Vetrine: Il catalogo è questo

Franco Pagetti: Tra il Tigri e l’Eufrate (da Sguardi 52)

Da quattro anni Franco Pagetti risiede stabilmente a Baghdad e dal 2004, unico fotoreporter italiano costantemente presente in quel territorio, è corrispondente dall’Iraq per Time Magazine. Reporter di guerra, in uno scenario - secondo la sua testimonianza - “ogni giorno peggiore. I quotidiani rischi di autobombe o altre aggressioni, fanno sì che lavorare, o semplicemente vivere, sia sempre più difficile. La guerra, che all’inizio doveva portare pace, ha creato solo mostri e le persone o emigrano in altri paesi o più spesso scompaiono per sempre”. Ora l’Umbria gli ha reso omaggio. Il Complesso Museale di San Francesco di Montefalco (in provincia di Perugia) ha ospitato Tra il Tigri e l’Eufrate. Iraq, una guerra senza fine, una mostra a cura di Enrica Viganò, che raccoglie oltre 70 immagini scattate da Franco Pagetti dal 2003 al 2007. […] Tim McGirk, capo dell'ufficio del Time a Gerusalemme: «Metà del talento di ogni fotogiornalista è l’istinto - come riconoscere una storia prima che si imponga con violenza all’orizzonte. Nel gennaio 2003, tre mesi prima che la coalizione guidata dagli americani lanciasse il suo “scioccante e spaventoso” bombardamento su Baghdad, Franco Pagetti seguiva l’intuizione che, nonostante le false proteste di Bush e Blair, la guerra in Iraq sarebbe stata inevitabile. Aveva ragione. Diversamente dai molti fotogiornalisti che si accalcavano in Kuwait per lavorare a stretto contatto con le truppe, Franco si è immediatamente diretto a Baghdad. Per Franco, la storia ha sempre ruotato intorno agli iracheni, non alla macchina da guerra americana che ribolliva con agitazione tra le sabbie dell’antica Babilonia e che ha ipnotizzato molti altri fotografi. Franco era con gli iracheni quando le bombe caddero su Baghdad, quando le truppe americane irruppero e la statua di Saddam fu abbattuta e quando cominciò il saccheggio … Nei primi giorni, dopo la caduta di Saddam, era possibile per un fotogiornalista vagare per le strade di Baghdad e nelle province con un certo grado di sicurezza. Franco ha documentato le vite sconvolte e surreali degli iracheni, liberati dopo 30 anni di tirannia, che ora tentavano di trovare la loro strada in un caos crescente, quello che Rumsfeld definisce “libertà disorganizzata” … Franco e pochi altri fotografi sono rimasti e hanno trovato metodi ingegnosi per lavorare. Hanno viaggiato in auto malridotte per non attirare l’attenzione; hanno scattato rapidamente prima che una folla infuriata si riunisse e informasse qualche jihadi della presenza di uno straniero; e si sono affidati al sesto senso dei loro amici iracheni. Franco è diventato un esperto della segretezza/anonimato, con i riflessi di un cacciatore, sapendo che poteva fare solo uno scatto, forse due o tre, al suo soggetto prima che la situazione diventasse troppo pericolosa … Documentare questa guerra civile è la sfida di Franco. Ma poiché lo scontro tra sciiti e sunniti si sta espandendo, l’unica possibilità per Franco di muoversi nel paese, fotografando la condizione degli iracheni, è di andare a seguito delle truppe americane. “È tragico,” dice, “ma questo è l’unico modo che ho per fare fotografie ai comuni iracheni e alla loro sofferenza”».
 


© Franco Pagetti

 

Gianni Galassi: Extralight (da Sguardi 49)

Il passaggio al digitale è avvenuto per gradi. Per qualche anno ho continuato a usare il negativo bianco e nero, che dopo lo sviluppo scansionavo a 4000 dpi con uno scanner per pellicole. Aggiungo che l’individuazione di una pellicola dotata di una grana compatibile con lo scanner, e del fattore di sovraesposizione e di sviluppo “alleggerito” necessari all’ottenimento di negativi sufficientemente “molli” da generare un file gestibile, è stata tutt’altro che una passeggiata. E sui due anni che mi ci sono voluti per capire almeno vagamente come funzionava Photoshop, preferisco sorvolare. Di base, quello che cercavo era la possibilità di continuare a realizzare immagini in bianco e nero utilizzando la camera oscura digitale. Uso intenzionalmente questa definizione, perché il trattamento di post-produzione (non amo il termine fotoritocco, perché nel nostro lessico il ritocco è un’altra cosa) al quale sottopongo le mie fotografie non prevede interventi che non facessero parte del mio vecchio bagaglio di fotografo fotochimico. Con la pellicola piana conoscevo già la possibilità di cambiare emulsione, sensibilità e sviluppo ad ogni scatto, e l’apparecchio a banco ottico mi aveva abituato all’eliminazione delle linee cadenti e al rigore nella costruzione geometrica dell’immagine. E per chi ha familiarità con lecarte sensibili multigrado e gli ingranditori a testa filtrante, le curve e i livelli di Photoshop non sono certo una novità, sul piano espressivo. In sostanza - ed è questo, al di là dei tecnicismi, il nocciolo del discorso - il mio era e rimane linguaggio fotografico. La più recente maturazione dellereflex digitali, che farei coincidere con l’introduzione del sensore Sony da 6,1 megapixel adottato da tanti apparecchi, tra i quali alcuni firmati Nikon, mi ha convinto a passare alla cattura elettronica dell’immagine. Il buon senso suggerisce di scattare a colori anche le inquadrature destinate al bianco e nero (meglio applicare i filtri in post-produzione che in ripresa), e presto mi sono accorto di aver operato un’interessante contaminazione, applicando la mia visione monocromatica (basata principalmente sulla valorizzazione dell’ombra come forma e volume) alla ripresa policroma. Insomma, il bianco e nero fatto colcolore. Conclusione, sono due anni che ho abbandonato la pellicola. E non ne sento minimamente la mancanza. Per guadagnare dinamica verso lo spettro del rosso non attivo mai il bilanciamento automatico del bianco. In pratica lavoro come se avessi sempre in macchina una pellicola per luce diurna. Questo mi permette di catturare la dominante che la luce solare genera nelle ore della giornata che prediligo: quelle che seguono l’alba e precedono il tramonto. Grazie ull’uso esclusivo del formato RAW, che sovraespongo leggermente e poi sottosviluppo in fase di conversione, evito lo sfondamento delle alte luci e ottengo un maggior dettaglio (e un minor rumore) nelle ombre. Lavorando con decisione su maschere, curve livelli, ripristino nell’immagine gli intensi rapporti tra luce ombra che avevo individuato al momento dello scatto. E la dominante rosso-arancione, presente soprattutto sulle superfici bianche e grigio chiare, assume automaticamente quell’enfasi che è diventata ormai la cifra stilistica di tutto il mio lavoro degli ultimi cinque anni.
 


