può essere ovunque; è sufficiente conoscere il sito e visitarlo, e nell'archivio virtuale trovi tutti i numeri finora usciti. Gli accessi parlano chiaro: a tanti piace, piace il progetto, le immagini animate, i testi brevi e allo stesso tempo esaustivi, le informazioni utili sempre aggiornate grazie ai link ai siti di competenza. E poi le rubriche che informano su tutto ciò che ruota intorno al viaggio. Tanti i plus, con l'unica avvertenza di avere a disposizione un pc efficiente e di utilizzare la banda larga, ormai sempre più diffusa.Pubblicato in italiano e in inglese, Latitudesmag nasce e si muove in Internet, ma si sfoglia comodamente come una normale rivista. Contiene hyperlinkssuoni illustrazioni animate e interattive per condurre i lettori verso una nuova esperienza di lettura, fornendo un'atmosfera completamente unica rispetto alle tradizionali riviste e siti di turismo. Latitudesmag è un magazine incentrato sul potere narrativo della fotografia, ma anche, soprattutto, un percorso attraverso le atmosfere e le emozioni proprie di ogni viaggio. È il luogo di incontro tra i grandi reportage realizzati da un team di fotografi e giornalisti professionisti e le potenzialità interattive delle attuali tecnologie on-line. È il mezzo stesso che invita all'utilizzo delle immagini che vengono valorizzate al meglio.
 


Caraibi Cuba Santiago de Cuba Il carnevale di luglio. © Lucio Rossi/Polis