© Gianni Galassi - Serbatoio - Milano - 2004

 

Alessandro Barteletti: Tra auto e aerei (da Sguardi 98)

Appassionato da sempre di tutto ciò che corre veloce su strada e vola alto in cielo, Alessandro Barteletti ha applicato il proprio talento da fotogiornalista all'universo variegato di automobili e aeroplani. Qui racconta ai lettori di Sguardi il dietro le quinte dei servizi e delle immagini realizzate per testate come Volare, Ruoteclassiche, Quattroruote, The Official Ferrari Magazine, Wired. Di biplani acrobatici, jet in picchiata, caccia intercettori, rifornimenti in volo, esercitazioni di aerosoccorritori per recupero naufraghi, corse dei piloti per decolli rapidi, simulatori per addestrare al disorientamento spaziale. Di modelli d'epoca e di oggi, prototipi e Formula 1, Mille Miglia, Ferrari, Alfa Romeo, Lotus, Lancia, Porsche, Peugeot, Bentley. E di personaggi come Piero Ferrari (figlio di Enzo) e Luca Cordero di Montezemolo (da presidente del Cavallino) o Giorgio Armani e Anna Wintour, (sullo sfondo della settimana della moda di Milano), per finire con dottori di piloti (e astronauti) e fashion blogger e il grande Gianni Berengo Gardin in volo con gli idrovolanti sul Lago di Como. Ogni foto è accompagnata dalla propria storia e dai propri dati di scatto, per ragionare implicitamente su impostazioni e tecniche fotografiche.

Pitts Special, 2011 - Vorrei urlare quando vedo l'aeroplano davanti fare quello che tra un attimo toccherà a noi, ma non c'è tempo. Sento in cuffia il conto alla rovescia del mio pilota scivolare via e la vite in picchiata, un tuffo nel cielo che ti leva tutto il fiato, arriva troppo presto. Il Pitts Special è un biplano acrobatico progettato negli anni 40 che ti centrifuga in aria mentre sopra di te non c'è niente, neanche un tettuccio. Ci sei tu, annodato con le cinture di sicurezza al seggiolino, e la macchina fotografica, stretta dalla cinghia al tuo polso. Il resto è solo vento e rimbombo del motore. Questa immagine è stata pubblicata dal mensile Volare come foto d'apertura di un servizio il cui titolo è - neanche a dirlo - “Come domare il selvaggio Pitts”.

Aerosoccorritori, 2009 - Sono state tre le riunioni e i briefing necessari per organizzare questo scatto. Spiego che l'obiettivo della mia macchina deve sostituirsi all'occhio del naufrago, che voglio fotografare dal suo stesso punto di vista l'arrivo degli aerosoccorritori. Nulla è lasciato al caso: l'equipaggio dell'elicottero sa dove piazzarsi, un aerosoccorritore sa che deve restare appeso, e l'altro sa che deve nuotarmi incontro per “salvarmi”. Io sono in realtà su un gommone ma la macchina fotografica è a pelo d'acqua, protetta da una busta e da un oblò davanti la lente (inquadro sul display). C'è solo una cosa che non avevo tenuto in considerazione: la forza brutale con cui le pale dell'elicottero mi sparano l'acqua contro, come la lancia di un'autolavaggio ad alta pressione a un palmo dalla faccia. Alla fine, di circa trecento scatti, ce n'è soltanto uno, questo, dove le gocce d'acqua incorniciano l'elicottero e i due aerosoccorritori senza coprirli.
 


Nikon D3, 1/250, f/13, Nikkor AF-S 17-35 mm f/2.8 ED (20 mm), 100 ISO. Aerosoccorritori, 2009, © Alessandro Barteletti

 

Massimo Mastrorillo: Il racconto fotografico (da Sguardi 5)

Quello del fotografo è un mestiere difficile. Spesso si è sviati dalle esigenze di mercato, dalla frenesia e dalla superficialità dei media che cercano sempre di stupire senza dare l’opportunità di riflettere, di approfondire. La fotografia è un mezzo eccezionale per appagare la propria curiosità, il proprio desiderio di testimoniare, di creare. Tuttavia ciò che spesso ha l’ambizione di essere uno strumento per mostrare tutto di un soggetto, si rivela in realtà come un disvelatore di segreti, di elementi apparentemente nascosti in ciò che si presenta ai nostri occhi con evidenza. È la capacità formidabile e delicatissima della fotografia. In qualunque immagine si possono raccontare non uno ma migliaia di mondi, semplicemente perché migliaia sono i mondi che costituiscono ogni istante della nostra vita. Quell’immagine quindi esiste in modo diverso, non solo per ogni fotografo ma all’interno della stessa persona, secondo la sua capacità percettiva del momento. Questo è una sorta di battito vitale che il fotografo, testimone di ciò che osserva, trasmette sempre a coloro che osservano le sue immagini. La macchina fotografica può dunque essere un eccezionale strumento per sviluppare un altro tipo di occhio, un occhio interiore che ci aiuti a vedere nell’ambiente le stesse molteplici realtà che costituiscono la vita di ciascuno di noi per giungere ogni tanto a quell’istante decisivo di cui parla Cartier-Bresson: la capacità di percepire in una frazione di secondo, in uno schioccare di dita, che esiste una realtà più profonda di quella che ci appare e che inevitabilmente ci somiglia e al tempo stesso è fondamentalmente la decisione che in quell’istante avvenga qualcosa di inaspettato che sveli questa verità. Ciò non significa che bisogna temere le proprie emozioni o considerarle estranee alla storia che si racconta. Tomasz Tomaszewski, conosciuto ad un corso di fotografia in Toscana e fotografo del National Geogaphic, caro amico nonché mio maestro, mi ha insegnato che le emozioni forti anche se negative aiutano a realizzare immagini forti. Le foto migliori vengono dalla sofferenza non necessariamente nella realtà che ci circonda ma, del fotografo stesso, dal suo disagio nel raccontare. L’essenza di un’immagine significativa, ciò che finisce con il colpire l’osservatore, è il “battito vitale” del fotografo stesso; l’obiettivo è il mezzo attraverso il quale dare forma e trasmettere queste pulsazioni. Io ritengo che siano interessanti solo le fotografie che comunichino questa energia. La capacità di trasformare le proprie emozioni in creatività ci porta a realizzare fotografie intensissime. È necessario entrare nelle situazioni, creare un legame con i soggetti che si riprendono, mostrare un vero interesse verso di loro, per sentire la loro vita, per trovare degli elementi che possano rendere una storia semplice e allo stesso tempo complessa, sofisticata. L’aggressività o il nascondersi dietro una lunga focale, spesso allontanano dalla gente. Più sincerità si riesce a infondere in un lavoro più le immagini saranno intime, emozionanti.
 


© Massimo Mastrorillo

 

Antonella Monzoni, La Bellezza Silenziosa (da Sguardi 84)

A Vienna è appena nato un premio per la fotografia documentaria, il Vienna International Photo Awards 2012, fondato dal fotografo palestinese Raed Bawayah e dal gallerista austriaco Gernot Schultz. Ad aggiudicarsi il primo premio è stata Antonella Monzoni (gli altri premi sono andati aifrancesi Julie Glassberg e Jacques Borgetto). I tre vincitori e i dieci finalisti saranno pubblicati nel catalogo VIPA ufficiale e le loro opere saranno oggetto di una mostra collettiva presso la Galleria Kunstnetzwerk a Vienna il prossimo novembre. In Italia, invece, è in corso una personale di Antonella Monzoni: il Centro Candiani di Mestre ospita La bellezza silenziosa, con oltre 100 sue fotografie. […] Silvano Bicocchi - fotografo, studioso del linguaggio fotografico e direttore del nuovo Dipartimento Cultura FIAF - presenta il lavoro: «L’esercizio del reportage fotografico ha condotto Antonella Monzoni a maturare un rapporto con la realtà molto personale e intimo. Fin dagli inizii nel 2000, il suo linguaggio fotografico interloquisce col mondo con una poetica coerente che ne ha orientato il comportamento e quindi la visione nell’essere semplicemente “donna tra le donne del mondo”. La bellezza silenziosa è un’opera che ha preso forma lentamente tra Lalibela nel 2003 e l’Iran nel 2012, in un percorso ispirato dalla sua più profonda intuizione e autocoscienza di donna emiliana dallo stile di vita proiettato verso la libertà espressiva del proprio essere. La bellezza silenziosaè quella che si sente, che si vede nonostante tutto ciò che la nasconde, la contrasta, la nega. Scoprirla è percepire nella realtà la potenzialità enorme di un’energia creatrice sotterranea e inarrestabile che, pur nelle enormi avversità, opera per dare un futuro migliore al mondo. Per la Monzoni “La bellezza silenziosa” è quell’energia femminile che anche se non si esprime compiutamente in una singola vita non si spegne mai, anzi, come un tratto del codice genetico si riafferma nel passare di generazione in generazione attraverso la sofferta storia dell’umanità.
 


Silent beauty © Antonella Monzoni

 

Daniele Mattioli: Stop ad Oriente (da Sguardi 79)

Fotografare è spesso una scusa per poter esplorare altri mondi o meglio esplorare è una scusa per fotografare. Il viaggiare è parte integrante di questo mestiere e scegliere una base dove specializzarsi geograficamente è un motivo di approfondire un tema, una città, un paese. I miei destini fotografici sono stati diversi, da italiano ho subito scelto il voler vivere in luoghi ove la curiosità potesse fare da padrona nelle decisioni che si antepongono prima di una ricerca fotografica. Quella curiosità che mi ha portato a vivere in CanadaAustria, Australia e per ultimo in Cina. Shanghai è stato il mio tema, la mia città e il luogo di lavoro in cui ho investito la mia carriera. I motivi sono diversi ma sicuramente legati alla velocità di cambiamento che ha investito la Cina e in particolar modo la città di Shanghai, un'atipica città cinese che è tornata ad appropriarsi delle sembianze occidentali che l'hanno spessa divisa dal destino della Cina stessa. […] Scattare per strada è stato sicuramente parte importante del mio lavoro. Era la cosa più naturale che avevo scelto, seguire una strada, una persona, una luce senza tante regole di pianificazione mi ha portato a documentare un paese popolato come la Cina. Ho realizzato molti reportage da Shanghai seguendo questo mio istinto, ma negli ultimi anni sto affrontando un cambiamento visivo, specializzandomi sempre più in lavori di ritratti (editoriali ma anche aziendali e commerciali) dove l’interelazione con il soggetto diventa più attiva e scava con più profondità l'umano.
 


CHINA / Shanghai / Street scene near Jian Temple © Daniele Mattioli / Anzenberger

 

Alberto Pejrano: Vedere con i loro occhi (da Sguardi 7)

“Vai sulla spiaggia di Omaha all’alba. È ancora buio. Aspetta a fotografare, non aprire nemmeno la borsa delle macchine. E ascolta. Ascolta dentro di te. Lì, tutto intorno, sono morte 5.000 persone, nel ‘44. Per salvare l’Europa. Respira, aria che arriva dalla Manica, fissa quell’orizzonte. Aspetta a fotografare. 32 mezzi anfibi sbarcarono sulle coste della Normandia: i tedeschi ne affondarono 30. Erano ragazzi, come te. Aspetta a fotografare, trattieni il respiro”. Con queste parole Mauro Galligani, picture editor di Panorama, mi spedì sulle coste della Normandia per illustrare i luoghi del D-Day, in occasione dell’uscita del film di Steven Spielberg “Salvate il soldato Ryan”. È difficile spiegare perché quelle istruzioni furono di gran lunga più importanti di qualsiasi consiglio tecnico. Ho sempre cercato non solo di vedere il soggetto, ma di sentirlo. “Devi voler bene alla gente che fotografi” diceva Robert Capa. È come se, prima di qualsiasi scatto, sentissi il bisogno di un dialogo, di mettermi in sintonia con le persone da fotografare. Ecco perché nelle mie foto c’è quasi sempre una presenza umana; non importa se vicina o lontana, in primo piano o all’orizzonte, dominante o in silhouette. E immedesimarmi. Entrare dentro di loro, vedere con i loro occhi. Divento punk tatuato, vecchio dogon capo del villaggio, mi trasformo in danzatrice cinese, in coppia innamorata, sfumo in piazza gremita, in croce conficcata nel terreno. L’alba, su quella spiaggia di Normandia, stemperava in una luce grigio metallica; il vento, tagliente, era saturo degli effluvi dell’oceano. Davanti a me una lunga stele portava incisa la memoria di centinaia di caduti. In quel giorno del ‘44. Guardo il cielo plumbeo: ho la macchina pronta, io sono pronto. Ecco, si apre uno squarcio celeste: la lunga stele con tutti quei ragazzi sta puntando proprio lì, verso il cielo, quello azzurro. Tutto intorno, il grigio. Me ne accorgo mentre scatto: sto pregando.
 


© Alberto Pejrano

 

Tina Modotti: L’arte dell’impegno (da Sguardi 8)

Sessantuno anni fa, nella notte del 5 gennaio 1942, moriva - colpita da infarto nel taxi che la stava riportando nella sua casa di Città del Messico - Tina Modotti. Si chiudeva così improvvisamente, ad appena quarantasei anni, una vita intensissima. Vita da romanzo o da film, spesa tra il Friuli delle origini, l’Austria e la California dell’emigrazione familiare, il Messico dell’arte e dei grandi amori, la Russia dell’esilio, la Spagna della solidarietà internazionalista. Vita da culto, per la serie incredibile di avvenimenti (amori, morti, viaggi, scelte) ma anche per la bellezza ed espressività di un viso e di un corpo che ne avevano fatto modella di pittori e fotografi. Emigrante giovanissima, attrice a Hollywood, donna libera appassionata compagna di vita di poeti, pittori, fotografi, rivoluzionari, anch’essa rivoluzionaria. Riconosciuta in vita come fotografa di fama internazionale, dimenticata a lungo dopo la morte, tornata all’attenzione da qualche anno per la sua biografia straordinaria ma anche per il talento artistico peculiare, sospeso tra rigore formale e tensione ideale, felice combinazione tra un sofisticato senso di composizione delle forme e un’acuta sensibilità sociale e politica. Talento che maturò in Messico, come scrisse l’amico pittore muralista Diego Rivera: “Tina Modotti esprime una profonda sensibilità su un piano che, pur tendendo all’astrazione, senza dubbio più etereo, e in un certo senso più intellettuale, trae linfa dalle radici del suo temperamento italiano; la sua opera artistica è fiorita però in Messico, raggiungendo una rara armonia con le nostre passioni”. Ricerca fotografica che all’inizio fu sostanzialmente estetica (realizzata soprattutto attraverso tecniche di doppia esposizione). Poi Tina volle passare a “produrre soltanto buone fotografie, senza ricorrere a manipolazioni” e approdò al reportage sociale. Perché, come scrisse lei stessa nell’introduzione alla sua prima mostra personale (allestita nel 1929 in Messico), “non è indispensabile sapere se la fotografia è o non è un’arte, quel che conta è distinguere tra buona e cattiva fotografia. La fotografia si afferma come il mezzo più incisivo per registrare la vita reale. Da qui il valore documentario, e se a ciò si aggiunge la sensibilità e l’accettazione dell’argomento trattato, ma soprattutto una chiara idea del posto occupato nell’evolversi della storia, ritengo che il risultato sia degno di un proprio ruolo nella rivoluzione sociale”.
 


© Tina Modotti

 

Dod Miller: Birdmen (da Sguardi 35)

In Inghilterra, ogni anno, coloro che vogliono tentare il volo, si ritrovano a fine estate nella piccola città costiera di Bognor Regius, nell’East Sussex, dove inventori seri e meno seri si misurano nella Birdman Competition, il cui obiettivo è riuscire a volare per una distanza di almeno cento metri. Uno sfoggio di macchine volanti, costumi stravaganti ed eccentricità di ogni genere. Dod Miller ne ha documentato situazioni e personaggi in un divertente e ironico lavoro fotografico, in puro stile British. Di seguito la presentazione alla mostra dello stesso Miller: «Lavorando come fotogiornalista, ho testimoniato molti differenti momenti: alcuni strani, altri bellissimi, altri ancora tristemente tragici. Ho documentato rivoluzioni, la fine del Comunismo ed anche la benedizione del Papa a una Basilica edificata nella giungla in Africa Occidentale. Un giorno mi sono ritrovato su un ponte della Manica sperando di poter vedere un uomo volare. Ricordo la foto di Don McCullin di uno dei partecipanti a Selsey Bill, dove la competizione ebbe inizio; anche lui trovò si trattasse di uno strano evento. Ogni anno coloro che vogliono tentare il volo, si ritrovano nella piccola città costiera di Bognor Regius, nell’East Sussex, o a Eastbourne. Qui inventori seri e meno seri si misurano in un testa a testa il cui obiettivo è riuscire a volare per un tratto di cento metri. Ancora nessuno fino ad oggi è stato in grado di farlo. I contendenti sono suddivisi in varie categorie e ci sono anche inventori che si presentano con complicati marchingegni simili a macchine leonardesche. C’è infatti anche una categoria intitolata a Leonardo che premia la macchina volante che più si distingue per originalità e design. A lungo ignorata come un caso di eccentricità all’inglese tendente al ridicolo, la competizione è oggi un evento che attira un pubblico di oltre ventimila persone».
 


© Dod Miller

 

Francesco Cabras: Il gusto dell’inquadratura (da Sguardi 3)

Mio padre amava la fotografia di ritratto, ma forse per pudore, moglie e figli a parte, riprendeva solo paesaggi e monumenti. Anche per questo mi sono dedicato quasi esclusivamente al ritratto. Qui si parla di un’altra luce, quella degli occhi, quella che passa anche attraverso gli occhi chiusi, quella che appartiene ai movimenti intimi del soggetto, alla sua vita e alla sua storia evidentemente. Di quella luce occorre innamorarsi altrimenti non funziona. È chiaro che un certo grado di innamoramento si può raggiungere anche con un processo razionale, con la tecnica, il mestiere; si devono pur pagare le bollette ogni tanto! Può sembrare contraddittorio ma se è possibile mettere in moto certi meccanismi nel corso di una relazione sentimentale, è ancora più facile, e meno pericoloso, farlo fotografando. Io so esattamente che tipo di temperatura emotiva mi conquista di uno sguardo e non è facile trovarla o ottenerla. Quella luce, quell’espressione è il motore: è la sensazione che il lavoro che sto facendo può avere un senso. Arrivare a quella luce può voler dire accantonare il proprio pudore e quello degli altri, invadere per ottenere un risultato espressivo, rischiare di ferire un’emozione per ottenerne un’altra la cui visione provocherà altre emozioni. Il discorso è vecchio, ogni fotografo di reportage sa cosa significa, il fine giustifica i mezzi eccetera. I confini sono individuali e i risultati anche, entrambi hanno una grande importanza e ancora più importante è la loro equazione. Nella fotografia di reportage è fondamentale la pazienza oltre a coraggio e velocità. Ma anche la libertà di poter scattare e basta. Sono regole banali, applicabili a qualsiasi genere di fotografia, lavoro o disciplina, ma sono vere. Prima e dopo queste regole ci deve essere il mistero credo, il mistero e la coscienza o incoscienza emozionale di essere alla ricerca di qualcosa cui è possibile dare mille spiegazioni apparenti, ma che, nella sua essenza, è impossibile descrivere.
 


© Francesco Cabras

 

Alfredo Bini: La necessità di fotografare (da Sguardi 48)

Sono diventato fotografo per necessità. Durante un viaggio in Thailandia, mentre ero a bordo di uno sgangherato tuk tuk, uno di quei taxi a tre ruote che ti portano da un posto all’altro a velocità folle, specialmente se il conducente ha fatto un uso disinvolto di alcol. Stavamo attraversando un tratto collinare e intorno a noi c’era una bella vegetazione tropicale, con l’umido e il caldo tipico di quelle latitudini. Il cielo era stellato e la luna emanava un bagliore così intenso che avremmo potuto avanzare anche senza l’uso dei fari. Era il periodo in cui nei cieli invernali e freddi dell’Italia brillava da diverse settimane la cometa Hale Boop. Vederla nello stesso cielo, ma in un contesto completamente diverso, mi fece riflettere su come il nostro pianeta sia piccolo e allo stesso tempo pieno di infinite sfaccettature che meritano di essere viste, documentate, raccontate e di come tutto ciò mi facesse star bene. Lo stesso effetto avrebbe potuto farmelo anche la luna oppure il sole, ma si sa, la mente si fa catturare più facilmente da situazioni insolite. […] Dopo un periodo in cui fotografavo sia paesaggio che persone ho iniziato a vedere l’elemento umano come preponderante e adesso cerco sempre di inserirlo all’interno delle immagini. Mi piace fotografare le persone mentre sono in relazione tra loro, con qualcosa, oppure con me stesso. Cerco sempre uno statodi tensione all’interno dell’immagine e mi sforzo di passare il più inosservato possibile. Solo così credo si possa creare quella particolare situazione in cui il soggetto non ti percepisce più come estraneo e, rilassandosi, ti permette di fotografarlo come realmente è. Spesso a chi mi chiede: “perché la fotografia?” non riesco a rispondere in poche parole. Provandoci gli dico che solo pochi altri mestieri ti permettono di vivere le sensazioni e le situazioni che la fotografia permette di vivere. Per ottenere delle buone immagini devi calarti nella realtà che vuoi riprendere. Non è sufficiente viverla dall’esterno e documentarla. Devi cercare di diventare un po’ come chi hai di fronte all’obiettivo e provare a quel punto a tirargli fuori quando di più forte ha dentro di sé. In questo processo di scambio ti rimane addosso qualcosa e pian piano tu stesso inizi a cambiare, inizi a essere un po’ come tutte le persone che hai incontrato e che ti hanno lasciato un po’ della loro umanità sia essa positiva o negativa. Ti ritrovi quindi non più costretto in un’identità culturale, ma libero di essere un po’ chi vuoi, consapevole che il mondo che attraversi è tutte queste cose insieme nello stesso momento. Smetti perciò di vedere il mondo a fette, diviso, e inizi a percepirlo come un’unica cosa. Un’unica cosa che vive in tanti molteplici modi nello stesso istante. Un po’ come la storia della cometa che brillava nei cieli invernali italiani con lo stesso bagliore che faceva in quelli tropicali thailandesi.
 


© Alfredo Bini. Xiahe - Gansu province (China)
Un pellegrino si riposa lungo il sentiero superiore del pellegrinaggio. Sullo sfondo il monastero con le celle dei monaci

 

Fulvio Pellegrini: Nel mondo da fotografo-sociologo-viaggiatore (da Sguardi 89)

Nelle non numerosissime uscite pubbliche nelle quali mi è stato chiesto non solo di mostrare i miei lavori ma anche di definire in qualche modo me stesso e il mio modo di fotografare, ho sempre amato definirmi fotografo, sociologo e viaggiatore. Ho unito la passione per la bellezza della natura a quella per i manufatti dell’uomo, soprattutto le architetture caratterizzate da complesse ma leggibilissime linee geometriche, alla curiosità per quello che cambia nel modo nostro di essere, di percepire e di agire. Il mio mentore, a dispetto della necessità di trovare gli archetipi del proprio stile fotografico, il mio professore di disegno delle scuole medie, un mite servitore dello stato che mi ha insegnato a guardare e a riprodurre. Uno che la sapeva lunga e che ci faceva gareggiare tra noi a lezione, sul miglior uso dei colori o sul miglior modo di raccontare con pochissime linee quello che avevamo davanti. La sociologia economica e la valutazione delle politiche pubbliche (sociali e del lavoro) rivolte alle persone fragili e in difficoltà che insegno all’università e sulle quali scrivo libri, a volte noiosi per addetti ai lavori, mi danno da mangiare. La fotografia e i viaggi mi danno da vivere. […] Va da sé che quando vado in giro, come succede a molti altri fotografi, mi capita di guardare il mondo per fotogrammi sempre unici e sempre diversi. Come sociologo mi accade la stessa cosa. Sono, cioè, ogni giorno interessato, e obbligato per ragioni professionali, a raccontare cosa c’è di meglio e di buono nelle cose che la amministrazioni fanno per i cittadini. E questo è il mio modo di fissare i miei fotogrammi di un album di fotografia sociale che posso chiamare politica pubblica. Allora se cammino in una strada o entro in una moschea di Amman o di Damasco, cosi come in un sobborgo di New York o di Kuala Lumpur, cerco di rappresentare la condizione delle persone, i cambiamenti annunciati della società ma anche quelli impercettibili, magari legati al colore dell’unghia della mano di una giovane donna velata e al brand di un cellulare di un giovane nel mercato di Marrakech. Frammenti di vita e di cambiamento che incessantemente mi raccontano quello che siamo e quello che stiamo diventando. E io a lì a cercare di rubare, di catturare, di rappresentare ma anche a cercare di drammatizzare, nel senso anglosassone della parola drama, cioè a costruire minuziosamente la tessitura di un racconto che ha un inizio e una fine. Forse è questo ciò che, più di recente, cerco nei miei scatti.
 


© Fulvio Pellegrini, Papaveri e Maxxi (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma)

 

Luciano Romano: Fotografia come rappresentazione teatrale (da Sguardi 57)

Il fotogramma e il palcoscenico. All'origine della mia storia professionale c'è il teatro con le sfide che questo comporta: fotografare il teatro è come raccontare una storia rinunciando alle parole, fotografare la musica è come fotografare un profumo, qualcosa di impalpabile, immateriale, non percepibile con lo sguardo; fotografare la danza è rappresentare il movimento attraverso l'apparente negazione del movimento stesso, fermandolo in un'istantanea. Eppure, al di là di queste presunte contraddizioni, il teatro e la fotografia hanno molto in comune, se non altro perchè nello spazio circoscritto del fotogramma o del palcoscenico, si tende a tradurre la realtà in maniera simbolica, metaforica e narrativa, e si tenta di suscitare emozioni attraverso una sintesi di arte e conoscenza. […] Il vero, l'alterazione, la verità del fotografo. Ciò che appare credibile in fotografia non corrisponde necessariamente al vero e dubito che possa esistere un linguaggio figurativo che nel rappresentare la realtà non rechi con sé l'ombra dell'alterazione o dell'omissione. Se la fotografia si limitasse a catturare frammenti di realtà sarebbe un operazione riduttiva, in diminuendo; al contrario, ciò che appare mediato e filtrato dalla scelta interpretativa di un autore può avvicinarsi maggiormente alla verità; una verità che non ha certo la pretesa di essere quella stabilita dalla maggioranza degli uomini ma è certamente la sua. Riscrivere, riorganizzare, rendere notevole. Il fotografo ha il potere alchemico di riscrivere con la luce ciò che lo circonda sia pure nell'ambito ristretto di un fotogramma. Mi viene in mente una frase di Roland Barthes che ne La camera chiara racconta: "In un primo momento, per sorprendere, la Fotografia fotografa il notevole; ben presto però, attraverso un ben noto capovolgimento, essa decreta notevole ciò che fotografa". Credo che scegliere di fotografare sia una dichiarazione di sottile disadattamento, l'impellente bisogno di riorganizzare il mondo visibile a proprio modo; del resto non si smette di essere fotografi una volta che lo si è diventati, tutta la percezione viene ad esserne condizionata anche quando non si ha la macchina in mano e ci si dedica ad attività quotidiane e banali.
 


Londra © Luciano Romano

 

Maurizio Bachis: Il significato del colore (da Sguardi 14)

Per Maurizio Bachis "il segno della luce è l'inequivocabile ricerca della purezza che porta all'assoluto". Ricerca applicata a piccole cose, a volte quasi invisibili per un occhio non allenato, come fiammelle o gocce d'acqua, e a grandi soggetti, satelliti o palazzi che siano. Attraverso il suo obiettivo curioso Bachis spazia infatti dalla purezza della luce colta in un fiore dai petali bianchi al chiaroscuro infinito del macrocosmo lunare, dai quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco) reinterpretati secondo geometrie e trasparenze personali, alla monumentalità di una città come Torino reinventata da forme morbide e armoniche di una fantarealtà cromaticamente esuberante. Così Bachis descrive, in terza persona, la sua ricerca fotografica: "Dopo anni di successo dedicati al bianco e nero il fotografo si presta a seguire le tendenze degli ultimi anni, ancora in fase di sviluppo, che puntano i riflettori sugli effetti del colore, dalla moda all'arte decorativa e all'architettura, per giungere alla grande diffusione della conoscenza della cromoterapia e degli effetti che può provocare sul nostro organismo. Le più moderne esperienze artistiche tengono conto del significatodel colore, visto - al di là delle implicazioni terapeutiche alternative - come contrasto al grigio metaforico della malinconia, della guerra e delle brutture che le notizie e la vita quotidiana spesso ci propongono. Quasi istintivamente, quindi, siamo forse di fronte a un movimento artistico di carattere generale, che in questi anni nasce e si sviluppa in varie discipline, in cui il protagonista è proprio il colore, sostenuto anche da un superamento sempre più significativo dei confini culturali e artistici che separano l'Occidente dall'Estremo Oriente e da quei paesi il cui l’artigianato viene spesso identificato sulla base dei caratteri cromatici. Nasce infatti parallelamente la moda dell'etnico e cresce il desiderio-necessità di approfondire la conoscenza di culture lontane, per consentire una maggiore integrazione della popolazione, a seguito del forte carattere multietnico che hanno assunto le nostre città.
 


© Maurizio Bachis

 

Alessandro Vasari: Destino d’arte (da Sguardi 4)

“Quando un raggio di sole, da un cielo coperto, cade su un vicolo squallido è indifferente che cosa tocchi: il coccio di bottiglia per terra, il manifesto lacerato su di un muro o il lino biondo della testa di un bambino. Esso porta luce, porta incanto, trasforma e trasfigura”. Queste parole di Hermann Hesse rendono bene l’idea di cosa mi muove quando sono dietro un obiettivo. Probabilmente era destino. Nasco a Roma figlio d’arte con origini toscane d’Arezzo da dove il mio bisnonno paterno Alessandro si trasferì con lo zio Cesare per andare a fotografare la Città Eterna e la sua arte. I due si trovano così bene che decidono di mettere radici, tanto solide che scatto dopo scatto “i Vasari”, dal 1870, ad oggi vivono di fotografia senza soluzione di continuità. Con mio padre Giorgio e i miei fratelli Andrea e Francesco realizziamo fotografia d’arte, di architettura, industriale, pubblicitaria e di ritratto e siamo presenti negli archivi d’arte di mezzo mondo, dal Museo della Fotografia George Eastman House di Rochester all’Università di Melbourne. Sono cresciuto passando per le “oscure camere” tenuto per mano da mio nonno e da mio padre, ai quali devo la tecnica. Non è stato facile essere figlio d’arte, perché mi sentivo in una gabbia già bella e pronta e ho lottato a lungo con me stesso per accettarla. […] Mi considero un Giano bifronte: con una faccia lavorativa tecnica e canonica con poco spazio per la fantasia e un’altra “ricreativa” che sublima l’atto fotografico attraverso la realizzazione di fotografie astratte e informali che compongono il mio percorso “altro”. Questa “ricreazione” mi conduce a momenti di totale anarchia onirica in cui nego ogni convinzione tecnica portando agli estremi le possibilità di automatismo delle attrezzature, che cerco di usare sperimentandone i limiti. Puntando l’obiettivo verso sensazioni di libero piacere estetico, scelgo soggetti tra i più disparati: dal paesaggio al particolare inanimato di un vecchio muro. Tutti, però, devono avere il potere di attivare il mio sguardo e il fatidico “scatto”. Sono stato molto condizionato dalle occasioni che il lavoro di fotografo mi ha dato: i luoghi (musei, chiese, gallerie d’arte, teatri, industrie, centrali termoelettriche), le persone (artisti, studiosi, operai), hanno formato e affinato la mia sensibilità nella ricerca di una fotografia che sintetizzasse la realtà in forma d’arte. Attraverso il mio obiettivo passano frammenti di spazio inquadrati e riprodotti come interpretazione di una realtà “ulteriore” che nasce dalla mia fantasia. Dove normalmente si “guarda senza vedere” io cerco di captare il momento e comporre il mio fotogramma di materia vibrante, di andare con l’occhio nel mirino vado oltre la cognizione comune delle cose, scoprendo un’anima nascosta al di là del visibile immediato. La fantasia, sollecitata dalle architetture intime della materia scavata dalla luce e trasfigurata dalle ombre, innesca un occhio acuto. Sono dominato dal bisogno di riprodurre sull’emulsione la sensazione di bellezza che provo in un momento apparentemente insignificante ma invece pieno di cromatismi e di chiaroscuri insostituibili.
 


© Alessandro Vasari

 

Franco Barbagallo: Il romanzo di un fotografo (da Sguardi 79)

Un fotografo che scrive un romanzo giallo storico semiserio? Che eresia per tanti scrittori e giornalisti. Io ci ho provato e ho trovato subito un editore (piccolo ma sempre editore è) e molti dei giornalisti che vengono con me on location ci sono rimasti davvero male. Con la macchina fotografica, lavorando per venti anni per Airone, raccontavo storie, di natura, animali, uomini e luoghi. Poi ho cominciato a scrivere anche gli articoli che accompagnavano i miei reportage e ci ho preso proprio gusto con la penna (ovviamente un pc: chi sa più scrivere con la penna ormai). Ho sempre avuto tanta fantasia e per puro divertimento ho cominciato a scrivere questo romanzo dove si salta spesso dal passato al presente, facendo anche un salto nel futuro e dove racconto le avventure di un fotografo (di Airone) che va nelle isole Eolie per un reportage archeologico e si trova impelagato in una serie di avvenimenti che seguono la morte del Direttore della sovrintendenza, un archeologo un poco egocentrico. Lo trovano morto e non si capisce se è stato ucciso, se è stato un incidente o un suicidio. Io adoro le Eolie (fotografate a iosa nel tempo) e racconto di sguincio una parte della loro straordinaria storia, incontro e faccio conoscere una serie di personaggi molto tipicizzati e anche abbastanza comici (mi sono rifatto anche a vecchi amici della mia gioventù). E nello stesso tempo racconto anche un po' al grande pubblico (se il mio libro venderà) un poco come noi fotografi di reportage lavoriamo on assignment (meglio dire come lavoravamo perché oggi le condizioni di lavoro sono state stravolte da tanti fattori puramente economici e dopo la morte di Airone - quello odierno non ha più nulla a che spartire con quella straordinaria rivista- mi sta proprio passando la voglia di continuare a fotografare). Chi ha già letto il mio libro mi ha detto che si vede che sono un fotografo, mentre mi si legge, per come racconto i luoghi e le persone, quasi come fosse per immagini, come in un film o in una proiezione di foto. Sarà vero? Chi mi leggerà potrà giudicare. Sto scrivendo il seguito (questa volta la storia di svolgerà in Wyoming) e ho già in testa il terzo episodio di questa specie di saga, Il fotografo Bruno Gallo (il protagonista del libro è il nome che ho usato come pseudonimo per firmare il libri come autore) nel terzo libro si troverà poi in Normandia. Non vedo l'ora di trovare il tempo per riuscire a scriverli tutti e chissà, magari un giorno potrei anche cambiare mestiere? Con questi chiari di luna per chi vive delle proprie fotografie forse ne varrebbe la pena!
 


© Franco Barbagallo, Papua Nuova Guinea. East New Britain. Baia Jaquinot.
La sorgente del fiume Sivoli, chiamato il 'Buco Blu'.
Le piogge che cadono sui monti intorno formano questo profondo lago dalle acque blu cobalto di cui non si conosce la profondità.
È da qui che nasce il fiume Sivoli.

 

Volontariato: Shoot for Change (da Sguardi 70)

Fotografare per cambiare, contribuire a sensibilizzare, realizzare reportage in forma gratuita per chi è impegnato nel sociale e non ha mezzi o capacità per produrli per potenziare la propria comunicazione. Antonio Amendola, fondatore diShoot for Change (www.shoot4change.net), spiega ragioni e iniziative di una realtà nata un anno fa e riflette su crowdphotography, crowdcreativity e la possibilità di "cambiare il mondo con una foto". «Shoot for Change (S4C) è un network internazionale (ma con solide e profonde radici e basi italiane) di volontariato fotografico sociale, composto da fotografi - professionisti e amatori - reporter, grafici, creativi che condividono una stessa convinzione: la forza della fotografia come fattore di sensibilizzazione e, in ultima istanza, cambiamento sociale. L'oggetto sociale di S4C è realizzare reportage, o comunque servizi, fotografici di livello professionale ma del tutto gratuiti per Ong, Onlus e altre iniziative sociali che non abbiano i mezzi finanziari per poterselo permettere o che comunque non abbiano la capacità logistica/professionale per affrontare campagne di comunicazione. […] La filosofia di S4C ruota intorno a una parola e due motti. La prima, crowdphotography (legata concettualmente all'idea di crowdcreativity), è nata spontaneamente a seguito di quanto successo in occasione della Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza. In quell'occasione abbiamo lanciato un appello in Rete (nostro imprescindibile strumento di comunicazione e coinvolgimento) per quanti avessero voglia di contribuire alla copertura fotografica del passaggio della Marcia in Italia. Ebbene, in pochi giorni abbiamo realizzato reportage (realizzati sia da professionisti che da amatori) in numerose città italiane ma anche a New York, San Francisco, in Argentina. È stata un'onda. Crowdphotography. Il servizio fotografico finale è stato il risultato dell'interconnessione creativa (crowdcreativity) di persone sconosciute tra loro ma che hanno – tutti insieme – contributo (chi tanto, chi poco, chi bene, chi meglio, chi con macchine professionali, chi con compatte amatoriali) a raccontare una storia. […] L'entusiasmo è contagioso. C'è tanta gente, tanti fotografi (professionisti e amatori) che hanno voglia di scendere per strada e raccontare storie. Anche la creatività è contagiosa. Abbiamo visto degli apparenti amatori raccontare storie in maniera efficace poiché erano entrati in empatia con la missione loro affidata. E soprattutto abbiamo imparato che non occorre cercare la Storia per eccellenza, ma basta portare alla luce ciò che succede dietro casa, raccontarlo anche solo con una fotografia. E a quel punto, l'interconnessione creativa ottenuta grazie al network e alla Rete ne amplificherà la portata, magari ispirando fotografi a Kuala Lumpur o San Francisco a cercare una storia simile o riflettere su temi simili. Allora sì che anche con un semplice click si potrà cambiare il mondo».
 

 

Andrea Ruggeri: La solitudine di chi guarda (da Sguardi 39)

La ricerca di un ordine guida l’occhio verso le linee, i contrasti netti, le sensazioni geometriche. È l’occhio ingenuo di chi guarda dall’altro lato della strada. Che non scappa a nascondersi per spiare, ma non corre neanche a sporcarsi. È un vasto paesaggio percorso in solitudine, con l’animo intenso di chi s’innamora delle cose, perché ne immagina le storie, senza troppo domandarsi quali esse siano o siano state davvero. […] Nei paesaggi è un angolo incontaminato quello che di volta in volta l’obiettivo del fotografo traccia. Un luogo quasi del tutto immaginato, anche se sotto gli occhi di tutti. La presenza umana vi si affaccia come una presenza scomoda, come un insetto fastidioso che offusca la visuale. Insetto che minaccia costantemente la pace di quell’angolo, piccolo eterno testimone del tempo che scorre ma mai inghiotte. Anche quando i temi affrontati sono socialmente faticosi, la discrezione rimane la cifra con cui si posa, seppure incessantemente, l’obiettivo di Andrea. Così i personaggi ritratti sono lontani da quello che lo circonda, hanno gli occhi sfuggenti di chi è altrove e sta pensando. Quando guardano in camera, lo fanno con l’aria un po’ perplessa di chi è stato invitato a condividere quel limbo in cui sedeva. E non si fida subito della proposta ma l’accetta. E allora il dialogo che ne esce è un sussurrare delicato tra diverse solitudini.
 


Brasile, Mato Grosso do Sul, riserva indigena di Dourados.
Una guida spirituale Guaranì-Kaiowà durante un rito.
Alle spalle, i suoi figli giocano sui rami di un albero. © Andrea Ruggeri

 

Francesco Nencini: Raccontare per immagini
 (da Sguardi 31)

Ho cominciato a guardare il mondo passeggiando per le strade di Firenze, la città dove sono nato nel 1965. Lì ho colto per la prima volta l’incanto di un panorama sbucato all’improvviso tra gli olivi, lì ho imparato ad apprezzare l’importanza dell’armonia e della semplicità. Poi tra i languori di una Venezia ancora avvolta nella decadenza ma che regalava tra calli e campielli un eterno teatro: gli incontri, l’amore, la gente, la bellezza dei riflessi sull’acqua. Immagini che si sono sedimentate una sull’altra insegnandomi a selezionare con gli occhi una scena, un angolo di città, un albero solitario dietro un muro, piuttosto che afferrare l’attimo fuggente di uno sguardo. D’altra parte a casa mia la fotografia era di casa. Mio padre, giornalista inviato speciale di Epoca, amava viaggiare e fotografare. Libri, riviste di fotografia erano a portata di mano e per me, bambino, il mondo entrava in casa anche attraverso di loro. Le macchine fotografiche di mio padre si potevano toccare, ed ero sollecitato a guardare ed ascoltare. Così è stato naturale imparare un secondo linguaggio: raccontare attraverso le immagini. Poi le grandi esperienze che fanno la vita diversa: a me è toccato di vivere a New York negli anni Settanta. Ero un ragazzino che fino ad allora aveva vissuto in città piccole ed eleganti, culturalmente appartate. A New York tutto era nuovo, grande ed emozionante, dal vivere quotidiano alla scuola, alla gente. Dalla finestra della nostra casa al ventiduesimo piano si vedeva il sole rilflettersi sui grattacieli che si affacciavano su Central Park e d’inverno l’Hudson ghiacciato. Passavo i pomeriggi al parco in mezzo ai bambini di tutte le nazionalità, quando nevicava andavo in slitta sulle collinette del parco e a pattinare sul ghiaccio al Rockfeller Center. A casa venivano giornalisti e fotografi e una volta mi è capitato di accompagnare Mario De Biasi a fotografare scene di matrimonio la domenica a Central Park.
 


© Francesco Nencini - Calcutta Boulevard

 

Paolo Evangelista: Viaggi leggeri e foto tridimensionali (da Sguardi 71)

Preferisco viaggiare leggero. Uso un solo corpo macchina e due obiettivi zoom che non vanno oltre il 70mm, questo per vari motivi: uno è che preferisco essere vicino al soggetto e se possibile essere partecipe di ciò che sta accadendo. Molte delle mie foto sono il risultato di tempo trascorso con il soggetto, spesso chiacchierando o scherzando insieme. Approcciare persone non è una cosa facile, spesso per timidezza o per difficoltà di linguaggio, ma è per me è molto importante il modo in cui ci si pone di fronte alle altre persone, e poi ho notato che di solito le persone hanno lo stesso livello di curiosità nei miei confronti e per il mio Paese d'origine di quanto io ne abbia per loro, quindi non è raro che mi ritrovi a rispondere a più domande di quante ne faccia, e questo poi crea un buon rapporto di fiducia. Se avessi provato in alcune situazioni a fare foto di nascosto o da lontano forse avrebbe prodotto una sorta di diffidenza nei miei confronti e sarei stato frainteso.Da un punto di vista più tecnico, potrei dire che l'uso di focali corte mi dà la possibilità di mettere in risalto ciò che preferisco in una foto dal punto di vista estetico, ossia dare importanza alla prospettiva, profondità e in generale rendere la foto tridimensionale. Rendendo la foto tridimensionale si dà la sensazione di essere quasi all'interno della foto, o comunque partecipe al contesto, e a volte un occhio attento può immaginare quale sia stata l'esperienza del fotografo in quel momento.Per fare ciò mi è molto utile osservare il soggetto non solo in quanto tale, ma in quanto insieme di linee, forme, luci e colori, in modo da rendere la foto meno statica, e in generale di riuscire ad avere elementi nella foto disposti su più livelli di profondità. Mi colpì, una volta, uno scritto del fotografo Sam Abell, in cui diceva che per dare efficacia a una foto, questa deve essere complessa, nel senso che una singola immagine deve essere l'insieme e deve racchiudere due o anche tre situazioni disposte su più livelli, e che in qualche modo siano collegate l'una all'altra. È un buon consiglio, ma penso sia davvero difficile da ottenere, e la strada, almeno la mia, è ancora lunga per arrivare a ciò. Infine mi piace molto mostrare l'ambiente in cui il soggetto vive; un ritratto in primo piano è interessante, ma se riesco a contestualizzare la persona tutto ha più senso e la foto riesce a dare molte più informazioni.
 


Surfisti in Coogee Beach alla fine di un pomeriggio considerato come uno dei peggiori dell'anno dal punto di vista delle correnti. © Paolo Evangelista